LA BAMBINA DEI SOGNI – 5 – MIA MOGLIE

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal5 – MIA MOGLIE

 

Carter aveva dimenticato

che la vita è soltanto una teoria d’immagini nella mente:

che non c’è differenza

tra quelle nate da esperienze reali e quelle generate dai sogni più intimi,

e che non c’è motivo di ritenere le prime più importanti delle seconde.

(Il Guardiano dei sogni – La chiave d’argento – Howard Phillips Lovecraft) 

 

Quando raccontai a mia moglie della mia visita alla bambina, mi sorprese dicendo:

– Sabato vengo con te a conoscerla.

Ammutolii per qualche secondo. Ultimamente Giovanna mi stupiva. Stentavo a prevederne le reazioni. Ero certo che si sarebbe messa per traverso. Avrei voluto chiederle cosa pensasse, quali fossero le sue intenzioni, se volesse solo conoscerla o se stesse pensando a qualcosa di più, ma non sapevo da che parte cominciare. Fu lei a rompere il silenzio.

– Voglio proprio vedere chi è che ti ha fatto innamorare! – scherzò e tutto finì lì. Per il momento. Devo confessare che, a quelle parole, non mi passò per la mente il volto di Elena, ma quello di Maria. Forse fu per quello che,  temendo di scoprirmi, le risposi con una smorfia che voleva vagamente somigliare a un sorriso.

 

Con l’idea di scacciare dalla mente la bella assistente sociale, feci uno dei miei classici approcci maldestri per cercare di convincere Giovanna a fare l’amore e lei mi scacciò annoiata e, dopo poco, si addormentò come un sasso, russando leggermente. Cercai di addormentarmi anch’io pensando a Elena e… a Maria. Beh, sì, anche a lei, in effetti.

Ero già mezzo addormentato, quando la porta della camera s’aprì. Pensai fosse Laura. A volte nostra figlia si svegliava e veniva nel lettone a cercare conforto: un’abitudine che proprio non riuscivamo a farle perdere. Giovanna continuò a dormire. Era buio, ma riuscivo a scorgere la figura che avanzava nella stanza.

Era troppo grande per essere Laura. Un ladro? Il suo modo di muoversi non mi faceva in alcun modo pensare a un malintenzionato. Era una donna. Sensuale. Si avvicinò al letto. Si spogliò e anche se non riuscivo a vederla bene per l’oscurità, mi parve lo facesse in modo particolarmente erotico, sentii il fruscio dei vestiti afflosciarsi in terra, quindi s’infilò sotto il lenzuolo. Il suo corpo setoso scivolò lungo il mio. Era Maria. Mi baciò a lungo, mentre con le mani mi esplorava silenziosa, ma decisa e io la ghermivo incredulo. Giovanna continuava a dormire nell’altra metà del letto. Il ritmo regolare del suo respiro lo confermava. Ero inebriato dall’assurda incoscienza della situazione quando la porta si aprì di nuovo. Questa volta la figura che stava entrando era molto più minuta. Pensai che, ora, potesse essere proprio Laura. La cosa sarebbe stata… drammatica. La bambina avrebbe visto Maria, avrebbe svegliato la madre e le conseguenze sarebbero state facilmente immaginabili. Come potevo trovarmi in una situazione così assurda? Come aveva fatto Maria a entrare in casa? Non mi pareva sapesse neppure il mio indirizzo.

Non era, però, Laura. Era Elena. Elena! La bambina dell’orfanotrofio. Il sangue mi si ghiacciò nelle vene. La piccina rimase ferma. Non parlò neppure e non svegliò Giovanna.

Maria scomparve nel nulla e svegliandomi trovai solo mia moglie nella stanza. Anche Elena era scomparsa, sebbene la sua consistenza mi fosse sembrata più concreta di quella di Maria. L’orfana stava diventando la mia censura onirica personale.

Stentai a riaddormentarmi e quando ci riuscii feci subito un altro strano sogno.

Questa volta mi parve di assistere a un film che narrasse un’altra vita, che parlasse di gente sconosciuta.

 

Vidi una giovane donna, una ragazza mora e minuta seduta in una stazione ferroviaria. Aveva più o meno l’età e l’aspetto di una studentessa universitaria. Era seduta lontano dai binari, come se il suo treno non fosse ancora prossimo a partire. Con movimenti incerti trafficava nella borsa alla ricerca di qualcosa. Ne estrasse un fazzoletto e si asciugò il viso. Solo allora mi resi conto che doveva aver pianto. Forse stava ancora un po’ piangendo. Non la vedevo bene. C’era come una strana foschia.

Un uomo in piedi, poco lontano da lei, la guardò. Sembrava aver notato il gesto. Le si avvicinò e le rivolse la parola sfrontatamente:

–  Un sogno infranto rivela al suo interno un sogno più bello – affermò provocante.

La ragazza alzò gli occhi lucidi su di lui. Avrebbe potuto non guardarlo e non rispondergli, ma fece entrambe le cose:

–  Cosa ne sapete voi dei sogni?

–  Molte cose. Io sono il re dei sogni.

La ragazza sorrise a quella vanteria grottesca ed esagerata.

–  Certo – lo derise – come ho fatto a non riconoscervi! Voi siete certamente il nobile Oberon.

–  Se voi lo desiderate, lo sarò e non solo per una notte d’estate – rispose lui galante, con un lieve ghigno, e poi, dopo un attimo di silenzio, aggiunse – ma dovrete guadagnarvi questo privilegio venendo con me a bere un caffè – le porse il braccio.

La ragazza si alzò, raccolse la borsa e con l’altra mano s’appoggiò a lui che l’accompagnò al bar poco distante. Poi il sogno si fece confuso e non ricordo altro.

Risvegliandomi mi chiesi perché li avessi sognati e chi fossero quei due, ma dato che non avevo una risposta, finii per non pensarci più.

 

Solo il giorno dopo mia moglie e io tornammo a parlare di Elena. Era venerdì mattina. Giovanna beveva il suo chai-latte al tavolo di cucina. Lo avevo acquistato nel mio ultimo viaggio a Londra. A Giovanna piaceva molto. Io mi stavo preparando per uscire e andare al lavoro

–  L’ho sognata, Paolo – mi fulminò mia moglie con la tazza in mano.

–  Chi? – chiesi io, sebbene sospettassi la risposta.

–  La tua bambina.

–  Ci stiamo facendo suggestionare tutti… – mormorai, facendo mezzo passo indietro, in un vano tentativo di fuga mentale.

–  Non era un sogno normale. Era… era così vera… Non saprei descriverla. Non saprei dirti neanche se avesse i capelli biondi o neri. La sentivo, lì, nel sogno, eppure era come se ne fosse fuori, come se fosse… vera. Eppure era lì. Stranissimo. Pareva…

–  …reale – mormorai con un fil di voce.

–  Sì, ecco: reale. Eppure sembrava anche chiaramente parte del sogno. In quel momento stavo sognando altro, non ricordo più cosa. E lei è apparsa. Pareva che… pilotasse il sogno, che fosse lei a decidere cosa dovevo sognare.

–  Ti ha spaventato?

–  Un po’… ma non era un incubo, anzi. Era tutto così strano, però. Mi stupisce non essermi svegliata di soprassalto. Era come se lei non volesse che mi svegliassi ed era come se volesse avvertirmi di qualcosa. Qualcosa che riguardava te. Non ho capito.

 

Rimasi ad ascoltarla esterrefatto, senza sapere cosa dire. Sentivo che mia moglie stava esprimendo le stesse sensazioni che avevamo provato sia io, sia probabilmente nostra figlia.

Aveva ragione, quella bambina sembrava pilotare i sogni.

Cercai di cancellare la sensazione che Elena le avesse voluto riferire del mio sogno erotico con Maria, ma non riuscivo a liberarmi dal pensiero.

Andai al lavoro, ma trascorsi tutta la giornata in stato d’agitazione. Ero distratto. Non vedevo l’ora che fosse il giorno dopo, sabato, per andare a trovare la piccola. Tutto sembrava andare a rilento. Il computer stentava a passare da una pagina all’altra e non si connetteva, i clienti si attardavano in chiacchiere inutili, i colleghi non facevano che sottopormi problematiche inesistenti o che non mi riguardavano.

Poi, finalmente, la giornata finì e scesi in strada. Le zaffate di polveri sottili, particolato, idrocarburi incombusti e ossidi d’azoto mi parvero aria fresca di montagna in confronto a quella dell’ufficio, satura di stress e mobbing. Ero finalmente fuori.

La sera, prima di andare a dormire, distraendo Giovanna dal cinquanta pollici davanti al divano del salotto, le riparlai brevemente di Elena, giusto per organizzare la visita. Non capivo fino a che punto mia moglie s’interessasse davvero alla bambina e quanto lo facesse per me, per assecondarmi o per non so quale altro motivo.

Decidemmo di andare solo noi due. Senza coinvolgere Laura. Non volevamo farle venire strane fantasie. Nostra figlia ci sembrava già troppo coinvolta in una storia da cui persino noi adulti, io in particolare, ci stavamo facendo prendere in modo eccessivo pur senza capire quali fossero le nostre intenzioni e che futuro potesse avere la cosa.

 

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