AFFRONTARE LA GUERRA CON OTTIMISMO

Ho incontrato poche volte Adrian Jucker nella mia vita. Era il fratello minore di mia nonna Sylvia, l’ultimo di 5 fratelli, di cui il primo, Philip, morto nel 1937 durante una corsa automobilistica, se non erro. Mio padre, Filippo, nato alla fine dello stesso anno, ne ereditò il nome. Lo ricordo come una sorta di simpatico babbo natale, corpulento e con un gran barba candidissima. Una bella figura. Anche da giovane, a giudicare dalle foto mi pare si potesse definire un bell’uomo, dall’aria sportiva e signorile.

Zio Adrian era nato nel 1920 e morì nel 2001. Di recente ho scoperto su Facebook una sua autobiografia, in vendita su Amazon, dal titolo “Memories of a Desert Rat”, che scrisse all’età di 76 anni, dietro insistenza delle figlie Angie, Carolyn e Franky, che lo aiutarono nella stesura del volume.

Oggetto del libro sono le sue memorie personali della Seconda Guerra Mondiale.

A parte l’interesse personale nello scoprire meglio un parente attraverso le sue stesse parole, ho trovato questo libretto (si tratta di appena 64 pagine) davvero gradevole e interessante.

Come Adrian Jucker stesso dice fin dall’inizio, non ha alcuna pretesa di raccontare l’intera Guerra, il suo senso, le sue motivazioni o il suo reale svolgimento, ma di raffigurare il modo in cui l’ha vissuta lui stesso e in questo intento, a mio avviso, riesce assai bene, innanzitutto perché non manca di una buona dose di humour, ma, soprattutto perché la narrazione appare assai vivace.

La strana sensazione che mi ha lasciato, nonostante egli abbia affrontato alcune delle più cruente battaglie del secolo, quali due El Alamain e lo sbarco in Normandia e abbia combattuto su un gran numero di fronti, da quello italiano a vari fronti africani, alla Francia, è quella di un ragazzo che stia affrontando una vacanza piuttosto avventurosa e con parecchi inconvenienti. Sebbene egli sia più volte ferito, sembra conservare ogni volta intatto il suo ottimismo, la sua voglia di combattere, la sua curiosità, il suo amore per la vita.

Adrian Jucker nel 1938

E, tra una micidiale battaglia e l’altra riesce a trovare il tempo per cercare di migliorare la sua dieta, per rifornirsi di liquori, per farsi una bella cavalcata o per andarsene per mare su una barca, per il puro gusto di farlo. Del resto quando partì aveva solo 20 anni e la gioventù vede tutto in modo diverso. Eppure ci racconta che per 5 mesi di fila non si poté lavare, per tre anni non sentì la voce della moglie e vide la sua primogenita Angie solo dopo vari anni dalla sua nascita. Come avrete intuito, Adrian era inglese, sebbene la famiglia sia di origini svizzere, e avesse una nonna, Luisa Fontana, italiana. Nei suoi racconti si trova a combattere contro i tedeschi, ma come precisa a un certo punto, in realtà in battaglia aveva più spesso di fronte degli italiani. Una cosa che mi ha stupito è che nonostante le sue origini parzialmente italiane e il fatto che tutte e tre le sue sorelle, Sylvia, Nina e Angela, stessero con italiani e avessero già avuto alcuni figli altrettanto italiani, mi pare conservi un fiero patriottismo anglosassone  e anche quando gli italiani diventano alleati, continua a diffidarne. Ma questo è solo accennato, in realtà, perché alla fine nella narrazione prevale lo spirito di avventura e non si sente alcuna acredine o odio verso i nemici, sebbene sia fortissima la determinazione a combatterli.

Arruolandosi chiede di entrare in un corpo di sciatori e si ritrova in Africa nel deserto a fare lo sminatore, ma non per questo sembra demoralizzarsi. Dopo alcuni anni a togliere e mettere mine, costruire e far saltare ponti, decide di voler assaggiare la vera guerra (aveva già fatto due delle più sanguinose battaglie africane, ma pareva poca cosa per lui!) e chiede di arruolarsi nei paracadutisti. Pur di riuscirci rinuncia al grado di capitano e torna a fare il tenente. Tra l’altro, di lui si parlava a casa come di un capitano e mi ero sempre fatto, da bambino, l’idea che lo fosse di una nave!

E non si ferma lì. Torna tra i genieri e, a un certo punto divenne un “Desert Rat”, cioè un membro di un corpo speciale che operava nel deserto. Un altro “desert rat” compare nel volume ed è un vero topolino del deserto, Bert, da loro adottato, e cui davano da bere del gin, che l’animaletto pareva apprezzare molto. Oltre a un gran numero di ferite, Adrian  Jucker uscì dalla guerra con la decorazione di MC, titolo che nel libro non viene spiegato ma che leggo essere la Military Cross.

Oltre alle battaglie ci parla di avventure che potrebbero esser capitate anche in tempo di pace, come quanto si ritrova aggredito da numerose scimmie o quando costruisce un argano per tirar fuori il somaro di un contadino italiano da un pozzo e ci si cala nudo dentro per tirarlo fuori.

Insomma, una lettura, come dicevo vivace e mai truculenta o pessimista, che fornisce una visione della Guerra quanto meno inconsueta.

Adrian Jucker nel 1987

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One response to this post.

  1. Hello Carlo, My Italian is very basic, and there is no translation facility on this lovely review of my father’s war memoirs, but I spotted a small error which I hope you can correct. I am the eldest of Adrian’s three daughters. Carolyn is the second daughter, and Angie is the youngest daughter. So I was the one, aged 3, who had to discover a ‘broken’ Daddy, when he came home after the war. He was covered in bandages. His right arm was in plaster (over which some of his friends had written and drawn some rather rude comments and cartoons), and one of his legs was heavily bandaged, as a result of a bullet going clean through his thigh. He also had three bullet holes in the front of one shoulder, and two on the other side, indicating that two of them had gone clean through. The last of the three had been dug out.

    Being a typical Jucker, one of the things he most disliked about his time during the war, was the food. He could not stand either Spam or corned beef. So, after returning to post-war Britain, where food was rationed, he spent his weekends wandering the nearby fields with an air-rifle, trying to shoot pigeons, rabbits and any other wildlife he could find. He was usuall successful, so we ate well during those years of meat rationing (where the weekly allowance was the equivalent of one small sausage). He also taught himself how to cook – and he was pretty good.

    I would love to see a translated version of the above review, and thank you for posting it.

    I’m not quite sure what relation we are to one another, Carlo. You are the son of my cousin Filippo (who I remember well from his visits, with Guido, to our house in Bramhall), so I think we are either second cousins, or first cousins once removed. I have never understood how this works.

    But anyway, thank you –
    with love
    Franky x

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