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TUTTI GLI AMANTI DI ESMERALDA

Ci sono libri che pur non avendoli mai letti abbiamo l’impressione di averlo fatto, tanto ci è nota la loro trama, familiari i loro personaggi, consueta la loro ambientazione. Uno di questi è per me senz’altro “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo. Molte ne sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche e teatrali e persino musicali. Quella che maggiormente ho in mente è

Mentre finivo di leggere "Notre-Dame de Paris", visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando "ecco Esmeralda", ma era proprio lei:

Mentre finivo di leggere “Notre-Dame de Paris”, visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando “ecco Esmeralda”, ma era proprio lei: Si tratta di una scultura di Antonio Rossetti del 1856.

la versione disneyana “Il gobbo di Notre-Dame” (1996), uno dei cartoni animati preferiti da mia figlia quando era piccina. Il bel Phoebus e il gobbo Quasimodo spiccavano tra le sue barbie e molte volte mi è capitato di rivedere assieme a lei la videocassetta. Penso poi anche al musical teatrale di Riccardo Cocciante (1998). Qualche immagine ricordo anche del vecchio film di Lon Chaney (1923) o di quello con Charles Laughton (1939).

Vittima delle suggestioni disneyane tendevo dunque a immaginare Quasimodo, il campanaro gobbo, guercio e sordo, come il protagonista, ma la vera protagonista è la giovane e bella egiziana Esmeralda, una ragazzina sedicenne intorno al quale ruotano molti amanti. Già allora si confondevano genti forestiera senza fissa dimora con gli zingari e spesso Esmeralda viene, scorrettamente definita “zingara”.

Notre-Dame de Paris”, il primo grande successo (1831) del francese Victor Hugo, è, in effetti, un romanzo sull’amore, in molte delle sue forme. Se Esmeralda è l’amata, gli altri personaggi ne sono, in diverso modo gli amanti.

Il prete Claude Frollo rappresenta l’amore folle e perverso. Il campanaro Quasimodo l’amore devoto, appassionato e pronto al sacrificio. Il filosofo saltimbanco è l’amore maritale, pigro e distratto, oltretutto giunto al matrimonio per pura opportunità e necessità di salvezza personale e non per amore. La madre (che prima la odiava la fanciulla credendola una delle zingare che quindici anni prima le aveva rapito la figlia e che poi scopre essere Esmeralda proprio la figlia perduta) la ama e difende con la forza di una leonessa ferita ed è, ovviamente, la rappresentazione dell’amore materno. Il bel capitano Phoebus de Chateaupers, il solo che Esmeralda ami, è l’amore lieve e passeggero, l’amore distratto, l’uomo che a ogni donna dichiara di vedere in lei il solo amore. Lui solo avrebbe agevolmente potuto salvare la giovane condannata al rogo per il presunto assassinio del capitano
stesso. Gli sarebbe bastato mostrarsi e dichiararsi vivo, ma Phoebus pensa ad altro, ha altri amori, anche se Esmeralda ha solo lui in testa. Infine c’è Djiali, la capretta che sempre accompagna la ballerina egiziana, che le profonde il suo affetto disinteressato eWP_20150711_10_37_56_Pro fedele, quale solo gli animali sanno dare.

Nella splendida cornice gotica della cattedrale parigina, dipinta sul finire del medioevo, quando la luce del Rinascimento era ancora lieve anche oltralpe, in un tempo di processi sommari, di stregonerie, di popoli ribelli ma incapaci di rivoluzioni, tra feste goliardiche, fustigazioni e impiccagioni, Hugo ci regala un’avventura epica che giustamente è diventata un classico e che resterà accanto alle grandi tragedie greche o shakesperiane a testimonianza del carattere immutabile dell’essere umano.

Gio’ Di Tonno nel musical di Cocciante

Leggendo “I miserabili” avevo già notato, peraltro, una certa sovrabbondanza di digressioni che anche qui minano l’unitarietà dell’opera.

Se leggendo “I miserabili”, poi, mi aveva colpito la presenza di Dio solo come Coscienza, qui, in una storia ambientata in una cattedrale, l’assenza di Dio appare ancora più evidente. Uno dei personaggi è un prete innamorato, il suo amore lo tormenta ma il suo voto di castità non pare farlo più di tanto. Non lo vediamo mai interrogare quel Dio di cui dovrebbe essere, indegnamente, ministro. Anche Quasimodo, da campanaro che vive nella chiesa, parla con le statue di pietra, le gargoille (che riconosce come sue simili), o con le sue campane ma mai con Dio. Dio è assente. Manca persino nella sua negazione. La sua assenza è rimarcata dall’indifferenza dei personaggi nei suoi confronti, mentre la più umana delle tragedie, quella degli amori feriti, si svolge nella sua casa.

Victor Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885) è stato un poeta, drammaturgo, saggista, scrittore, aforista, artista visivo, statista, politico e attivista per i diritti umani francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

La cattedrale qui rappresenta più che il regno di Dio il simbolo della fine di un’epoca. Come scrive Hugo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg ha ucciso il libro di pietra. Le chiese erano i libri di pietra, su cui per secoli la cristianità aveva inciso e dipinto le sue storie, attraverso le quali la Chiesa e gli artisti parlavano al popolo. Ora c’è il libro e non occorrono più chiese. Si direbbe quasi che Hugo voglia intendere che con il libro e la diffusione della conoscenza non occorra più neanche Dio (“la stampa ucciderà la chiesa” – Libro Quinto – Capitolo II).

E oggi che il digitale sta uccidendo il libro di carta, cos’altro morirà con lui?

 

Dijali, Phoebus, Quasimodo e Esmeralda nel film Disney “Il Gobbo di Notre-Dame”

 

NON SIAMO SOLI NELL’ETERNITÀ

Leggere un libro o vedere il film che ne è stato tratto è quasi sempre un’esperienza molto diversa. Vidi per la prima volta “2001 odissea nello spazio” poco dopo la sua uscita in Italia, dunque quando ero ancora bambino e fu il film che più mi ha impressionato in tutta la mia vita. Certo le emozioni di un bambino sono molto diverse da quelle di un adulto,  ma ancora mi porto dentro certe immagini di quel film, visto quando avevo forse sei o otto anni. Incredibilmente a impressionarmi tanto fu la sua velocità: la velocità con cui si passava dalla scena con gli uomini primitivi agli scenari spaziali, ma, soprattutto, la velocità con cui passava il tempo per il protagonista una volta raggiunto il monolite su Saturno. Non ricordavo, dal film, che fosse in realtà su uno dei suoi satelliti, Giapeto. L’invecchiamento del protagonista rimase a lungo il mio incubo prediletto.

Ho scritto che “incredibilmente” del film mi impressionò la velocità, perché rivedendolo anni fa, da adulto, ne notai l’incredibile lentezza!

Il cinema nel frattempo era cambiato molto! I ritmi dei film degli anni ’60, oggi ci paiono terribilmente lenti, anche di un film come questo, che segnò un grande passo avanti verso il cinema moderno, con i suoi effetti speciali.

Oggi ho finito di rileggere il romanzo scritto dall’inventore britannico Sir Arthur Clarke e pubblicato nel 1968. Si tratta di un’opera nata assieme al film, di cui Clarke curava la sceneggiatura per il regista Stanley Kubrick, ispirandosi al proprio racconto “La sentinella”. Un romanzo nato in tal modo dovrebbe allora essere molto simile al film, ma i due mezzi sono così diversi che le due storie differiscono non poco, nonostante la trama comune. Diverse sono le emozioni che generano.

Sono vari anni che ho visto il film, per cui la memoria potrebbe ingannarmi, ma non ricordo che nel film venisse spiegato come nel libro il modo in cui il monolite interagiva con i così detti uomini-scimmia, facendo esperimenti con loro, fino a portarli a scoprire come manipolare gli oggetti.

Arthur Clarke

Anche l’attraversamento del monolite sul satellite di Saturno fu reso da Kubrick grazie a effetti visivi all’epoca di grande impatto mentre nel romanzo vi è una maggior speculazione “filosofica”, se così si può dire. In sostanza il film è più indeterminato e lascia maggior spazio alle ipotesi. Questo se vogliamo è quasi strano, perché di solito si dice che è il romanzo a lasciar più spazio all’immaginazione, dato che tocca al lettore tradurre le parole in immagini. Questa presumo sia la grandezza di registi come Kubrick, che fanno del cinema “letteratura”.

Una cosa che film e romanzo hanno in comune è una descrizione secondo me troppo prolissa della stazione spaziale e delle manovre dell’astronave. Clarke, come altri autori di fantascienza con formazione scientifica, ha il difetto di voler mettere nei suoi libri troppe descrizioni tecnico-scientifiche, che con il progredire delle conoscenze rischiano di diventare superate e che comunque annoiano chi non sia un fisico o un chimico.

Comunque è un romanzo con ben tre parti di un notevole fascino: l’incontro degli uomini primitivi con il primo monolite, la follia del computer Hal 9000 e l’attraversamento di quella sorta di warm-hole che pare essere il monolite giapetiano. Tre episodi che
da soli riscattano tutte le debolezze del romanzo che, sebbene breve, avrebbe potuto essere scremato di varie parti.

In ogni caso un libro e un film da cui non si può prescindere: due classici da conoscere anche se non si amano.

 

 

 

Il sistema di Saturno

 

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

L’OPPOSTO DEL SIGNORE DELLE MOSCHE

Ne “Il signore delle mosche” un gruppo di ragazzini civilizzati, abbandonati su un’isola deserta si trasformano in selvaggi. Ne “Il labirinto” un gruppo di ragazzini rinchiuso in una radura, circondata da un labirinto, creano una società civile e organizzata, con ruoli e compiti ben definiti.

Apparentemente il messaggio che sembra lasciarci Golding appare l’opposto di quello di James Dashner. Il premio nobel sembra comunicarci che, dentro di noi, siamo tutti dei selvaggi e che basta poco per trasformare delle creature falsamente considerate come innocenti, quali i bambini, in assassini senza cuore. Il giovane scrittore americano (1972), con questo primo volume (The maze runner – 2009) di una serie che promette già 5 o forse 6 volumi, ci dice invece che la volontà e la capacità di organizzarsi è prerogativa dell’uomo, persino quando è solo un adolescente.

Se valutare il senso della storia di Golding è più semplice, trattandosi di opera in sé compiuta, “Il labirinto”, per essere interpretato correttamente andrebbe letto all’interno della serie. Questo primo volume, infatti, ci lascia con i ragazzi che si apprestano ad affrontare nuove prove in un ambiente diverso.

Nel primo romanzo vediamo che i movimenti e le scelte dei ragazzi sembrano essere in parte pilotate dall’esterno, ma la loro libertà di scelta è tale da renderli i veri artefici di questo ordine in cui vivono, anche se l’arrivo di due nuovi personaggi porterà ad alterare le loro abitudini e l’ordine, che uno dei loro capi sottolinea essere una delle cose più importanti che hanno, in quella sorta di prigione.

Il labirinto” sembra un romanzo fatto apposta per ricavarne un video gioco, con un dedalo da attraversare, popolato da creature minacciose, un codice da decifrare e passaggi di livello, ma è una lettura che scorre veloce e appassiona, tenendo alta la tensione e la curiosità. La trama è sostanzialmente quella di un’avventura, ma la presenza di personaggi adolescenziali, ne fa anche una sorta di romanzo di formazione, di percorso di autoconsapevolezza e crescita personale. Il fatto che i ragazzi abbiano perso la memoria li rende figure particolari, con un desiderio di conoscenza e scoperta che si trasmette nel lettore.

La radura, con le strane creature meccaniche che osservano ciò che vi succede e con le piccole e grandi battaglie affrontate dai radurai, fa pensare all’arena di “Hunger Game”, anche se il pubblico sembra assente e se c’è si nasconde dietro quei piccoli marchingegni da spionaggio. Anche l’età dei personaggi è simile, ma per Suzanne Collins sono ragazzi che combattono per la propria sopavvivenza personale, l’uno contro l’altro (con qualche eccezione), mentre i radurai combattono assieme per la salvezza comune, pur essendo disposti a lasciare dei morti sul campo di battaglia. Come in “Hunger Game” anche ne “Il labirinto” i ragazzi sembrano destinati a morire uno dopo l’altro, a meno che qualcuno non si ribelli e spezzi il meccanismo.

Il messaggio di entrambi, sempre gradito agli adolescenti, sembra essere che il mondo è un posto difficile in cui vivere (del resto questi sono anni di crisi) ma che la forza di volontà può cambiarlo, che può esserci un ragazzo speciale in grado di mutare le cose.

Il labirinto” parte come una sfida intellettuale oltre che fisica, ambientato in un mondo dal sentore fantascientifico, ma si conclude proiettandoci decisamente in una distopia apocalittica fantascientifica, che ci si aspetta potrà svilupparsi nei prossimi volumi.

Come i migliori fantasy, il romanzo cerca di inventarsi un suo linguaggio con numerosi neologismi (caspio, pive, radurai, scacertole, dolenti…), ma forse non osa abbastanza e avrebbe potuto approfondire il tentativo creando un linguaggio nuovo più articolato, anche se, non essendo un contesto fantasy, forse non ce n’è bisogno e possono bastare quelli creati, sufficienti per una comunità autonoma ma tutto sommato recente. Insomma un buon tentativo di dare maggior realismo all’ambientazione.

James Dashner

The Maze Runner (The Maze Runner Series)

 

GLI AMICI SCOMPAIONO (E A VOLTE SI SUICIDANO)

 

Risultati immagini per Tokyo bluesHaruki Murakami (村上 春樹 – Kyoto, 12 gennaio 1949) è un autore che mi incuriosisce, nel senso che ancora non sono riuscito a capire quanto mi piaccia e quanto sia davvero uno dei migliori autori di questo XXI secolo. Che abbia delle indubbie qualità è testimoniato anche dal fatto che più volte sia stato fatto il suo nome tra i possibili Premi Nobel per la Letteratura, sebbene non l’abbia ancora mai vinto.

Di lui avevo già letto “Kafka sulla spiaggia”, “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, “L’arte di correre”.  “Tokyo blues” (pubblicato nel 1987), anche noto come “Norwegian blues” è uno dei suoi titoli più importanti, quindi non poteva mancare in questo percorso di scoperta.

L’arte di correre” non è un romanzo ma qualcosa a metà tra un testo autobiografico e un saggio su scrittura e corsa, quindi non fa particolarmente testo in quest’analisi. I due romanzi hanno forti componenti immaginarie e ci portano in mondi di fantasia in modo originale e mi era parso di cogliere la qualità di questo scrittore proprio nella sua capacità di calarsi con la dovuta leggerezza in questi universi inventati. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie”, però, mi aveva lasciato piuttosto perplesso per una certa prolissità e per un attardarsi nella descrizione dei dettagli.

Tokyo blues” è lettura del tutto diversa dalle altre tre. La componente immaginaria è del tutto assente, sebbene una dei personaggi abbia qualche leggero disturbo mentale, ma questo non porta Murakami a calarci in un mondo di allucinazioni, come mi sarei aspettato dalla lettura degli altri due romanzi.

Tokyo blues” è un romanzo che nasce con un “difetto” strutturale per il mio modo di valutare un’opera di narrativa: ha una trama esile. Questa si può riassumere agevolmente, senza togliere nulla al piacere di chi dovesse ancora leggere il libro: un ragazzo, nell’arco della sua vita che va dai diciassette a poco più di vent’anni, perde alcuni amici e amiche.

Forse la grandezza di questo autore può essere trovata proprio nella capacità di realizzare un romanzo valido pur rinunciando a questo fondamentale elemento. In realtà, non si può dire che la trama sia del tutto inesistente. È invece il suo rapporto con i personaggi a essere rovesciato. Per me in un buon romanzo i personaggi devono essere al servizio della trama. Qui invece è l’inverso. “Tokyo blues” è un libro costruito sul protagonista e sugli altri personaggi. Per descriverlo e descrivere i suoi amici, Murakami inventa delle piccole storie. Ogni personaggio nasce dunque da queste piccole trame. “Tokyo blues” è dunque un ritratto narrativo. Un dipinto in cui accanto al protagonista, per completarlo e descriverlo pienamente, vediamo i ritratti di chi gli è intorno. Eppure non siamo portati a distrarci o a perderci come in una raccolta di racconti, perché queste storie sono elementi fondamentali nella costruzione dei personaggi e quindi del libro.

Cercando di analizzare alcuni best-seller (il primo fu la serie di Harry Potter), avevo individuato alcuni ingredienti fondamentali per il successo di un romanzo d’avventura: trama, strutturazione, ambientazione costante;  ripetitività e ritualità, magia come estraneamento dalla realtà, mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia, linguaggio inventato, amicizia, lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto, compenetrazione tra il Bene e il Male, tanti nemici, grandi e piccoli, un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale, spettacolarità, competizione, mistero, suspance,  paura, avventura, iniziazione e crescita verso l’età adulta, morte.

Tokyo blues” non è un romanzo d’avventura, quindi, chiaramente, sarà difficile trovarci tutti tali elementi. Sono peraltro presenti amicizia, iniziazione e crescita verso l’età adulta e morte. Se davvero fossero necessari tutti gli elementi visti per Harry Potter per fare un romanzo di successo, questo non avrebbe molte possibilità! Dunque quelli che sono elementi importanti per un romanzo, non lo sono affatto per altri. Non contano solo gli “ingredienti”, ma anche le “dosi”.

L’assenza di trama può essere compensata da una “dose” maggiore di personaggi. Se un elemento è ben realizzato e sviluppato può, come in questo caso supplire abbondantemente all’assenza di altri.

Se analizzando “Harry Potter” mi ero chiesto cosa ne avesse determinato il successo,  mi chiedo ora quali elementi fanno sì che a me, personalmente, piaccia un romanzo.

I primi due romanzi che ho letto di Murakami mi erano piaciuti, credo, soprattutto per il mondo magico descritto. “La fine del mondo e il paese delle meraviglie” mi era piaciuto anche per le sue riflessioni sul tempo (tema che mi affascina sempre) e per il tentativo di descrivere una storia sulla coscienza e sui suoi limiti. In “Kafka sulla spiaggia” c’è ancora un interessante fuga dal tempo e c’è una storia di crescita e di iniziazione.

In “Tokyo blues”, come già scritto, non c’è magia e non ci sono neppure riflessioni sul tempo e la coscienza. In “Tokyo blues” si parla soprattutto di amicizia, tra un ragazzo e altri ragazzi, ma anche tra lui e delle ragazze. In questo caso, si coglie il sottile confine tra amicizia e amore. L’amicizia appare come un bene prezioso ma fragile, fugace. È prezioso proprio per questo. Il protagonista, che è anche la voce narrante, Tōru Watanabe, perde, infatti, i suoi amici più cari, anche se talora (penso a Midori Kobayashi) torneranno. All’inizio formava un terzetto molto stretto con Kizuki e Naoko, ma, una
dopo l’altro, si suicidano entrambi. “Tokyo blues” diventa quindi romanzo sulla perdita e il suo dolore, sul bisogno di superarlo e di crescere e maturare attraverso il superamento di questo dolore. Questo ne fa lettura intensa ed emotivamente coinvolgente. Ecco, dunque, tre degli “ingredienti” di cui parlavo, amicizia, morte e crescita, che riempiono lo spazio vuoto lasciato dagli altri.

Se questo romanzo mi è piaciuto, nonostante l’assenza della creatività immaginifica che mi aveva fatto avvicinare a questo autore giapponese, credo sia per la forte presenza di questi elementi, oltre che per l’efficace descrizione dei personaggi.

Da autore ucronico e amante del genere fantastico (dove l’ambiente è fondamentale), non posso poi non notare qui un’ambientazione particolare. Siamo in Giappone, un Giappone molto reale, e talora si citano alcune città e luoghi di questo Paese, ma la storia avrebbe potuto svolgersi in qualunque Paese moderno. I riferimenti e le citazioni di opere musicali e letterarie sono numerose, a partire dalla canzone “Norvegian Wood” che dà il nome ad alcune edizioni del romanzo, ma sono quasi sempre titoli occidentali.

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Haruki Murakami

Siamo a Tokio ma potremmo essere benissimo a Berlino, Londra, Roma o Parigi. Tradiscono l’ambientazione solo alcuni rari termini giapponesi, più che altro legati alla cucina e all’arredamento. Come mai Murakami si rivela così poco giapponese? Nelle note alla fine del volume rivela che il romanzo è stato scritto tra la Grecia, la Sicilia e Roma. Indubbiamente questo deve avere avuto il suo effetto sulla scrittura, così come il fatto, sempre citato a fine volume, che Murakami ascoltasse musica occidentale e soprattutto Sergent Pepper dei Beatles mentre scriveva.

In conclusione, questo romanzo mi è piaciuto e si collocherà senz’altro tra le mie letture preferite, anche se non saprei ancora a che posto; però, sebbene abbia capito che Murakami sa essere autore vario e diverso da libro a libro, cosa che considero un grande pregio, ancora non saprei quanto sia geniale e se lo voterei per il prossimo Premio Nobel.

THE REICH STRIKES BACK

La produzione di film ucronici nel corso del 2012 si è arricchita di un nuovo titolo: “Iron Sky”, storia di fantascienza ucronico-satirica dalle tinte steampunk, uno steampunk particolare, però, tedesco nazista anziché inglese! Regista è Timo Vuorensola.

La trovata fa un po’ pensare a “I fascisti su Marte” di Corrado Guzzanti e Igor Skofic e si inserisce nel filone più prolifico dell’ucronia: la sopravvivenza del nazi-fascismo dopo il 1945, tema di romanzi fondamentali come “Complotto contro l’America” di Roth, “La svastica sul sole” di Dick o “Fatherland”, ma anche di opere come “Nero italiano” di Stocco o “L’inattesa piega degli eventi” di Brizzi.

L’idea è che nel 1945 un nutrito gruppo di nazisti si sia rifugiato sulla faccia oscura della luna e lì abbia costruito una flotta con cui nel 2018 si appresta a conquistare la terra.

L’impostazione del film è ironica e parodistica e cita alcuni film, dalla sfuriata della collaboratrice della Presidentessa degli Stati Uniti (parodia di Sarah Palin, candidata alla Presidenza) che riprende quella di Hitler nel  film La caduta – Gli ultimi giorni di Hitler, alle divise degli astronauti nazisti che ricordano quelle dei soldati imperiali di Guerre Stellari (anch’esse ispirate alle uniformi naziste, del resto).

L’aspetto forse più divertente del film è vedere come in settant’anni in nazisti, vivendo in isolamento totale, abbiano mantenuto inalterato i loro usi e mode, pur essendosi concentrati in uno spasmodico tentativo di sviluppare una tecnologia spaziale, pur in assenza dell’elettronica, ritroviamo così giganteschi ingranaggi, intrichi di cavi elettrici, inefficienti e colossali computer anni ’50.

La vera debolezza dei nazisti (e ironia del film) si rivelerà la loro totale ignoranza di come sia evoluto il mondo.

Il risultato non è certo un capolavoro, ma è molto godibile e non manca di alcune trovate simpatiche, come quella di far sottoporre James Whashington, l’astronauta americano di colore, a un trattamento speciale per renderlo ariano (biondo e con gli occhi azzurri). Imperdibile per gli amanti dello steampunk e da vedere per chi ama l’ucronia e la fantascienza.

 

Firenze 19/10/2013

 

OGNI COSA É CONFUSA

Avendo letto l’illuminante e imperdibile saggio “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer, mi stupiva un po’ pensare che un simile autore potesse anche aver scritto dei romanzi. Ho dunque avuto qualche esitazione ad accostarmi a “Ogni cosa è illuminata”, romanzo pubblicato da Safran Foer nel 2002. Avrei indubbiamente preferito leggerne un altro saggio. Come romanziere, però riscuote un certo successo, così ho voluto tentarne la lettura.

L’opera mi ha in parte affascinato, spingendomi a considerarla un libro originale e appassionante, dall’altra parte, però, mi ha piuttosto deluso.

Quel che mi ha spinto a considerarlo un romanzo interessante è poi stato anche ciò che forse mi ha disturbato di più. Non amo e non capisco gli autori che, conoscendo e praticando la lingua nazionale scrivono in dialetto, sembrandomi una furbata per risultare più “simpatici” e per nascondere nella forma la debolezza della sostanza, come si copre il sapore di un cibo un po’ troppo vecchio con il sapore forte delle spezie.

Safran però non scrive in dialetto. Fa un’operazione più seria: crea una parlata per uno dei suoi personaggi, cosa che mi ispira e incuriosisce. Se questo è uno dei punti di forza dei grandi autori fantasy da Tolkien alla Rowlings, non sempre farlo, però, suona corretto e in linea con la narrazione.

Il protagonista di “Ogni cosa è illuminata” è un giovanissimo ucraino che cerca di parlare un inglese elegante, ma, conoscendo poco la lingua, la reinventa a modo suo, usando malamente sinonimi sofisticati. La cosa all’inizio stuzzica e forse diverte persino, poi ci si chiede come faccia uno che conosce così poco la lingua a conoscere termini così particolari, pur usandoli così male e, soprattutto, dopo un po’ ho avuto la stessa sensazione che provo leggendo alcuni autori dialettali: che bisogno c’era? È solo una spezia per nascondere il sapore di un piatto poco saporito?

L’altra cosa che mi ha convinto poco, sebbene sia una tecnica ampiamente sfruttata, è stato dividere il romanzo in due (anzi tre) piani temporali, raccontando in sostanza una storia ambientata nel passato, una nel presente e un’altra quasi fuori dal tempo (lo scambio di corrispondenza tra il protagonista e il cosiddetto “eroe”, l’ebreo americano che viene guidato attraverso l’Ucraina dal protagonista alla ricerca della storia della sua famiglia).

Le due (tre) storie hanno indubbiamente punti in comune, ma ho atteso invano il momento in cui avrei potuto esclamare “Ogni cosa è illuminata” (che nel gergo del protagonista vorrebbe dire “tutto chiaro!”), perché finalmente mi si sarebbe chiarito ogni legame tra di esse.

Inoltre, avendo letto da poco il pregevole “Il complotto contro l’America” di Roth, che ci parla in modo davvero intelligente di ebrei e antisemitismo, questa nuova storia di ebrei perseguitati mi è parsa decisamente inferiore  e assai meno incisiva nel descrivere il vero dramma degli ebrei di fronte al razzismo che li perseguita e poco conta che l’intento qui era probabilmente di scrivere un altro tipo di storia, perché il raffronto con altre storie sull’antisemitismo (per esempio il bel “La bambina che salvava i libri”, “Il cielo cade”, “I cani e i lupi” – anch’esso con ucraini – o “Bastardi senza gloria”) non si può evitare.

Ci sono, per di più alcuni passaggi, non troppo lunghi nel complesso dell’opera, che ho trovato inutili e noiosi.

Peccato, perché il romanzo ha un grosso potenziale e partiva bene, ma se Safran Foer mi è parso un ottimo investigatore della società e un ottimo saggista in “Se niente importa”, in questo romanzo, per molti aspetti affascinante, mi è parso che abbia ancora da maturare.

 

Firenze, 11/10/2013

 

Jonathan Safran Foer

Jonathan Safran Foer

SALVARE I SALVATORI DELLA VERGINE DELLA PAGODA

I misteri della jungla nera” di Emilio Sàlgari fu il primo romanzo da me letto. Me ne fu regalata una copia da due gemelli che erano sti miei compagni d’asilo il giorno del mio settimo compleanno. Fino ad allora avevo letto solo libretti che non potevano essere definiti romanzi. Credo che la mia fascinazione per la lettura e per Sàlgari (a quei tempi non si usava l’accentazione Salgàri poi assunta in anni successivi) sia iniziata lì.

Ricordo che mia madre mi lesse le prime pagine e poi mi disse “ora continua tu” e io ho continuato… e tutt’ora continuo a leggere.

Dunque la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata con questo affascinante incipit:

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che  rastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.

Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.

Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.

Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quellejungle, è andare incontro alla morte.

Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle,che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.

Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.

La narrazione salgariana procede poi con uno stile più asciutto, in cui le parti descrittive non mancano certo, ma che le esigenze di una trama fitta e densa di colpi di scena costringono a essere più concreto e diretto di queste righe.

In questi giorni ho ripreso in mano (questa volta sotto forma di e-book) il romanzo e l’ho riletto, con in mente anche un interrogativo “tecnico”, da autore di romanzi d’avventura.

L’opera di Salgari viene comunemente considerata come letteratura per l’infanzia e il fatto che io a sette anni e per il resto del periodo delle elementari abbia divorato avidamente oltre ottanta dei suoi romanzi (comprese anche alcune opere fasulle o attribuite alla scrittura dei suoi figli), passando in modo casuale da uno all’altro dei suoi cicli, mi farebbe pensare che sia giusto considerarlo tale.

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Al giorno d’oggi, però se vi dicessi che “I misteri della jungla nera” tratta di una storia d’amore d’ambientazione storico-esotica, in cui l’innamorato compie infinite gesta per salvare l’amata, rischiando continuamente la morte, mentre i suoi compagni e nemici muoiono attorno a lui con il ritmo di un film sugli zombie, lo dareste in mano a vostro figlio?

La moderna sensibilità che ci induce a proteggere i bambini da visioni di morti, accoltellamenti e strangolamenti, penso che potrebbe indurre qualcuno, che ignori l’autore e la fama dell’opera, a non voler offrire il libro a un minore.

Il dubbio è: sarebbe nel giusto?

Fui io scioccato da tante morti violente? Mi turbò la passione amorosa del possente Tremal-Naik per la splendida virginea Ada? Tutt’altro. Anzi. Però di tutto ciò servavo un ricordo solo vago. Pensando a “I misteri della jungla nera”, pensavo a un romanzo d’avventura, alla splendida tigre Darma, fedele compagna e salvatrice di Tremal-Naik, al buffo rapporto di amicizia-servitù tra l’eroe e i suoi servitori, in particolare il fedele Kammamuri. Pensavo alla giungla, colma di mille animali, ai fantastici templi sotterranei dei thug, ai loro riti, ai loro lacci da strangolatori, alle misteriose divinità indiane.

I misteri della jungla nera - Emilio Salgari - L'edizione che lessi da ragazzo

I misteri della jungla nera – Emilio Salgari – L’edizione che lessi da ragazzo

Credo che un bambino sia affascinato da tutto ciò che per lui è nuovo (non dovrebbe esserlo anche un adulto?). Queste ambientazioni permettono di far lavorare la fantasia. I nomi strani e insoliti scatenano una magia, come ben hanno scoperto anche i grandi narratori fantasy come Tolkien o la Rowlings. Non solo i nomi dei luoghi, di cui ho dato un esempio nell’incipit citato, ma anche di tutto ciò che Tremal-Naik incontra: banian, dootèe, ramsinga, latania, maharatto, gonga, saranguy, dubgah… e mille altri, dato che quasi in ogni pagina ve n’è almeno uno!

Il linguaggio strano, che non sempre il bambino comprende, non solo lo arricchisce, nel momento in cui ne afferra il significato, ma crea per lui una sorta di lingua parallela, misteriosa e diversa, che gli permette di superare i propri genitori, la cui parlata non comprende ancora appieno. Impadronendosi di una terminologia propria, ma comune agli altri giovani lettori, assume, io credo, una superiorità psicologica sul genitore, affermando la propria crescita e il proprio ruolo.

Dunque, nel romanzo per ragazzi l’elemento linguistico, la creazione di mondi alternativi (siano essi solo esotici o di fantasia) sono elementi fondamentali nella crescita non solo culturale dei bambini.

E la paura? Perché i grandi romanzi di successo per ragazzi contengono sempre la morte, esseri pericolosi, spesso orrendi e diversi? Che cosa direste di un tale che passando per strada spaventasse il vostro bambino? Si tende oggi a pensare che il libro sia simile a questo estraneo, ma non è così. Il bambino impara presto a distinguere il reale dal fantastico (o dal virtuale), ma l’esperienza della paura in un film o in un libro è fondamentale per svilupparne il superamento.

Ricordo che mia figlia, in età prescolare, si ostinava a rivedere varie volte proprio i cartoni animati che più l’avevano spaventata. Io credo che con la lettura, il cinema o la TV, il bambino riesca ad affrontare e superare le proprie paure e si fortifichi.

Questo già pensavo quando scrissi i primi due romanzi del ciclo con Jacopo Flammer. Anche lì ho cercato di inserire termini “nuovi” per il bambino, prediligendo però, un po’ come Salgari (ma in misura minore) parole provenienti dai vocabolari esistenti a quelle di pura fantasia. L’idea è che se invece di termini come “babbani” o “passaporta” il bambino si appropria di un lessico reale, alla crescita emotiva, si accompagna anche quella culturale. Lo stesso non ho mancato di inserirvi la paura nelle sue diverse sfumature e un ambiente “esotico”.

Questa mia rilettura de ”I misteri della jungla nera” mi ha fortificato in tale convinzione.

Ai tempi del liceo ricordo che feci notare alla professoressa di lettere quanto mi paresse assurdo che nell’antologia di letteratura italiana non ci fosse neppure un paragrafo dedicato a Salgari, un autore letto allora da almeno tre generazioni d’italiani. Forse Salgari non era all’altezza come autore, ma l’importanza “culturale” della sua opera non andava sottovalutata, dissi. A quei tempi mi ripromisi di rileggere Salgari alla luce delle mie nuove letture e conoscenze e cercare di capire se tale esclusione fosse stata corretta. Non lo feci mai. Solo di recente mi è capitato di leggere in un’antologia (“Vampiriana”) un suo racconto (“Il vampiro della foresta”) e di affrontare una sua opera minore che mi era sfuggita “Le meraviglie del duemila”, due lavori poco conosciuti e senz’altro poco significativi della sua produzione.

La rilettura de “I misteri della jungla nera” è dunque il mio primo approccio a questo quesito, che per trovare risposta necessiterà di ben altri approfondimenti.

Per il momento, dalla lettura ne emerge che si tratta senza dubbio di un romanzo catalogabile come “d’avventura”. È pur vero che ci sono elementi del “romance”, dato che la trama essenziale è quella di un amore difficile in ambientazione storico-esotica, ma poi l’approccio è del tutto diverso.

La descrizione dell’ambiente è frutto di accurate ricerche e ci offre un mondo di cui cogliamo gli aspetti superficiali ed esteriori, non andando veramente a fondo nella cultura dei popoli presentati. Di maharatti, indiani, bengalesi, birmani, thug alla fine sappiamo ben poco da Salgari a parte la foggia dei loro abiti, la forma delle loro abitazioni, le armi e i veleni usati. Qualche elemento compare per delineare le loro fedi, ma la filosofia e la cultura sottostanti non sono cose che interessino Salgari.

La psicologia dei personaggi è scolpita a tratti netti. Ne emergono figure dalle caratteristiche determinate, spesso positive (coraggio, cocciutaggine, lealtà, determinazione), che esprimono sentimenti forti (passione amorosa, odio, desiderio di vendetta, amicizia), ma non se ne affrontano le sfaccettature più sottili.

La trama è ricca di colpi di scena e non lascia certo addormentare il lettore, ma si nota il ripetersi di un cliché, di un meccanismo per la soluzione dei problemi: il salvataggio.

La trama centrale consiste nel salvataggio di Ada Corishant da parte di Tremal-Naik e, poi, di suo padre il Capitano Corishant, ma di salvataggi ce n’è moltissimi altri, tentati o realizzati.

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato "Sandokan"

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato “Sandokan”

Tremal-Naik, sebbene abbia le fattezze di un Rambo (un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane) non è invincibile, ma necessita sempre di aiuto per portare a termine le sue imprese. È anche un po’ avventato e occorre il buon Kammamuri per portarlo alla ragione e non rischiare invano la vita. A proposito mi viene in mente la delusione nel vederlo interpretato nel “Sandokan” televisivo da un ragazzetto magrolino! Tremal-Naik era un pezzo d’uomo, altroché!

Il messaggio mi pare importante per un ragazzo (e non solo): ogni eroe è tale solo grazie agli altri, la collaborazione è importante.

Il cambio di ambientazione e di “posizione” di Tremal-Naik tra la Prima e la Seconda Parte del romanzo mi ha un po’ spiazzato. Nella Prima Parte, che si svolge solo nella giungla, Tremal-Naik combatte contro i thug. Nella Seconda, in cui l’ambiente si allarga e aumentano i personaggi, dato che i thug tengono in ostaggio Ada, l’eroe si allea con loro. Lascia un po’ stupiti la condiscendenza con cui lo fa, giustificata solo dalla sua paura che qualcosa accada all’amata. Credo che per un bambino un simile cambio di posizione sia un po’ disorientante.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per soddisfare un giovane lettore, ma non tutti i lettori più maturi e posso immaginare il critico letterario cui qualcuno proponesse di inserire un simile libro nell’antologia di letteratura che sta curando.

Del resto, anche lo stile è semplice, nonostante le articolate e quasi poetiche descrizioni, e non mancano distrazioni, ripetizioni e persino errori grammaticali (non sempre dovuti alla differenza della lingua ottocentesca).

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Un’altra osservazione che mi viene da fare è sull’uso dei nomi dei personaggi. Non ho idea se Tremal-Naik sia davvero un nome indiano, certo però vi ho sempre sentito (e oggi ci leggo) l’assonanza con “Trema-No”. Quante volte i personaggi del libro si chiedono l’un l’altro “hai paura?” Quante volte viene detto che “tremano di paura”? Tremal-Naik no. Non trema. E Ada Corishant? Salgari non ha voluto dare all’amata vergine della pagoda un nome che facesse pensare a “Cuore santo”?

Insomma, mi pare un libro che si legge piacevolmente, che rimarrà trai miei preferiti, per il ricordo infantile che ne servo, che avrei voluto far leggere a mia figlia quando ne aveva l’età (ma non riuscii a convincerla), che si presenta comunque ancora attuale e leggibile per un bambino moderno.

Meriterebbe anzi che ne sia ricavato un bel film d’azione all’americana. Con un buon regista e un attore adeguato il successo sarebbe assicurato anche tra gli adolescenti.

Firenze, 15/09/2013

L’ANELLO DI CONGIUNZIONE TRA DRACULA E McCULLEN

Nell’evoluzione letteraria della figura del vampiro dalle sue prime forme romanzesche dell’ottocento (Polidori, Byron, Mistrali, Le Fanu e, infine, Stoker) “Intervista con il Vampiro” di Anne Rice si pone idealmente a metà strada tra il Conte Dracula disegnato da Bran Stoker e Edward McCullen, il vampiro protagonista della saga “Twilight” di Stephenie Meyer, sebbene, essendo stato pubblicato nel 1976, sia cronologicamente assai più vicino a “Twilight” (il primo volume è del 2005) che non a “Dracula” (1897).

A parlare in prima persona è un vampiro, cosa che sposta decisamente la centralità narrativa su questa figura, che nel romanzo ottocentesco tendeva invece a essere posta ai margini del punto di vista, proprio per accentuarne il mistero e l’orrore.

Anne Rice invece ne esplora la psicologia e la personalità, il modo di pensare. Pur mantenendo tutte le caratteristiche che già avevamo visto nell’opera di Stoker (dorme in una bara, non può uscire di giorno, è molto forte, ha i famosi canini, si nutre di sangue umano), diventa figura assai più umana. È un uomo condannato a una “non-vita” eterna che un po’ ama e un po’ detesta. Ha sentimenti ed emozioni. Odia e ama. Cerca compagnia, pur restando il suo cuore gelido.

Il rapporto con il vampiro Lestat, che l’ha reso simile a sé, o con il fascinoso Armand è complesso e articolato. Quello con la piccola Claudia è a metà tra il rapporto padre-figlia e quello di due amanti, pur restando speciale per la natura vampiresca dei due.

Vi troviamo poi anticipati alcuni elementi caratteristici della saga della Meyer (è velocissimo; si tormenta quando deve trasformare qualcun altro in vampiro; cerca di nutrirsi di animali per non uccidere esseri umani; si distingue da altri vampiri: non tutti sono ugualmente malvagi; si scontra con altre creature della notte).

Anne Rice

Anne Rice

Se è vero che “Twilight” deve molto a questo romanzo, non si può però dire che abbia fatto progredire particolarmente il genere e “Intervista con il Vampiro” rimane un’opera decisamente superiore per spessore e approfondimento dell’analisi psicologica dei personaggi. Anche la trama, per quanto piuttosto essenziale, si presenta meno scontata e l’amore tra vampiri viene raffigurato in modo assai diverso dal classico romanzo rosa, come a volte pare fare l’opera della Meyer.

Se Théopile Gautier (“La morte amoreuse” del 1836 – più un fantasma, in realtà, che un vampiro, sebbene ami il sangue) e Le Fanu, oltre un secolo prima (1872), ci avevano mostrato il primo vampiro donna, Anne Rice ci offre quello che se forse non è il primo vampiro-bambina, ne è però uno dei meglio disegnati, con la piccola Claudia costretta per secoli nel suo corpo da bambina, ma che vorrebbe essere donna o almeno donna-vampiro.

Di sicuro con la Rice il vampiro ha smesso, volutamente, di fare paura, si è posto più vicino al lettore e non gli sarà difficile, un trentennio dopo, diventare un bravo scolaretto come McCullen.

 

Firenze, 17/08/2013

 

Brad Pitt in "Intervista con il vampiro"

Brad Pitt in “Intervista con il vampiro”

INDAGINE SULLA VITA D’UN RAGAZZO MORTO

Ci sono casi, sebbene rari, in cui i film tratti da un libro sono migliori della versione scritta.  Uno di questi è senz’altro il volume “Nelle Terre Estreme” pubblicato nel 1997 da John Krakauer e il relativo film “Into the Wild” realizzato dieci anni dopo da Sean Penn, protagonista Emile Hirsch nel ruolo di Christopher McCandless (alias Alexander Supertramp).

Il volume è una strana cosa a metà tra il romanzo, la raccolta di racconti e un saggio biografico. Narra la vita di un ragazzo nato nel 1968 e morto nel 1992 durante l’ultimo e forse il più temerario dei suoi viaggi solitari attraverso l’America, in Alaska.

Il film, per come lo ricordo ad anni di distanza, ci mostra il viaggio di questo ragazzo attraverso l’Alaska e le sue difficoltà di sopravvivenza fino alla morte, presumibile ma ancora da scoprire fino all’ultimo, consentendo al film di avere una certa suspance. È una bella storia emozionante come possono esserlo quelle in cui c’è in ballo la sopravvivenza di una persona che lotta da sola contro le forze immensamente superiori della natura.

Il libro, invece, parte subito annunciandoci la morte del ragazzo e dicendoci persino come è avvenuta. Si snoda poi come una sorta di indagine sulla sua vita precedente e sulle sue precedenti peregrinazioni, dando uno spazio relativo all’avventura finale, la sola veramente emozionante.

John Krakauer

John Krakauer

Krakauer, poi, affrontando il volume come una sorta di studio, ci presenta anche alcuni altri esempi di persone avventuratesi da sole nella natura, con finali spesso altrettanto tragici. Inserisce nella narrazione persino la descrizione di alcune sue peripezie da alpinista solitario, a riprova della comunanza che prova verso il defunto.

Il risultato è un libro disomogeneo e discontinuo sebbene interessante, ma non emozionante come il film e come avrebbe ben potuto essere se solo l’autore si fosse concentrato maggiormente sulla storia principale e avesse seguito un diverso ordine degli eventi. Peccato.

 

Firenze, 2/6/2013

Into the wild

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