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ALLUCINOGENI, FANTARELIGIONE E LA GRAN TESTA DI DICK

Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritchPhilip K. Dick non è certo il più classico degli autori di fantascienza, pur essendo uno dei grandi nomi della fantascienza di epoca classica. La sua grande creatività e la sua capacità di guardare il mondo con occhi diversi lo hanno portato a scrivere romanzi e racconti che si muovono oltre i confini del genere. Non per nulla una delle opere pioneristiche dell’ucronia (“La svastica sul sole”) ha la sua firma.

Con “Le tre stimmate di Palmer Eldritch” (The Three Stigmata of Palmer Eldritch – 1965) pur portandoci attraverso cliché del genere, come i viaggi spaziali, la colonizzazione di altri mondi e le invasioni aliene, Dick ci offre un contesto ben diverso. Ci parla di droghe come Wallace in “Infinite Jest” non sa fare, inventandone di nuove, con nuovi effetti. Le immagina legate a dei Progetti (come il Can-D), dei sistemi per favorire dei viaggi guidati in altri mondi o addirittura come strumenti per il controllo dell’umanità e veicoli di invasioni aliene (come la Chew-Z). La diffusione di queste droghe hanno effetti non solo sulle menti e i corpi di chi le assume, ma sull’intera società e diventano metafora di un consumismo dilagante, di un sistema di controllo e assuefazione delle masse che fa pensare a un certo uso dei media.

Eppure “Le Tre Stimmate di Palmer Eldritch” sono anche altro: sono analisi e riflessione sui confini del reale, anticipando la moderna confusione con il virtuale e l’odierna manipolazione dell’informazione mediatica. Sono riflessione su Dio, sull’unicità dell’Uomo nell’universo, sul rapporto con il diverso e l’alieno. Sono, in fondo, un raro esempio (e certo uno dei primi) di fantareligione. Mi chiedo persino se avremmo potuto avere un Simmons con il suo ciclo di “Hyperion” senza quest’opera dickiana.

La visione della droga e degli alieni, pur muovendosi sui piani dell’allucinazione, non ci porta verso i mostri ancestrali di Lovecraft, né a un’analisi delle paure umane come negli scritti di Stephen King, ma, nel guidarci in viaggi nel tempo e nello spazio, mantiene una profonda razionalità, quasi asimoviana, per quanto il russo-americano sia agli antipodi rispetto a Dick.

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Philip K. Dick

L’opera si nutre di un’ambientazione articolata.

Ci ritroviamo in un mondo in cui il surriscaldamento globale è andato così avanti che a New York ci sono 80 gradi centigradi e quando il sistema di refrigerazione delle case si guasta, chi ci rimane dentro si cuoce, in un mondo in cui, secondo la visione romantica della fantascienza di epoca classica l’umanità ha colonizzato Marte, Venere, Ganimede e altri luoghi del sistema solare e riesce a viaggiare fino a Proxima Centauri, ma in cui alcune cose sono andate avanti ma non troppo, abbiamo per esempio degli “omeogiornali” ma non internet, dei medici-valigetta che somigliano a personal computer, ci sono individui con capacità precognitive, dei veggenti detti Precog, utilizzati per prevedere la moda futura, c’è una droga, la citata Can-D, assunta assieme a dei programmi onirici detti Progetti, ci sono tecniche “evolutive” che permettono di trasformare le persone per adattarle ad ambienti alieni, trasformandoli nelle cosiddette “Teste a bolla”, ci sono ancora i transistor e c’è chi pensa di trovare Dio su Proxima Centauri.

Il romanzo riprende degli elementi di un precedente racconto di Dick, “I giorni di Perky Pat” (The Days of Perky Pat), pubblicato nel dicembre 1963. Chi assume la Can-D si trova nel mondo della bambola Perky Pat, una sorta di barbie, che nella visione allucinata diviene forse più una sexy-doll.

Leggo su wikipedia che “In medicina le stimmate sono le variazioni palesi e manifeste al fenotipo che possono essere segno distintivo rispetto alla condizione comune.Risultati immagini per le tre stimmate di palmer eldritch

A un approccio semplicistico alla diagnosi sono i segni caratteristici che indirizzano per la loro sola presenza in maniera evidente, a essere elementi qualificanti per indurre l’attribuzione a determinate condizioni patologiche.

Le stimmate di Palmer Eldritch sono la sua bocca dai denti d’acciaio, la sua mano meccanica e i suoi occhi artificiali, che lo connotano come una sorta di cyborg. Ma chi è Palmer Eldritch? E dov’è veramente? Come una sorta di Dio (e qui le stimmate alludono a quelle di Cristo, ovviamente, le piaghe nelle mani, nei piedi e nel costato), grazie al diffondersi della droga Chew-Z, Palmer Eldritch è ovunque e ambisce a essere ciascuno di noi: Dio è in ciascuno di noi, no? Ma Palmer Eldritch procede per gradi: all’inizio ambisce solo a “essere un pianeta”, ovvero ogni abitante di Marte.

Qualcosa si nasconde dietro Palmer Eldritch? Non voglio rivelare oltre, perché l’opera è più complessa di quello che potrebbe sembrare a un lettore superficiale e merita di essere affrontata con attenzione.

 

Di Dick leggi anche:

Tempo fuor di sesto

Ubik

La svastica sul sole

Noi marziani

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PENSANDO A UN MONDO PIÙ SMART

Il n. 2 dell’Anno XI della rivista dell’Ordine degli Ingegneri ProgettandoIng è dedicato all’Informazione.

Sin dal n. 1 dell’Anno, la rivista si apre, dopo l’editoriale del curatore Giuliano Gemma, con dei miei contributi letterari.

Questa volta si comincia con l’articolo “La tecnologia nella galassia di Asimov” nel quale analizzo come questa muti nel corso dei vari cicli che compongono la grande storia futura della galassia immaginata dall’autore russo-americano Isaac Asimov.

Segue il mio racconto di fantascienza “Il campione”, sulla scelta da parte di una razza aliena di un campione di umanità da portare sul proprio pianeta.

Dopo i miei contributi inizia la parte più “ingegneristica” della rivista con l’articolo “La rivoluzione digitale: un’opportunità epocale per gli ingegneri” di Mario Ascari, che ci parla della “Quarta rivoluzione”, quella “Digitale”, preconizzando un mondo in cui oggetti elettronici siano in costante contatto e scambio reciproco mediante l’IoT, l’Internet-of-Things”, dopo l’ancora recente Terza Rivoluzione dell’elettronica.

Riprende il tema anche l’articolo di Enrico P. Mariani “Senza sicurezza una city non è smart”, che parte dalla definizione di Smart City, per raccontareRisultati immagini per smart city un contesto urbano con infrastrutture intelligenti, oggetti controllabili via internet (IoT) e big data, per parlarci di come i vari sistemi debbano rispondere a precise gerarchie per mantenere le necessarie sicurezze e impedire che un sistema di livello inferiore (vicino all’utente finale) non influisca su uno superiore.

Bruno Lo Torto, partendo da una riflessione sulla propria esperienza come ingegnere e su quello che per lui significa esserlo, nel suo “Ingegner sum, ingegneriae nihil a me alienum puto” ci spiega come le distinzioni tra i vari tipi di ingegneri siano limitative, essendo l’ingegneria una disciplina con una sua unitarietà, sempre più necessaria nella Fabbrica 4.0 che unisce robotica, produzione additiva e nanotecnologie, con un rinnovato sincretismo necessario a creare oggetti interdipendenti, come le Smart City, dove alla costruzione degli edifici occorre aggiungere l’elettronica e l’ingegneria delle informazioni per farli funzionare (semplifico un po’ banalmente io).

Risultati immagini per smart cityDopo questo viaggio nel futuro prossimo, che è quasi presente, Nicoletta Mastroleo ci riporta indietro nella storia, facendoci incontrare la figlia del grande Lord Byron, uno dei padri della letteratura gotica, che incontriamo nel suo articolo “Ada Byron e le origini dell’informatica”. La figlia del bardo fu, infatti, una matematica di pregio, che si dilettò con le prime macchine da calcolo.

Chiude la rivista un articolo di Fausto Giovannardi sull’architetto che realizzò la copertura dell’area olimpica di Monaco “Frei Otto & Pink Floyd”: il sistema fu ripreso, infatti, nei concerti del gruppo rock.

 

KEATS E IL CROLLO DELLA GALASSIA VATICANA

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Hyperion” di Dan Simmons, pubblicato nel 1989, è il primo volume del ciclo “I Canti di Hyperion”. Molto amato dagli appassionati di fantascienza, ha vinto il prestigioso Premio Hugo nel 1990.

La saga comprende:

  1. Hyperion” (id., 1989)
  2. La caduta di Hyperion” (The Fall of Hyperion, 1990)
  3. Endymion” (id., 1995)
  4. Il risveglio di Endymion” (The Rise of Endymion, 1997).

Oltre ai quattro romanzi principali si possono, in realtà aggiungere anche il romanzo breve “Gli orfani di Helix” (1999, pubblicato nell’antologia “Universi lontani” curata da Silverberg) e, parrebbe, un paio di racconti (“Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”, entrambi nell’antologia “Prayers to Broken Stones”, sempre che il primo non sia in realtà l’ultimo dei sei racconti che compongono “Hyperion”, ma non ho il testo per poter verificare).

 

Hyperion”, costruito come un contenitore di racconti, parte un po’ lentamente, poi i vari personaggi, in attesa di raggiungere il pianeta Hyperion, Risultati immagini per i canti di hyperion FILMraccontano ciascuno la propria storia, illustrando i propri rapporti con questo mondo, e l’interesse del lettore cresce progressivamente.

La scelta di avere una storia principale che faccia da cornice a dei racconti è una formula narrativa che non amo, sebbene abbia precedenti illustri come le “Mille e una notte”, il “Decamerone” di Boccaccio, “I racconti di Canterbury” di Geoffrey Chaucer o “Il castello dei destini incrociati” di Italo Calvino.

Se ci si limita a leggere solo “Hyperion”, il racconto-contenitore appare poco rilevante e sembra avere solo funzione di collante, ma le sei storie raccontate al suo interno costituiscono l’antefatto di quanto sarà narrato nei volumi successivi e il loro convergere è evidente già nel fatto che i sei narratori nel racconto-cornice siano riuniti nel loro pellegrinaggio allo Shrike.

 

Con il primo racconto ci caliamo in una storia che di per sé, come le successive, è un affascinante romanzo breve. Leggendo l’intero romanzo non ci si rende subito conto di quanto questa prima storia sarà poi rilevante per l’intera saga, con tutti i suoi riferimenti a elementi che si svilupperanno in altri romanzi. Vi si narra del viaggio su Hyperion di un prete cattolico, Lenar Hoyt, che, partito alla ricerca di una misteriosa popolazione discendente da esseri umani naufragati generazioni prima sul pianeta, i Bikura, ha ora costituito una sua forma di civiltà tribale. Il prete rimane bloccato assieme a questi strani individui, scoprendo che sono divenuti assai diversi dai loro antenati e che custodiscono una misteriosa basilica sotterranea abitata da strane creature simili a stelle marine (o, meglio, a delle croci), che entrano in simbiosi con loro e con lo stesso prete. Sono i crucimorfi, che avranno un ruolo assai importante in tutto il Ciclo. Nelle profondità della terra, vive poi una creatura malvagia e misteriosa, il leggendario Shrike, figura centrale del pianeta, del romanzo e del Ciclo.

Lenar Hoyt diverrà poi l’eternamente risorgente papa Giulio (ogni volta con un numero successivo fino al XIV) e infine quel papa Urbano XVI della nuova Chiesa Cattolica alleata al Tecno Nucleo, che dichiarerà l’inizio della crociata contro i mutanti Ouster.

 

Già in questo primo racconto sono forti i riferimenti a quanto scritto da Keat nel suo “La caduta di Iperione”.

Per esempio, il tempio e la scalinata fanno pensare ai versi:

«Questo tempio

triste e solitario è tutto ciò che

rimane dopo i lampi d’una guerra

che fu combattuta tanti anni fa

dalla gerarchia dei giganti contro

i ribelli, e questa vecchia immagine

i cui incisi tratti si corrugarono

nel mentre lui cadeva è di Saturno,

ed io sono Moneta, che rimango

unica e suprema sacerdotessa

della sua desolazione».

E questi versi di Keats, dalla stessa opera, non ricordano un passo del racconto?

E mentre ancora

bruciavano le foglie, all’improvviso

sentii il brivido d’una paralisi

salire da terra su per le gambe,

e tanto rapidamente che avrebbe

presto fatto presa su quelle vene

che palpitano vicino alla gola.

E le doppie morti dei Bikura non sono forse ispirate a questi versi de “La caduta di Iperione” di Keats?

Tu

hai assaporato che cosa significhi

morire e poi vivere nuovamente

prima dell’ora fatale.”

E la difficoltà del prete a salire l’immensa scalinata non nasce da questi versi ottocenteschi?

Se non puoi salire

questi scalini è meglio che tu muoia

su quel marmo ove ora sei

 

Il secondo racconto è quello di un soldato, il colonnello Fedmahn Kassad, che nel quarto romanzo scopriremo poi avere una seconda, crudele, identità. Attraverso una serie di simulazioni virtuali di battaglie reali del passato e immaginarie del nostro futuro, impariamo a conoscere l’universo in cui è inserita la storia. In ognuno di questi mondi virtuali il palestinese Kassad incontra una donna di cui s’innamora. Giunto poi su Hyperion, combatte contro i feroci Ouster e riceve oltre all’aiuto della misteriosa ragazza, Moneta, anche del perfido Shrike. Mentre Kassad e Moneta fanno l’amore, la ragazza si trasforma nello Shrike. Si noti che Moneta è il nome della sacerdotessa (reincarnazione di Mnemosyne) che compare ne “La caduta di Iperione” scritta dal vero John Keats. Scopriremo nelle opere successive che come Kassad, anche lei ha una doppia identità.

Questo racconto appare ricchissimo di particolari e dettagli delle battaglie e non solo, con un vocabolario che inserisce neologismi a raffica, senza spiegarli più che tanto (ma non si sente il bisogno di capirli a fondo), per descrivere navi spaziali, armi, creature e apparati di vario tipo. Questi dettagli e questo vocabolario così ricco sono al contempo la bellezza e la debolezza di questo brano. Si rimane affascinati da questo fiume in piena di eventi e parole, ma se ne sente un po’ l’inutilità ai fini della sostanza della trama. Peraltro, andando avanti con la lettura, si finisce per restare presi nella loro rete e non volerne più uscire.

 

Il terzo narratore è un poeta, Martin Sileno (“poi un vaporoso sopore/ mi colse e sprofondai come Sileno / su un antico vaso” scrive Keats ne “La caduta di Iperione”). Ci narra del suo grande successo letterario “I Canti di Hyperion” (tre miliardi di copie venduti nei vari mondi), della sua crisi successiva e della sua attività di autore commerciale con i sequel del primo libro (dal II al IX), fino alla sua venuta su Hyperion dove scopre l’incredibile legame tra la sua opera e il mostro Shrike e come questa progredisca nella misura in cui il mostro fa strage degli abitanti della Città dei Poeti.

A proposito di poeti, il nome dell’opera (“Hyperion”), così come parte dei nomi che si incontrano, è un omaggio al poeta ottocentesco John Keats, che nel 1818 pubblicò un’opera omonima. Keats è citato più volte in questo racconto e definito il più puro tra tutti i poeti di sempre. Più avanti incontreremo un altro alter ego di Keats, ma anche Sileno, in quanto poeta non è lui stesso Keats? Oltre a una città che ne porta il nome, ne troviamo un’altra che si chiama Endymion, come l’opera dell’inglese.

Iperione, peraltro, era un epiteto del Sole e in greco significa “Che si muove al di sopra”. Era anche uno dei dodici Titani, uno di quelli che si schierò con Crono (il Tempo, che qui ha molta importanza!) contro Zeus (che qui rappresenta forse Dio o l’ordine costituito). Sarà un caso che dal viaggio su Hyperion dei Sei Pellegrini, nascerà la rivolta contro la Chiesa Cattolica nel quarto volume della Saga? Keats nella sua opera “Iperione” ha voluto rappresentare lo scontro tra gli antichi Dei di pietra, i titani, e in nuovi Dei d’ambrosia e, in particolare, lo spodestamento di Iperione, sostituito da Apollo come divinità solare. Simmons ci mostra le lotte degli umani “tradizionali” (non mutanti) da una parte con gli Ouster (umani mutanti che si librano nello spazio come Dei) e dall’altra con l’entità semi-divina del Tecno Nucleo.

 

Il quarto narratore, lo studioso di filosofia Sol Weintraub, è un ebreo la cui figlia Rachel, in missione archeologica su Hyperion, all’interno di una sfinge, vicino alle Tombe del Tempo, contrae uno strano Morbo di Merlino, che ogni notte la fa ringiovanire di un giorno e perdere la memoria di un altro giorno, così che ogni mattina si sveglia come se fosse il giorno prima e non quello dopo. Il suo tempo soggettivo scorre al contrario. Si parla qui anche di maree del tempo e sacche temporali e mi viene allora da pensare agli anelli temporali di Ramson Riggs (“La casa dei bambini speciali di Miss Peregrine” – 2011) . La vicenda di Rachel, però, è piuttosto, qualcosa di simile al film del 2008 “Il curioso caso di Benjamin Button”, ispirato a un racconto di Francis Scott Fitzgerald del 1922.

Il padre cerca di guarirla prima in modo scientifico, poi si rivolge alla Chiesa dello Shrike. Padre e madre fanno di tutto per rendere meno traumatici i risvegli della figlia, che ogni mattina trova più vecchi genitori e amici, in un mondo in cui tutto è andato avanti, mentre solo lei sta tornando indietro. Anche qui il fatto che il padre sia ebreo e un filosofo ha la sua importanza, così come il ruolo del Vescovo e degli altri religiosi fedeli dello Shrike, perché il libro, tra le righe si presenta, man mano che si legge, sempre più come una riflessione sulla religione e la fede, ma anche sul significato del tempo. Sol, oltretutto, è tormentato da una voce che lo invita ad andare su Hyperion e lì sacrificare sua figlia, come Abramo con Isacco.

Ritroveremo Rachel, nei volumi successivi, accanto a Colei che Insegna e scopriremo una sua diversa identità.

 

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Dan Simmons

La quinta storia è raccontata da una donna, l’investigatrice Brawne Lamia e nel suo racconto compare un personaggio fondamentale: John Keats. Non proprio il poeta cui tutto il romanzo è dedicato e da cui è ispirato, ma il suo cibrido. Che cosa sia un cibrido non facile a dirsi, ma accontentiamoci di sapere che è una sorta di cyborg la cui personalità è stata costruita immaginando come potesse essere quella di una data persona, in questo caso il poeta ottocentesco John Keats. Il cibrido è il cliente della detective ma anche la vittima dell’omicidio su lui stesso cui le chiede di indagare. Come già nel racconto del prete avevamo affrontato il diverso concetto di morte dei Bikura, qui dovremo familiarizzarci con quella che un cibrido, pur ancora vivente, considera sia stata la propria morte. La vicenda ci porta su un pianeta in cui è stata ricostruita l’antica Terra, ormai distrutta, e in particolare in una riproduzione della Roma attuale, con Colosseo e Piazza di Spagna (luogo in cui visse il celebre poeta). Come nel racconto del colonnello Kassad anche qui certi dettagli di lotta, come lo scontro con Codino, Simmons ce li avrebbe anche potuti risparmiare.

Lamia è sempre nome che fa riferimento a Keats e al suo “Lamia, Isabella, La vigilia di S. Agnese e altre poesie” del 1820, volume che comprende anche il poema incompleto “Iperione”. Tale opera fu poi riscritta da Keats, cercando di spurgare le parti troppo influenzate da Milton e ne nacque così “La caduta di Iperione”. La stessa Lamia, infine, si trasforma nell’ennesimo alter ego di Keats, quando il cibrido trasferisce nella mente della donna la propria coscienza. Lamia e il cibrido Keats saranno i genitori della mitica Aenea, protagonista della seconda metà dei “Canti di Hyperion”.

 

La sesta storia mi è parsa la più debole, anche perché è divisa in due, prima il Console narra dei suoi nonni, i ribelli Siri e Merin, e poi parla di se stesso e di come sia arrivato su Hyperion per aiutare l’Egemonia a combattere gli Ouster, ma forse fa il doppio gioco. Più importante di lui, nel seguito della storia, si rivelerà la sua Nave interstellare.

 

Dopo il racconto del Colonnello, i Sei Pellegrini riprendono la loro marcia su Hyperion verso le Tombe del Tempo e probabilmente lo Shrike, ma il romanzo finisce qui e occorrerà leggere il resto del ciclo per capire cosa sarà di loro e, soprattutto, se le sei storie abbiano maggiori punti in comune tra loro a parte il pianeta Hyperion, lo Shrike e John Keats.

 

Affascinante è la commistione con la vita e le opere di Keats che contribuisce a rendere quest’opera complessa e articolata. Il suo senso si disvela poco per volta, mostrandoci un intreccio di storie ricche di riflessioni sulla religione e la filosofia, al punto di rappresentare certo uno dei lavori fantascientifici (e non solo) più interessanti degli ultimi anni, anche se essendo parte di un ciclo, appare incompleto oltre che privo della forma di autentico romanzo, essendo piuttosto un’antologia di romanzi brevi, per quanto connessi e collegati tra loro e propedeutici a una loro unificazione narrativa, che si realizzerà solo con l’ultimo volume “Il risveglio di Endymion”. Si potrebbe quasi dire che questo ciclo si componga di dieci storie: i sei romanzi brevi di “Hyperion” e i tre romanzi lunghi successivi (oltre agli spin-off citati all’inizio). La visionarietà dell’insieme e la qualità di racconti come quello del prete e del filosofo ebreo meritano comunque in pieno la lettura dell’intero volume e il suo complessivo apprezzamento persino slegati dalla saga.

 

Risultati immagini per i canti di hyperion FILMEppure le sei storie non riescono a trovare unità o spiegazione neanche nel secondo volume “La caduta di Hyperion”.

Non abbiamo qui più la struttura a racconti incastonati nella cornice generale, ma quest’ultima diviene la storia portante, riunendo per un po’ i sei personaggi, che, però, tornano presto a dividersi. Inoltre, una seconda storia si sviluppa in parallelo allo “sviluppo della cornice”, avendo come protagonista un nuovo cibrido collegato alla personalità artificiale di John Keats. La centralità del poeta e delle sue opere già riscontrata nel primo romanzo, qui acquista ancora maggior rilievo.

Il cibrido è un essere umano creato artificialmente e con una personalità ricostruita sulla base di quella del poeta morto alcuni secoli prima e presente in una sorta di rete internet evoluta. In uno dei sei racconti del primo libro, abbiamo visto come il cliente e amante della detective Brawne Lamia fosse un cibrido con la personalità (e il nome) di John (Johnny) Keats. Quando il cibrido viene distrutto, trasferisce la propria personalità nella mente della donna. Il suo corpo viene, invece “riciclato” per dare vita a un nuovo cibrido, che prenderà nome di Joseph Severn (nel mondo reale costui era un’artista amico del poeta inglese ottocentesco). Joseph Severn, che diviene il ritrattista di Meina Gladstone (primo funzionario dell’impero galattico chiamato Egemonia dell’Uomo) e una sorta di suo consigliere, conserva memorie della vecchia personalità del cibrido John Keats e “sogna” i sei pellegrini che sul pianeta Hyperion stanno per incontrare il mitico mostro tecnologico giunto dal futuro, noto come Shrike.

Questo romanzo conferma la ricchezza di contenuti del primo, sia per gli importanti riferimenti letterari, sia per l’intensa riflessione su Dio, la morte, il tempo, il dolore, la tecnologia e il futuro e trascinano ancor più il lettore nella galassia ventura immaginata da Simmos.

I riferimenti a religioni reali e immaginarie sono importanti e l’opera, che fa riferimento al keatsiano conflitto tra Titani e Dei olimpici, mostra qui il conflitto tra umani, nuovi umani (Ouster) e, soprattutto, intelligenze artificiali presenti in una rete che somiglia a un web iper-potenziato e autocosciente (il TecnoNucleo). Assistiamo a un conflitto tra tre fazioni di IA (intelligenze artificiali), Stabili, Volatili e Finali intorno alla generazione di un nuovo Dio (IF – Intelligenza Finale), da generare dalla Rete, con l’umanità ridotta a pedina di un gioco assai più grande. Non pensate, però, a nulla di simile all’adolescenziale “Divergent” di Veronica Roth con i suoi Divergenti, Candidi, Eruditi, Pacifici, Abneganti e Intrepidi; siamo in un altro genere di letteratura, ben più complesso e maturo, e nell’ultimo volume scopriremo che questa tripartizione è solo una falsa semplificazione dell’articolato conflitto interno alle IA. Quello tra religioni, preannunciato dal riferimento keatsiano, si paleserà nella seconda parte del ciclo.

Il fascino del primo volume era soprattutto nelle storie che parlavano dei misteriosi e primitivi Bikura o in quella della ragazza Rachel-Moneta per la quale il tempo ha preso a scorrere alla rovescia, facendola tornare bambina, ma questo secondo volume ricorda assai di più il racconto delle imprese belliche del colonnello Kassad e  porta il ciclo a somigliare a una “space opera”, assai di più di quanto si potesse immaginare leggendo il solo “Hyperion”, proiettandoci nel mezzo di un’epica ed estrema guerra interstellare.

 

Il terzo volume, s’intitola “Endymion”, nome che rimanda, come detto, a quello di una delle città già incontrate nella saga e che a sua volta, come Risultati immagini per endymion simmonsmolti nomi de “I Canti di Hyperion”, riprende nomenclature keatsiane (qui quello di un poema del poeta ottocentesco inglese).

Dal titolo, mi aspettavo quindi che Simmons avrebbe parlato di tale città hyperioniana, ma, nella narrazione, sono passati dei secoli e la città ha cambiato nome e aspetto. L’Endymion che presta il nome al romanzo è, invece, un combattente chiamato Raul Endymion e che ha preso il cognome dall’antica città del pianeta Hyperion e la scena, anziché restringersi dal pianeta Hyperion alla città Endymion, si allarga all’intera galassia.

Dan Simmons ci avverte subito che siamo in un altro luogo letterario rispetto ai primi due romanzi, iniziando l’opera con le parole:

Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.

Già mi sorprenderebbe il semplice fatto che tu legga questo scritto. Ma non sarebbe la prima volta che gli eventi mi sorprendono. Gli ultimi anni sono stati per me una successione di eventi improbabili, ciascuno più straordinario e, a quanto pare, inevitabile del precedente. Scrivo infatti per condividere con altri questi ricordi. Forse non proprio per condividerli (lo so, è molto poco probabile che qualcuno trovi i miei scritti) ma soltanto per mettere sulla carta la serie di eventi, in modo da darle nella mia mente forma compiuta.

Insomma, dall’incipit ci si potrebbe aspettare che questo romanzo non parli più dei Sei Pellegrini e del loro viaggio (avvenuto secoli prima) su Hyperion, ma, in realtà, il loro ricordo è fortemente presente e gli eventi che vi accadono, nonché l’ambientazione ne sono una derivazione.

Hyperion” mi aveva colpito per il ruolo, seppur ancora marginale, della Chiesa Cattolica, raramente presente in una space-opera ambientata su mondi remoti in futuri lontani, ma quella presenza, a ulteriore distanza di tempo nel piano narrativo, in “Endymion” trova il suo senso e diviene ancora più dominante.

In “Hyperion” la galassia era dominata dal potere laico dell’Egemonia, in lotta con il potere elettronico del Tecno Nucleo e contro i mutanti Ouster, abitatori dello spazio vuoto.

In “Endymion” la Chiesa ha vinto una guerra che ancora non stava combattendo nei romanzi precedenti e ora domina la galassia! Trovata già di per sé geniale, e, per me sufficiente a giustificare la lettura del romanzo. La sua arma vincente è stato un parassita alieno (ma è davvero un essere naturale o piuttosto qualcosa creato appositamente?), il crucimorfo, una creatura a forma di croce che in “Hyperion” rendeva il popolo dei Bikura, immortali ma anche sterili e dementi. Il Tecno Nucleo ha superato tali difetti del parassita custodito dal mostruoso Shrike dal corpo di lame mortali, e ha dato così alla Chiesa un nuovo sacramento, la Resurrezione, che può ora essere impartito a chiunque accetti su di sé il crucimorfo. Il parassita riesce a far risorgere da quasi ogni tipo di morte e dona all’impero galattico detto Pax ovvero al braccio temporale della Chiesa Cattolica e di Papa Giulio (il numero che lo identifica aumenta di un’unità a ogni sua resurrezione), la soluzione per rendere più veloci i viaggi spaziali: gli astronauti vengono uccisi in ogni spedizione dalle forti accelerazioni ma risorgono in tre giorni appena arrivati sui nuovi mondi, grazie anche ad apposite “culle di resurrezione”, che ne evitano il totale spappolamento e gestiscono le fasi di rivitalizzazione dei corpi. Il crucimorfo giustifica l’alleanza insana tra la Chiesa Cattolica e il Tecno Nucleo.

Le altre religioni, non sono scomparse, ma nei loro viaggi i protagonisti quando finiranno su pianeti abitati solo da ebrei o solo da mussulmani li troveranno misteriosamente deserti, sospettando recenti olocausti a opera della Pax e delle sue Guardie Svizzere, un corpo armato agguerritissimo, che somiglia assai più a super-marines che agli alabardieri dalle divise variopinte in posa per i turisti davanti al Vaticano.

Protagonisti assieme al citato Raul Endymion sono A. Bettik, un androide dalla pelle blu (quelli come lui la hanno di tale colore per non far confondere gli uomini artificiali con quelli veri) ed Aenea, una bambina che dovrà diventare “Colei che Insegna” ovvero il nuovo messia di cui parla l’incipit. Aenea è la figlia di Lamia, incontrata nel primo romanzo, e del cibrido John Keats e Raul la troverà, proveniente da un altro tempo, all’uscita della stessa sfinge che fece ammalare Rachel del Morbo di Merlino, che fa scorrere il tempo biologico alla rovescia.

La Chiesa, sebbene sia stata aiutata dall’ipertecnologico Tecno Nucleo nella sua ascesa, ha bandito ogni forma di intelligenza artificiale dal proprio impero e sopravvivono ormai solo pochissimi androidi come A. Bettik.

Il terzetto si riunisce per volontà di Martin Sileno, il poeta autore, secoli prima, de “I Canti di Hyperion” i cui si narrano le avventure dei Sei Pellegrini (lui compreso), che ha mandato Endymion e A. Bettik a salvare Aenea e a compiere altre imprese all’apparenza impossibili. Sileno, pur non avendo assunto il crucimorfo, è ancora vivo dopo secoli per effetto dei ritardi temporali dovuti ai suoi numerosi viaggi spaziali e grazie alle moderne tecniche di ringiovanimento.

Questo terzo volume è il più affascinante di una delle più belle serie fantascientifiche, innanzitutto per l’unitarietà della trama assente nei precedenti libri (la fuga di Aenea attraverso i mondi e i Portali risvegliati del Tecno Nucleo, che si credeva distrutto), ma anche per il continuo succedersi di avventure sorprendenti, con i nostri eroi che si trovano ogni volta invischiati nelle situazioni più difficili e sempre riescono a uscirne. Positivo è anche l’intreccio tra la storia del terzetto di fuggiaschi e quella del loro inseguitore, il Padre Capitano Federico De Soya (si noti che il comandante di vascello interstellare, qui investito dei massimi poteri da un diskey con salvacondotto papale, sia al contempo un sacerdote e un comandante militare). Grandiosa è anche qui la capacità creativa di Dan Simmons che, pur restando sul solco della fantascienza classica, riesce a creare una miriade di innovazioni e soluzioni tecniche che fanno di quest’opera del 1995 qualcosa di nuovo nel panorama della fantascienza. Opera nuova ma che sembra continuamente strizzare l’occhio ai classici del genere, in primis ai cicli di Asimov. Qui come lì abbiamo una Galassia pronta a essere dominata dall’umanità, anche se i mostri alieni, di norma non molto di più che allo stato animalesco, rappresentano un contorno appena più importante. Come nei cicli di Asimov assistiamo al declino (il “Crollo della Galassia Central”) di un grande impero galattico e alla sua sostituzione con un altro, ma qui si aggiunge il tema del conflitto tra religioni. Come per l’autore russo-americano, anche per Simmons verrà un tempo in cui l’umanità, pur arrivata a produrre automi e macchine intelligentissime, entrerà in conflitto con loro e le annienterà. Se per Asimov, alla fine degli automi sopravvive il robot telepatico Daneel R. Olivaw ed è lui a guidare segretamente l’umanità, per Simmons sembra che, dopo il bando dell’I.A., sia il Tecno Nucleo a guidare le sorti delle tre forze in lotta, Egemonia, Pax-Chiesa Cattolica e Ousters, ma occorrerà finire il ciclo per comprendere che questa è solo una verità parziale. La Galassia di Simmons è però assai più multietcnica di quella rigidamente anglosassone dei Cicli dell’Iimpero e della Fondazione.

Insomma, innovazione, ma vera e propria fantascienza. Una strada diversa dagli approcci di Stephen King o Haruki Murakami, per dire due degli autori maggiori che negli ultimi decenni hanno contaminato la fantascienza, creando generi fantastici che solo in parte si riescono ancora a riconoscere come Sci-Fi.

L’evoluzione della Chiesa e della fede per effetto dell’unione con il crucimorfo fanno, come detto, di questo libro e del ciclo uno dei maggiori esempi di fantareligione, anche se questa va intesa più come storia fantastica della religione, che non come invenzione di un nuovo credo, nonostante le profonde innovazioni create nel cattolicesimo dal nuovo sacramento della Resurrezione a opera del parassita. Da notare che la centralità del ruolo della Chiesa fa sì che il romanzo sia ricchissimo di riferimenti a Roma e all’Italia (oltre che, in misura minore, alla Spagna), cosa interessante e del tutto anomala nel panorama fantascientifico di lingua inglese.

Il volume si conclude con la risoluzione delle avventure del terzetto e con la previsione programmata di nuove imprese da realizzare.

Simmons, però, c’ha insegnato che tutto quello che poco prima c’ha mostrato come il sentiero inevitabile e scontato dal quale i nostri eroi mai potranno essere in grado di scostarsi, sempre si apre su nuovissime strade che difficilmente si potevano immaginare, dunque non vogliamo credere alle sue promesse altro che per pensare che riuscirà a stravolgerle. Questa grande creatività fa di Simmons un maestro tra gli autori creatori di universi e un narratore sempre capace di stupire il lettore con le sue imprevedibili svolte.

 

IRisultati immagini per endymion simmons risvegliol risveglio di Endymion” (1997) è l’ultimo della quadrilogia e il seguito di “Endymion” (1995), con cui costituisce quasi un mini-ciclo, avendo per protagonisti gli stessi Raul Endymion ed Aenea, invece assenti nei primi due volumi.

Questi (“Hyperion” – 1989 – e “La caduta di Hyperion” – 1990) sono ambientati alcuni secoli prima degli ultimi due, ma le due coppie di libri sono strettamente connesse e in “Il risveglio di Endymion” ritroviamo molti dei personaggi di “Hyperion” (e questo annulla la carente unitarietà iniziale del ciclo) e molti dei misteri che avevamo incontrato nelle centinaia di pagine precedenti si chiariscono.

 

Se “Endymion” ci trasporta in una galassia diversa da quella dominata dall’Egemonia e dal Tecno Nucleo che abbiamo conosciuto con “Hyperion”, ovvero in una galassia dominata da un Papa che risorge a ogni morte, dalla Chiesa Cattolica e dal suo braccio armato, la Pax, “Il risveglio di Endymion” ci spiega meglio questa rinascita della Chiesa Cattolica e i segreti del suo potere, ma ci porta anche attraverso mondi dominati da altre fedi e, in particolare, ci fa ritrovare la protagonista Aenea, ormai non più bambina, circondata da una comunità buddista, creando così l’occasione per un raffronto anche teologico-filosofico tra cristianesimo e buddismo.

Se il nuovo sacramento della Resurrezione ha reso potente la Chiesa e il suo braccio secolare, la Pax, come abbiamo già appreso nel precedente volume, qui scopriamo una nuova filosofia che parte dal concetto di Amore inteso come forza fisica, con le sue leggi, e lo estende a qualcosa che viene definito il Vuoto che Lega, che è il senso di tutte le fedi e superstizioni. Tramite il Vuoto che Lega, Aenea spiega persino la resurrezione originale, quella di Cristo. Scopriremo, infine, dall’ormai millenario Martin Sileno, che il Vuoto che Lega è la Sfera Dati dell’Universo. Sileno spiegherà tramite il Vuoto che lega anche l’attività degli scrittori: “È questo, ragazzo, ciò che fanno gli scrittori, gli artisti, i creatori. Ascoltano il Vuoto e cercano di udire i pensieri dei morti. Sentire il loro dolore. Il dolore dei vivi, anche. Trovare una musa è solo il modo di un artista o di un sant’uomo per mettere un piede nella porta principale del Vuoto che lega”. Il Vuoto che Lega è anche alla base del Teletrasporto, per non dire dell’armonia dell’universo.

 

I Canti di Hyperion”, nonostante l’insolito ruolo centrale della religione, oltre che fantareligione, sono anche una grande space opera, con viaggi e battaglie spaziali e vera fantascienza, con il tentativo di immaginare  vari sistemi per muoversi da una stella all’altra, dai Portali, alle navi Hawkings, agli Astrotel, al Tempo Veloce, con la descrizione di mondi incredibili come, tanto per citarne uno tra molti, il gigante gassoso su cui finisce Endymion e dove è possibile vivere (o sopravvivere) solo negli strati più altri dell’atmosfera o come i mondi ramificati nello spazio interplanetario degli Ouster, tutti mondi spesso popolati da creature frutto di una fervida fantasia razionale. A volte attraversando questi strani pianeti sembra quasi di essere in una moderna versione de “I viaggi di Gulliver”, altre volte si pensa, come si diceva, ai Cicli asimoviani, sia per la prevalenza di esseri umani su mondi lontani, sia per il rapporto/ conflitto tra intelligenza umana e artificiale, sia, infine, per la presenza di esseri umani provenienti da una Terra dimenticata in Asimov e scomparsa in Simmons.

Gioca, insomma, Simmons, a creare nuovi mondi, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a immaginare diverse forme di intelligenza, a riflettere sull’uomo e la sua natura e il suo rapporto con il soprannaturale e la filosofia.

A volte certe descrizioni storiche o geografiche possono prolungarsi un po’, ma subito l’autore sa riprendersi e scaglia il lettore in nuove avventure dal ritmo mozzafiato, scontri, arrampicate, voli, scalate, nuotate negli ambienti più insoliti e spesso ostili, in una sfida continua non solo alla morte, ma alle leggi fisiche e logiche, pur ricercando (e trovando) sempre un filo conduttore, come solo un maestro della scrittura può fare.

Sebbene ne “Il risveglio di Endymion” siano passati secoli dagli eventi del primo romanzo, gli effetti distorsivi dei viaggi spaziali, gli spostamenti attraverso il tempo, la memoria, i trattamenti anti-invecchiamento, i flash-back ci fanno ritrovare personaggi dei romanzi precedenti in un rimescolio di eventi e vite da capogiro.

 

Se di norma un romanzo di fantascienza si accontenta di immaginare un sistema per viaggiare nello spazio, qui, come detto, ne troviamo numerosi diversi e alternativi, basati su differenti principi. Se di norma la fantascienza si limita a immaginare il conflitto con una razza aliena o un’intelligenza tecnologica, qui abbiamo lo scontro tra gli umani che mantengono il loro DNA originale e modificano l’ambiente (lo terraformano) e quelli (gli Ouster) che preferiscono adattarsi all’ambiente, arrivando persino a colonizzare gli spazi interplanetari, adattando il proprio genoma, ma abbiamo anche un conflitto con un’entità tecnologica onnipresente ed estesa quale il Tecno Nucleo, abbiamo la presenza di androidi, ciborg e cibridi e altre forme di intelligenza artificiale non necessariamente legate al Tecno Nucleo, abbiamo i crucimorfi, parassiti prodotti dal Tecno Nucleo per controllare l’umanità, trasformandola in una sorta di riserva di memoria, abbiamo, in questo quarto volume, la comparsa di creature aliene originali (tradendo la visione antropocentrica della galassia asimoviana da cui sembrava di essere partiti), abbiamo il conflitto tra la Pax e le altre religioni, che questa cerca di spazzar via mediante crociate al limite del genocidio (anche se le popolazioni non cattoliche vengono addormentate e sfruttate come banchi di memoria dal Tecno Nucleo, alleato-padrone della Pax). Abbiamo osservatori alieni dai grandi poteri, che potrebbero aver ispirato quelli della serie TV “Fringe” (2008-2013) ideata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci, se non altro per la loro capacità di dominare il flusso del tempo. L’androide A. Bettik, peraltro, sembra la versione meno attiva del robot asimoviano R. Daneel Olivaw (vedi, in particolare, “Fondazione e Terra”, anche se è presente in tutti i Cicli asimoviani) per i rispettivi ruoli nelle sorti della Galassia.

Sembrerebbe che persino un’opera cinematografica di grande impatto come “Matrix” (il film di Larry e Andy Wachowski del 1999), possa essere debitrice di Simmons per gli umani addormentati e collegati a delle macchine intelligenti, così come per il moto in Tempo Veloce dello Shrike, di Nemes e dei suoi tre cloni.

Ad arricchire ulteriormente quest’opera, già fin troppo ricca, c’è il messaggio di Colei Che insegna, Aenea, che lei stessa riassume con due parole “Scegli ancora” e che proveremo a semplificare dicendo che nessuna scelta deve mai essere definitiva, che tutto deve sempre essere rimesso in discussione, cosa che Simmons fa continuamente anche all’interno di questo ciclo, dove appena ti pare di essere alla risoluzione di un’avventura o di un problema, subito l’autore ci regala uno sviluppo o un’alternativa inattesa. Aenea conosce il futuro, ma come un sogno, come un ricordo di qualcosa che dovrebbe avvenire, che potrebbe avvenire, ma il futuro è solo un’ipotesi e può sempre cambiare. Il futuro sembra scritto, sembra segnato dal Destino, eppure non lo è, può prendere diverse strade, per effetto di questo libero arbitrio (“Scegli ancora”). I personaggi attraversano lo spazio a distanza astronomiche, ma anche il tempo, in avanti e indietro, in modi e con mezzi sempre diversi, dalla Rachel che ridiventa bambina e che qui ritroviamo adulta, ma diversa dalla Moneta che era diventata, allo Shrike, che viene dal futuro e ci torna quando vuole e altera il ritmo del tempo attorno a sé, alle capsule di criofuga, che congelano lo scorrere degli anni per i protagonisti, alle tecniche antinvecchiamento.

Il poema “Endymion” è il primo lavoro in cui Keats (quello reale) esplicita uno dei principi base della sua filosofia: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore. Aenea qui, novello messia, si sacrifica per donare all’umanità il potere del Vuoto che Lega.

Come scritto più sopra, “Endymion” si apriva avvertendo il lettore che quella che stava per leggere era una storia diversa quella raccontata in “Hyperion” e che il volume non avrebbe risposto alle domande aperte dal pellegrinaggio sul pianeta dei sei protagonisti originali. Il terzo volume del Ciclo, in effetti, non dà queste risposte. A farlo, ci pensa, invece, “Il risveglio di Endymion”.

 

In conclusione, “I Canti di Hyperion” si confermano con questo quarto volume, come una delle più grandiose, ricche e creative opere di fantascienza e della letteratura di fine XX secolo. “Il risveglio di Endymion” è parte ineliminabile di tale saga e contribuisce alla quadratura del cerchio, o se meglio preferite alla “chiusura del ciclo”, fornendo le spiegazioni e gli sviluppi di tutto ciò che i precedenti tre libri avevano lasciato aperto.

In questo, però, forse, Dan Simmons si dimostra meno innovativo che in molti altri aspetti della sua narrativa: questo è un altro punto in cui sembra seguire la scuola di Isaac Asimov, che spesso scriveva fantascienza come se stesse scrivendo un giallo. Nell’opera del grande autore della Si-Fi classica abbondano, infatti, le spiegazioni, al limite del pedante, di ogni evento e mistero.

Simmons sa essere molto più leggero di quello che mi pare si possa considerare il suo maestro, e, soprattutto, evita il difetto di inserire le spiegazioni in dialoghi-monologhi tra i protagonisti. Anche lui, però, non sa resistere alla tentazione di fornire una spiegazione.

La letteratura deve porci le domande, deve farci riflettere, ragionare, sognare, deve darci la magia del mistero. Le risposte le deve dare il lettore, dentro di sé, ogni lettore a modo suo. Non è compito degli autori. Non si deve valutare un’opera per la sua capacità di giustificare tutto ciò che contiene. È giusto fornire delle risposte ai lettori?  I misteri sono spesso il motore delle storie e la loro soluzione può sempre deludere qualcuno. Io stesso, peraltro, leggendo i primi volumi, cercavo queste risposte. Non sarebbe, però stato più affascinante trovare una soluzione aperta? Eppure il giudizio complessivo sull’opera rimane largamente positivo, anche perché le risposte fornite alla storia e ai lettori funzionano.

Simmons, come il citato  Asimov, è un maestro nel dare risposte e svelare misteri, anche se magari non è questo che vorremmo da loro.

Dateci il mistero e lasciateci crogiolare e fantasticare in esso. Lasciateci cercare, magari per il resto dei nostri miseri giorni, la soluzione ai vostri dilemmi. “Essere o non essere?” si chiedeva l’Amleto shakespeariano. Qual è la risposta? Non è molto più importante la domanda? Non è la domanda ciò che ricordiamo?

Del resto, lo stesso Keats riteneva che per creare vera poesia fosse necessario rimanere in uno stato di dubbio e scriveva: “All’improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.

Per inciso, noto che la Capacità Negativa per Keats era una forma estrema di empatia. Il Vuoto che lega di Aenea non è forse anch’esso una forma di empatia totale? Simmons non si richiama anche a questa visione di Keats?

Perché allora Simmons, che tanto sembra amare Keats, vuole offrirci tutte le risposte?

Le domande possono essere grandiose, le risposte possono essere banali.

Come insegna ironicamente Douglas in “Guida galattica per gli autostoppisti”, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, finalmente trovata da un supercomputer chiamato Pensiero Profondo, dopo un’elaborazione durata sette milioni e mezzo di anni, è “42”. Ma qual è la domanda? Vogliamo la domanda. Ci basta quella.

Anche le risposte più geniali, in letteratura, rischiano di non essere all’altezza dei dubbi che le hanno generate.

Ma queste sono solo considerazioni generali, come detto, il finale offerto da Simmons è notevole come tutto il ciclo.

IL CROLLO DELLA GALASSIA VATICANA

Risultati immagini per il risveglio di endymionEccomi al quarto capitolo della saga “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una delle opere più complesse, articolate e affascinanti della fantascienza di fine millennio.

Il risveglio di Endymion” (1997) è il seguito di “Endymion” (1995), con cui costituisce quasi un mini-ciclo, avendo per protagonisti Raul Endymion ed Aenea, assenti nei primi due volumi, e l’ultimo della quadrilogia, cui si possono, in realtà aggiungere anche il romanzo “Gli orfani di Helix” (1999, pubblicato nell’antologia “Universi lontani” curata da Silverberg) e un paio di racconti (“Remembering Siri” e “The Death of the Centaur”, entrambi nell’antologia “Prayers to Broken Stones”, il primo, però, ha lo stesso nome dell’ultimo racconto di “Hyperion” e mi chiedo se non siano la stessa cosa). Ho letto la quadrilogia ma non questi altri testi.

I primi due volumi (“Hyperion” – 1989 – e “La caduta di Hyperion” – 1990) sono ambientati alcuni secoli prima degli ultimi due, ma le due coppie sono strettamente connesse e in “Il risveglio di Endymion” non solo ritroviamo molti dei personaggi di “Hyperion” e la disunità di questa prima opera completa il suo annullarsi in una storia unitaria, ma molti dei misteri che avevamo incontrato nelle centinaia di pagine precedenti, qui si chiariscono, nel bene e nel male, perché i misteri sono spesso il motore delle storie e la loro soluzione può sempre deludere qualcuno. Mi ha deluso? Direi di no, anche se forse avrei preferito lasciarmi cullare ancora dalla magia del mistero. Il finale è arrivato così come lo immaginavo e aspettavo ormai da centinaia di pagine prima e ho potuto osservare Raul Endymion nelle ultime pagine con la sufficienza supponente del lettore onnisciente che già immagina gli eventi futuri.

 

Se “Endymion” ci trasporta in una galassia diversa da quella dominata dall’Egemonia e dal Tecno Nucleo che abbiamo conosciuto con “Hyperion”, ovvero in una galassia dominata da un Papa che risorge a ogni morte, dalla Chiesa Cattolica e dal suo braccio armato, la Pax, “Il risveglio di Endymion” ci spiega meglio questa rinascita della Chiesa Cattolica e i segreti del suo potere, ma ci porta anche attraverso mondi dominati da altre fedi e, in particolare, ci fa ritrovare la protagonista Aenea, ormai non più bambina, circondata da una comunità buddista, creando così l’occasione per un raffronto anche teologico-filosofico tra cristianesimo e buddismo.

Il ciclo si conferma uno dei più brillanti esempi di fantareligione, con la sua capacità di esplorare sviluppi futuri delle fedi che dominano oggi il nostro pianeta, trasposte in una galassia composta di numerosi mondi diversi.

Se il nuovo sacramento della Resurrezione ha reso potente la Chiesa e il suo braccio secolare, la Pax, come abbiamo già appreso nel precedente volume, qui scopriamo una nuova filosofia che parte dal concetto di Amore inteso come forza fisica, con le sue leggi, e lo estende a qualcosa che viene definito il Vuoto che Lega, che è il senso di tutte le fedi e superstizioni. Tramite il Vuoto che Lega, Aenea spiega persino la resurrezione originale, quella di Cristo. Scopriremo, infine, dal millenario Martin Sileno, che il Vuoto che Lega è la Sfera Dati dell’Universo. Sileno spiegherà tramite il Vuoto che lega anche l’attività degli scrittori: “È questo, ragazzo, ciò che fanno gli scrittori, gli artisti, i creatori. Ascoltano il Vuoto e cercano di udire i pensieri dei morti. Sentire il loro dolore. Il dolore dei vivi, anche. Trovare una musa è solo il modo di un artista o di un sant’uomo per mettere un piede nella porta principale del Vuoto che lega”. Il Vuoto che Lega è anche alla base del Teletrasporto.

 

Risultati immagini per Dan Simmons

Dan Simmons

I Canti di Hyperion”, nonostante l’insolito ruolo centrale della religione, sono però anche una grande space opera, con viaggi e battaglie spaziali e vera fantascienza, con il tentativo di immaginare  vari sistemi per muoversi da una stella all’altra, dai Portali, alle navi Hawkings, agli Astrotel, al Tempo Veloce, con la descrizione di mondi incredibili come il gigante gassoso su cui finisce Endymion e dove è possibile vivere (o sopravvivere) negli strati più altri dell’atmosfera o come i mondi ramificati degli Ouster, mondi spesso popolati da creature frutto di una fervida fantasia razionale. A volte attraversando questi strani pianeti sembra quasi di essere in una moderna versione de “I viaggi di Gulliver”, altre volte si pensa ai Cicli asimoviani, sia per la prevalenza di esseri umani su mondi lontani, sia per il rapporto/ conflitto tra intelligenza umana e artificiale, sia, infine, per la presenza di esseri umani provenienti da una Terra dimenticata in Asimov e scomparsa in Simmons.

Gioca, Simmons, a creare nuovi mondi, a viaggiare nel tempo e nello spazio, a immaginare diverse forme di intelligenza, a riflettere sull’uomo e la sua natura e il suo rapporto con il soprannaturale e la filosofia.

A volte certe descrizioni storiche o geografiche possono prolungarsi un po’, ma subito l’autore sa riprendersi e scaglia il lettore in nuove avventure dal ritmo mozzafiato, scontri, arrampicate, voli, scalate, nuotate negli ambienti più insoliti e spesso ostili, in una sfida continua non solo alla morte, ma alle leggi fisiche e logiche, pur ricercando (e trovando) sempre un filo conduttore, come solo un maestro della scrittura può fare.

Sebbene siano passati secoli dagli eventi del primo romanzo, gli effetti distorsivi dei viaggi spaziali, i viaggi nel tempo, la memoria, i trattamenti anti-invecchiamento, i flash-back ci fanno ritrovare personaggi dei romanzi precedenti in un rimescolio di eventi e vite da capogiro.

Avventure, rapporti umani, tecnologie diverse, creature immaginarie ma razionalmente spiegate, mistero, ambientazioni originali, si mescolano con una ricchezza di contenuti sconosciuta alla maggior parte delle opere letterarie.

Risultati immagini per AeneaSe di norma un romanzo di fantascienza si accontenta di immaginare un sistema per viaggiare nello spazio, qui, come detto, ne troviamo numerosi diversi e alternativi, basati su differenti principi. Se di norma la fantascienza si limita a immaginare il conflitto con una razza aliena o un’intelligenza tecnologica, qui abbiamo lo scontro tra gli umani che mantengono il loro DNA originale e modificano l’ambiente (lo terraformano) e quelli (gli Ouster) che preferiscono adattarsi all’ambiente, arrivando persino a colonizzare gli spazi interplanetari, adattando il proprio genoma, ma abbiamo anche un conflitto con un’entità tecnologica onnipresente ed estesa quale il Tecno Nucleo, abbiamo la presenza di androidi, ciborg e cibridi e altre forme di intelligenza artificiale non necessariamente legate al Tecno Nucleo, abbiamo i Crucimorfi, parassiti prodotti dal Tecno Nucleo per controllare l’umanità, trasformandola in una sorta di riserva di memoria, abbiamo, in questo quarto volume, la comparsa di creature aliene originali, abbiamo il conflitto tra la Pax e le altre religioni, che questa cerca di spazzar via mediante crociate al limite del genocidio (anche se le popolazioni non cattoliche vengono addormentate e sfruttate come banchi di memoria dal Tecno Nucleo, alleato-padrone della Pax). Abbiamo Osservatori alieni dai grandi poteri, che potrebbero aver ispirato quelli della serie TV “Fringe” (2008-2013) ideata da J.J. Abrams, Alex Kurtzman e Roberto Orci. L’androide A. Bettik, peraltro, sembra la versione meno attiva del robot asimoviano R. Daneel Olivaw (“Fondazione e Terra”) per i rispettivi ruoli nelle sorti della Galassia.

Sembrerebbe che persino un’opera cinematografica di grande impatto come “Matrix” (film di Larry e Andy Wachowski del 1999), possa essere debitrice di Simmons per questi umani addormentati e collegati a delle macchine intelligenti, così come per il moto in Tempo Veloce dello Shrike, di Nemes e dei suoi tre cloni.

Ad arricchire ulteriormente quest’opera già fin troppo ricca c’è il messaggio di Colei Che insegna, Aenea, che lei stessa riassume con due parole “Scegli ancora” e che proveremo a semplificare dicendo che nessuna scelta deve mai essere definitiva, che tutto deve sempre essere rimesso in discussione, cosa che Simmons fa continuamente anche all’interno di questo ciclo, dove appena ti pare di essere alla risoluzione di un’avventura o di un problema, subito ci regala uno sviluppo o un’alternativa inattesa. Aenea conosce il futuro, ma come un sogno, come un ricordo di qualcosa che dovrebbe avvenire, che potrebbe avvenire, ma il futuro è solo un’ipotesi e può sempre cambiare. Il futuro sembra scritto, sembra segnato dal Destino, eppure non lo è, può prendere diverse strade, per effetto di questo libero arbitrio (“Scegli ancora”). I personaggi attraversano lo spazio a distanza astronomiche, ma anche il tempo, in avanti e indietro, in modi e con mezzi sempre diversi, dalla Rachel che ridiventa bambina e che qui ritroviamo adulta, ma diversa dalla Moneta che era diventata, allo Shrike, che viene dal futuro e ci torna quando vuole e altera il ritmo del tempo attorno a se, alle capsule di criofuga, che congelano lo scorrere degli anni per i protagonisti, alle tecniche antinvecchiamento.

Endymion” si apriva con le parole “Sono sicuro che leggi questo scritto per la ragione sbagliata.

Se lo leggi per imparare che cosa si prova a far l’amore con un messia, il nostro messia, allora non dovresti proseguire nella lettura, perché sei poco più d’un voyeur.

Se lo leggi perché sei un appassionato dei Canti del vecchio poeta e muori dalla voglia di sapere quale fine hanno poi fatto i pellegrini su Hyperion, rimarrai deluso. Non so che cosa sia accaduto alla maggior parte di loro: vissero e morirono quasi tre secoli prima della mia nascita.

Se leggi questo scritto per capire meglio il messaggio di Colei Che Insegna, anche in questo caso rimarrai forse deluso. Ero interessato a lei come donna, lo confesso, non come maestra o come messia.

Se lo leggi infine per scoprire il destino di lei, o addirittura il mio, leggi il documento sbagliato. Per quanto il suo e il mio destino sembrino inevitabili e prestabiliti come per qualsiasi persona, non ero con lei, quando si compì il suo, e il mio attende l’atto conclusivo proprio mentre scrivo queste parole.”

Il terzo volume del Ciclo, in effetti, non dà queste risposte. A farlo, ci pensa, invece, “Il risveglio di Endymion”.

 

In conclusione, “I Canti di Hyperion” si confermano con questo quarto volume, come una delle più grandiose, ricche e creative opere di fantascienza e della letteratura di fine XX secolo. “Il risveglio di Endymion” è parte ineliminabile di tale Saga e contribuisce alla quadratura del cerchio, o se meglio preferite alla “chiusura del Ciclo”, fornendo le spiegazioni e gli sviluppi di tutto ciò che i precedenti tre libri avevano lasciato aperto.

In questo, però, forse, Dan Simmons si dimostra meno innovativo che in molti altri aspetti della sua narrativa: questo è un altro punto in cui sembra seguire la scuola di Isaac Asimov, che spesso scriveva fantascienza come se stesse scrivendo un giallo. Nell’opera del grande autore della Si-Fi classica abbondano, infatti, le spiegazioni, al limite del pedante, di ogni evento e mistero.

Risultati immagini per galassiaSimmons sa essere molto più leggero di quello che mi pare si possa considerare il suo maestro, e, soprattutto, evita il difetto di inserire le spiegazioni in dialoghi-monologhi tra i protagonisti. Anche lui, però, non sa resistere alla tentazione di fornire una spiegazione. Purtroppo, molto spesso si sente commentare “questo libro / film lascia troppi temi aperti / domande aperte”. E allora? Dico io: e allora?

La letteratura deve porci le domande, deve darci la magia del mistero. Le risposte le deve dare il lettore, dentro di sé, ogni lettore a modo suo. Le risposte scientifiche e tecniche ai quesiti della fantascienza le dovranno dare la scienza e la tecnologia. Non è compito degli autori.

Per carità, Asimov e Simmons sono dei maestri nel dare risposte e svelare misteri, ma non è questo che vogliamo da loro.

Dateci il mistero e lasciateci crogiolare e fantasticare in esso. Lasciateci cercare, magari per il resto dei nostri miseri giorni, la soluzione ai vostri dilemmi. “Essere o non essere?” si chiedeva l’Amleto shakespeariano. Qual è la risposta? Non è molto più importante la domanda?

Le domande possono essere grandiose, le risposte possono essere banali.

Come insegna ironicamente Douglas in “Guida galattica per gli autostoppisti”, la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e tutto quanto, finalmente trovata da un supercomputer chiamato Pensiero Profondo, dopo un’elaborazione durata sette milioni e mezzo di anni, è “42”.

Anche le risposte più geniali, in letteratura, rischiano di non essere all’altezza delle domande.

LA FANTASIA CREATRICE DELLA MAY

Risultati immagini per la terra dai molti coloriÈ appena uscito su “Progettando.Ing” un mio articolo intitolato “I costruttori di universi” che inizia con queste parole:

Ci sono numerosi modi per dividere e catalogare le opere di narrativa. Vorrei qui suggerirne una tra la letteratura che descrive il mondo e quella che costruisce mondi.

Sebbene i migliori e più acclamati autori si siano sinora dedicati più alla descrizione che alla costruzione e la prima abbia assai più numerosi sostenitori, credo che la letteratura che costruisce mondi meriti un maggior riconoscimento.”

A cool chick!

Julian May

Quando l’ho scritto non avevo ancora letto “La terra dai molti colori” (1981) di Julian May, ma questo libre e quest’autrice rientrano di certo a pieno titolo nella categoria della Letteratura che Costruisce Mondi. La piccola magia creata con questo romanzo da Julian May consiste nell’immaginare una galassia futura popolata da numerose razze intelligenti oltre all’umana e che convivono più o meno pacificamente tra loro, costituendo il Milieu Galattico. In questo universo, poi, inserisce una porta temporale che da questo futuro non troppo lontano, torna indietro di sei milioni di anni, nel pliocene della nostra vecchia cara Terra. Si tratta di una porta a senso unico e con una sola destinazione. Non è, insomma, una macchina del tempo che possa portarci nell’epoca che vogliamo: va solo nel pliocene, un po’ come la porta temporale di “22/11/’63” di Stephen King, che riportava invariabilmente allo stesso giorno e alla stessa ora del 1960. Qui, però, la porta è come un canale mobile tra il futuro e il pliocene, nel senso che se il signor X parte il giorno dopo del signor Y, arriva nel pliocene un giorno dopo di lui. Abbiamo così due “mondi immaginari” collegati, ma la fantasia della May non si ferma affatto qui. Dato che questa porta, creata nel 2034 da Theo Guderian, è ormai aperta da quasi un secolo, dall’altra parte sono passate circa centomila persone. Dovrebbero quindi aver creato una comunità di una certa importanza nella preistoria. Oltretutto, ognuno attraversa il tempo portandosi attrezzi e oggetti vari. Tutto ciò non sembrerebbe creare paradossi temporali, forse per l’enorme distanza tra i due tempi interessati, eppure tanta tecnologia e tanta gente passata nel passato dovrebbero avere effetti su tutto il futuro, salvo immaginare linee temporali autonome come nel mio ciclo su “Jacopo Flammer e i Guardiani dell’Ucronia”. Nel primo volume della saga, questo non sembra, ma rimane il sospetto che non sia così e che lo scopriremo nei prossimi volumi. Nelle prime cento pagine del libro, però non sappiamo nulla di quello che avviene nel pliocene. Che ci sia una comunità di uomini moderni è solo un’ipotesi plausibile, perché niente e nessuno torna indietro se non invecchiato di 6 milioni di anni. Immaginiamo dunque un terzo “mondo” di umani moderni all’interno del secondo e generato dal primo. Tra l’altro, la gente che decide di effettuare il salto indietro, si presenta piuttosto peculiare e molti attraversano il varco mascherandosi in vario modo (pirati, principesse, guerrieri…). Finalmente, dopo un’attesa che mi è parsa troppo lunga (circa cento pagine), arriviamo nella preistoria e scopriamo che la fantasia della May ha partorito un quarto “mondo”, che è qualcosa del tutto diverso da quello che si immaginava nel primo. Non vorrei dire molto altro, ma per far capire perché quest’opera sia un ottimo esempio di creatività, non posso non dire che nel pliocene non ci sono solo le creature che i paleontologi si aspettano, ma anche una razza aliena, diversa da quelle note nel futuro e proveniente da molto lontano. Non solo! Questa razza, pur umanoide, ha la peculiarità di generare figli tra loro molto diversi, al punto che si dividono in due popoli antagonisti, Tanu e Friulag. Non solo! La May immagina anche che alcuni individui della galassia futura siano dotati di poteri metapsichici e che lo stesso sia per gli alieni arrivati nella preistoria.

Insomma, un’ambientazione tra le più ricche, articolate e fantasiose della fantascienza, che, da sole, farebbero venir voglia di proclamare che si tratta di un capolavoro.

Non me la sento, però, di considerarlo pienamente tale, perché i personaggi sono buoni, anzi qualcosa di più, ma non siamo all’ottimo e la trama è accettabile, diciamo pure buona, eppure non è riuscita a coinvolgermi pienamente.

Il grande, notevole, fascino dell’opera rimane la sua ambientazione, questa mescolanza di mondi e culture, ma ci sono alcuni punti in cui l’attenzione vacilla, sebbene la trama sia abbastanza dinamica. Un’altra cosa mi è dispiaciuta è che ho iniziato a leggerlo sperando di avere a che fare con una storia di ambientazione preistorica, ma questo pliocene è talmente ricreato, che non lascia spazio ad avventure di sopravvivenza contro una natura selvaggia, come avevo sperato di leggere. Interessante è uno spunto per collegare fantascienza e fantasy, che forse potrebbe essere sviluppato nei prossimi volumi.

La Saga del Pliocene comprende altri tre romanzi (“Il collare d’oro”, “Il re non nato” e “L’avversario”) pubblicati tutti tra il 1981 e il 1984 e sono collegati al “Ciclo del Milieu Galattico”, pubblicato tra il 1987 e il 1996.

Probabilmente mi lascerò tentare dai prossimi volumi della saga, sperando che gli eventi prendano una piega più coinvolgente. Un universo così non può essere trascurato.Risultati immagini per pliocene

FANTASCIENZA RETRÒ O UCRONIA FANTASCENTIFICA

Risultati immagini per invasione atto terzoQuando alcuni anni fa lessi il primo volume della doppia saga di romanzi “Invasione” e “Colonizzazione” di Harry Turtledove, lo feci in quanto questi libri mi erano stati segnalati come un interessante esempio di ucronia, genere cui appartengono molte delle mie opere. In effetti, si tratta di un genere particolare di ucronia, se vogliamo prendere alla lettera la definizione che ne fa wikipedia “L’ucronìa è una forma di narrativa che tratta di un mondo la cui Storia si è differenziata dalla Storia comunemente conosciuta, sostituendo a degli eventi storicamente avvenuti degli eventi ipoteticamente possibili.

A voler essere rigorosi se si parla di “eventi ipoteticamente possibili”, tra questi le invasioni aliene dovrebbero avere un grado di probabilità piuttosto basso, ma possiamo davvero considerarle impossibili?

Nel mondo della narrativa credo che si possa anche accettare l’ipotesi ucronica di Turtledove che la Seconda Guerra Mondiale sia interrotta da un’invasione aliena, come avviene in “Invasione”.

Inoltre, questi alieni sono piuttosto plausibili, la loro tecnologia è piuttosto simile a quella nostra attuale e non giungono sino a noi attraverso varchi spazio-temporali o viaggiando più veloci della luce, ma con un viaggio di secoli attraverso lo spazio.

Il loro problema è che la sonda che avevano inviato sulla Terra per valutare le condizioni del pianeta arriva da noi nel Medioevo e le navi che la Risultati immagini per invasione atto terzoseguono impiegano alcuni secoli, ritrovandosi così a incontrare un’umanità tecnologicamente assai più evoluta e per giunta in pieno assetto di guerra, come nel bel mezzo del secondo conflitto mondiale.

La Razza (così si autodefiniscono gli alieni), è abituata a lenti mutamenti e non si aspettava che la storia umana evolvesse così in fretta. Del resto se fossero arrivati sulla Terra cinquecento anni prima e lo stesse avesse fatto la loro sonda, le differenze non sarebbero state così marcate neanche da noi.

Oltre che un bell’esempio di ucronia, queste storie sono anche un esempio quasi unico di qualcosa che oserei definire “fantascienza retrò”, se non “vintage”. Innanzitutto, per la scelta di ambientare l’invasione aliena nel passato, ma anche per il tipo di alieni, dei lucertoloni scagliosi che tanto ricordano, in piccolo, i Godzilla di certa fantascienza del secolo scorso, con armamenti in cui le bombe atomiche, i radar e i missili sono ancora tecnologia futuristica.

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Harry Turtledove

Questi romanzi, poi, sono anche un gran bell’esempio di opera corale, dove il protagonista è l’Invasione, più che un singolo personaggio, ma dove ognuno di questi ha comunque sufficiente spessore da ricavarsi un posto nel cuore e nell’immaginario del lettore. Personaggi, poi, presi da ogni parte del conflitto, che possiamo così osservare con gli occhi degli americani, dei nazisti tedeschi e degli ebrei tedeschi o polacchi, dei polacchi, dei cinesi, dei giapponesi e, soprattutto, dei Maschi della Razza, poiché il punto di vista degli alieni, siano essi semplici combattenti, scienziati o comandanti, ha un ampio spazio. Ogni tanto compare, persino, qualche accenno alla nostra piccola Italia (in questo terzo volume si accenna a Mussolini, a Pio XII, Enrico Fermi e si sente parlare con disprezzo di noi dai greci, che, vittime della nostra recente aggressione fascista, ci considerano “tiranni da operetta”).

Ho ora completato la lettura del terzo volume “Invasione – Atto Terzo” (1996) e, sebbene, anche questo tomo sia alquanto voluminoso con le sue oltre seicento pagine che si aggiungono alle altrettanto numerose dei precedenti “Invasione – Anno Zero” (1994) e “Invasione – Fase Seconda” (1994) , e le descrizioni di scontri militari non manchino, devo dire che i momenti di noia sono stati davvero pochissimi e la lettura è proceduta spedita e piacevolmente, creando una buona empatia con i numerosi personaggi, di cui si desidera sapere sempre di più. Interessante, poi, come i nemici di poco prima, riescano a trovare un modo per allearsi e combattere assieme.

Non potrò quindi che leggere, prima o poi, anche il quarto volume della quadrilogia (“Invasione Atto Finale”) e quindi iniziare anche il ciclo successivo sulla “Colonizzazione”, che, visto la sempre più serrata resistenza dei Toseviti (così ci chiama la Razza), davvero ci si chiede come sarà mai possibile.

RISCOPRENDO LA RIVISTA “ROBOT”.

Risultati immagini per rivista Robot 78Mi sono abbonato ad alcuni numeri della rivista Robot, edita da Delos. Ho così letto il  numero 78 (38 della nuova serie, anno XIV) di questa rivista storica, che ricordavo di aver letto da ragazzino. Pare, infatti, che i primi numeri risalgano al 1976 e che quest’anno ricorra il quarantennale della pubblicazione. La rivista fu fondata da Vittorio Curtoni.

Il numero, che alterna racconti e saggi e interviste e lascia spazio ad autori italiani e stranieri, si apre con un interessante editoriale di Silvio Sosio sulla babele informativa in cui stiamo vivendo, con miriadi d’informazioni di incerta provenienza e che spesso millantano posizioni in contrasto con la scienza e la conoscenza “ufficiali”, rendendo difficile comprendere quanto siano inventate o basate su teorie inconsistenti.

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Vittorio Antonio Maria Curtoni (San Pietro in Cerro, 28 luglio 1949 – Piacenza, 4 ottobre 2011) è stato uno scrittore di fantascienza e traduttore italiano.

Il primo racconto della rivista è “Nostra Signora della Strada” di Sarah Pinsker, la storia di un gruppo musicale ambientata in un futuro in cui la musica è fruita soprattutto tramite riproduzioni tridimensionali dei concerti e in cui questo gruppo di hippie post-moderni si ostina a suonare nei locali di persona, anziché in proiezione. Ne esce uno spaccato di vita in un mondo dal sapore leggermente distopico.

Segue un’intervista a George R.R. Martin, l’autore della serie di romanzi “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” che racconta di come abbia sempre inventato storie, anche quando era ragazzino e giocava con dei pupazzetti, di come ha imparato ad amare la lettura e la fantascienza e dei suoi esordi come autore di questo genere. Davvero l’America di allora è molto diversa dall’Italia di oggi, basti pensare che Martin dice di aver ricevuto una quarantina di rifiuti per un racconto inviato a varie riviste: dove potremmo trovare oggi in Italia 40 riviste a cui scrivere?

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George R.R. Martin

Alla domanda su quali consigli darebbe oggi al suo se stesso giovane, Martin risponde:

<<Non dovresti mai scegliere di scrivere come tecnica per fare soldi, per farti un nome o qualunque altra soddisfazione esterna. Se devi scrivere, se dentro di te ci sono dei racconti, se quando eri piccolo inventavi nomi e storie per i tuoi soldatini spaziali, se le storie si presentano a te, poniti la domanda “E se nessuno mi darà mai un centesimo per i miei racconti? Li scriverò lo stesso?” E se la risposta è sì, allora sei uno scrittore.>>

Beh, se il criterio è questo, potrei persino dichiarare di essere uno scrittore!

 

Il secondo racconto (“I corridori” di Lorenzo Crescentini) ci porta in un mondo in cui attraverso dei varchi temporali strane creature meccaniche, simili a velocissimi cani, arrivano a predare e colpire inesorabili. Una bella riflessione sui loop temporali.

 

L’articolo “Family Opera” di Donato Rotelli esplora le forme di sessualità alternative presenti nella Space Opera, fornendo interessanti spunti di lettura. Mi sono segnato da leggere “La mano sinistra delle tenebre” di Ursula K. Le Guin e “Embassytown” di China Miéville.

 

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Gianfranco de Turris (Roma, 19 febbraio 1944) è un giornalista, saggista e scrittore italiano, studioso della letteratura del fantastico in Italia.

In “E se domani” Gianfranco De Turris ci porta in un’interessate carrellata attraverso l’ucronia, distinguendo tra le storie che immaginano uno sviluppo storico partendo dalla vittoria di personaggi negativi e creando quindi delle ucronie distopiche e quelle al contrario che disegnano delle ucronie quasi utopiche. Tra le illustrazioni noto la copertina del numero 3 di “IF – Insolito & Fantastico”, volume dedicato all’ucronia e che segna il mio esordio di collaboratore alla rivista di cui De Turris è assiduo e valido supporto.

 

Il racconto di Domenico Gallo “Vedi la mia gente che non può morire” ci porta in un’Italia appena uscita dalla Seconda Guerra Mondiale.

 

Giuseppe Lippi ci racconta la storia quarantennale della rivista “Robot” nell’articolo “Una rivista vi seppellirà!”, con accenni alle altre riviste di genere attive negli anni ’70.

 

Due dei racconti che seguono hanno un’insolita ambientazione africana. “Le piantagioni” di Luigi Calisi ci parla di un’Africa futura in cui l’agricoltura è gestita tramite esoscheletri e droni, che è troppo facile trasformare in armi. “Poiché ho toccato il cielo” di Mike Resnick ci regala una simpatica e gradevole storia/fiaba ambientata su un pianeta dove una popolazione africana, i kikuyu, si è rifugiata per ricreare le condizioni di vita antecedenti all’arrivo dei bianchi, cancellando il ricordo della tecnologia, la cui if3-ucronia-webpresenza, però, non manca nella capanna dello stregone, il mundumugu del villaggio, solo depositario della conoscenza. Sarà una ragazzina curiosa e intelligentissima a spezzare questo incantesimo.

 

Tra i due racconti africani incontriamo prima Piero Schiavo Campo, che ci parla di “Isaac Asimov e dell’intuizione della psicostoria”, cercando di dimostrare come oggi questa scienza, inventata dal fantasioso russo-americano, mediante la quale sarebbe possibile prevedere i grandi flussi della storia, potrebbe quasi essere realizzata. Troviamo poi “Un pomeriggio sul pianeta Terra”, in cui Susanna Raule ci racconta come Sherlock Holmes sia stato, in realtà, un alieno in missione sulla Terra e come il più grande mistero da lui risolto sia stato scoprire il significato della frase “Tienilo sempre dentro i pantaloni” da applicarsi nelle missioni in epoca vittoriana sul terzultimo pianeta del nostro sistema. Segue l’intervista a Franco Brambilla, l’illustratore di Urania.

 

Mi è già arrivato il n. 79 di “Robot” e mi appresto a leggerlo.

 

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