VERSI, CANZONI E UN ESAGRAMMA

Risultati immagini per Esagramma 41 AcciaiLo sapete che cos’è un esagramma? Leggendo il titolo della silloge poetica di Massimo Acciai (Baggiani)Esagramma 41”, mi è venuto qualche dubbio in proposito. Per me era soprattutto una figura geometrica!

Wikipedia non sarà infallibile ma questo dice: “Un esagramma (dal greco ἑξάγραμμα) è un poligono stellato a sei punti con notazione di Schläfli {6|2}, 2{3}, or {{3}}. È l’unione di due triangoli equilateri. L’intersezione è un esagono regolare. È usato storicamente in contesti culturali e religiosi, come ad esempio la Stella di Davide, Induismo, Occultismo e Islamismo.”

Ormai conosco abbastanza Massimo Acciai da immaginare che il termine per lui deve richiamare proprio le simbologie orientali piuttosto che la geometria.

Nei ringraziamenti a fine volume, l’autore ringrazia, tra gli altri, Andrea Verza “che ha calcolato per me il mio esagramma de I Ching”. Dunque qui si parla di un altro tipo di esagramma, in cui il suo essere poligono poco interessa al poeta.

Il volume, poi, si apre proprio con una citazione da “I Ching, esagramma 41”.

Per I Ching, ogni esagramma è considerato come costituito da due trigrammi, il trigramma inferiore e il trigramma superiore. In tutto abbiamo 8 trigrammi possibili: cielo, lago, fuoco, tuono, vento acqua, monte, terra. Gli 8 trigrammi, con la loro combinazione, generano i 64 esagrammi (8 x 8).[1]

Ho ritrovato su internet, anche l’esagramma 41, con un testo simile a quello riportato nel volume.[2]

Risultati immagini per Massimo Acciai

Massimo Acciai Baggiani

Che cosa sono I Ching? Qualcosa ricordo, ma di nuovo ricorro a Wikipedia, per essere più preciso: “Il Libro dei Mutamenti (易經T, 易经S, YìjīngP, I ChingW), conosciuto anche come Zhou Yi 周易 o I Mutamenti (della dinastia) Zhou, è ritenuto il primo dei testi classici cinesi sin da prima della nascita dell’impero cinese. È sopravvissuto alla distruzione delle biblioteche operata dal Primo imperatore, Qin Shi Huang Di.” “Considerato da Confucio libro di saggezza, è utilizzato a livello popolare a scopo divinatorio, e dagli studiosi per approfondire aspetti matematici, filosofici e fisici.” Scopo divinatorio? Sarà forse a questo che allude qui il poeta?

L’amore per l’oriente traspare anche altrove in questo volumetto. Si pensi a “Cinque haiku”. Strana, a proposito, l’idea di unirli in un’unica poesia, gli haiku, infatti, di norma sarebbero formati da solo tre versi, colmi di grande profondità, come ho avuto modo di imparare anche io scrivendone un’intera raccolta (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), di cui Acciai ha parlato nel suo “Il sognatore divergente”.

Di cosa parla, dunque, “Esagramma 41”? La sapienza orientale ne è solo uno dei tanti elementi. Sono versi e canzoni che parlano di emozioni e sensazioni e di vivere quotidiano. Sì, ci sono anche canzoni, perché Acciai scrive musica e testi.

Sono versi scritti spesso nella Firenze in cui Acciai vive, ma anche in molti altri luoghi. Riconosco, innanzitutto, la Sappada cui Acciai ha dedicato la raccolta di racconti “Un fiorentino a Sappada”, ma che ho visto apparire anche nella silloge “A seconda di come volgo lo sguardo”. Non sempre sotto i versi compare il luogo di stesura, ma spesso sì e leggo così nomi come Oldenfiord, Prato, Auronzo, Senigallia, Praga, Berna, Arezzo, Lavaredo.

Acciai, da esperantista (e qui compare qualche verso in questa lingua artificiale), ama viaggiare e il mescolarsi con altre culture, ma sempre resta legato alla sua terra e quando lo troviamo a Praga ecco che scrive “Parole al neon per me ancora senza suono / mi dicono che non sono a Novoli[3] o sulla Casilina[4]”.

E le date in cui sono stati scritti questi versi? Quando compaiono non sono di immediata comprensione, perché qui, come in “A seconda di come volgo lo sguardo”, Acciai ama usare il calendario della rivoluzione francese, in ossequio ai suoi ideali. A volte, però, anche queste date sono del tutto immaginarie come nel caso di “Spiaggia verde” che sarebbe stata scritta a “Sappada, 29 messidoro dell’anno 7514”, chiaramente una data di un lontano futuro, dato che gli anni per tale calendario si contano proprio dalla rivoluzione.

Traspare, infatti, persino in questi versi, l’amore di Acciai per il fantastico e la fantascienza, non per nulla ha scritto un saggio intitolato “La comunicazione nella fantascienza” e la raccolta “La compagnia dei viaggiatori nel tempo”. Persino “Un fiorentino a Sappada”, che potrebbe sembrare una raccolta di racconti di montagna, si rivela ricco di spunti fantastici.

Qui abbiamo versi come “Era il maggio del 2033” e “dovremo andarcene / su una stella” (“Maggio”) o “combacia il mio respiro notturno / col lato silenzioso del Cosmo” che ci richiamano immagini quasi fantascientifiche. C’è una poesia intitolata persino “Valles Marineris”, che sarebbe poi il luogo dove Acciai ha collocato all’inizio del romanzo anche uno dei personaggi, Wen, del nostro “Psicosfera”, la storia fantascientifica che abbiamo scritto assieme. Ce n’è un’altra che s’intitola “La teoria d’Adhlemar (La Fine del Mondo)”, quasi fosse un piccolo racconto apocalittico. In “Riva al lago, ore 14,30” proclama “A quest’ora sembra la vita scomparsa dal Pianeta”, versi scritti in un immaginario post-apocalittico “2 termidoro dell’anno 7514”.

Sogna spesso altri mondi, dunque, Acciai e lo scrive, in versi senza titolo (non tutte queste poesie ne hanno uno), “Chiudo gli occhi, sì / ma per aprirli / su un altro cosmo”. La tensione verso il futuro si confonde in “2012” con le profezie Maya.

Massimo di recente mi ha detto che forse non scriverà più poesie, ma già qui leggiamo un certo scoramento verso tale forma di espressione: “Sono forse stato io poeta?/ Certo è molto che non sento il ‘brivido’ / e mi pare che la poesia sia una terra remota /appartenente a un altro pianeta”.  Altrove scrive “Ma dov’è la poesia?”. Eppure chi diventa poeta, in qualche modo rimane tale. Cambia la forma, magari, ma la poesia continua a fluire, magari tra le righe di un romanzo.

C’è malinconia, a volte: “spazzar via / in un istante / questa noia infinita”, “ricordo di aver vissuto talvolta”, “A volte vorrei tornar invisibile” ma non ne si è mai sommersi. L’anelito verso il futuro e quindi la speranza pare più forte.

Risultati immagini per stella e pianetaRitrovo anche il tema de “La nevicata e altri racconti”, l’antologia-saggio in cui Acciai critica e vorrebbe cambiare il sistema scolastico “Attraversai gli anni di scuola / come chi passa, un giorno di pioggia /per una strada che conosce bene”, in cui c’è tutto il tedio dell’autore verso un sistema che non ha mai accettato in pieno.

A volte, poi, ci sono associazioni del tutto personali come “Nella gabbia uno scoiattolo impazzito / mi rammenta qualcosa / che ha a che fare con il cielo”.

Se molti sono i versi (soprattutto le canzoni) dedicati a varie donne (Maria Delfina Tetto, Roberta, Dulcinea, Natalya), non poteva mancare almeno una lirica dedicata alla madre morta di cancro, affetto certo tra i più cari all’autore.

Se Dulcinea non può che essere la donna amata da Don Chisciotte, cui forse l’autore sente di somigliare, come si comprende anche dall’allusione ai “miei mulini fragili”, mi chiedo chi davvero fosse Natalya, nome che Massimo ha riproposto anche in “Psicosfera”, nella variante Natasha. Grande appare l’incomprensione e la lontananza verso questa donna russa: “l’aria è gelo e pioggia, da lei sarà già neve” e “lei non comprende la mia lingua / ed io non trovo le parole / neanche nella mia”.

È, invece, una lingua, l’esperanto, una delle lingue artificiali di cui parla nel saggio “Ghimìle ghimilàma”, a unirlo a Maria Delfina Tettu “vivu vivu esperanto”, amicizia virtuale, di cui racconta l’incontro.

Versi, dunque, questi di “Esagramma 41”, sentiti e commossi, da scoprire con calma e attenzione.

 

[1] http://www.labirintoermetico.com/09iching/tabella_ricerca_esagrammi.htm

[2] http://www.labirintoermetico.com/09iching/testo_i_ching/esgrammi/esagramma41.htm

[3] Quartiere di Firenze

[4] Via romana.

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