UNO DEI PIÙ AFFASCINANTI MUSEI ITALIANI, INGIUSTAMENTE IGNORATO

Risultati immagini per cavalieri mamelucchi e samuraiIl turista che passa per Firenze di solito è attratto dalle Gallerie degli Uffizi o dell’Accademia, da Palazzo Pitti o dai Musei del Bargello o di San Marco, solo a volte si ferma anche a quello dell’Opificio delle Pietre Dure o di Orsanmichele. Solo di rado, poi, si allontana dal centro, dalle zone di Ponte Vecchio o di Palazzo Vecchio e si avventura verso Rifredi, dove c’è, invece, un museo davvero unico nel suo genere e quanto mai interessante. Oltretutto, ora sarebbe ancor più facilmente accessibile, non essendo poi troppo distante dal percorso della nuova linea tranviaria che da Scandicci va all’Ospedale di Careggi, passando per la Stazione di Santa Maria Novella. Si tratta del Museo Stibbert, che si trova lungo l’omonima via, al numero 26, e che richiede un piccolo sforzo per chi lo raggiunga a piedi, essendo sul fianco di una piccola collina, il Poggetto, che domina la città, che può, di lassù essere ammirata nel suo complesso.

Nel XIX secolo a Firenze era presente una nutrita popolazione inglese, amante dell’Italia e della Toscana. Tra questi, vi era Frederick Stibbert, di padre inglese e madre toscana, che sul Poggetto, allora un po’ fuori città, vivevano in relativo isolamento. Stibbert restaurò e ingrandì Villa Montughi, già di proprietà della famiglia Davanzati, creando uno splendido esempio di eclettismo ottocentesco, tanto che la villa, con il suo giardino, meriterebbero da soli una visita, anche se non ospitassero al loro interno la favolosa raccolta di armi e armature europee, mediorientali e giapponesi, che ne fanno un luogo unico e impareggiabile. Alla sua realizzazione, del resto lavorarono personaggi come l’architetto Giuseppe Poggi, cui si deve il nuovo assetto urbanistico della Firenze capitale, i pittori Gaetano Bianchi e Annibale Gatti e lo scultore Augusto Passaglia.

In questa Villa, via via allargata per fare posto alla sempre crescente collezione, Stibbert raccolse, nel corso degli anni, un sempre crescente numero di reperti, che andava personalmente a cercare in giro per il mondo. Oltre a queste, il visitatore potrà anche ammirare importanti dipinti di Botticelli,Beccafumi, Brueghel, Lorenzetti e altri.

Abitando in zona, il parco di Villa Stibbert è sempre stato per me una metà abituale. Del resto confina con il Giardino Baden Powel, a sua volta quasi un tutt’uno con quello di Villa Fabbricotti. Basta poi attraversare poche strade e si arriva al Giardino del Parnaso e giù di lì, dopo aver ammirato la città e il Duomo dall’alto, si scende al Parco dell’Orticultura, rappresentando quasi un unico enorme parco cittadino, che, nel suo insieme rivaleggia per interesse, bellezza e dimensioni con quelli delle Cascine e di Boboli.

Il parco dello Stibbert, poi con il suo tempietto in finto stile egizio e il laghetto con le anatre e le tartarughe è una piccola attrazione per i bambini e gli adulti.

Quando vi portavo mia figlia piccola, ancor in età prescolare, la feci una volta entrare nel museo e ne rimase così folgorata che ogni volta che la portavo in quei giardini mi implorava di entrare anche nel museo.

Del resto tutti quei manichini, a volte così ben fatti, a piedi e persino a cavallo, sono di grandissima suggestione e anche gli oggetti riposti sugli scaffali attorno non possono che attrarre la curiosità di chiunque.

Erano alcuni anni che non vi entravo più, così accolsi l’opportunità di una visita guidata per farvi ritorno e all’uscita acquistai un volume che ne parla “Cavalieri, mamelucchi e samurai”, sottotitolo “Armature di guerrieri d’oriente e d’occidente dalla collezione del Museo Stibbert di Firenze”, curato da Enrico Colle, direttore del museo.

Il primo capitolo, opera dello stesso curatore “L’armeria Stibbert, Fonti storiche e iconografiche per il suo allestimento”, ci parla di analoghe installazioni ottocentesche, in primis l’Armeria Reale di Torino, e opere letterarie, quali quella di Walter Scott, che ispirarono Stibbert nell’organizzare la sua esposizione. Idea di fondo era di “far percepire ai visitatori, attraverso un’ambientazione coinvolgente, l’evoluzione della storia delle armature”. Il Museo ospita una delle raccolte di armature giapponesi più importanti del mondo. Stibbert risultava, infatti, affascinato dal “japonisme” che “iniziò all’incirca con l’Esposizione Universale di Parigi del 1867, dove fu presentata per la prima volta una gran quantità di oggetti della civiltà nipponica”.

Mario Epifani, nel secondo capitolo “La ‘Reale Armeria’ di Torino nella seconda metà dell’ottocento: formazione e promozione di una raccolta dinastica” approfondisce il legame tra Stibbert e questa Armeria, cui si recherà in visita numerose volte nel corso degli anni.

Martina Beccatini, nel terzo capitolo entra nel dettaglio de “La collezione Stibbert”.

Riccardo Franci, poi, esamina “Le armi e le armature in Europa”.

Assai interessante il capitolo di Francesco Civita, che illustra quanto sia diversa “l’armatura mediorientale” (questo il titolo del capitolo) da quella occidentale, essendovi “differenze culturali, geografiche e climatiche che hanno determinato la nascita di due sistemi di protezione del corpo così diversi tra loro”. Diverso era anche il modo di combattere e le rispettive cavallerie erano animate da “Due filosofie contrapposte: l’una, quella occidentale, con l’intento risolutivo, l’altra invece con uno fondamentalmente logorante”. Non si dimentichi poi che le armature islamiche erano adornate dai versi del Corano e dunque “l’armamento islamico non solo è esempio di grande capacità artigiana e bellezza artistica, ma anche mezzo di propagazione della Fede”.

Sempre Francesco Civita ci parla, infine di “Armi e armature in Giappone”, la parte forse più originale e suggestiva del museo. “L’armatura giapponese” esordisce “è sempre stato un mirabile esempio del connubio tra eleganza e funzionalità”. Ci parla poi dell’importanza di due elementi assenti nelle armature occidentali: la seta e la lacca. Gli artigiani che se ne occupavano erano quelli tenuti in maggior considerazione. La lacca, infatti, con le sue “qualità impermeabili e di resistenza, può anche essere usata per proteggere i metalli”.

Prima della parte dedicata alla specifica descrizione degli oggetti esposti, chiude il volume l’analisi fatta da Gian Carlo Calza di due importanti opere pittoriche orientali presenti nel museo, nel capitolo “Cortigiane, mercanti e cavalieri nel Giappone del Seicento e Settecento in due rotoli del Museo Stibbert”.

Inutili dire che il volume è corredato da splendide foto, che offrono una buona panoramica di quanto esposto nelle sale.

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