LA SIGNORA DALLOWAY È INSUFFICIENTE

Commentando “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, ho scritto di recente che un buon libro deve riuscire a bilanciare creatività ed empatia e che, mentre la creatività porta a narrare storie fuori dall’ordinario e lontane dal vissuto quotidiano, l’empatia tende a fare l’opposto, mostrandoci vicende e personaggi che in qualche modo ci somigliano.

È difficile mantenere in equilibrio queste due componenti, la cui presenza in alto grado fanno di un libro una buona lettura.

Purtroppo al crescere della creatività, l’empatia tende a decrescere e viceversa.

Volgi lo sguardo al vento” è un esempio di romanzo con alta creatività e bassa empatia. Il risultato, in breve, può definirsi un libro noioso.

Ho finito adesso di leggere “Le ore” (1998) di Michael Cunningham (Cincinnati, 6/11/1952), che si può considerare antitetico rispetto a “Volgi lo sguardo al vento” su questa scala. Dunque, se avete amato uno dei due, evitate coma la peste l’altro!

La creatività, infatti, è in questa storia estremamente modesta. Le scene descritte sono quelle della vita di tutti i giorni, appena un poco fuori dall’ordinario. Ci sono, per carità, alcune scene che possono anche restare impresse nella memoria, come la donna che trova l’uomo morto tra i cocci di una bottiglia di birra, la donna che prende una stanza d’albergo per leggere in pace un paio d’ore, la preparazione e consumazione di una torta, ma, nel complesso è un libro che non è riuscito a coinvolgermi in alcun modo e che presto dimenticherò.

Dipende solo dalla mancanza di creatività? Non credo. La vicinanza al vissuto quotidiano non crea, a mio modo di vedere, comunque, una vera empatia.

C’è però ancora dell’altro. Quando analizzai le opere della Rowling avevo individuato una serie di elementi che facevano, per me, del ciclo di Harry Potter, la saga più amata, letta e venduta di tutti i tempi.

Quali di questi elementi utilizza Cunningham in maniera consistente? Forse, proprio nessuno!

Michael Cunningham

Gli “ingredienti” principali usati dalla Rowling erano: trama; strutturazione; ambientazione costante; ripetitività e ritualità; magia come straniamento dalla realtà; mondo magico come mondo parallelo, specchio della nostra schizofrenia; linguaggio inventato; amicizia; lotta tra Bene e Male senza manicheismo assoluto; compenetrazione tra il Bene e il Male; tanti nemici, grandi e piccoli; un personaggio che si sente debole ma che scopre di essere forte e speciale; spettacolarità; competizione; mistero; suspense;  paura; avventura; iniziazione e crescita verso l’età adulta; morte.

Cunningham non scrive un romanzo fantasy, né di avventura o per ragazzi, come possono essere quelli di Harry Potter, dunque non si può pretendere che ci siano tutti questi ingredienti, essendo molti propri di un genere letterario diverso, ma la totale assenza di quasi tutti è per me sufficiente a qualificare come noioso il suo libro.

In particolare, non posso transigere sulla debolezza della trama: si parla di tre donne. Più che un romanzo unitario questo è l’insieme di tre racconti, debolmente collegati tra loro (debolezza di “strutturazione” e discontinuità di “ambientazione”). La prima donna è la scrittrice Virginia Woolf, ritratta a un passo dal suicidio, e poi, a ritroso nel tempo, mentre scrive. La seconda è Clarissa Vaughan, un editor newyorkese di oggi. La terza è Laura Brown, una casalinga californiana dell’immediato dopoguerra, desiderosa di fuggire via per un giorno dalla noia di un matrimonio ordinario.

Il film tratto dal romanzo “Le ore”

Mi incuriosiva leggere della Woolf e mi incuriosiva vedere come queste tre storie fossero collegate. La Wolf sta scrivendo il suo “Mrs Dalloway”, nome con cui viene chiamata la seconda protagonista, Clarissa. Il libro che Laura legge è sempre “Mrs Dalloway”.

Ne poteva nascere un intreccio affascinante, rimandi e collegamenti tra realtà, letteratura e finzione (qualcosa che ho tentato anche scrivendo “La bambina dei sogni”, sebbene in modo molto diverso). Eppure Cunningham fallisce. Le storie non hanno “magia”, non si creano “straniamenti dalla realtà”, non c’è traccia di schizofrenia, non c’è mistero, non c’è suspense, non c’è avventura e non c’è crescita. C’è la morte, ma sembra solo uno spettacolo cui assistiamo. Non ci coinvolge più di tanto.

Peccato. Peccato!

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2 responses to this post.

  1. […] libri tra loro piuttosto diversi come “Nessun luogo. Da nessuna parte” di Christa Wolf, “Le ore” di Michael Cunningham, “Volgi lo sguardo al vento” di Iain M. Banks, faticando a tenere la […]

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  2. […] Michael Cunningham – Le ore – (e-book) – romanzo mainstream – statunitense […]

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