INGENUI TRASTULLI DI UN FISICO GIOVIANO A ZONZO PER LA GALASSIA

Non approvo lo snobismo della c.d. “letteratura” e dei critici mainstream nei confronti della scrittura di genere, quasi che fantascienza, gotico, fantasy e via elencando non possano produrre romanzi alla pari o superiori alla narrativa “ufficiale”.

Bisogna però dire che ci sono libri che sembrano fatti apposta per appoggiare simili tesi. Un esempio è “Avventure nell’iperspazio” (The Incredible Planet) di John W. Campbell. Questo perché stiamo parlando di un autore tutto sommato piuttosto importante e di un personaggio con una certa influenza nel mondo della fantascienza.

Campbell, infatti, è stato oltre che scrittore, un curatore editoriale di una certa rilevanza, non per nulla fu per ben trent’anni, nell’epoca d’oro del genere, il direttore della celeberrima rivista “Astounding Stories”, trampolino di mostri sacri come Asimov, Heinlein e Van Vogt. Si può anzi dire che il lancio di Isaac Asimov si debba proprio a lui.

Ebbene, quando un simile autore pubblica un testo, questo non può passare del tutto inosservato, tanto più che Campbell viene preso a esempio da tutto quel filone della fantascienza che è la “space opera”, con i suoi viaggi interstellari.

Leggere però “Avventure nell’iperspazio” e poi valutare la rilevanza letteraria della fantascienza non potrebbe che portare a esiti drammatici per l’elevazione del genere.

Molti autori di fantascienza, specie nel secolo scorso, avevano una formazione scientifica. Campbell è un fisico e questo si sente nel romanzo in modo del tutto negativo.

Campbell ha avuto il merito di ricercare una certa accuratezza scientifica nei testi che pubblicava, suoi e altrui, ma l’attenzione per i dettagli tecnici e scientifici può essere assai dannosa al tessuto narrativo di un romanzo.

Leggere “Avventure nell’iperspazio” significa infatti infilarsi in una serie di descrizioni di esperimenti fisici e chimici, di macchinari immaginari, di processi e di tecniche fantasiose, che rubano completamente la scena ai personaggi, alla loro introspezione, alle ambientazioni, alla trama.

Per carità, da un romanzo d’avventura non ci si aspetta certo una gran profondità, ma anche l’avventura descritta è poca cosa. Il romanzo appare narrativamente davvero ingenuo.

Peraltro, anche la parte scientifica, per quanto anche troppo accurata, risente della limitazione delle conoscenze dell’epoca (fu pubblicato nel 1949).

Basti pensare che il protagonista Aarn Munro è un gioviano (un abitante di Giove), un essere umano molto muscoloso, dato che vive su un pianeta con forte gravità e con un’intelligenza da supereroe (inventa e costruisce i macchinari più prodigiosi). Non è chiaro se i gioviani siano terrestri trasferitisi sul pianeta gigante, ma forse viene detto in altri volumi della saga in cui il romanzo è inserito.

Di sicuro non sono di origine terrestre gli esseri che i protagonisti incontrano sul primo pianeta, dato che hanno centinaia di miliardi di anni e vivono in una parte remotissima della Galassia.

Sul secondo pianeta si incontrano dei lucertoloni bipedi (già questo abbastanza ingenuo), ma anche lì ci sono esseri umani, loro schiavi e ciononostante assai tecnologici.

Altra cosa assurda è che, ovunque Aarn vada, gli alieni parlano un perfetto inglese! Tutti questi alieni anglofoni mi ricordano il paggio di “Star Trek”.

Anche nella galassia asimoviana sono tutti umani e parlano la stessa lingua, ma Asimov motiva il fatto dando un’origine comune agli abitanti dei vari mondi, ampiamente descritta nei vari cicli delle sue opere.

La seconda parte del romanzo poi è tutta una battaglia da peggior film del genere, nonostante sia condita di dettagli su nuovi elementi chimici (all’epoca la tabella degli elementi era meno nutrita di oggi e Aarn scopre l’elemento 100 dalle incredibili proprietà), processi fisici e armi fantasiose.

Sembra quasi una versione moderna e banale de “I viaggi di Gulliver” con il naufrago che aiuta i lillipuziani contro i loro nemici. Gulliver giganteggiava per dimensioni, Aarn per capacità tecniche e conoscenze fisiche.

Mi ha anche fatto pensare ai primi esempi di viaggi sulla Luna, quelli ispirati dal racconto del greco Luciano di Samosata e reinventati nelle storie di Cyrano de Bergerac e del Barone di Münchausen, con le differenze che, essendo stato scritto in un’epoca decisamente successiva, avrebbe dovuto essere scientificamente meno ingenuo (gente che vive su pianeti di grande massa, sistemi di congelamento che durano centinaia di miliardi di anni, città le cui rovine sopravvivono altrettanto, incredibili somiglianze di civiltà lontane con la nostra) e, soprattutto, che quelle storie avevano un assai maggior ironia, pressoché assente in Campbell, assai preoccupato di mostrarci la potenza mirabolante dei suoi motori interstellari e delle sue armi di distruzione di massa (gravitazionale).

Gulliver e i lillipuziani

Un ultimo difetto, già che ci siamo, è che il romanzo in realtà non è propriamente neppure tale, essendo in realtà la somma di due diverse avventure, due racconti lunghi, a loro volta inserite in un ciclo di altre imprese.

Non so se, essendo un ragazzino degli anni ’50 mi sarei divertito a leggere simili storie, ma da cinquantenne del terzo millennio ho trovato questa una delle letture più inutili e uno dei romanzi peggio scritti tra gli ultimi letti.

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One response to this post.

  1. […] Avventura nell’iperspazio- John W. Campbell – (e-book) – romanzo […]

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