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L’EVOLUZIONE DELL’UOMO È STATA GUIDATA DAL SOLE?

Risultati immagini per spedizione sundiverFaccio piuttosto fatica a valutare un romanzo come “Spedizione Sundiver” (1980) di David Brin (Glendale, 6 ottobre 1950). Da una parte mi è parso uno splendido e affascinante esempio di creazione fantascientifica, dall’altra l’ho trovato spesso lento se non noioso.

Credo che il massimo livello della letteratura sia, in teoria, raggiunto solo da quelli che chiamo i “creatori di universi”. Credo che se la letteratura è opera di fantasia, essa trova la sua massima espressione nella misura in cui si allontana dal mondo reale e riesce a descrivere mondi alternativi. In controtendenza con gran parte della critica letteraria, ritengo quindi che generi come la fantascienza, l’ucronia e il fantasy siano potenzialmente ai vertici della letteratura, proprio per questa loro capacità creativa portata al massimo grado.

Purtroppo, poi, nella realtà, forse anche per colpa di quegli stessi critici che considerano la letteratura di genere inferiore, tenendone lontano le migliori menti letterarie, avviene che spesso all’immane e geniale capacità creativa di chi si dedica a questi generi non sempre corrisponda un’altrettanto grande capacità narrativa.

Spedizione sundiver” più che immaginare un intero universo o un mondo nuovo, si limita a immaginare, soprattutto gli abitanti della Galassia e lo fa in maniera originale, ponendosi, tanto per fare un esempio, agli antipodi creativi rispetto a serie TV come Star Trek, che, sebbene possano essere divertenti, sono un tipico esempio di cattiva propaganda per la fantascienza. Immaginare, come in Star Trek, una miriade di popoli alieni che differiscono dagli umani solo per la forma delle orecchie, delle sopracciglia o il colore della pelle credo sia non solo un insulto all’intelligenza degli spettatori ma sia una sorta di “blasfemia” nei confronti della scienza e della fantascienza.

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David Brin

Ebbene, come dicevo, David Brin non descrive simili personaggi. In “Spedizione Sundiver” immagina svariate creature aliene, a volte insettiformi (e qui siamo nel cliché fantascientifico), altre volte vegetali e, in particolare, veri protagonisti di questa storia, immagina delle creature che definisce toroidi magnetovori e che vivono nientemeno che all’interno del Sole, e non si parla di certe creature immaginate secoli fa, ma proprio di esseri con una biochimica del tutto diversa dalla nostra e in grado di sopportare le elevatissime temperature e pressioni solariane.

Abitanti del Sole furono immaginati, per esempio, già dal turco Luciano di Samosata nel II secolo dopo Cristo (“Una storia vera”), che descrive il primo viaggio spaziale e la prima battaglia spaziale che si ricordi in letteratura tra Solani e Lunari.

I toroidi sono forme geometriche a forma di ellisse che si nutrono di energia magnetica.

A parte l’aver immaginato questi esseri che, sono pari forse solo al pianeta pensante di “Solaris” di Lem o i procarioti intelligenti di “Nemesis” di Asimov, Brin immagina che l’umanità scopra di non essere sola nella Galassia ma che questa è popolata da ogni sorta di esseri, tutti in comunicazione tra loro e regolati da rigidi rapporti gerarchici tra razze, per cui ci sono le razze più antiche che fungono da guida e da “padrini” per le razze più giovani (ognuna ne cura alcune) e anche l’umanità viene inserita in questo sistema, affidandole il compito di far progredire scimpanzé, delfini e balene (come non pensare a “Il giorno del delfino” o a “Il pianeta delle scimmie”?)  Nella Galassia, infatti, tutti credono che nessuna razza possa assurgere da sola all’intelligenza, senza la guida di una razza superiore. L’umanità rappresenta un rarissimo caso di razza senza un “patrono”, senza una specie più antica che l’abbia guidata all’intelligenza. Si suppone allora che la nostra sia una razza “orfana” e si cerca le tracce della razza che ci ha guidato nell’antichità. Una missione scende nel Sole per cercare se vivessero lì i nostri “patroni” e scopre i toroidi magnetovori. Non rivelo oltre.

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David Brin, infatti, un po’ come fa Asimov nel ciclo dei Robot, ha scelto di impostare il suo romanzo su una trama gialla a base di intrighi tra le varie razze della Galassia. Sarà che se c’è un tipo di libri che non amo è il giallo, sarà che spesso in “Spedizione Sundiver” sembra che succeda ben poco o che al massimo i personaggi si azzuffino tra loro o discutano di aspetti tecnici, ma il fascino della scoperta di queste creature straordinarie esce fortemente stemperato da una trama che mi ha più volte annoiato.

Il romanzo è il primo di un ciclo:

Ciclo delle cinque galassie

Spedizione Sundiver (Sundiver, 1980)

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Toroide

Le maree di Kithrup (Startide Rising, 1983). Premio Nebula 1983, Premio Hugo e Premio Locus 1984.

I signori di Garth (Uplift War, 1987). Premio Hugo 1988 e candidato al Premio Nebula.

Il pianeta proibito (Brightness Reef, 1995)

Le rive dell’infinito (Infinity’s Shore, 1996)

I confini del cielo (Heaven’s Reach, 1998).

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UN SAGGIO SULLA COMUNICAZIONE FANTASCENTIFICA

La comunicazione nella fantascienzaIl tema della comunicazione in fantascienza è di grande importanza. Spesso rappresenta la più grande debolezza di tante storie. Pensate, per esempio, a “Il pianeta delle scimmie”: quando gli astronauti arriva su una terra del futuro e scoprono che il genere umano si è estinto, sostituito da scimpanzé, gorilla e oranghi, nel film (il romanzo mi pare risolvesse meglio il tema) questi parlano… inglese!

Lo stesso dicasi della serie Star Trek, in cui gli alieni non solo sono assurdamente antropomorfi, ma spesso parlano la stessa lingua dei terrestri.

Questo poco toglie, magari alla spettacolarità e all’avventura di queste storie, ma moltissimo si perde in logica e coerenza.

Non tutto è così, in fantascienza. Ci sono autori che hanno dato un ruolo centrale al problema della comunicazione uomo-macchina, uomo-alieno e persino uomo-animale.

Di questo affascinante e fondamentale tema ci parla il bel saggio “La comunicazione nella fantascienza” di Massimo Acciai Baggiani, edito da Ermes.

 

Di Massimo Acciai Baggiani ho già letto dei racconti di fantascienza (“La compagnia dei viaggiatori del tempo”), un’ucronia (“L’ultima regina d’Inghilterra”), un libro di viaggio e memorie familiari (“Radici”), delle poesie(“25 – Antologia di un quarto di secolo”) e un fantasy (“Sempre a est”). Leggo ora questo saggio, derivato dalla sua tesi di laurea, e mi pare quasi la sua prova migliore, tanto è il rigore e la professionalità con cui parla di un tema e di romanzi che in gran parte conosco anche io e che quindi riesco a confermare in buona parte la correttezza di quanto descritto e affermato.  Peraltro, non può non stupirmi quanti libri avesse già letto e conoscesse nel 2001. Acciai è nato il 09/04/1975, dunque quando ha completato questo studio aveva solo 26 anni.

Massimo Acciai Baggiani – 2017 – alla presentazione di una sua raccolta di racconti di fantascienza

Con metodo, inizia dalle definizioni, innanzitutto quella di “fantascienza” e poi quella di “comunicazione”.

Il volume è diviso in una prima parte che affronta le comunicazioni uomo-uomo e una seconda che tratta quelle uomo-macchina, uomo-alieno e uomo-animali.

La prima parte è divisa in 5 capitoli.

Nel primo capitolo parla dei media cartacei più tradizionali, dal libro alla lettera, evidenziando come tante opere distopiche né abbiano preconizzato la morte. In particolare “Fahrenheit 451” di Bradbury e “1984” di Orwell. Oggi ne vediamo il declino nella forma cartacea e l’affermarsi della versione elettronica, seppure affogato in una giungla di informazioni, come quelle del web, di una televisione sempre più varia, che rendono l’appetibilità del libro sempre minore.

Il secondo capitolo è interamente dedicato ai mass media quali televisione, cinema, telefono, pubblicità, musica, radio, ecc.. Di nuovo “1984” offre spunto per riflessioni su sviluppi distopici dei media, quando divengono bilaterali e invadono la privacy. Il saggio è del 2001 e internet era ancora agli inizi. Oggi, a pochi giorni dallo scandalo sull’uso delle informazioni sugli utenti da parte di facebook, la paura del Grande Fratello orwelliano trova nuova linfa.

Massimo Acciai Baggiani con “Il sogno del ragno”

Il terzo capitolo riguarda i nuovi media, basati sulla tecnologia digitale e affronta, in particolare il genere cyberpunk degli anni Ottanta.

Il quinto capitolo parla della telepatia, delle sue basi “scientifiche” e dell’uso del mezzo nella fantascienza. È un tema che so caro a questo autore.

Gli stessi mezzi di comunicazione presi in considerazione nella prima parte li ritroviamo anche nella seconda, utilizzati per la comunicazione con soggetti non umani, in altrettanti capitoli.

Il saggio si rivela una piacevolissima carrellata tra tutte le maggiori opere della fantascienza, sia su carta che su pellicola.

Incontriamo capolavori come “Alien”, “2001 Odissea nello spazio”, “Guerre stellari”, “Solaris”, “Il pianeta delle scimmie” e tantissimi altri, analizzati con rigore e professionalità. Anche per chi, come me, abbastanza conosce il genere non mancano le piacevoli e interessanti scoperte.

 

In questi giorni un racconto di Massimo Acciai è stato pubblicato dalla Biblioteca Palagio di Parte Guelfa del Comune di Firenze. Si tratta di “Domani”, una storia che in due sole pagine ci racconta di un viaggio nel tempo, avanti di sole 24 ore, con una serie di complicazioni tra il viaggiatore e il suo alter ego del futuro. Acciai risolve il problema di scrivere una storia complessa in poco spazio con il trucco di immaginare uno scrittore che racconta la trama di un suo prossimo libro a un amico.

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Charlton Heston ne “Il pianeta delle scimmie”

 

Terra!

Centrale era il grido “Terra!” lanciato da Rodrigo di Triana nel mio romanzo “Il Colombo divergente”, quando fu scoperta l’America, anche se poi, le vicende ucroniche successive impediranno a Colombo di tornare direttamente in Spagna, restando prigioniero degli aztechi.

Terra”  è il titolo del numero monografico di “ProgettandoIng” appena uscito, ma al suo interno non si parla della scoperta del nuovo continente.

Contiene però due miei contributi, l’articolo “Una nuova terra tra le stelle?” e il racconto di fantascienza “Una nuova terra per il califfato”. Si tratta dei soli contributi letterari della rivista dell’ordine degli ingegneri, essendo gli altri di carattere tecnico.

UN INATTESO OLTRETOMBA

Image result for fiume vita farmerL’inizio de “Il fiume della vita” di Philip José Farmer (Terre Haute, 26 gennaio 1918 – Peoria, 25 febbraio 2009), mi ha subito entusiasmato, con il protagonista che si risveglia, un po’ come anni dopo vedremo in Matrix (The Wachowski Brothers – 1999), sospeso tra tanti corpi di gente nuda e addormentata, che poi comincia a “piovere” letteralmente giù. Lui solo è sveglio e cosciente. E non si tratta di un personaggio qualunque bensì di una figura storica realmente esistita, l’esploratore Richard Burton.

Rubo alla solita wikipedia la seguente descrizione “Richard Francis Burton (Torquay, 19 marzo 1821 – Trieste, 19 ottobre 1890) è stato un esploratore, traduttore e orientalista britannico.

Viaggiò da solo e sotto travestimento alla Mecca, tradusse Le mille e una notte, Il giardino profumato e il Kama Sutra, viaggiò con John Hanning Speke alla scoperta dei grandi laghi africani e della sorgente del Nilo, visitò Salt Lake City insieme a Brigham Young, viaggiò in lungo e in largo, e scrisse molto. Fu probabilmente il terzo miglior spadaccino europeo del suo tempo. Servì come console britannico a Trieste, Damasco e Fernando Poo. Fu nominato cavaliere nel 1886.”

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Philip José Farmer

A grandi linee questo è proprio l’uomo che l’autore ha scelto come proprio protagonista per navigare non il Nilo ma un misterioso fiume lungo cui sono disseminati uomini di ogni etnia ed epoca. Un signore che, dalle foto d’epoca, con i suoi baffoni, non ha propriamente un’aria amichevole.

Ebbene, dopo essersi ritrovato in questo strano luogo, il nostro Burton immaginario si risveglia, di nuovo, in una strana terra, sulla riva di un fiume. Non ha più i suoi amati baffoni e alcun altro capello o pelo corporale ed è ancora completamente nudo. Lo stesso le persone che incontra.

Cosa ancor più strana, lui e tutti gli altri sono ben consapevoli di essere morti, ma quel mondo in cui si trovano non sembra nessuno degli aldilà immaginati da religioni o fantasie umane e la loro esistenza è quanto mai corporea, al punto che devono mangiare,  espletare le comuni esigenze fisiche e, soprattutto, possono morire. Possono fare sesso ma non avere figli. Che oltretomba è mai questo in cui si continua a morire?

Le meraviglie di questa storia non finiscono qui. L’ambiente, pur semplice, è quanto mai originale: una valle all’apparenza infinita, solcata da un fiume e delimitata da catene montuose ripide e invalicabili. In questa valle fluviale sono capitate persone morte in ogni epoca, con concentrazioni particolari in alcuni punti del fiume di gente della medesima epoca e provenienza geografica. Burton si trova soprattutto con italiani morti alla fine del 1800, con altri inglesi e americani ma anche con un ominide appartenente a un’altra specie della famiglia homo e con un alieno vissuto sulla Terra nei primi anni del nostro terzo millennio. Il romanzo, infatti, primo volume del Ciclo del Mondo del Fiume fu pubblicato nel 1971 e scritto anni prima (penso attorno al 1953), dunque il 2000 rappresentava ancora il futuro.

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Richard Burton

Il nostro Burton non è il solo personaggio famoso a ritrovarsi nella valle. Burton, per esempio, continua a incontrare il gerarca nazista Hermann Göring.

Credo che questo romanzo consenta di collocare Farmer in quella ristretta ed eletta cerchia di autori che sono stati capaci di creare interi mondi immaginari, con loro regole e caratteristiche specifiche. Costruire mondi credo sia la forma più creativa e geniale di letteratura. Se in un libro amiamo riconoscerci, vogliamo farlo però in storie che siano il più possibile lontane dal quotidiano, in ambientazioni che siano il più possibile diverse e stupefacenti. In questo Farmer dimostra qui di essere un grande maestro e la sua bibliografia mi pare confermare questa sensazione.

 

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Hermann Goering

Mi trovo così con molti altri libri da mettere in programma per letture future: innanzitutto i volumi successivi del Ciclo del Mondo del Fiume, ma anche altre opere di Farmer, quali il ciclo dei Fabbricanti di Universi.

 

Mi segno qui l’elenco dei volumi del Mondo del Fiume:

  • Il fiume della vita (To Your Scattered Bodies Go, 1971).
  • Alle sorgenti del fiume (The Fabulous Riverboat, 1971).
  • Il grande disegno (The Dark Design, 1977).
  • Il labirinto magico (The Magic Labyrinth, 1980).
  • Gli dei del Fiume (The Gods of Riverworld, 1983).
  • Raccolta di racconti “Il mondo di Philip José Farmer (Riverworld and Other Stories, 1979).
  • Raccolta di racconti “Gli avventurieri di Riverworld” (1994).

 

Ma penso che meriti leggere anche “Il fabbricante di universi”, l’antologia “Relazioni aliene”, “Gli amanti di Siddo” e “Il figlio del sole”.

VIAGGIO AL CENTRO DI UN’ANTARTIDE ALIENA

Immagine trovata per le montagne della folliaSono arrivato alla mia quarta lettura di Howard Phillips Lovecraft (Providence, 20 agosto 1890 – Providence, 15 marzo 1937) e, forse, alla migliore “Le montagne della follia” (1931), sebbene non possa certo definirsi un romanzo moderno, al punto che mi ha fatto molto pensare a Jules Verne (Nantes, 8 febbraio 1828 – Amiens, 24 marzo 1905) e questo viaggio attraverso l’antartide, spingendosi nelle profondità del ghiaccio e della terra, mi ha subito richiamato alla mente il suo “Viaggio al centro della terra” (1864). Come nella pre-ucronia verniana incontriamo nelle più profonde viscere della Terra esseri preistorici sopravvissuti allo scorrere del tempo, così, infatti, ne “Le montagne della FolliaLovecraft ci fa scoprire sotto i ghiacci dell’antartide, i resti di una civiltà antecedente addirittura alla nascita della vita sul nostro pianeta. Non solo i resti, a dir il vero, sono sopravvissuti al passaggio di milioni di anni!

Lo stile di Lovecraft qui è quanto mai ottocentesco, scritto in forma di diario, con il protagonista che si rivolge direttamente al lettore. Non si può non notare poi una sovrabbondanza di aggettivi e frasi volti a creare nel lettore aspettativa e meraviglia e un girare attorno alle cose sorprendenti a lungo annunciate prima di mostrarle.

Abbondano, insomma, frasi come:

Ci parlò dell’ineffabile grandiosità della scena e delle straordinarie sensazioni”.

Le sensazioni che Pabodie e io provammo all’arrivo di questi rapporti sono indescrivibili”.

“Il sistema nervoso era così complesso e sofisticato da lasciare sbalordito Lake”.

“Molti ci giudicheranno pazzi”.

“Lo shock provocato dalla visione”.

E aggettivi o avverbi quali “incommensurabile”, “sorprendentemente”, “sconcertanti”, “strane”, “mostruosa”, “incredibile”, “inumana”.Immagine trovata per le montagne della follia

Non sempre, purtroppo, a tale preparazione, segue l’evento grandioso che uno potrebbe aspettarsi. L’uso di tali espressioni, del resto valse a Lovecraft le sue prime stroncature (ogni scuola di scrittura, oggi, insegna a non abusare di aggettivi e, soprattutto, avverbi). Eppure ora possiamo leggere in queste esagerazioni lovecrtaftiane proprio l’impronta del suo stile immaginifico.

La descrizione del loro viaggio attraverso la perduta città degli Antichi conserva il gusto ottocentesco dell’esplorazione scientifica che tanto bene si può vedere in Jules Verne. Dall’analisi dei reperti antichi e dei corpi riescono (e questa è la cosa davvero sorprendente) a ricostruire in breve con grande precisione la storia di milioni di anni di questa razza per due terzi animali e per un terzo vegetale che, giunta sulla Terra da mondi alieni vi portò per la prima volta la vita, creandola per i propri fini, che sulla Terra combatté contro altre creature aliene e che, infine, decadde fino a ritirarsi nel solo antartide, dove fu sopraffatta da degli esseri mostruosi da loro stessi creati, gli shoggoth.

 

Quel poco che ho letto sinora di Lovecraft, mi pare confermare la rilevanza del tema di creature intelligenti vissute prima dell’uomo.

Ne “La casa stregata” gli esseri primordiali che popolarono un tempo la Terra sono detti Vecchi, qui sono chiamati Antichi. Non sono le stesse creature, ma sono comunque esseri alieni, diversi dall’umanità. Anche ne “L’ombra venuta del tempoLovecraft immagina esseri arcaici e arcani vissuti prima di tutti i tempi, solo che in questo romanzo hanno la capacità di reincarnarsi in altri corpi e di attraversare a piacere il tempo, per cui alcuni di loro assumono sembianze umane.

Ne “Le montagne della follia” compare il celeberrimo pseudobiblion “Necronomicon”, un antico testo immaginario che parlerebbe di creature primordiali che avrebbero abitato la Terra prima dell’uomo, opera più volte citata da H.P. Lovecraft e che già avevo incontrato leggendo la raccolta di racconti “Il guardiano dei sogni”, ma che qui trova una centralità assai maggiore e, i protagonisti, con la loro esplorazione, ne convalidano la fondatezza.

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Howard Phillips Lovecraft

La presenza del Necronomicon e degli Antichi fa collocare il romanzo all’interno del Ciclo di Cthulhu, nome citato anche in queste pagine. Necronomicon e Antichi appaiono anche nelle Storie Oniriche, ma la chiave fantascientifica meglio identifica il Ciclo di Cthulhu rispetto a queste altre più “weird fiction” (come Lovecraft definiva la propria opera).

Grandioso e geniale è comunque il mondo creato, con esseri così diversi da noi, e con questo romanzo Lovecraft si pone di certo ai primissimi tra i grandi “creatori di universi” e di sicuro un precursore di tutti costoro.

Se le mie precedenti letture mi avevano fatto dubitare sulla collocabilità di Lovecraft nel filone della fantascienza, quest’opera dimostra invece che, pur con un gusto dell’horror e del magico suoi propri, Lovecraft può ben porsi accanto, per esempio, a Jules Verne e Herbert George Wells (Bromley, 21 settembre 1866 – Londra, 13 agosto 1946) e Mary Shelley (Londra, 30 agosto 1797 – Londra, 1º febbraio 1851) come uno dei fondatori di questo genere, oltre, che ovviamente, come uno degli autori più interessanti del XX secolo.

Se numerosi sono i suoi racconti i principali romanzi sono:

 

Il primo e il più lungo dei racconti de “Il guardiano dei sogni” si chiama “Alla ricerca dello sconosciuto Kadath” e credo sia il primo di questo elenco con diverso titolo. Penso che proverò a leggerne presto qualcun altro.

Immagine trovata per le montagne della follia

L’UMANITÀ RETRÒ DEGLI ALIENI

Risultati immagini per hARRY tURTLEDOVE Invasione Atto finaleChe piacere ritrovare i numerosi personaggi di “Invasione”! Ho finalmente letto il 4° volume della serie di Harry Turtledove (“Invasione 4 – Atto Finale”) ed è stato un po’ come quando esce una nuova stagione di una serie TV cui ci siamo ormai abituati. Magari cambia poco, ma fa piacere seguire le vicende dei protagonisti cui ci siamo un po’ affezionati. E a dir il vero, le due saghe successive “Invasione” e “Colonizzazione” si presterebbero assai bene ha realizzare una serie TV in 8 stagioni, qualcosa tipo “Falling sky”, anche se la ricchezza della storia di Harry Turtledove potrebbe portare a risultati più interessanti.

Per chi non lo ricordasse, “Invasione” è una bell’ucronia fantascientifica che immagina l’interruzione della Seconda Guerra Mondiale per effetto di un’invasione aliena.

I 4 romanzi di “Invasione” e, immagino, pur non avendoli ancora letti, i quattro di “Colonizzazione” sono uno splendido esempio di romanzo corale, con un gran numero di protagonisti, di diverse nazionalità e persino alieni. Turtledove, pur non scrivendo un romanzo storico ma un’ucronia, offre una visone corale direi migliore di quella che emerge da “Century” di Follet. Accanto a uomini, donne e Rettili alieni comuni incontriamo personaggi storici. In questo volume soprattutto Molotov, Stalin, Ribbentrop e Mao. Quello che più affascina è la vicinanza con cui Turtledove ci fa conoscere gli invasori, con la loro superiorità tecnologica, ma anche tante debolezze, quasi umane.

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Harry Turtledove

La novità di “Invasione 4 – Atto finale” rispetto ai precedenti volumi della prima quadrilogia è che, finalmente, la Razza (come si fanno chiamare i Rettili, ovvero gli alieni) comincia a vacillare e accetta di venire a patti con alcuni umani (o Grossi Brutti, come ci chiamano loro). Reggerà l’alleanza tra nemici agguerriti come nazisti tedeschi, comunisti russi e cinesi, monarchici inglesi, democratici americani?

Rimane sempre ottima la caratterizzazione dei personaggi e simpatica l’ambientazione retrò di questa invasione aliena e apprezzabilissimo che, pur avendo parti ambientate in America, non sia tanto “americanocentrico” come la più classica fantascienza, specie se di autori statunitensi come Turtledove. Forse, però, dopo centinaia di pagine quante ne conta ciascun volume, si comincia a sentire un po’ di ripetitività, anche se il mutamento di scenario bellico è significativo.

Si attende ora che arrivino le truppe aliene di Colonizzazione. Mancano ormai pochi anni. Riuscirà l’umanità ad attrezzarsi per reggere a questa seconda, più massiccia, ondata di invasori? La Razza riuscirà ad adattarsi a un pianeta che si aspetta di trovare pacificato per i suoi coloni ma che non lo è per nulla?

Insomma, non potremo che proseguire, quanto prima, con la lettura della seconda saga, che altro non è che il seguito della prima.

 

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VIAGGIARE VERSO L’IGNOTO SU NAVI ALIENE

La porta dell’infinito” di Frederik Pohl è un romanzo autoconclusivo che fa parte della serie degli Heechee. Gli Heechee sono una misteriosa Risultati immagini per la porta dell'infinito pohlevolutissima razza aliena ormai estinta, di cui l’umanità ha trovato su un piccolissimo mondo del sistema solare scoperto in ritardo una loro base spaziale, completa di numerose navi spaziali.

Il problema è che nessuno conosce la tecnologia Heechee e non si sa come pilotare le navi, per cui alcuni esploratori vi salgono sopra e si lasciano guidare alla volta di destinazioni imprevedibili, sperando di fare qualche importante scoperta, per le quali sarebbero ricompensati assai profumatamente dalla compagnia che organizza i viaggi. Il protagonista Robinette Broadhead, un uomo con nome da donna, è uno di questi “cercatori” (piuttosto che esploratori). Suo compagno di vita è un computer psicologo che cerca di fargli superare un certo complesso.

Il fascino di questo romanzo sta più che nella ricostruzione dei problemi psicologici di Robinette nella strana roulette russa rappresentata dai viaggi spaziali su navi aliene, dai quali molti non fanno mai ritorno o tornano cadaveri a bordo delle navi autopilotate e nella progressiva scoperta della misteriosa e superiore tecnologia Heechee.

I romanzi della serie sono:

  • La porta dell’infinito (Gateway, 1977)
  • Oltre l’orizzonte azzurro (Beyond the Blue Event Horizon, 1980)

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    Frederik George Pohl Jr. (New York, 26 novembre 1919 – Palatine, 2 settembre 2013)

  • Appuntamento con gli Heechee (Heechee rendezvous, 1984)
  • Gli annali degli Heechee (Annals of the Heechee, 1987)
  • The Gateway Trip, 1990
  • The Boy Who Would Live Forever: A Novel of Gateway, 2004

Dopo aver finito il primo, la tentazione di cominciare il successivo e arrivare allo”Appuntamto con gli Heechee” è forte. Non per nulla “La porta dell’infinito” ha vinto tutti i principali premi di fantascienza: il Premio Hugo, il Premio Nebula, il Premio Campbell e il Premio Locus.

 

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