Archive for the ‘alieni’ Category

GLI ALIENI VEGETALI D’ALTOMARE

Il fuoco e il silenzioSpesso gli autori di fantascienza o di fantastico italiani tendono a scivolare nel gusto “strapaesano” e i loro romanzi finiscono per somigliare a racconti da osteria. Per fortuna non è sempre così e anche la nostra penisola talora sforna autori di livello internazionale, se non come fama, come stile letterario. Questo è il caso di Donato Altomare, di cui ho per ora letto solo due romanzi “L’isola scolpita” e “Il fuoco e il silenzio” (2005), edito da Perseo Libri. Non per nulla, Donato Altomare (Molfetta, 21/07/1951) ha vinto due volte il premio Urania nel 2001 con il romanzo “Mater Maxima” (ora è in uscita una versione ampliata), e nel 2008 il “Dono di Svet”. Non è, insomma, un novellino della fantascienza.

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Donato Altomare

Il fuoco e il silenzio” è una sorta di avventura investigativa che ci ricorda la miglior fantascienza anglo-americana, con alcuni punti di originalità, che rendono il romanzo peculiare, in primis la presenza di una civiltà aliena di tipo vegetale, che se certo non è una novità assoluta, appare ipotesi poco frequentata e, dal mio punto di vista, segno di una visione ampia e coraggiosa sui mondi possibili da parte dell’autore. Trovo, infatti, quasi offensive per l’intelligenza dei lettori quelle storie piene di alieni antropomorfi. Tra i precedenti in tema di creature vegetali abbiamo il magistrale “Il giorno dei trifidi” di John Wyndham, una delle opere che ha contribuito a farmi amare il genere, o “Gomorra e dintorni” di Thomas M. Dish. Di piante pericolose parlano anche “Sanguivora” di Robert Charles, “L’orrore di Gow Island” di Murray Leinster, il suo racconto “Proxima Centauri” e “Il ciclo degli Chtorr” di Davis Gerrold. Ma spesso le piante sono mutazioni di piante terrestri e pressoché mai arrivano a uno stadio evolutivo tale da dimostrare un’intelligenza pari o superiore a quella umana (tranne forse nel citato “Proxima Centauri”). Mi pare, dunque, si debba rendere onore ad Altomare come un precursore in tal senso. A dir il vero anche il mio racconto “I costruttori”, uscito nel primo numero del 2016 di ProgettandoIng parla diRisultati immagini per alieni vegetaliun’invasione aliena di piante, che definirei “organizzate” più che intelligenti.

Un altro aspetto singolare di questo romanzo è la presenza di un gran numero di personaggi, ma tutti distribuiti in squadre alla ricerca del Nemico, composte da cinque membri, che tra di loro si chiamano con i numeri cardinali (Uno, Due…), così ci troviamo a seguire le avventure delle diverse, sfortunate, squadre, quasi come se seguissimo sempre gli stessi cinque personaggi, artifizio letterario che di certo semplifica la lettura, altrimenti saremmo stati catapultati in mezzo a una miriade di nomi propri in cui ci saremmo presto persi. Questo, peraltro, non toglie che alcuni personaggi emergano e si connotino con precisione (rivelando anche i nomi propri).

L’ambientazione, è quella delle grandi saghe spaziali tipo il ciclo “Fondazione” di Asimov, “I Canti di Hyperion” di Simmons o, magari, “Guerre Stellari” o “Star Trek”, con l’umanità sparsa per la Galassia, anche se qui ha un ruolo centrale il pianeta “verde” Mogrius.

 

 

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FANTASCIENZA PER FISICI

Stella doppia 61 CygniSe cominci a leggere un romanzo che si chiama “Stella Doppia 61 Cygni”, può venirti il sospetto di essere davanti a vera fantascienza, di quella di vecchio stile, fatta da scienziati prestati alla letteratura. Se poi scopri che il titolo originale era “Mission of Gravity” non dovresti poi stupirti troppo di trovarvi all’interno non poche considerazioni che sembrano fatte apposta per il diletto di qualche fisico. L’autore statunitense Hal Clement (pseudonimo di Harry Clement Stubbs -Somerville, 30 maggio 1922 – Milton, 29 ottobre 2003 ), vanta, in effetti sia un bachelor in astronomia preso ad Harvard, sia studi in chimica.

Il romanzo poi è degli anni d’oro della fantascienza, pubblicato a puntate nel 1953 e in volume nel 1958.

Copio per comodità da wikipedia la descrizione, che mi pare corretta, del pianeta su cui è ambientata la storia: “Mesklin è un gigante gassoso in orbita attorno a 61 Cygni A. Ruota su sé stesso in 2 ore ed 8 minuti ed ha assunto la forma di un ellissoide molto schiacciato, «da far vergogna a Saturno». Gli elevati valori della velocità di rotazione e dello schiacciamento determinano marcate variazioni dell’accelerazione di gravità tra i poli e l’equatore. Nel romanzo Clement ipotizza che si registrino 3 g all’equatore e circa 700 g ai poli.”.

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Hal Clement

Dunque, le anomale caratteristiche del pianeta sono al centro della storia inventata da Clement, che immagina una spedizione umana sul pianeta, coadiuvata da una razza indigena del luogo, delle creature intelligenti simili a millepiedi, lunghe mezzo metro, che strisciano per resistere alle altissime gravità e non concepiscono la possibilità di volare. Sono esseri che respirano una miscela di idrogeno e metano e con una biologia del tutto diversa dalla nostra. Il pianeta, oltre ad avere le singolarissime differenze gravitazionali, ha anche elevate escursione termiche. Insomma, un ambiente davvero poco adatto all’uomo. Per fortuna gli indigeni si prestano ad aiutare la spedizione terrestre nel recuperare delle apparecchiature scientifiche abbandonate su un razzo, difficile da raggiungere e sono loro i veri protagonisti della storia, vera peculiarità di questo romanzo. Per certi aspetti ragionano forse in modo un po’ troppo umano, pur con le loro fobie dell’altezza, ma va reso onore a Clement per aver creato un mondo molto originale e delle creature  quanto meno per nulla antropomorfe, lontane anni luce dagli alieni stereotipati di Star Trek. Nell’insieme, comunque, un romanzo gradevole anche per chi non sia appassionato di fisica, astronomia o chimica, anche se costoro vi troveranno di sicuro un maggior godimento. Penso comunque che Clement con questo romanzo si sia guadagnato il titolo di “Creatore di Mondi”, che gli conferisco personalmente, categoria, per me tra le più pregiate di autori.

Nel 1970 Clement ne ha scritto un seguito (“Luce di stelle”) e nel 1973 ha realizzato un racconto collegato.

 

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ENDER, IL PADRE DI HARRY POTTER

Risultati immagini per il gioco di enderLeggendo “Il Gioco di Ender” (1985) di Orson Scott Card la sensazione è stata di ritrovarmi nei medesimi meccanismi narrativi che hanno portato al successo la saga di Harry Potter della Rowling.

Ma non pensiate che Orson Scott Card abbia in qualche modo emulato le imprese del maghetto di Hogwarts. Si tratta, infatti, di un romanzo del 1985, che riprende un racconto addirittura del 1977, mentre la pubblicazione della saga della Rowling parte nel 1997 e si conclude nel 2007.

Che cosa hanno in comune queste due storie? Innanzitutto il protagonista. Ender, come Harry è un bambino che lascia la sua famiglia, dove viene maltrattato, per finire in una scuola molto speciale, dove, sebbene sia l’ultimo arrivato, si distingue subito come il migliore. Entrambi hanno il destino segnato, Harry da una profezia e una maledizione, Ender perché è già stato individuato, per le sue doti, come il potenziale comandante di tutta la flotta aerospaziale terrestre. Nessuno dei due riesce ad ammettere del tutto di essere eccezionale. Entrambi devono salvare il loro mondo da una minaccia che appare assai più grande di loro (Voldermort per Harry, gli Scorpioni alieni per Ender). Entrambi affrontano grandi difficoltà a scuola, con compagni e insegnanti ostili. Entrambi si fanno grandi amici in entrambe le categorie. E le somiglianze non finiscono qui. Le battaglie a gravità zero di Ender somigliano alle partite di Quidditch di Harry. Nella Scuola di Guerra i ragazzi sono divisi in orde con nomi di animali, a Hogwarts in Case con nomi di maghi famosi ma che ricordano quelli di animali. La competizione è centrale in entrambe le storie. La magia di Hogwarts è sostituita dalla tecnologia della Scuola di Guerra. La telepatia non è centrale ma ha la sua importanza.

Entrambi sono romanzi di formazione. Entrambi creano una fortissima empatia con il lettore.

Orson Scott Card

Le ambientazioni della Rowling sono forse più ricche, ma le battaglie spaziali di Scott Card, pur non essendo allo stesso livello, hanno una buona dose di spettacolarità.

Come in Harry Potter, anche ne “Il Gioco di Ender” assistiamo a una lotta tra Bene e Male, ma scopriamo che quel che pare Bene ha in sé un po’ di male e viceversa.

In entrambe le storie troviamo la morte, la paura, il dolore, il rimorso. In entrambe c’è un po’ di introspezione e psicoanalisi (ma senza esagerare, senza disturbare l’avventura).

In entrambi ci sono certe ripetitività degli eventi, che rivelano però sempre delle sorprese. In entrambi ci mistero e scoperta. In entrambi ci sono ribaltamenti dei caratteri di alcuni personaggi.

Anche il “Il Gioco di Ender” fa parte di un ciclo (di cui non ho ancora letto i volumi successivi). È il primo volume, ma fu scritto in funzione del secondo, come romanzo in cui si presenta il personaggio Ender Wiggin, protagonista de “Il riscatto di Ender”.

La Rowiling avrà letto “Il Gioco di Ender”? Lo avrà amato. Io credo proprio di sì.

 

Ultimamente avevo letto due o tre romanzi di fantascienza che mi stavano quasi facendo perdere l’amore per il genere. “Il Gioco di Ender” è, invece, uno di quei romanzi che ti ravviva l’amore per la fantascienza e per la lettura in genere.

Una storia tutto sommato semplice, ma sempre piena di sorprese e rivolgimenti, abbinamento quanto mai raro e prezioso. Come “La mano sinistra delle tenebre” della Le Guin, che ho appena letto e mi ha profondamente deluso, anche “Il Gioco di Ender” ha vinto sia il premio Hugo che il Premio Nebula, scelta che, questa volta condivido in pieno. Dunque, se non sempre i premi letterari sono assegnati a opere che apprezzo, altre volte riescono a rispettare i miei gusti.

In conclusione, direi che questo forse è il miglior romanzo che ho letto in questa prima metà del 2018 e di certo potrò immaginare di collocarlo piuttosto in alto nella classifica dei miei romanzi preferiti.

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L’EVOLUZIONE DELL’UOMO È STATA GUIDATA DAL SOLE?

Risultati immagini per spedizione sundiverFaccio piuttosto fatica a valutare un romanzo come “Spedizione Sundiver” (1980) di David Brin (Glendale, 6 ottobre 1950). Da una parte mi è parso uno splendido e affascinante esempio di creazione fantascientifica, dall’altra l’ho trovato spesso lento se non noioso.

Credo che il massimo livello della letteratura sia, in teoria, raggiunto solo da quelli che chiamo i “creatori di universi”. Credo che se la letteratura è opera di fantasia, essa trova la sua massima espressione nella misura in cui si allontana dal mondo reale e riesce a descrivere mondi alternativi. In controtendenza con gran parte della critica letteraria, ritengo quindi che generi come la fantascienza, l’ucronia e il fantasy siano potenzialmente ai vertici della letteratura, proprio per questa loro capacità creativa portata al massimo grado.

Purtroppo, poi, nella realtà, forse anche per colpa di quegli stessi critici che considerano la letteratura di genere inferiore, tenendone lontano le migliori menti letterarie, avviene che spesso all’immane e geniale capacità creativa di chi si dedica a questi generi non sempre corrisponda un’altrettanto grande capacità narrativa.

Spedizione sundiver” più che immaginare un intero universo o un mondo nuovo, si limita a immaginare, soprattutto gli abitanti della Galassia e lo fa in maniera originale, ponendosi, tanto per fare un esempio, agli antipodi creativi rispetto a serie TV come Star Trek, che, sebbene possano essere divertenti, sono un tipico esempio di cattiva propaganda per la fantascienza. Immaginare, come in Star Trek, una miriade di popoli alieni che differiscono dagli umani solo per la forma delle orecchie, delle sopracciglia o il colore della pelle credo sia non solo un insulto all’intelligenza degli spettatori ma sia una sorta di “blasfemia” nei confronti della scienza e della fantascienza.

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David Brin

Ebbene, come dicevo, David Brin non descrive simili personaggi. In “Spedizione Sundiver” immagina svariate creature aliene, a volte insettiformi (e qui siamo nel cliché fantascientifico), altre volte vegetali e, in particolare, veri protagonisti di questa storia, immagina delle creature che definisce toroidi magnetovori e che vivono nientemeno che all’interno del Sole, e non si parla di certe creature immaginate secoli fa, ma proprio di esseri con una biochimica del tutto diversa dalla nostra e in grado di sopportare le elevatissime temperature e pressioni solariane.

Abitanti del Sole furono immaginati, per esempio, già dal turco Luciano di Samosata nel II secolo dopo Cristo (“Una storia vera”), che descrive il primo viaggio spaziale e la prima battaglia spaziale che si ricordi in letteratura tra Solani e Lunari.

I toroidi sono forme geometriche a forma di ellisse che si nutrono di energia magnetica.

A parte l’aver immaginato questi esseri che, sono pari forse solo al pianeta pensante di “Solaris” di Lem o i procarioti intelligenti di “Nemesis” di Asimov, Brin immagina che l’umanità scopra di non essere sola nella Galassia ma che questa è popolata da ogni sorta di esseri, tutti in comunicazione tra loro e regolati da rigidi rapporti gerarchici tra razze, per cui ci sono le razze più antiche che fungono da guida e da “padrini” per le razze più giovani (ognuna ne cura alcune) e anche l’umanità viene inserita in questo sistema, affidandole il compito di far progredire scimpanzé, delfini e balene (come non pensare a “Il giorno del delfino” o a “Il pianeta delle scimmie”?)  Nella Galassia, infatti, tutti credono che nessuna razza possa assurgere da sola all’intelligenza, senza la guida di una razza superiore. L’umanità rappresenta un rarissimo caso di razza senza un “patrono”, senza una specie più antica che l’abbia guidata all’intelligenza. Si suppone allora che la nostra sia una razza “orfana” e si cerca le tracce della razza che ci ha guidato nell’antichità. Una missione scende nel Sole per cercare se vivessero lì i nostri “patroni” e scopre i toroidi magnetovori. Non rivelo oltre.

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David Brin, infatti, un po’ come fa Asimov nel ciclo dei Robot, ha scelto di impostare il suo romanzo su una trama gialla a base di intrighi tra le varie razze della Galassia. Sarà che se c’è un tipo di libri che non amo è il giallo, sarà che spesso in “Spedizione Sundiver” sembra che succeda ben poco o che al massimo i personaggi si azzuffino tra loro o discutano di aspetti tecnici, ma il fascino della scoperta di queste creature straordinarie esce fortemente stemperato da una trama che mi ha più volte annoiato.

Il romanzo è il primo di un ciclo:

Ciclo delle cinque galassie

Spedizione Sundiver (Sundiver, 1980)

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Toroide

Le maree di Kithrup (Startide Rising, 1983). Premio Nebula 1983, Premio Hugo e Premio Locus 1984.

I signori di Garth (Uplift War, 1987). Premio Hugo 1988 e candidato al Premio Nebula.

Il pianeta proibito (Brightness Reef, 1995)

Le rive dell’infinito (Infinity’s Shore, 1996)

I confini del cielo (Heaven’s Reach, 1998).

UN SAGGIO SULLA COMUNICAZIONE FANTASCENTIFICA

La comunicazione nella fantascienzaIl tema della comunicazione in fantascienza è di grande importanza. Spesso rappresenta la più grande debolezza di tante storie. Pensate, per esempio, a “Il pianeta delle scimmie”: quando gli astronauti arriva su una terra del futuro e scoprono che il genere umano si è estinto, sostituito da scimpanzé, gorilla e oranghi, nel film (il romanzo mi pare risolvesse meglio il tema) questi parlano… inglese!

Lo stesso dicasi della serie Star Trek, in cui gli alieni non solo sono assurdamente antropomorfi, ma spesso parlano la stessa lingua dei terrestri.

Questo poco toglie, magari alla spettacolarità e all’avventura di queste storie, ma moltissimo si perde in logica e coerenza.

Non tutto è così, in fantascienza. Ci sono autori che hanno dato un ruolo centrale al problema della comunicazione uomo-macchina, uomo-alieno e persino uomo-animale.

Di questo affascinante e fondamentale tema ci parla il bel saggio “La comunicazione nella fantascienza” di Massimo Acciai Baggiani, edito da Ermes.

 

Di Massimo Acciai Baggiani ho già letto dei racconti di fantascienza (“La compagnia dei viaggiatori del tempo”), un’ucronia (“L’ultima regina d’Inghilterra”), un libro di viaggio e memorie familiari (“Radici”), delle poesie(“25 – Antologia di un quarto di secolo”) e un fantasy (“Sempre a est”). Leggo ora questo saggio, derivato dalla sua tesi di laurea, e mi pare quasi la sua prova migliore, tanto è il rigore e la professionalità con cui parla di un tema e di romanzi che in gran parte conosco anche io e che quindi riesco a confermare in buona parte la correttezza di quanto descritto e affermato.  Peraltro, non può non stupirmi quanti libri avesse già letto e conoscesse nel 2001. Acciai è nato il 09/04/1975, dunque quando ha completato questo studio aveva solo 26 anni.

Massimo Acciai Baggiani – 2017 – alla presentazione di una sua raccolta di racconti di fantascienza

Con metodo, inizia dalle definizioni, innanzitutto quella di “fantascienza” e poi quella di “comunicazione”.

Il volume è diviso in una prima parte che affronta le comunicazioni uomo-uomo e una seconda che tratta quelle uomo-macchina, uomo-alieno e uomo-animali.

La prima parte è divisa in 5 capitoli.

Nel primo capitolo parla dei media cartacei più tradizionali, dal libro alla lettera, evidenziando come tante opere distopiche né abbiano preconizzato la morte. In particolare “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell. Oggi ne vediamo il declino nella forma cartacea e l’affermarsi della versione elettronica, seppure affogato in una giungla di informazioni, come quelle del web, di una televisione sempre più varia, che rendono l’appetibilità del libro sempre minore.

Il secondo capitolo è interamente dedicato ai mass media quali televisione, cinema, telefono, pubblicità, musica, radio, ecc.. Di nuovo “1984” offre spunto per riflessioni su sviluppi distopici dei media, quando divengono bilaterali e invadono la privacy. Il saggio è del 2001 e internet era ancora agli inizi. Oggi, a pochi giorni dallo scandalo sull’uso delle informazioni sugli utenti da parte di facebook, la paura del Grande Fratello orwelliano trova nuova linfa.

Massimo Acciai Baggiani con “Il sogno del ragno”

Il terzo capitolo riguarda i nuovi media, basati sulla tecnologia digitale e affronta, in particolare il genere cyberpunk degli anni Ottanta.

Il quinto capitolo parla della telepatia, delle sue basi “scientifiche” e dell’uso del mezzo nella fantascienza. È un tema che so caro a questo autore.

Gli stessi mezzi di comunicazione presi in considerazione nella prima parte li ritroviamo anche nella seconda, utilizzati per la comunicazione con soggetti non umani, in altrettanti capitoli.

Il saggio si rivela una piacevolissima carrellata tra tutte le maggiori opere della fantascienza, sia su carta che su pellicola.

Incontriamo capolavori come “Alien”, “2001 Odissea nello spazio”, “Guerre stellari”, “Solaris”, “Il pianeta delle scimmie” e tantissimi altri, analizzati con rigore e professionalità. Anche per chi, come me, abbastanza conosce il genere non mancano le piacevoli e interessanti scoperte.

 

In questi giorni un racconto di Massimo Acciai è stato pubblicato dalla Biblioteca Palagio di Parte Guelfa del Comune di Firenze. Si tratta di “Domani”, una storia che in due sole pagine ci racconta di un viaggio nel tempo, avanti di sole 24 ore, con una serie di complicazioni tra il viaggiatore e il suo alter ego del futuro. Acciai risolve il problema di scrivere una storia complessa in poco spazio con il trucco di immaginare uno scrittore che racconta la trama di un suo prossimo libro a un amico.

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Charlton Heston ne “Il pianeta delle scimmie”

 

Terra!

Centrale era il grido “Terra!” lanciato da Rodrigo di Triana nel mio romanzo “Il Colombo divergente”, quando fu scoperta l’America, anche se poi, le vicende ucroniche successive impediranno a Colombo di tornare direttamente in Spagna, restando prigioniero degli aztechi.

Terra”  è il titolo del numero monografico di “ProgettandoIng” appena uscito, ma al suo interno non si parla della scoperta del nuovo continente.

Contiene però due miei contributi, l’articolo “Una nuova terra tra le stelle?” e il racconto di fantascienza “Una nuova terra per il califfato”. Si tratta dei soli contributi letterari della rivista dell’ordine degli ingegneri, essendo gli altri di carattere tecnico.

UN INATTESO OLTRETOMBA

Image result for fiume vita farmerL’inizio de “Il fiume della vita” di Philip José Farmer (Terre Haute, 26 gennaio 1918 – Peoria, 25 febbraio 2009), mi ha subito entusiasmato, con il protagonista che si risveglia, un po’ come anni dopo vedremo in Matrix (The Wachowski Brothers – 1999), sospeso tra tanti corpi di gente nuda e addormentata, che poi comincia a “piovere” letteralmente giù. Lui solo è sveglio e cosciente. E non si tratta di un personaggio qualunque bensì di una figura storica realmente esistita, l’esploratore Richard Burton.

Rubo alla solita wikipedia la seguente descrizione “Richard Francis Burton (Torquay, 19 marzo 1821 – Trieste, 19 ottobre 1890) è stato un esploratore, traduttore e orientalista britannico.

Viaggiò da solo e sotto travestimento alla Mecca, tradusse Le mille e una notte, Il giardino profumato e il Kama Sutra, viaggiò con John Hanning Speke alla scoperta dei grandi laghi africani e della sorgente del Nilo, visitò Salt Lake City insieme a Brigham Young, viaggiò in lungo e in largo, e scrisse molto. Fu probabilmente il terzo miglior spadaccino europeo del suo tempo. Servì come console britannico a Trieste, Damasco e Fernando Poo. Fu nominato cavaliere nel 1886.”

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Philip José Farmer

A grandi linee questo è proprio l’uomo che l’autore ha scelto come proprio protagonista per navigare non il Nilo ma un misterioso fiume lungo cui sono disseminati uomini di ogni etnia ed epoca. Un signore che, dalle foto d’epoca, con i suoi baffoni, non ha propriamente un’aria amichevole.

Ebbene, dopo essersi ritrovato in questo strano luogo, il nostro Burton immaginario si risveglia, di nuovo, in una strana terra, sulla riva di un fiume. Non ha più i suoi amati baffoni e alcun altro capello o pelo corporale ed è ancora completamente nudo. Lo stesso le persone che incontra.

Cosa ancor più strana, lui e tutti gli altri sono ben consapevoli di essere morti, ma quel mondo in cui si trovano non sembra nessuno degli aldilà immaginati da religioni o fantasie umane e la loro esistenza è quanto mai corporea, al punto che devono mangiare,  espletare le comuni esigenze fisiche e, soprattutto, possono morire. Possono fare sesso ma non avere figli. Che oltretomba è mai questo in cui si continua a morire?

Le meraviglie di questa storia non finiscono qui. L’ambiente, pur semplice, è quanto mai originale: una valle all’apparenza infinita, solcata da un fiume e delimitata da catene montuose ripide e invalicabili. In questa valle fluviale sono capitate persone morte in ogni epoca, con concentrazioni particolari in alcuni punti del fiume di gente della medesima epoca e provenienza geografica. Burton si trova soprattutto con italiani morti alla fine del 1800, con altri inglesi e americani ma anche con un ominide appartenente a un’altra specie della famiglia homo e con un alieno vissuto sulla Terra nei primi anni del nostro terzo millennio. Il romanzo, infatti, primo volume del Ciclo del Mondo del Fiume fu pubblicato nel 1971 e scritto anni prima (penso attorno al 1953), dunque il 2000 rappresentava ancora il futuro.

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Richard Burton

Il nostro Burton non è il solo personaggio famoso a ritrovarsi nella valle. Burton, per esempio, continua a incontrare il gerarca nazista Hermann Göring.

Credo che questo romanzo consenta di collocare Farmer in quella ristretta ed eletta cerchia di autori che sono stati capaci di creare interi mondi immaginari, con loro regole e caratteristiche specifiche. Costruire mondi credo sia la forma più creativa e geniale di letteratura. Se in un libro amiamo riconoscerci, vogliamo farlo però in storie che siano il più possibile lontane dal quotidiano, in ambientazioni che siano il più possibile diverse e stupefacenti. In questo Farmer dimostra qui di essere un grande maestro e la sua bibliografia mi pare confermare questa sensazione.

 

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Hermann Goering

Mi trovo così con molti altri libri da mettere in programma per letture future: innanzitutto i volumi successivi del Ciclo del Mondo del Fiume, ma anche altre opere di Farmer, quali il ciclo dei Fabbricanti di Universi.

 

Mi segno qui l’elenco dei volumi del Mondo del Fiume:

  • Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971).
  • Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971).
  • Il grande disegno (The Dark Design, 1977).
  • Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980).
  • Gli dei del Fiume (The Gods of Riverworld, 1983).
  • Raccolta di racconti “Il mondo di Philip José Farmer (Riverworld and Other Stories, 1979).
  • Raccolta di racconti “Gli avventurieri di Riverworld” (1994).

 

Ma penso che meriti leggere anche “Il fabbricante di universi”, l’antologia “Relazioni aliene”, “Gli amanti di Siddo” e “Il figlio del sole”.

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