RAGAZZE “CATTIVE”

Periodo intenso di pubblicazioni questo per il GSF Gruppo Scrittori Firenze che dopo aver pubblicato due antologie nel 2021, “Gente di Dante” (Tabula Fati) sul poeta fiorentino e “Accadeva in Firenze Capitale” (Carmignani), esce ora con la prima antologia per il 2022 e già annuncia la prossima. Si tratta del volume curato da Nicoletta ManettiLe sconfinate” (Carmignani) che riunisce i monologhi di 14 autori dell’associazione che danno voce a 15 donne “fuori dai confini”, contro-corrente, persino negative e violente.

Insomma non la solita antologia sulle donne e a favore delle donne, ma un volume dal quale emerge tutta la malvagità femminile, pur senza una critica verso questo sesso, che forse qui raggiunge la vera parità con i maschi: nella cattiveria, nella perversione, nella lussuria, nella violenza. “Non-eroine per eccellenza”. “A volte si tratta di donne perfide, crudeli, mostruose” si legge nella “Valutazione editoriale Premio Città di Come” che fa da prefazione al volume.

Sono soprattutto autrici ad aver aderito, ma non solo. Il primo racconto, per esempio, è di Roberto Mosi e dà voce ad Antigone che, come attraverso una sorta di macchina del tempo, parla a un gruppo di persone di oggi che sta allestendo a Pisa un’opera teatrale sull’opera sofoclea a lei dedicata. È proprio lei a parlare ma suona strano sentirle dire di precedenti contatti in videoconferenza! Una Pisa che ci narra, potrebbe avere origini, più mitiche che reali, proprio nella sua Tebe. Donna ribelle, Antigone, condannata a morire d’inedia, sepolta viva, come il Conte Ugolino, a Pisa, affinché “le nostre mani non si macchino del sangue di questa donna”. Come ai tempi dell’Inquisizione si bruciava gli eretici e le streghe per non versare il loro sangue. La condanna di Antigone è occasione per una riflessione politica: “fino a che punto lo Stato con le sue leggi più o meno arbitrarie può forzare a compiere atti aberranti”?

E poi eccoci a Cleopatra, la lussuriosa regina d’Egitto. Lussuriosa? “Amore? No, passione piuttosto, piacere senza limiti. Ossessione del piacere. Perché chiamarla lussuria? Suona spregevole?” afferma la sovrana per mano di Caterina Perrone, che ci mostra poi, con il suo punto di vista, i suoi rapporti con i grandi romani Cesare, Antonio e Ottaviano. Quest’ultimo non disposto a piegarsi al suo fascino di donna non troppo bella ma affascinante e sempre provocante, nelle movenze e negli abiti discinti.

Sceglie una serial killer Fabrizio De Sanctis, Ersébet Bathory, creatrice di macchine di tortura. Versione femminile di Barbablù (il Maresciallo De Rais di cui scrissi nel mio “Giovanna e l’angelo”), finché scelse le sue vittime tra il popolo rimase impunita. Sceglierle tra la piccola nobiltà segna la sua fine.

La vediamo ormai catturata: “Parlo al nulla. Il Nulla nel quale credete di avermi rinchiusa da… Da quanto? Non so. Non m’importa”.

Ecco poi Cristina Gatti, presidente dell’associazione, che ancora una volta si cimenta con la sua amata Mary Shelley, che ha portato anche a teatro. Una donna che è non solo la creatrice del celebre mostro, la creatura realizzata da Victor Frankestein mettendo assieme parti di cadaveri e dandogli vita, opera iniziatrice della fantascienza e nel contempo dell’horror e del romanzo gotico. Una donna che è stata anche poetessa, moglie affezionata e madre sfortunata, orbata dei suoi figli. La sua immagine più intima è quella che ci regale l’autrice.

Nel loro sconfinare queste donne non sempre diventano simboli del male, a volte il loro desiderio di andare contro le regole e il comune sentire è volto a un profondo desiderio di fare il bene, di salvare e aiutare l’umanità, non limitarsi a essere “la donna di un solo uomo. Troppo restrittivo, troppo confinato. Il mio destino è occuparmi dell’umanità intera, e posso farlo attraverso la cura e l’assistenza” fa dire l’infermiera Antonella Cipriani alla sua infermiera Florence Nightingale (1820-1910) in questo racconto ambientato durante un’altra Guerra di Crimea. Non mancano anche qui i toni cupi, un po’ pulp, anche se solo per negazione: “Adesso il fetore di escrementi, sangue rappreso, sudore, carne putrida, fogne maleodoranti è soltanto un lontano ricordo” perché “la mortalità malaria e colera è notevolmente calata”. Altri tempi, altri mali, stessi mali. Stessi anni in cui la mia bisnonna Teresita Ruata esercitava la medicina. Professione rara e difficile per una donna, che fu poi costretta ad abbandonare.

La donna scelta da Andrea Zavagli oggi l’avremmo chiamata hostess. All’epoca fu coniato un nome apposta per lei e altre come lei: lorette. Aveva inventato un modo nuovo di dare piacere agli uomini, accompagnandoli nella vita e non solo a letto. Si chiamava Rose Alphonsine Plessis ma si faceva chiamare Marie Duplessis. Di lei e della sua breve vita, stroncata ad appena ventitré anni (quante giovani vite stroncate troppo presto in questo volume, quasi un destino!), scriverà uno dei suoi amanti, Alexandre Dumas ne “La signora delle Camelie” ma anche il librettista de “La traviata” di Giuseppe Verdi.

Camille Claudel fu la modella, l’allieva e l’amante di Auguste Rodin e questo suo rapporto con il grande artista ha un po’ oscurato la sua arte. Nel racconto di Marco Tempestini la troviamo in manicomio che sogna di vivere su Marte, un pianeta dove trova finalmente la sua dimensione e tutti ne riconoscono l’autonoma grandezza.

Non mi chiamo Suzanne. Da piccola a Montmartre, ero Marie Clementine, la figlia bastarda della lavandaia” così si presenta Suzanne Valadon nel racconto della curatrice Nicoletta Manetti. Un’artista più nota per le sue relazioni che per la sua arte, madre di Maurice Utrillo, in rapporti con pittori come Degas, Renoir e Toulouse-Lautrec. Quest’ultimo le diede il nome biblico della donna spiata dai vecchioni, per la sua attività di modella.

Nel racconto troviamo una donna alla ricerca dell’arte e dell’amore “era dell’amore che in realtà ero innamorata. Comunque, in ognuno vedevo una possibile via d’uscita. Ero bugiarda, infedele, ma a mio modo ero vera. Facevo ciò che mi andava di fare, solo quello. Ero io a scegliere”.

Gabriella Tozzetti ci parla poi di Marina Cvetaeva e del suo innamoramento per Sonja Parnok. Anche in questo racconto ritroviamo la Crimea: suggestioni di questi tempi di guerra? Eppure, i racconti dovrebbero essere precedenti.

Mi ha colpito qui un’affermazione messa in bocca al personaggio “per scrivere avevo bisogno di entusiasmarmi, provare emozioni, innamorarmi più e più volte”. Nel leggere questo volume mi sono, infatti, chiesto quale sia la differenza di approccio al tema dell’antologia tra gli autori e le autrici e più in generale che cosa distingua lo scrivere maschile da quello femminile. Forse la risposta è proprio in questo bisogno tutto femminile. Credo che un uomo per scrivere non abbia bisogno tanto di emozioni quanto di idee, di ambientazioni, di contesti. Le emozioni ci sono, ovviamente, ma vengono dopo. O forse no. Merita una riflessione.

Ho sempre scritto per tutta la mia vita perché traboccavo di sentimenti, ma adesso non mi sono rimaste che l’umiliazione, la solitudine, la paura” scrive Gabriella Tozzetti. E io? Io ho sempre scritto perché trabocco di idee, di trame, di ambientazioni nuove, di personaggi. Umiliazione, solitudine e paura sarebbero semmai fonti d’ispirazione. Sta qui la differenza?

Arriviamo così a un racconto maschile, quello di Nicola Ronchi sulla saponificatrice di Correggio Leonarda Cianciulli. Non sarà dunque un caso se un uomo, come alcuni racconti prima Fabrizio De Sanctis, non sceglie una poetessa o una pittrice ma un’assassina? Non che questo racconto sia privo di emozioni e sentimenti, ma prevale la trama noir di questa donna malata, di cui delinea la psicologia sin dall’infanzia: “mia madre diceva che ero stata uno sbaglio”. Una donna la cui prima ossessione era: “dovevo uccidermi, dunque, e dovevo farlo in modo spettacolare, comico”.

Molti di questi racconti sono narrazioni delle protagoniste in fin di vita. Quasi che il loro essere sconfinate dovesse trovare un limite almeno nella morte.

Ecco poi alcune profezie infauste a incupire la narrazione: “avrai figliolanza, ma tutti i figli tuoi moriranno”. Sarà proprio la paura della morte del figlio a scatenare la furia omicida di Leonarda Cianciulli, dopo diciassette gravidanze con solo 4 figli sopravvissuti. Sono cose che ti provano. “Vedo nella tua mano destra il carcere e nella sinistra il manicomio”.

Ecco poi il racconto di Andrea Zurlo (non fatevi ingannare dal nome, si tratta di un’autrice argentina, non di un uomo). Quasi a voler contraddire quanto scrivevo sopra, la Zurlo sceglie, in modo forse un po’ maschile, un’eroina, Tina Modotti. Eroina? Sì, ma anche fotografa. Ecco! Personaggio che ha combattuto in Messico e Spagna. Donna determinata: “Domandati sempre chi sei e da dove vieni e dove vuoi andare. Devi decidere tu chi vuoi essere e non piegarti a diventare quello che gli altri pretendono da te, soprattutto se sei una donna” proclama all’inizio del racconto.

Gabriella Becherelli prende una sorta di macchina del tempo, un po’ come ha fatto Roberto Mosi nel primo racconto e fa dialogare Frida Kahlo e Artemisia Gentileschi in due monologhi intrecciati.

Io sono Artemisia,” “unica donna del mio tempo a essere una pittrice. Sono venuta per presentarvi Frida, l’altra donna che ha fatto della sua vita un autoritratto”. Monologhi alternati da versi.

Sylvia Zanotto parla della scrittrice Violette Leduc e del suo amore saffico non corrisposto per Simone de Beauvoir.

L’iraniana Manna Parsì sceglie l’autrice della sua terra Forough Farrokhzad, morta giovanissima in un incidente stradale. L’autrice ci parla dei rapporti familiari e con Dio: “Mio padre mi ripeteva che Dio era buono e nessuno era come lui. Ma io, peccatrice, sapevo bene che era come tutti gli altri. Anche lui non perdonava.”.

Chiude la raccolta il più giovane degli autori di questa raccolta, Saimo Tedino (che ha anche realizzato il bel trailer dell’antologia), con un racconto che appare il più moderno nei toni oltre che nella protagonista, la cantante Amy Whinehouse che dice di sé “Potevo essere felice e invece mi sono impegnata a essere triste.” Troppo alcol e troppe droghe. “Amy, tu ami chi non ti vuole, tu ami chi non sa amarti” le ripete ossessivo l’amico Reg, che le dice anche “Io non voglio essere complice della tua morte.

Alla fine, però, vediamo anche lei, troppo giovane, in fin di vita: “Sono morta guardando me stessa. Una pesciolina in un acquario di vodka e vergogna.”

Si chiude così questa rassegna di anti-eroine, ma l’avventura non finisce. Il Gruppo Scrittori Firenze, sta già programmando un altro volume sulle donne, non più donne della storia, ma donne nate dalla letteratura, dal cinema, dal fumetto, all’immaginario. Non so come si chiamerà il nuovo volume ma dentro di me lo chiamo già “Le immaginarie”.

Intanto, si parlerà ancora de “Le sconfinate” lunedì 22 marzo 2022 alle 17,30 alla BibiloteCanova, via Chiusi 4/3 A (Firenze). È richiesta la prenotazione.

4 responses to this post.

  1. […] “Accadeva in Firenze Capitale”, “Gente di Dante” e il volume da lei stessa curato “Le sconfinate”. Questa prova di maggior respiro ha il fascino vivo della storia vera, resa con grande efficacia […]

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  2. […] pubblicato le antologie collettive “Accadeva in Firenze Capitale”, “Gente di Dante” e “Le sconfinate” ovvero il Gruppo Editoriale Tabula Fati e Carmignani Editrice. Mentre continua la collaborazione […]

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  3. […] Mosi fa parte del GSF – Gruppo Scrittori Firenze, per il quale ha partecipato alle antologie “Le sconfinate”, “Gente di Dante” e “Accadeva in Firenze […]

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  4. […] Scrittori Firenze – Le Sconfinate – monologhi storici – italiano – […]

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