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LA SIGNORA DALLOWAY È INSUFFICIENTE

Commentando “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, ho scritto di recente che un buon libro deve riuscire a bilanciare creatività ed empatia e che, mentre la creatività porta a narrare storie fuori dall’ordinario e lontane dal vissuto quotidiano, l’empatia tende a fare l’opposto, mostrandoci vicende e personaggi che in qualche modo ci somigliano.

È difficile mantenere in equilibrio queste due componenti, la cui presenza in alto grado fanno di un libro una buona lettura.

Purtroppo al crescere della creatività, l’empatia tende a decrescere e viceversa.

Volgi lo sguardo al vento” è un esempio di romanzo con alta creatività e bassa empatia. Il risultato, in breve, può definirsi un libro noioso.

Ho finito adesso di leggere “Le ore” (1998) di Michael Cunningham (Cincinnati, 6/11/1952), che si può considerare antitetico rispetto a “Volgi lo sguardo al vento” su questa scala. Dunque, se avete amato uno dei due, evitate coma la peste l’altro!

La creatività, infatti, è in questa storia estremamente modesta. Le scene descritte sono quelle della vita di tutti i giorni, appena un poco fuori dall’ordinario. Ci sono, per carità, alcune scene che possono anche restare impresse nella memoria, come la donna che trova l’uomo morto tra i cocci di una bottiglia di birra, la donna che prende una stanza d’albergo per leggere in pace un paio d’ore, la preparazione e consumazione di una torta, ma, nel complesso è un libro che non è riuscito a coinvolgermi in alcun modo e che presto dimenticherò.

Dipende solo dalla mancanza di creatività? Non credo. La vicinanza al vissuto quotidiano non crea, a mio modo di vedere, comunque, una vera empatia.

C’è però ancora dell’altro. Quando analizzai le opere della Rowling avevo individuato una serie di elementi che facevano, per me, del ciclo di Harry Potter, la saga più amata, letta e venduta di tutti i tempi.

Quali di questi elementi utilizza Cunningham in maniera consistente? Forse, proprio nessuno!

Michael Cunningham

Gli “ingredienti” principali usati dalla Rowling erano: trama; strutturazione; ambientazione costante; ripetitività e ritualità; magia come straniamento dalla realtà; mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia; linguaggio inventato; amicizia; lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto; compenetrazione tra il Bene e il Male; tanti nemici, grandi e piccoli; un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale; spettacolarità; competizione; mistero; suspense;  paura; avventura; iniziazione e crescita verso l’età adulta; morte.

Cunningham non scrive un romanzo fantasy, né di avventura o per ragazzi, come possono essere quelli di Harry Potter, dunque non si può pretendere che ci siano tutti questi ingredienti, essendo molti propri di un genere letterario diverso, ma la totale assenza di quasi tutti è per me sufficiente a qualificare come noioso il suo libro.

In particolare, non posso transigere sulla debolezza della trama: si parla di tre donne. Più che un romanzo unitario questo è l’insieme di tre racconti, debolmente collegati tra loro (debolezza di “strutturazione” e discontinuità di “ambientazione”). La prima donna è la scrittrice Virginia Woolf, ritratta a un passo dal suicidio, e poi, a ritroso nel tempo, mentre scrive. La seconda è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese di oggi. La terza è Laura Brown, una casalinga californiana dell’immediato dopoguerra, desiderosa di fuggire via per un giorno dalla noia di un matrimonio ordinario.

Il film tratto dal romanzo “Le ore”

Mi incuriosiva leggere della Woolf e mi incuriosiva vedere come queste tre storie fossero collegate. La Wolf sta scrivendo il suo “Mrs Dalloway”, nome con cui viene chiamata la seconda protagonista, Clarissa. Il libro che Laura legge è sempre “Mrs Dalloway”.

Ne poteva nascere un intreccio affascinante, rimandi e collegamenti tra realtà, letteratura e finzione (qualcosa che ho tentato anche scrivendo “La bambina dei sogni”, sebbene in modo molto diverso). Eppure Cunningham fallisce. Le storie non hanno “magia”, non si creano “straniamenti dalla realtà”, non c’è traccia di schizofrenia, non c’è mistero, non c’è suspense, non c’è avventura e non c’è crescita. C’è la morte, ma sembra solo uno spettacolo cui assistiamo. Non ci coinvolge più di tanto.

Peccato. Peccato!

CAPIRE IL TEMPO GUARDANDO UN FILM AL RALLENTATORE

“24 Hour Psycho” una videoinstallazione di Douglas Gordon, è stata ospitata per la prima volta nel 1993 a Glascow e a Berlino, ci dice Don De Lillo nei Ringraziamenti in fondo al suo volume “Punto Omega” e fa bene a ringraziarlo perché gran parte del fascino di questa lettura risiede nell’essere, in buona parte, ambientato nelle stanze di un museo in cui viene proiettato il film “Psycho” di Alfred Hitchcock, rallentato fino a farlo durare 24 ore. Andrebbe ringraziato anche il regista della pellicola originale, a dir il vero.

Il romanzo dall’esile trama si snoda soprattutto attorno ad alcuni incontri che avvengono in questa sala. Ci sono anche altri momenti, ambientati altrove, tra cui alcune osservazioni su uno spettacolo no-stop di Jerry Lewis, l’incontro tra il vecchio intellettuale e il giovane regista e la scomparsa della figlia del primo.

La scrittura di De Lillo è spesso frammentata, con voli pindarici da un tema all’altro che più che disorientare, annoiano.

Ne vorrei dare qui un esempio, con un brano che dovrebbe avere la sua importanza, se non altro perché introduce il concetto di Punto Omega del titolo:

– Ero uno studente. Pranzavo e studiavo. Studiavo l’opera di Teilhard de Chardin, – disse. – Andò in Cina, un prete fuorilegge, Cina, Mongolia, in cerca di ossa. Pranzavo sui libri aperti. Non avevo bisogno del vassoio. I vassoi restavano impilati all’inizio della fila nella mensa dell’università. Lui diceva che il pensiero umano è vivo, circola. E la sfera del pensiero umano collettivo, ecco, quella si sta avvicinando al suo periodo finale, gli ultimi bagliori. Un tempo esisteva il cammello nordamericano. Che fine ha fatto?

Stavo quasi per dire: E in Arabia Saudita. Ma mi limitai a ripassargli la bottiglia.

– Tu parlavi con loro. Si trattava di riunioni del gruppo normativo? Chi c’era? – chiesi. – Pezzi grossi dei ministeri? Gente dell’esercito?

– C’era chi c’era. Ecco chi c’era.

Mi piacque questa risposta. Diceva tutto. Più ci pensavo più tutto mi appariva chiaro.

Disse: – La materia. Tutti gli stadi, dal livello subatomico agli atomi alle molecole inorganiche. Noi ci espandiamo, corriamo verso l’esterno, è la natura della vita dalla nascita della cellula in poi. La cellula ha rappresentato una rivoluzione. Cioè, pensa. I protozoi, le piante, gli insetti, che altro?

– Non lo so.

:. – I vertebrati.

– I vertebrati, – dissi.

– E le conformazioni finali. Il serpeggiare, lo strisciare, il bipede accovacciato, l’essere cosciente, l’essere cosciente di sé. La materia bruta che diventa il pensiero umano analitico. La nostra meravigliosa complessità mentale.

Fece una pausa, bevve, fece un’altra pausa.

– Cosa siamo?

– Non lo so.

– Siamo una folla, uno sciame. Pensiamo in gruppi, viaggiamo in eserciti. Gli eserciti portano il gene dell’autodistruzione.

Una bomba non è mai abbastanza. La confusione della tecnologia, è lì che gli oracoli tramano le loro guerre. Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva, il punto omega. Un salto fuori dalla nostra biologia. Chieditelo. Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. È questo che vogliamo. Vogliamo essere pietre in un campo.

Entrai a prendere del ghiaccio. Quando tornai lui stava pisciando giù dal terrazzo, in punta di piedi per impedire al flusso che affiorava di toccare la ringhiera.

Non dico che non ci sia profondità in alcuni di questi pensieri, ma non ci viene restituita. De Lillo se la tiene tutta per sé. Questo passare  veloce dalla guerra in Iraq, alla fisica, alla biologia, all’evoluzione, alla sociologia, per arrivare al Punto Omega del paleontologo e teologo Pierre Teihlard dà solo la sensazione di leggere una lista di idee, un elenco che fa persino rimpiangere gli elenchi di eroi omerici. Punto Omega è un termine coniato dallo scienziato gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin per descrivere il massimo livello di complessità e di coscienza verso il quale sembra che l’universo tenda nella sua evoluzione. Un concetto affascinante che meriterebbe un ampissimo sviluppo, ma che non trovo nel romanzo.

Cosa me ne faccio di una simile carrellata di spunti di ragionamento, se poi non li sviluppo?

Basta scriverne questo?

C’è quasi una legge matematica o fisica che non abbiamo ancora del tutto inquadrato, secondo la quale la mente trascende ogni direzione procedendo verso l’interno. Il punto omega, – disse.

e

Proseguimmo in silenzio dietro un motoscafo trainato da un pickup nero. Pensai alle sue osservazioni sulla materia e l’essere, quelle lunghe notti sul terrazzo, mezzi sbronzi, io e lui, la trascendenza, il parossismo, la fine della coscienza umana. Ora sembrava un’eco morta.

Psycho

Punto omega. Un milione di anni fa. Il punto omega si è ristretto, qui e ora, alla punta di un coltello che penetra un corpo. Tutti gli elevati temi di quell’uomo ristretti in un dolore locale, un solo corpo, li da qualche parte, o forse no.

Tutto qui?

Scopro molto di più sul Punto Omega se leggo Wikipedia!

 

La nota di copertina dice: “Un’inquieta e misteriosa meditazione sul destino di ogni uomo.

In una casa isolata nel deserto due uomini discutono della natura del tempo e del significato dell’agire umano nella storia. Discutono e aspettano.

Uno, Richard Elster, è un anziano intellettuale per niente pentito dell’appoggio che ha dato al governo nella guerra in Iraq, l’altro è un giovane regista che vorrebbe girare un documentario su di lui. L’improvvisa scomparsa della figlia di Elster li costringe a interrompere discussioni e attese e a cercare altre risposte per altre domande: che cosa è capitato alla ragazza? Scelta, fatalità oppure orrendo crimine?

L’intensità della scrittura di DeLillo al servizio di una straordinaria riflessione sull’enigma del tempo, il tempo in cui ogni momento perduto è la vita, la nuda vita.

Ebbene, sì, questa meditazione è inquieta, così inquieta che mi pare conduca a poco, se non al mistero… di se stessa.

Mi sarebbe piaciuto leggere davvero una discussione seria sulla natura del tempo, ma non ho trovato spunti su cui soffermarmi, a parte l’idea suggestiva di vedere un film rallentato e lo stimolo a rivedere il film di Hitchcock, magari anche alla sua velocità originale. Il merito però credo che qui sia più di Douglas Gordon.

Direte voi che forse avrei fatto meglio a leggere un libro di filosofia e che qui si racconta solo una storia. Quando però una storia verte soprattutto sulle riflessioni dei protagonisti, mi piacerebbe poter partecipare ai loro ragionamenti, non ricevere solo imbeccate saccenti.

Questo è il primo romanzo di DeLillo che leggo. Ne ho letto recensioni molto positive, per cui forse sono io a non averne colto lo spirito e mi riprometto di affrontare altri suoi romanzi, anche perché, nonostante le osservazioni precedenti, qualcosa di stimolante sono riuscito a trovarlo in queste pagine: di idee ce ne sono. Quello che mi piace poco e che qui siano poco sviluppate. Magari in altre opere le cose vanno diversamente. Proverò.

MANUALE DI SOPRAVVIVENZA SU MARTE

Tra i romanzi (e relativi film) che mi piace leggere ci sono sia le storie di sopravvivenza in cui una o più persone resistono in ambienti ostili, sia le storie di fantascienza in cui l’ingegno umano trova soluzioni a problemi apparentemente irrisolvibili.

The Martian – Il Sopravvissuto” (autopubblicato in e-book nel 2011 e poi stampato nel 2014), opera prima dello statunitense Andy Weir, appartiene a entrambe le categorie. Narra di un astronauta, Mark Watney, che, creduto morto, viene abbandonato dai compagni su Marte e che sopravvive mettendo in pratica le proprie conoscenze scientifiche, tecnologiche e pratiche. La trama discende direttamente da “Le avventure di Robinson Crusoe” (“The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe”) pubblicato da Daniel Defoe nel 1719, quasi tre secoli fa, e che conta numerosi emuli e abbondanti trasposizioni.

Tra tutte queste opere, quella di Weir è forse una di quelle che maggiormente ne riprende lo spirito adattandolo ai tempi moderni. I protagonisti di entrambi i romanzi sono uomini che in totale solitudine e in ambienti estremi, con pochi mezzi, riescono a mettere a frutto le migliori conoscenze del proprio tempo per sopravvivere e “domare” lo spazio alieno in cui sono stati proiettati. Mark Watney si trova su Marte, ma anche l’isola di Robinson Crusoe è non meno aliena per un gentiluomo europeo.

Indubbiamente pochi uomini del XVIII secolo avrebbero avuto le capacità di Crusoe di adattarsi alla vita sull’isola, così come quasi nessun uomo moderno e persino ben pochi astronauti sarebbero in grado di fare ciò che fa Watney per sopravvivere su Marte. Eppure ciò che fanno, agli occhi di un lettore medio, appare in entrambi i casi, in qualche modo possibile e verosimile. Veramente si può dire che Watney sia il Crusoe del XXI secolo, più di tanti naufraghi che abbiamo recentemente conosciuto dal Chuck Noland di “Cast Away”, ai sopravvissuti soprannaturali del telefilm “Lost”, ai ragazzini guerrafondai de “Il signore delle mosche”, anche perché in questi ultimi manca la solitudine che caratterizza gran parte dell’esperienza di Crusoe. Diverso è anche da “Vita di Pi” in cui lo spazio ristretto (la barca) in cui sopravvive il ragazzo – che può ricordare gli spostamenti di Mark Watney con il Rover sulla superficie marziana – è comunque riempito da una natura invadente, seppur frutto dell’immaginazione.

Insomma, quello che accomuna Crusoe a “The Martian” è, oltre allo stato di naufrago del protagonista, soprattutto il suo sforzo per impiegare al meglio le conoscenze tecnologiche dell’epoca.

L’isolamento in ambiente tecnologico di Mark Watney fa pensare anche a quello di Bowman in “2001 Odissea nello spazio”, anche se qui la tecnologia non è ostile e non ci sono interventi da parte di entità “superiori”.

C’è però un intervento esterno. Il romanzo non parla solo dell’isolamento del protagonista, ma anche del tentativo di salvarlo, e anche qui entriamo in un campo narrativo ampissimo, che racchiude tutti i possibili sviluppi della fiaba del principe che salva la principessa in pericolo (qui con un’inversione di ruoli tra i sessi, dato che il capitano che cerca di salvare il naufrago spaziale è una donna).

 

Mi è già capitato di leggere un libro dopo aver visto il film che ne è stato tratto o, viceversa, di vedere il film dopo aver già letto il romanzo. Non mi era mai capitato di fare le due cose in contemporanea (o quasi) come questa volta.

Giunto circa a metà del romanzo, ho visto al cinema il film che ne stato tratto (“Il sopravvissuto” – 2015) diretto da Ridley Scott, con attore protagonista Matt Damon, che interpreta l’astronauta Mark Watney.

Andy Weir

Spesso si dice che un romanzo sia meglio del film e questo è comprensibile, perché un’opera cinematografica deve necessariamente essere più sintetica, perdendo così sia in profondità, sia in dettaglio, sia in capacità immaginativa da parte dell’utente lettore/spettatore. A volte, però, i film possono essere migliori del romanzo da cui sono nati.

Un regista navigato come Scott, rispetto a un autore esordiente come Weir, avrebbe potuto avere buone carte per contradire la consuetudine, ma il risultato, pur buono e meritevole, non permette di affermarlo con nettezza. Semplicemente i due prodotti sono diversi, pur essendo entrambi, a modo loro, validi esempi di buona fantascienza.

Ridely Scott

Leggendo l’inizio del romanzo ero molto curioso di capire come Scott potesse aver reso le ripetute e costanti riflessioni di Watney su come sopravvivere in un ambiente tanto ostile e i suoi complicati calcoli e studi per produrre e gestire le sue limitatissime risorse. Watney non è certo un uomo comune. Ha conoscenze ingegneristiche e botaniche superiori e, soprattutto, è quello che in gergo si potrebbe dire uno “smanettone”, uno che sa dove mettere le mani per costruire, smontare e rimontare le cose. Il romanzo è quasi un manuale di sopravvivenza su Marte. L’uomo che emerge dal romanzo è un autentico genio, pedante, preciso, meticoloso, arguto, grandissimo calcolatore. Watney esamina e programma ogni cosa e ogni attimo della propria esistenza marziana. Ha risorse per sopravvivere un anno, ma sa che deve restare su Marte almeno per quattro anni, prima che qualcuno torni. Ha perso il sistema di comunicazione e nessuno sa che è vivo. Deve riuscire a ristabilire i contatti se vuole che qualcuno, seppure tra moltissimi mesi, lo possa aiutare. Non si scoraggia e il suo ingegno trova soluzioni per tutto. Si può anche dire che non si emoziona molto e che Weir e Scott ne approfondiscono poco la psicologia, ma direi che la sua psicologia è proprio questa, quella di un uomo che non perde tempo a piangersi addosso, a riflettere su quanto sia sfortunato. Una persona forte e concreta.

Dal romanzo emerge dunque una morale fortissima: con intelligenza, impegno e perseveranza si può fare tutto, persino sopravvivere nell’ambiente più ostile che l’uomo possa immaginare.

Questo si coglie meno nel film. Il protagonista di Scott è più vicino a Rambo che ai protagonisti geniali e creativi di Jules Verne, come è invece quello di Weir.

Weir riporta, appunto, la fantascienza alle sue origini, allo spirito di Jules Verne, regalandoci un’opera in cui possiamo tornare a meravigliarci delle capacità tecnico scientifiche dei protagonisti, in cui il futuro raccontato è dietro la porta e in cui la plausibilità degli eventi ha il sapore dell’anticipazione.

Scott ci dà un film d’avventura, di solidarietà, di coraggio, di determinazione.

Nel complesso, però, il romanzo tende a essere piuttosto pesante con tutti questi calcoli e tutto questo continuo ponderare. Era dunque forse giusto snellirlo nella trasposizione cinematografica, che, comunque, segue piuttosto accuratamente la trama letteraria.

Come risolve, insomma, il grande Scott il problema? Ricordo, per inciso, che stiamo parlando del regista di film cult di fantascienza come “Blade Runner” e “Alien”, due dei massimi titoli del genere. Speravo dunque in qualche trovata brillante.

Non ho notato, purtroppo, alcuna soluzione geniale. Scott semplicemente si limita a semplificare la maggior parte delle numerose trovate tecniche del protagonista, dandoci alla fine un Matt Damon un po’ giuggiolone e forse più eroico del suo alter ego cartaceo (si ricuce persino una ferita con la graffettatrice, quasi fosse Rambo) ma che alla fine sembra sia solo riuscito a trovare un modo per coltivare patate concimando lo sterile suolo marziano con la sua cacca e con quella dei suoi compagni (che chissà perché l’avevano lasciata sul pianeta in sacchetti ciascuno con il nome del relativo artefice!).

Insomma, il film acquista maggior dinamicità e spettacolarità del libro, ma si perde in parte la grande morale dell’intelligenza e della capacità di calcolo che permettono di risolvere tutto. Rimane comunque l’idea americanissima del self-made-man, dell’uomo capace di superare da solo ogni difficoltà, perché secondo il sogno americano chiunque può aver successo (questa in Italia sembra la vera fantascienza!), solo che nel romanzo ci riesce con la genialità e nel film soprattutto con il coraggio e la determinazione. Due eroi, ma di stoffa diversa. Mi piace decisamente di più quello del romanzo, ma dal punto di vista narrativo tanti dettagli tecnici appesantiscono anche la lettura, figuriamoci la visione di un film.

 

Che dire del messaggio sulla facilità di colonizzare Marte? Questo direi che è parimenti presente nelle due opere. Mark Watney perderà anche tutto il suo orto, ma in fondo era riuscito a realizzarlo e a sfamarsi a lungo con le sue patate marziane: allora colonizzare Marte si può. Non sarà una passeggiata. Ci vorranno veri eroi e molta immaginazione, ma si può fare.

Riusciremo davvero a vedere i primi uomini sul pianeta rosso prima della fine del 2030. Chi ci sbarcherà per primo? Sarà la Nasa, con il suo programma scientifico di lungo termine o saranno quelli di MarsOne, che avevano annunciato il 2023 ma già parlano del 2026 o saranno i cinesi? Ci riusciranno con l’aiuto dei russi? O saremo noi europei a sorprendere e superare tutti? Quello che conta è che sembra che la corsa sia partita e che anche l’industria cinematografica e mediatica si sia attivata. È un gioco? Niente affatto, è il nostro futuro. È ciò che dà senso alla nostra civiltà: portare la vita dove non c’è, proprio noi che la stiamo annientando sul nostro mondo.

Il messaggio è: Marte può essere abitato. Se un uomo da solo, in condizioni impreviste e improvvisate è riuscito (seppure nella finzione) a sopravvivere su Marte, delle spedizioni organizzate possono farcela. Questo è un messaggio importante, perché in fondo l’umanità esiste proprio per questo. Se abbiamo realizzato la nostra tecnologia non può che essere per portare la vita su altri mondi.

Come si può affermare una cosa simile? Si tratta di riflettere un attimo sull’evoluzione. Alcuni sostengono che solo la fede in qualche religione possa dare un senso alla nostra esistenza. Non è di questo che intendo parlare, ma di quel senso della vita che travalica le fedi.

L’universo è dominato dall’entropia, si dilata, tutto tende verso il disordine. C’è però una forza in controtendenza: la vita, appunto. La vita tende a organizzare, a sistematizzare, a creare organismi sempre più complessi e specializzati. Si evolve. Si adatta per raggiungere ogni angolo della Terra.

Solo della Terra? Non credo. L’esplorazione spaziale ci sta mostrando che moltissime stelle (forse è la norma) dispongono di sistemi planetari più o meno complessi e tra questi non mancano pianeti con dimensioni e caratteristiche generali simili a quelle della Terra. C’è vita su di essi? Non lo sappiamo e forse non lo sapremo mai, perché sono troppo lontani.

Sappiamo però cosa faccia la vita sulla Terra: muta. Organismi semplici si trasformano in altri più complessi in grado di affrontare nuovi ambienti e situazioni via via più ostili. Dal mare la vita si è estesa alla terraferma e al cielo. Si è adattata ai climi più caldi e a quelli più rigidi, alle profondità marine e alle vette delle montagne e persino nei deserti ce ne sono tracce.

A un certo punto, piuttosto recentemente in termini geologici, è comparsa una specie tecnologica, una specie capace di manipolare l’ambiente, di costruire strumenti per vivere in habitat diversi. Questa specie somiglia a un cancro, perché arriva ovunque nell’ecosistema e lo devasta, lo stravolge. Per causa di questa nuova specie, secondo la Lista Rossa delle Nazioni Unite ogni ora si estinguono tre specie animali o vegetali!  Tre all’ora! Non tre animali, ma tre intere specie! Come è possibile una simile devastazione della biodiversità? Se è vero che la vita tende a differenziarsi e a propagarsi, come può essere che si sia sviluppato questo cancro che infetta l’intero ecosistema planetario? Come può essere che la natura non l’abbia già eliminato? Noi umani siamo davvero solo la rovina del nostro pianeta, siamo solo una piaga devastante, nata per portare morte e distruzione tra tutte le altre specie e persino all’interno della nostra?

Non vorrei crederlo. Non voglio crederlo. Non lo credo. Vorrei, piuttosto, credere che, pur non essendoci alcun Destino verso cui tendiamo, pur non essendoci alcun Ordine Superiore, pur non essendoci nessuna Volontà che ci guida, l’umanità abbia un senso, biologicamente parlando. Voglio credere che questo senso sia proprio nella sua caratteristica più distruttiva: la capacità tecnologica.

Ebbene, l’umanità è stata la sola specie ad aver lasciato la Terra! Siamo la sola specie a essersi allontanata dal mondo in cui è nata (salvo credere ai microrganismi che forse girano per l’universo addormentati all’interno di meteore, comete e meteoriti). Siamo la sola specie a essere scesa su un altro corpo celeste, la Luna e, presto, scenderemo anche su un altro pianeta, superando difficoltà tecniche che nessun’altra specie terrestre, per quanto intelligente potrebbe superare. Perché questo è importante? Questo non è solo importante, questo è importantissimo non solo per l’umanità ma per l’intera vita nata sulla Terra, perché per la prima volta la potremo portare su un altro pianeta, arido, brullo e inospitale, e trasformarlo, come solo l’uomo sa fare, in qualcosa di diverso. Marte forse non diventerà mai un paradiso per l’uomo, ma un giorno potrebbe diventare un mondo in cui nuove forme di vita potranno svilupparsi. E questo sarà solo un primo passo. Nel sistema solare ci sono altri corpi, grandi satelliti, che potrebbero avere elementi in grado di consentire la vita. Se la vita non si è sviluppata (e questo dobbiamo ancora verificarlo) possiamo portarla anche in questi spazi inospitali, in questi corpi in cui la scintilla della vita non ha avuto la forza di sprigionarsi da sola, ma dove, con l’aiuto della tecnologia, potrebbe comunque attecchire. Per ora limitiamoci a pensare al sistema solare. Le stelle sono troppo lontane. All’irraggiungibile velocità della luce distano anni, secoli e millenni da noi. Un giorno forse, forte delle esperienze nel nostro sistema, potremo costruire alcune grandi arche, con migliaia di creature a bordo, e lanciarle verso l’ignoto. Ora pensiamo alla terraformazione del nostro sistema solare. Terraformare significa rendere la vita possibile in mondi diversi dal nostro.

La genetica, assieme all’esplorazione spaziale, è, infatti, l’altro grande “dovere” dell’umanità. Sarà grazie alla genetica, io spero, che potremo riuscire a creare nuove razze in grado di adattarsi alla vita su Marte o altrove. L’umanità magari sarà costretta a vivere in calotte protette con micro-habitat, ma sul suolo marziano nuove piante e nuovi microrganismi potranno crescere e, tra le altre cose, persino trasformarsi in nuove forme di cibo per quest’uomo sempre affamato.

Per questo è importante sapere se su Marte c’è acqua. Per questo sono importanti le recenti notizie giunte dal pianeta rosso che ne mostrano tracce. Perché l’acqua è alla base della vita come la conosciamo. Perché se ci sarà acqua non dovremo portarcela dietro dalla terra e non dovremo sintetizzarla in loco. Perché se ci sarà acqua sarà più facile cominciare una nuova esistenza lassù. Perché se ci sarà acqua, potremmo persino scoprire altre forme di vita. Microrganismi, magari, ma formatisi in modo diverso. Magari non basati sul carbonio, magari con strutture impensabili. Se ci sarà un simile microrganismo, potremmo capire molto, moltissimo di noi, della vita e dell’universo.

Colonizzare Marte è un dovere morale della nostra specie, ma anche un istinto insopprimibile. Dobbiamo andare. Dobbiamo partire verso il cielo e le stelle, perché questo è scritto nel nostro DNA, perché questo è l’impulso della vita: crescete e moltiplicatevi.

E sulla Terra non c’è più posto.

 

C’è, infine, una terza morale sia nel romanzo, sia nel film: la solidarietà vince.

Nonostante i costi proibitivi, gli americani fanno tutto il possibile per salvare il loro astronauta. Persino i cinesi rinunciano ai propri segreti (anche se avranno un tornaconto, più evidente nel romanzo che nel film) per aiutarli quando stanno per fallire. I compagni di Mark rischiano le proprie vite per tornare a salvarlo, prolungando di quasi due anni una missione già lunga e non programmata per durare tanto, con tutti i rischi e i problemi del caso.

È, insomma, una storia carica di fiducia verso un’umanità pronta a collaborare e sacrificarsi per salvare anche solo una singola vita. Alcuni (soprattutto i compagni di missione) lo fanno per vera solidarietà, altri per dare impulso al progetto spaziale o per altri interessi, ma nel complesso c’è grande positività, materia che stava diventando rara sia in letteratura, sia nel cinema, soprattutto fantascientifico (con tante distopie in giro), sia nel sentire comune.

Sarà Marte il nuovo sogno americano? Sarà il sogno americano dell’uomo di ingegno e perseveranza che tutto può il nuovo sogno dell’umanità?

 

 

 

TUTTI GLI AMANTI DI ESMERALDA

Ci sono libri che pur non avendoli mai letti abbiamo l’impressione di averlo fatto, tanto ci è nota la loro trama, familiari i loro personaggi, consueta la loro ambientazione. Uno di questi è per me senz’altro “Notre-Dame de Paris” di Victor Hugo. Molte ne sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche e teatrali e persino musicali. Quella che maggiormente ho in mente è

Mentre finivo di leggere "Notre-Dame de Paris", visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando "ecco Esmeralda", ma era proprio lei:

Mentre finivo di leggere “Notre-Dame de Paris”, visitando lo Stadelsches Kunstinstitut di Francoforte, vedo questa statua la dietro e dico scherzando “ecco Esmeralda”, ma era proprio lei: Si tratta di una scultura di Antonio Rossetti del 1856.

la versione disneyana “Il gobbo di Notre-Dame” (1996), uno dei cartoni animati preferiti da mia figlia quando era piccina. Il bel Phoebus e il gobbo Quasimodo spiccavano tra le sue barbie e molte volte mi è capitato di rivedere assieme a lei la videocassetta. Penso poi anche al musical teatrale di Riccardo Cocciante (1998). Qualche immagine ricordo anche del vecchio film di Lon Chaney (1923) o di quello con Charles Laughton (1939).

Vittima delle suggestioni disneyane tendevo dunque a immaginare Quasimodo, il campanaro gobbo, guercio e sordo, come il protagonista, ma la vera protagonista è la giovane e bella egiziana Esmeralda, una ragazzina sedicenne intorno al quale ruotano molti amanti. Già allora si confondevano genti forestiera senza fissa dimora con gli zingari e spesso Esmeralda viene, scorrettamente definita “zingara”.

Notre-Dame de Paris”, il primo grande successo (1831) del francese Victor Hugo, è, in effetti, un romanzo sull’amore, in molte delle sue forme. Se Esmeralda è l’amata, gli altri personaggi ne sono, in diverso modo gli amanti.

Il prete Claude Frollo rappresenta l’amore folle e perverso. Il campanaro Quasimodo l’amore devoto, appassionato e pronto al sacrificio. Il filosofo saltimbanco è l’amore maritale, pigro e distratto, oltretutto giunto al matrimonio per pura opportunità e necessità di salvezza personale e non per amore. La madre (che prima la odiava la fanciulla credendola una delle zingare che quindici anni prima le aveva rapito la figlia e che poi scopre essere Esmeralda proprio la figlia perduta) la ama e difende con la forza di una leonessa ferita ed è, ovviamente, la rappresentazione dell’amore materno. Il bel capitano Phoebus de Chateaupers, il solo che Esmeralda ami, è l’amore lieve e passeggero, l’amore distratto, l’uomo che a ogni donna dichiara di vedere in lei il solo amore. Lui solo avrebbe agevolmente potuto salvare la giovane condannata al rogo per il presunto assassinio del capitano
stesso. Gli sarebbe bastato mostrarsi e dichiararsi vivo, ma Phoebus pensa ad altro, ha altri amori, anche se Esmeralda ha solo lui in testa. Infine c’è Djiali, la capretta che sempre accompagna la ballerina egiziana, che le profonde il suo affetto disinteressato eWP_20150711_10_37_56_Pro fedele, quale solo gli animali sanno dare.

Nella splendida cornice gotica della cattedrale parigina, dipinta sul finire del medioevo, quando la luce del Rinascimento era ancora lieve anche oltralpe, in un tempo di processi sommari, di stregonerie, di popoli ribelli ma incapaci di rivoluzioni, tra feste goliardiche, fustigazioni e impiccagioni, Hugo ci regala un’avventura epica che giustamente è diventata un classico e che resterà accanto alle grandi tragedie greche o shakesperiane a testimonianza del carattere immutabile dell’essere umano.

Gio’ Di Tonno nel musical di Cocciante

Leggendo “I miserabili” avevo già notato, peraltro, una certa sovrabbondanza di digressioni che anche qui minano l’unitarietà dell’opera.

Se leggendo “I miserabili”, poi, mi aveva colpito la presenza di Dio solo come Coscienza, qui, in una storia ambientata in una cattedrale, l’assenza di Dio appare ancora più evidente. Uno dei personaggi è un prete innamorato, il suo amore lo tormenta ma il suo voto di castità non pare farlo più di tanto. Non lo vediamo mai interrogare quel Dio di cui dovrebbe essere, indegnamente, ministro. Anche Quasimodo, da campanaro che vive nella chiesa, parla con le statue di pietra, le gargoille (che riconosce come sue simili), o con le sue campane ma mai con Dio. Dio è assente. Manca persino nella sua negazione. La sua assenza è rimarcata dall’indifferenza dei personaggi nei suoi confronti, mentre la più umana delle tragedie, quella degli amori feriti, si svolge nella sua casa.

Victor Hugo (Besançon, 26 febbraio 1802 – Parigi, 22 maggio 1885) è stato un poeta, drammaturgo, saggista, scrittore, aforista, artista visivo, statista, politico e attivista per i diritti umani francese, considerato il padre del Romanticismo in Francia.

La cattedrale qui rappresenta più che il regno di Dio il simbolo della fine di un’epoca. Come scrive Hugo l’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutemberg ha ucciso il libro di pietra. Le chiese erano i libri di pietra, su cui per secoli la cristianità aveva inciso e dipinto le sue storie, attraverso le quali la Chiesa e gli artisti parlavano al popolo. Ora c’è il libro e non occorrono più chiese. Si direbbe quasi che Hugo voglia intendere che con il libro e la diffusione della conoscenza non occorra più neanche Dio (“la stampa ucciderà la chiesa” – Libro Quinto – Capitolo II).

E oggi che il digitale sta uccidendo il libro di carta, cos’altro morirà con lui?

 

Dijali, Phoebus, Quasimodo e Esmeralda nel film Disney “Il Gobbo di Notre-Dame”

 

NON SIAMO SOLI NELL’ETERNITÀ

Leggere un libro o vedere il film che ne è stato tratto è quasi sempre un’esperienza molto diversa. Vidi per la prima volta “2001 odissea nello spazio” poco dopo la sua uscita in Italia, dunque quando ero ancora bambino e fu il film che più mi ha impressionato in tutta la mia vita. Certo le emozioni di un bambino sono molto diverse da quelle di un adulto,  ma ancora mi porto dentro certe immagini di quel film, visto quando avevo forse sei o otto anni. Incredibilmente a impressionarmi tanto fu la sua velocità: la velocità con cui si passava dalla scena con gli uomini primitivi agli scenari spaziali, ma, soprattutto, la velocità con cui passava il tempo per il protagonista una volta raggiunto il monolite su Saturno. Non ricordavo, dal film, che fosse in realtà su uno dei suoi satelliti, Giapeto. L’invecchiamento del protagonista rimase a lungo il mio incubo prediletto.

Ho scritto che “incredibilmente” del film mi impressionò la velocità, perché rivedendolo anni fa, da adulto, ne notai l’incredibile lentezza!

Il cinema nel frattempo era cambiato molto! I ritmi dei film degli anni ’60, oggi ci paiono terribilmente lenti, anche di un film come questo, che segnò un grande passo avanti verso il cinema moderno, con i suoi effetti speciali.

Oggi ho finito di rileggere il romanzo scritto dall’inventore britannico Sir Arthur Clarke e pubblicato nel 1968. Si tratta di un’opera nata assieme al film, di cui Clarke curava la sceneggiatura per il regista Stanley Kubrick, ispirandosi al proprio racconto “La sentinella”. Un romanzo nato in tal modo dovrebbe allora essere molto simile al film, ma i due mezzi sono così diversi che le due storie differiscono non poco, nonostante la trama comune. Diverse sono le emozioni che generano.

Sono vari anni che ho visto il film, per cui la memoria potrebbe ingannarmi, ma non ricordo che nel film venisse spiegato come nel libro il modo in cui il monolite interagiva con i così detti uomini-scimmia, facendo esperimenti con loro, fino a portarli a scoprire come manipolare gli oggetti.

Arthur Clarke

Anche l’attraversamento del monolite sul satellite di Saturno fu reso da Kubrick grazie a effetti visivi all’epoca di grande impatto mentre nel romanzo vi è una maggior speculazione “filosofica”, se così si può dire. In sostanza il film è più indeterminato e lascia maggior spazio alle ipotesi. Questo se vogliamo è quasi strano, perché di solito si dice che è il romanzo a lasciar più spazio all’immaginazione, dato che tocca al lettore tradurre le parole in immagini. Questa presumo sia la grandezza di registi come Kubrick, che fanno del cinema “letteratura”.

Una cosa che film e romanzo hanno in comune è una descrizione secondo me troppo prolissa della stazione spaziale e delle manovre dell’astronave. Clarke, come altri autori di fantascienza con formazione scientifica, ha il difetto di voler mettere nei suoi libri troppe descrizioni tecnico-scientifiche, che con il progredire delle conoscenze rischiano di diventare superate e che comunque annoiano chi non sia un fisico o un chimico.

Comunque è un romanzo con ben tre parti di un notevole fascino: l’incontro degli uomini primitivi con il primo monolite, la follia del computer Hal 9000 e l’attraversamento di quella sorta di warm-hole che pare essere il monolite giapetiano. Tre episodi che
da soli riscattano tutte le debolezze del romanzo che, sebbene breve, avrebbe potuto essere scremato di varie parti.

In ogni caso un libro e un film da cui non si può prescindere: due classici da conoscere anche se non si amano.

 

 

 

Il sistema di Saturno

 

LA C.A.T.T.I.V.O. È W.I.C.K.E.D

La C.A.T.T.I.V.O. (Catastrofe Attiva Totalmente, Test Indicizzanti Violenza Ospiti) che nei precedenti due romanzi della serie “Maze Runner” compariva quasi di sfuggita, nel terzo volume della trilogia principale “La rivelazione” dello statunitense James Dashner ha un ruolo centrale e diventa il nemico diretto dei protagonisti, Thomas e amici. Già leggendo i primi due volumi (“Il labirinto” e “La via di fuga”) il nome di questa associazione mi aveva lasciato molto perplesso, facendomi sospettare fosse un invenzione del traduttore. Non mi tornava che un acronimo semplice come avrebbe potuto essere B.A.D. fosse stato reso con CATTIVO, che è l’acronimo di una denominazione alquanto improbabile. Ho allora cercato il nome originale che, a quanto pare, è WICKED (World In Catastrophe: Killzone Experiment Department), ovvero “MALVAGIO”, reso nel film come WCKD (“World Catastrophe Killzone Department”). In effetti, la soluzione cinematografica è una sigla più probabile della sgradevole “C.A.T.T.I.V.O.” e persino del nome scelto dall’autore. Mi metto nei panni del traduttore che deve aver penato non poco per trovare una soluzione accettabile, ma il risultato purtroppo è disturbante.

La rivelazione” (“The Death Cure” – pubblicato nel 2011 e uscito in Italia nel 2014) è il volume conclusivo della trilogia, ma non l’ultimo scritto da Dashner, che dopo averlo pubblicato si è lanciato in una nuova trilogia che rappresenta il prequel di questa (per ora costituita solo dal volume “La mutazione”, pubblicato nel 2012, cui dovrebbe seguire nel 2016 “The fever code”).

James Smith Dashner (Austell, 26 novembre 1972)

Questa trilogia ha il suo punto debole nell’incostanza di ambientazione che trascende quasi nell’incostanza di genere letterario.

Il labirinto”, infatti, si svolgeva in una radura circondata da un intrico di corridoi mobili dagli altissimi muri e i ragazzi (tutti maschi tranne una, Teresa) erano impegnati a sfuggire a mostri meccanici fantascientifici e a trovare una via d’uscita. “La via di fuga”, invece si svolge all’aperto in un territorio, la Zona Bruciata così vasto da provocare nel lettore una sorta di agorafobia, dopo essersi abituati agli spazi claustrofobici del Labirinto. Inoltre questa Zona Bruciata è popolata da persone fuori di testa, gli Spaccati, che ricordano più zombie che altro. Si passa, insomma, dalla fantascienza e dal gioco di intelligenza al romanzo gotico.

Con il terzo volume, l’unità d’ambientazione si perde del tutto, svolgendosi in vari luoghi, tra cui una città prima normale e poi infestata dagli Spaccati/ zombie e poi di nuovo, per poco, nel Labirinto, dove ritroveremo persino i mostri fantascientifici detti “Dolenti”, che non sono i soli resuscitati del volume, ritornando nel volume sorprendentemente in vita anche un altro personaggio che da “cattivo” è diventato “buono”, così come qualcun altro che all’inizio sembrava “buono” si trasforma in cattivo, per poi, magari ritornare “buono”. Simili “sorprese” sembrano un po’ troppo dei trucchetti per sorprendere il lettore, ma nel disorientarlo (un po’), rendono la trama debole.

In una serie sarebbe bene (ottimo esempio è il ciclo di Harry Potter) che, tra tanti cattivi minori, il Cattivo principale rimanga presente e imbattuto fino alla fine.

Dov’è qui il Cattivo? Nel primo volume è vago e misterioso e ci si preoccupa più che altro dei Dolenti e dei ragazzi impazziti. Nel secondo compare più concretamente la C.A.T.T.I.V.O., anche se si insinua già il sospetto che la “C.A.T.T.I.V.O. è buona” , mentre i nemici “concreti” sono gli Spaccati. Nel terzo i cattivi sono i dipendenti della C.A.T.T.I.V.O., Uomo Ratto in primis. Sembrerebbe un ovvio sviluppo, ma più la trama si chiarisce, più perde appeal.

Se il primo volume incuriosisce, il secondo, troppo diverso, spiazza un po’ e il terzo, con il suo far marcia indietro (persino con un poco probabile ritorno nel Labirinto) e la sua scarsa unitarietà, anche essendo un po’ troppo virato verso l’avventura dura e pura, senza troppo mistero, si lascia leggere abbastanza piacevolmente, ma comincia con annoiare.

The Maze Runner – il film

Per fortuna la seconda trilogia è un prequel di questa, per cui non sarò spinto a leggerla per sapere come va avanti la storia anche se mi chiedo cosa ci possa essere da aggiungere a quanto già narrato. Francamente non mi pare molto interessante scoprire, per esempio, più in dettaglio come sia avvenuta l’eruzione solare o come si sia diffuso il virus detto Eruzione o come Thomas sia finito nel Labirinto. Spero non siano questi i temi trattati! Letta la trilogia, avrei consigliato a Dashner di passare ad altro, per evitare di far disamorare i lettori conquistati sinora.

James Dashner

Il primo volume suggeriva persino riflessioni filosofiche sulla ferinità dell’uomo, sulla tendenza alla civiltà della nostra razza e sulla visione della vita come un videogioco crudele, sulla crescita degli adolescenti ma tutto questo si perde e si dimentica nel dilatarsi dei volumi e della trama.

I morti continuano ad accumularsi, soffocando la lettura, eppure i protagonisti sembrano incapaci di adattarsi a questo mondo mutato in cui la vita è divenuta effimera. Assai migliori paiono i protagonisti, per esempio della serie di telefilm “The walking dead”, che passano ormai indifferenti tra centinaia di zombie, trapassando loro la testa come se infilzassero patate. Pur nell’assurdità della situazione, il loro atteggiamento distaccato appare assai più realistico di Thomas che continua a piangere su amici morti strada facendo e ancora esita a colpire con determinazione i propri nemici.

E il finale? Beh, non voglio dirne nulla per non rovinare la lettura a chi deve farla, ma non si può dire mi abbia sorpreso molto.

L’OPPOSTO DEL SIGNORE DELLE MOSCHE

Ne “Il signore delle mosche” un gruppo di ragazzini civilizzati, abbandonati su un’isola deserta si trasformano in selvaggi. Ne “Il labirinto” un gruppo di ragazzini rinchiuso in una radura, circondata da un labirinto, creano una società civile e organizzata, con ruoli e compiti ben definiti.

Apparentemente il messaggio che sembra lasciarci Golding appare l’opposto di quello di James Dashner. Il premio nobel sembra comunicarci che, dentro di noi, siamo tutti dei selvaggi e che basta poco per trasformare delle creature falsamente considerate come innocenti, quali i bambini, in assassini senza cuore. Il giovane scrittore americano (1972), con questo primo volume (The maze runner – 2009) di una serie che promette già 5 o forse 6 volumi, ci dice invece che la volontà e la capacità di organizzarsi è prerogativa dell’uomo, persino quando è solo un adolescente.

Se valutare il senso della storia di Golding è più semplice, trattandosi di opera in sé compiuta, “Il labirinto”, per essere interpretato correttamente andrebbe letto all’interno della serie. Questo primo volume, infatti, ci lascia con i ragazzi che si apprestano ad affrontare nuove prove in un ambiente diverso.

Nel primo romanzo vediamo che i movimenti e le scelte dei ragazzi sembrano essere in parte pilotate dall’esterno, ma la loro libertà di scelta è tale da renderli i veri artefici di questo ordine in cui vivono, anche se l’arrivo di due nuovi personaggi porterà ad alterare le loro abitudini e l’ordine, che uno dei loro capi sottolinea essere una delle cose più importanti che hanno, in quella sorta di prigione.

Il labirinto” sembra un romanzo fatto apposta per ricavarne un video gioco, con un dedalo da attraversare, popolato da creature minacciose, un codice da decifrare e passaggi di livello, ma è una lettura che scorre veloce e appassiona, tenendo alta la tensione e la curiosità. La trama è sostanzialmente quella di un’avventura, ma la presenza di personaggi adolescenziali, ne fa anche una sorta di romanzo di formazione, di percorso di autoconsapevolezza e crescita personale. Il fatto che i ragazzi abbiano perso la memoria li rende figure particolari, con un desiderio di conoscenza e scoperta che si trasmette nel lettore.

La radura, con le strane creature meccaniche che osservano ciò che vi succede e con le piccole e grandi battaglie affrontate dai radurai, fa pensare all’arena di “Hunger Game”, anche se il pubblico sembra assente e se c’è si nasconde dietro quei piccoli marchingegni da spionaggio. Anche l’età dei personaggi è simile, ma per Suzanne Collins sono ragazzi che combattono per la propria sopavvivenza personale, l’uno contro l’altro (con qualche eccezione), mentre i radurai combattono assieme per la salvezza comune, pur essendo disposti a lasciare dei morti sul campo di battaglia. Come in “Hunger Game” anche ne “Il labirinto” i ragazzi sembrano destinati a morire uno dopo l’altro, a meno che qualcuno non si ribelli e spezzi il meccanismo.

Il messaggio di entrambi, sempre gradito agli adolescenti, sembra essere che il mondo è un posto difficile in cui vivere (del resto questi sono anni di crisi) ma che la forza di volontà può cambiarlo, che può esserci un ragazzo speciale in grado di mutare le cose.

Il labirinto” parte come una sfida intellettuale oltre che fisica, ambientato in un mondo dal sentore fantascientifico, ma si conclude proiettandoci decisamente in una distopia apocalittica fantascientifica, che ci si aspetta potrà svilupparsi nei prossimi volumi.

Come i migliori fantasy, il romanzo cerca di inventarsi un suo linguaggio con numerosi neologismi (caspio, pive, radurai, scacertole, dolenti…), ma forse non osa abbastanza e avrebbe potuto approfondire il tentativo creando un linguaggio nuovo più articolato, anche se, non essendo un contesto fantasy, forse non ce n’è bisogno e possono bastare quelli creati, sufficienti per una comunità autonoma ma tutto sommato recente. Insomma un buon tentativo di dare maggior realismo all’ambientazione.

James Dashner

The Maze Runner (The Maze Runner Series)

 

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