SCOPRIRE IL RE E NON TROVARLO NUDO

Ho scoperto davvero tardi, Stephen King. Ho cominciato a leggerlo per caso, partendo da opere minori. Dico troppo tardi, perché più lo leggo e più mi rendo conto della sua grandezza, ecletticità, profondità e ricchezza narrativa e capisco sia stato un peccato averlo letto già in precedenza.

Il primo romanzo che lessi fu “Cell”, che mi piacque, ma come tante altre cose, insomma, non abbastanza da convincermi di leggere altro del suo autore. Lessi poi un’altra opera minore “La bambina che amava Tom Gordon” e cominciai a rendermi conto che questo signore meritasse maggior attenzione.

Known Alias: How Stephen King Was Outed as Richard Bachman | Mental Floss
Stephen King

Qualche tempo dopo, eravamo nel 2010, mi trovai tra le mani “L’ultimo cavaliere”, primo volume della serie della “Torre nera”, che mi incuriosì ma mi lasciò piuttosto perplesso, tanto che impiegai un po’ a riprendere in mano la serie. E dire che in seguito mi sarei appassionato all’intera serie, trovandola davvero straordinaria.

Furono, nel 2012, la lettura di “It” e “22/11/’63” a farmi comprendere davvero l’importanza di questo autore.

Dunque, la lettura del numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico, dedicata a “Stephen King, reality stranger than horror” mi ha fatto particolarmente piacere, dato che mi ha permesso di calarmi in una materia in cui comincio ad avere una certa dimestichezza, ma della quale mi piacerebbe conoscere di più. Il volume è, infatti, ricchissimo di spunti per nuove letture (che spero di poter fare presto) e una buona guida per scegliere quelle più significative nel vastissimo panorama produttivo del Re.

Il volume è curato da Valerio Massimo De Angelis, subentrato allo scomparso Giuseppe Panella in corso di lavorazione, e suo è l’editoriale iniziale.

Aprono poi la serie di articoli le riflessioni di Umberto Rossi su “La lunga marcia”, un affascinante romanzo distopico uscito sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, un’opera di notevole maturità, se si pensa che King lo scrisse a solo 18 anni. È, infatti, il suo primo romanzo, anche se non il primo da lui pubblicato e, anzi, occorrerà attendere vari anni prima che di scoprire chi si nascondesse dietro la personalità immaginaria di Bachman.

Sbaglia chi crede che King sia un autore solo horror e la produzione uscita in stampa con questo pseudonimo ne è un esempio. “La lunga marcia” ne ha qualche tono ma è soprattutto spaccato di vita di provincia americana, come molte opere del Re. È anche fantascienza sociologica, con la creazione di un contesto sociale parzialmente immaginario. È opera di formazione. È romanzo sportivo, anche se la marcia praticata è qui uno sport estremo e immaginario. È, persino, romanzo ucronico (genere di cui King si dimostrerà poi maestro), dato che il presente narrato non potrebbe esistere senza che una diversa Storia lo abbia preceduto. Come fa notare Rossi, citando Smythe, “La lunga marcia” è anche “una metafora della guerra; specificamente del conflitto in corso in Vietnam”. Il romanzo poi anticipa i reality competitivi e tutta la narrativa che ne è derivata come, tanto per fare un esempio, “Hunger Games”. Sin dalla sua prima opera King mostra, insomma, la sua capacità di attingere da generi diversi, mescolandoli e reinventandoli in modo del tutto originale e si dimostra attento conoscitore della mente e delle dinamiche umane. E dire che un simile romanzo è considerato “minore” nella sua produzione!

Giuseppe Panella (in quello che è immagino sia uno dei suoi ultimi scritti) descrive il concetto di Male in King, concentrandosi soprattutto su romanzi come “Shinning”, “La nebbia”, “Le notti di Salem”, “L’ombra dello scorpione” e “Cujo”, e su come abbia trasformato e adattato alle sue classiche ambientazioni nel Maine il vampiro della letteratura gotica.

Riccardo Gramantieri esordisce nel suo testo affermando: “Col passare degli anni, e dei romanzi, Stephen King ha reso la propria opera sempre più complessa e ricca di riferimenti intertestuali”. In effetti, ogni opera di King ne richiama altre. Il ciclo della Torre Nera è esemplare in questo. Non solo sono 8 romanzi, ma ciascuno è collegato a molti altri. Ritroviamo in varie opere di King personaggi e luoghi di altre storie all’apparenza scollegate. Quasi ovunque è presente il Maine kinghiano, questo strano luogo-non-luogo, in cui posti e città reali si mescolano con località inventate. Molti autori hanno creato luoghi del tutto immaginari. King, invece, ha reinventato il suo Maine, creandogli anche una profondità che si perde in luoghi inconoscibili, da cui possono emergere creature quasi lovecraftiane come It.

Gramantieri poi evidenzia l’importanza del doppio, a partire dallo sdoppiamento dell’autore stesso nel suo alter ego Richard Bachman, per arrivare a tante opere in cui affronta il tema, come “La metà oscura”. Gramantieri cita Freud dicendo che “soltanto il fattore della ripetizione involontaria rende perturbante ciò che di per sé sarebbe innocuo”. In King il doppio si sdoppia e diviene, infatti, ripetizione e ossessione. Quello che Gramantieri non dice è che in molte storie (penso soprattutto alla “Torre Nera”, il doppio comporta schizofrenia e King se ne rivela uno dei più grandi narratori, capace di creare personaggi che si frammentano e ricompongono follemente, entrando e uscendo da loro stessi.

Tocca poi a Marco Petrelli esplorare il multiverso kinghiano, perché, già, il re del Maine non si limita a descrivere l’America di provincia come tutti noi la vediamo ma anche un universo invisibile che spesso emerge da universi paralleli o più spesso divergenti (“Credo che attorno a noi ci sia un mondo invisibile”) o da paesaggi onirici (una sua raccolta, per esempio, si chiama “Nightmares & dreamscapes”). King pare avere ben in testa il Lovecraft che scrive “egli aveva dimenticato che la vita non è nient’altro che una teoria di immagini della mente, che non c’è differenza tra quelle nate dalle cose reali e quelle scaturite da sogni segreti e che non c’è motivo di ritenere più vere le prime delle seconde” (da “La chiave d’argento”).

Stephen King e i suoi Libri: il Meglio e il Peggio
Stephen King

Come ricorda Petrelli, King riprende e muta il concetto quando scrive in “A volte ritornano”; “L’essere che, sotto al mio letto, aspetta di afferrarmi la caviglia, non è reale. Lo so. E so anche che, se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.

Insomma, scrive Petrelli, “King ha ampiamente sfruttato l’idea che la realtà sia molto più complessa (e spaventosa) di quanto appaia”.

I romanzi del ciclo della Torre Nera ma anche “A volte ritornano”, entrambi citati in proposito da Petrelli, sono esempi di come anche in concetto di spazio-tempo in King assuma una nuova visione, con passaggi che ci conducono in altri tempi o altri luoghi. Si pensi anche alla porta nello scantinato (la tana del coniglio che richiama alla mente Carroll e la sua Alice) che fa tornare sempre indietro allo stesso anno in “22/11/’63”.

La realtà è sottile e (…) la realtà vera che c’è al di là è una tenebra sconfinata piena di mostri” ben descrive un’altra visione dell’universo kinghiano. Non è, in fondo, questo l’universo in cui viviamo? Non siamo forse prigionieri su questo microscopico granello di polvere che è la Terra, circondato dal buio interstellare di cui nulla conosciamo e dal quale sempre attendiamo emergano dei mostri? Il mondo di King ne è espressione e metafora.

L’articolo di Roberto Risso parla di quello che fu il primo romanzo di King da me letto, “Cell” (2006), che raffronta con il precedente “The Stand” (in Italia “L’ombra dello scorpione”), per il carattere post-apocalittico di entrambi. Credo che questo tempo di pandemia sarebbe il momento giusto per leggere quest’ultimo, in cui “una malattia si diffonde per errore da un laboratorio dove si effettuano ricerche chimico-batteriologiche con fini bellici”, portando al “collasso della civiltà”.

Una volta che la super-influenza ha sterminato l’umanità la narrazione si concentra sui personaggi superstiti positivi e negativi”.

“I sopravvissuti sono vittime di sogni”, come spesso accade in King, per il quale “telepatia, telecinesi, poteri soprannaturali, sogni premonitori e ‘interattivi’ sono tratti distintivi” della scrittura.

Cuori in Atlantide | Mangialibri

Nicola Paladin tratta un King quanto mai lontano dai canoni dell’horror, cui viene ingiustamente relegato, parlando di “Cuori in Atlantide” (1999), che affronta gli effetti della guerra del Vietnam sulla società americana. Paladin ci spiega che “nonostante la sua distanza dalla ‘combat zone’, esso mostri una realtà altrettanto corrotta della guerra”. Quest’opera “esplicita a livello metaforico la stretta relazione tra dipendenza e mortalità”. I protagonisti sono ossessionati (dipendenti) dal gioco Cuori, che, però, li distrae dallo studio, facendogli rischiare di essere presto candidabili per partire militari. Non si parla, dunque, di dipendenza da droghe, ma dal gioco. “Giocare a Cuori provoca contemporaneamente appagamento e angoscia in quanto può causare la morte” rendendo i ragazzi protagonisti di quella guerra che sentono ancora come lontana e distante.

Si vede qui la ricchezza di questo autore, che si esplica non solo nella creazione di trame geniali, personaggi intensi ed emblematici, ma anche nella capacità di usare con perizia il linguaggio: King mette “in mostra la portata culturale della guerra anche nel modo in cui influenza la lingua stessa del racconto”.

King cancella i confini tangibili di Atlantide: fuor di metafora, tutta l’America si inabissa a causa del Vietnam”. “Cuori in Atlantide, per quanto peculiare, costituisce una profonda analisi della Guerra del Vietnam, vista da una prospettiva inconsueta”.

Si occupa ancora de “The Stand” l’articolo di Salvatore Proietti, che

Amazon.it: The Stand - King, Stephen - Libri in altre lingue

esordisce “A ‘The Stand’, romanzo pubblicato da Stephen King nel 1978, il concetto di enciclopedia si applica su più livelli. È enciclopedica l’eterogeneità dei generi letterari: l’inizio è realista, prestissimo irrompe la fantascienza, poi si vira in direzione del soprannaturale; nel finale gli elementi ‘fantastici’ disturbanti escono di scena, adombrando un’utopia. È enciclopedico lo scenario geografico, in cui ampi spazi della nazione statunitense fungono da sfondo e da argomento di riflessione. È enciclopedica la portata delle allusioni letterarie e culturali”. Ed è gigantesca la dimensione del romanzo, dalla composizione lunga e complessa”.

Per Proietti questo romanzo è “forse la sua versione del ‘grande romanzo americano’” in cui “anche i linguaggi (a partire dal dialetto) si affastellano” e l’autore pare “sempre alla ricerca di significati multipli, contraddittori e sfuggenti”.

Richiama allora Carlo Bordoni quando evidenzia “la sua versatilità nell’esplorazione del tema dell’alienazione nel mondo moderno”, arrivando a sostenere, dandoci un’importantissima chiave di lettura, che “l’orrore può anche essere presentazione di uno scetticismo profondamente politico, riflessione critica del quotidiano”.

Alissa Burger affronta quindi la spina dorsale dell’opera kinghiana, la favolosa epopea western-ucronico-fantascientifica che è il ciclo di romanzi della “Torre Nera”, la più affascinante saga che mi sia mai capitato di leggere: “Il ciclo della Torre Nera copre quasi l’intero arco della carriera di Stephen King, si riverbera attraverso molte delle sue altre opere, ed è una chiave  di volta per comprendere il metaverso kinghiano e gli innumerevoli personaggi, luoghi e conflitti che esso include”. Si caratterizza non solo per descrivere un incredibile multiverso, ma per personaggi con personalità multiple, richiamando i miti di Artù e della ricerca del Sacro Graal, partendo dall’opera di Robert Browning (“Childe Roland alla Torre Nera giunse” del 1855).

L'ultimo cavaliere. La torre nera di Stephen King | PassioneLibro

Il curatore Valerio Massimo De Angelis nel suo intervento si concentra sulla splendida ucronia sulla morte del presidente Kennedy “22/11/’63”, leggendolo come “una riflessione metaletteraria sul rapporto tra horror e Reale, perché l’organizzazione  strutturale del testo si fonda sull’iterazione tra quella che noi consideriamo la ‘realtà’ del nostro presente, che si dà per stabilita e condivisa, e una vastissima  serie di possibili variazioni del passato così come lo conosciamo, e gli effetti potenzialmente dirompenti che tali variazioni possono esercitare su quel nostro presente”.

22/11/'63 libro di King Stephen

Secondo De Angelisper King il Reale è molto più strano dell’horror, e l’horror altro non è che il risultato (sempre malriuscito) di denunciare tutta una serie di traumi che la società statunitense (o più in generale la civiltà occidentale, o anche quella umana tout court) non ha alcuna intenzione di affrontare nella loro insopportabile, ingestibile, infine incredibile essenza ‘Reale’”.

De Angelis fa notare come questo scelto da King sia uno dei tre “grandi traumi che hanno definitivamente infranto il mito della ‘innocenza americana’”: “l’omicidio di Kennedy, la sconfitta nella guerra del Vietnam (la prima e unica nella storia americana), e la scoperta che il leader della nazione era un bugiardo”.

Il direttore della rivista Carlo Bordoni,chiudendo la parte monografica della rivista, esamina le opere scritte sotto lo pseudonimo di Richard Bachman e la scelta dell’autore di pubblicare sotto falso nome alcuni libri di notevole qualità.

Richard Bachman - Wikipedia
Richard Bachman

Forse la volontà di cambiare nome derivò anche dal fatto che “King restava (e restò per molto tempo, fino alla seconda metà degli anni Ottanta) un fenomeno da baraccone, un autore di seconda serie, da far circolare fra gli appassionati, fra i lettori di genere, ben lontano dal meritare l’inclusione nel Parnaso letterario”, di cui meriterebbe invece il trono. Il Premio Nobel potrà forse rivalutarsi ai miei occhi e tornare a essere quel che era stato un tempo, quando saprà riconoscerne la rilevanza insignendolo del dovuto riconoscimento.

Un segno della sua grandezza è anche nelle parole di Bordoni quando afferma: “Malgrado il successo, malgrado quei lavori, King maturava. Cambiava genere, attualizzando i suoi contesti, perfezionando la sua tecnica. Non rimestava la stessa frittata, cosa che fanno per prassi consolidata molti scrittori nostrani quando sono riusciti a imporsi”.

Stephen King. Questo autore così poco scontato, da cui dobbiamo aspettarci ancora molte sorprese”.

Finita la parte della rivista dedicata a King, troviamo un articolo di Riccardo Gramantieri sulla figura archetipale di Robinson Crusoe, a metà tra homo faber e bricoleur, e di come sia stata ripresa nella letteratura successiva a Defoe, in particolare dalla fantascienza e da questa di ambientazione marziana, con tutte le difficoltà dell’uomo nel tentativo di dominare con le sole proprie forze un ambiente alieno.

Seguono i ricordi degli scomparsi e compianti Giuseppe Panella e Giuseppe Lippi, per poi entrare nella sezione narrativa, che comprende solo tre racconti, uno di Massimo Acciai Baggiani, uno di Roberto Marchi e uno di un certo Carlo Menzinger di Preussenthal.

Avevo già avuto il piacere di leggere il racconto “Qualcuno bussò alla porta” di Massimo Acciai Baggiani e trovo che dei tre sia quello che meglio si inserisce in questo volume, in quanto descrive un misterioso incontro in un paesino del Casentino, Corezzo, che chi conosce gli scritti di questo autore ha certo già avuto modo di incontrare. Al Casentino Acciai ha persino dedicato un intero libro. A rendere adatto a questo volume il racconti è l’insolito protagonista della storia, che non vi posso però rivelare per non togliervi il gusto della lettura.

Roberto Marchi ci parla di un altro incontro, quello con una “Tromba marina”.

Il mio racconto “Protesi” lo avevo scritto e pensato per un altro numero della rivista dedicato a Frankestein. Mi ha fatto comunque piacere trovarlo in questo numero che parla di un autore, che come avrete capito apprezzo molto. Sono sempre lieto, del resto, di poter avere una presenza in questa rivista che considero molto interessante, curata e seria, non per nulla è riconosciuta anche dall’ANVUR come rivista dell’Area 10 (ovvero è considerata citabile nei lavori letterari ufficiali).

In oltre dieci anni di produzione, la rivista ha cambiato editore passando da Tabula Fati a Odoya e ha visto alternarsi tanti nomi importanti come autori e curatori. Di quelli delle origini, credo di essere uno dei pochi rimasti.

“Protesi” mostra un mondo che come scriverebbe King è “andato avanti” (il che non sempre è un bene come credevano molti dei primi autori di fantascienza), in cui anziché comprare cellulari, smartphone e orologi, la gente si ricopre di protesi anatomiche, arrivando ad avere vari arti aggiuntivi e finendone schiava.

Anche questa volta il volume si chiude con l’analisi di Riccardo Gramantieri dei libri editi nel fantastico durante l’anno precedente, che, in questo caso sarebbe il 2018, dato che sebbene la rivista sia stata stampata dopo l’estate 2020, questo numero 23 è quello di dicembre 2019.

4 responses to this post.

  1. […] anche dedicato un racconto, Qualcuno bussò alla porta, apparso di recente sul numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico“. Oggi (4 novembre 2020) mi è venuta voglia di fare il punto della situazione delle mie […]

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  2. […] ho anche dedicato un racconto, Qualcuno bussò alla porta, apparso di recente sul numero 23 di “IF – Insolito & Fantastico“. Oggi (4 novembre 2020) mi è venuta voglia di fare il punto della situazione delle mie letture […]

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  3. […] mia ennesima partecipazione alla splendida rivista “IF Insolito & Fantastico” (Odoya), dedicato a un autore che stimo moltissimo, Stephen King, con il racconto […]

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  4. […] aver letto il bel numero monografico di “IF – Insolito e Fantastico” (n. 23 – dicembre 2019) dedicato a Stephen King, mi è venuta voglia di leggere ancora qualcosa di questo autore che […]

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