SOTTO UN SOLE GRIGIO DI ANGOSCIANTE NEBBIA

Di Ivano Mingotti avevo già letto la tetra distopia “Sotto un sole nero”, un romanzo fantascientifico che ti sprofonda in un oscuro abisso di angoscia. Con “Nebbia”, l’autore replica lo stile ansiogeno che già avevo conosciuto, direi ampliando ulteriormente il suo utilizzo. Se nell’opera precedente la nostra vista era oscurata dalle tenebre, qui ad accecarci è la nebbia onnipresente e incancellabile. Una nebbia resa stilisticamente da un uso ossessivo, eccessivo e strabordante di aggettivi, sinonimi, ripetizioni di sostantivi, attributi, frasi, situazioni (la frase precedente in confronto è semplice e lineare).  Insomma, ogni minimo dettaglio viene ripetuto senza pietà, fino a farti perdere di vista la trama, i personaggi e tutto ciò che sotto questa nebbia di parole avviene. Già in “Sotto un sole nero” avevo notato l’uso di frasi sincopate. Mozze. Fredde nella loro essenzialità, nonostante il ripetersi degli aggettivi. Qui questo stile viene portato ai suoi estremi. Vediamo spesso i personaggi immobilizzati attendere che la nebbia di parole lasci loro il tempo di riprendere l’azione. Andiamo avanti per pagine solo, per esempio, per lasciare che il protagonista apra una porta, il gesto di un secondo dilatato per numerose righe:

Bussano alla porta. Hanno bussato. Ne sei sicura, hanno bussato. E per un attimo, non ti muovi. Non fai una mossa, non fai un passo. Non si flette un sopracciglio, non si piega una palpebra. Tutto è fermo. Stantio, silenzioso. Tutto è bloccato. Qualcuno, qualcuno ha bussato. Dopo una giornata di solitudine, qualcuno ha bussato. Fuori, nella nebbia, nella notte. Nel villaggio di Beaumont, sulla strada, tra le case vuote e le finestre sbarrate. C’è qualcuno. Qualcuno che non ha paura. Paura di venirti a cercare. Ora. Oggi. E se ti fossi sbagliata, Clythia? Se fosse stata solo un’impressione?

Solo la voglia, il desiderio irrefrenabile di sentire qualcuno. Qualcuno che asciughi le tue lacrime. Qualcuno che ti venga a salvare, ti stringa, ti porti via. Qualcuno. E resti ferma. Ferma con le tue lacrime sul divano bagnato. Ferma coi vestiti sporchi, ferma con le dita tremanti. Ferma. Aspettando che bussi ancora, se qualcuno c’è. Aspettando un segnale. Aspettando. Resti stesa. La testa sollevata appena, gli occhi spalancati. Immobile. A fissare la porta. A fissare oltre. Tremi. Singhiozzi rinchiusi in fondo alla gola. Il collo stretto, i capelli che ci si appoggiano. Pesanti. Ferma. Ferma, immobile. E là, là, la porta. Lontana. Troppo lontana per alzarti ora. Troppo, ora che non ne hai le forze. Troppo. Resti sul divano. E attendi. Attendi. Silenzio. No. Non c’è nessuno. Non deve esserci nessuno. Sarà stato il ramo di un albero, lanciato via dal vento. Sarà stato uno strano scricchiolio, un’impressione. Sarà stato altro. Non c’è nessuno, Clythia. Non può esserci nessuno. Ascolta, Clythia, ascolta il vento. Ascoltalo, e smetti di piangere. Smetti. Di piangere, e di fissare la porta. Sospira, Clythia. Buttalo, buttalo fuori quel sospiro. Non tenerlo in gola, non tenerlo lì.

Stretto. Lascialo andare, lascialo. Su questo divano lercio e umido. Lascialo. Silenzio. Tu, il divano, la polvere. Le lacrime e i singhiozzi strozzati. Silenzio. E lontana, quella porta. Lontana. Lasciala lì, Clythia. Lascia lì quella porta.

Non ti alzare, non andare a vedere. Non andare incontro a un’altra delusione. Alla vista di un ramo spezzato, della casa di fronte, del nulla. Non andare. Lascia quell’immagine di solitudine lì. Oltre la porta. Lasciala. Rimani su questo divano. Rimani, Clythia. Rimani. Ma tu non ascolti, Clythia. Non hai mai ascoltato. Mai. E piedi, piedi nudi sopra il pavimento. Piedi che saltano oltre le scarpe logore. Piedi che passano tra i mobiletti, la polvere. Piedi che arrivano alla porta. Piedi. Una mano che afferra la maniglia, stretta. E le lacrime che ti bagnano ancora il viso. Stringila, Clythia. Stringi la maniglia e tira. Tira. Apri. Vento. Vento che ti sbatte addosso, mentre la socchiudi. Mentre lasci un po’ di Beaumont entrare insieme alla nebbia. Vento che ti accarezza le guance. Che ti solletica. Che ti asciuga le lacrime. Vento. Un ramo spezzato. La casa di fronte. E sull’uscio della tua porta, in piedi, Jerome.”

Ivano Mingotti

Ivano Mingotti

Dove si svolge questa storia? Senz’altro in un luogo surreale e immaginario. Il paesino si chiama Beaumont e si trova sulle montagne. Dal nome si direbbe in Francia, ma molti personaggi hanno nomi inglesi. Esistono numerosi Beaumont in Francia ma anche tre in America. Potremmo essere lì, ma non credo. Non credo esista, infatti nessun paese di montagna con così tanta nebbia. Se si pensa alla nebbia si pensa alle valli, no? Il suo clima, poi, è davvero surreale. C’è nebbia ma anche vento. Vento misto a nebbia. A volte vento intenso. In una nebbia fitta. Anche questo deve servire a mostrarci l’assurdità, l’essere fuori dal tempo di questo paesino che una valanga taglia fuori dal resto del mondo, semplicemente coprendo la strada principale. Una via asfaltata, dunque siamo in un paese civile, ma nessun elicottero sopraggiunge per giorni in soccorso degli abitanti, nessun sentiero o via secondaria consente l’accesso al paese, in cui morti e scomparse si succedono inspiegabilmente, con un ritmo che sarebbe forsennato, se non ci fosse la nebbia delle parole, delle ripetizioni e dei sinonimi a rallentare il tutto. Sinonimi spesso strani, che sembrano quasi negare quel che l’aggettivo precedente ci ha appena fatto credere. Un singolo aggettivo può connotare un oggetto, una persona, un luogo. La moltitudine di attributi lo rendono vago e indeterminato. Se vaga è la localizzazione di Beaumont, vago è tutto ciò che lo riguarda. Nebbioso. È proprio l’eccesso smodato di aggettivi a rendere astratta ogni cosa.

Se di uno sguardo, per fare un altro esempio, scriviamo:

Ti immagini il suo sguardo. Il suo sguardo feroce, profondo, tagliente. Lo sguardo di ieri notte, mentre lo sentivi. Lo sentivi dentro, accarezzarti, aprirti. E agghindare la tua pelle con le sue dita. Mentre vedevi il suo volto, la sua voglia.

Mentre sorridevi a quello sguardo. Lo sguardo.

Ecco che capiamo e non capiamo già più. Si capisce dal contesto, ma preso a sé il gruppo di frasi appare in contraddizione. Se parliamo di uno sguardo feroce, perché sorridergli. Se è feroce ed è anche profondo e persino tagliente, fatichiamo a capire che sguardo sia. Immaginiamo l’attore in difficoltà mentre cerca di renderlo sullo schermo. La scrittura è un’altra cosa. Con le parole possiamo giocare e dire e negare e confondere. Far perdere il lettore in una nebbia senza speranza di fuga. Come i protagonisti che invano cercano sfuggire a Beaumont e alla sua nebbia. Scrittura e nebbia vanno di pari passo, sono la stessa cosa.

Imprese stilistica ardua. Una sfida. Stordire il lettore. Portarlo allo stremo tormentandolo con un nugolo di parole. E allora viene la tentazione di seguire il consiglio:

“Corri. Corri maledetta, corri.Corri come non avessi fatto altro per tutta la vita. Corri. Corri oltre le ultime case. Corri, oltre i campi e le staccionate. Corri.Da quanto hai superato la ruspa dei soccorsi? Da quanto?

Corri. Corri, e non guardarti indietro. Non averne la tentazione, procedi, corri. Mangiando l’aria,strappando terra, deglutendo vento.Corri. Non ti preoccupare per gli occhi che lacrimano, corri. Non ti preoccupare per la bocca asciutta, corri. Oltre i prati, i pascoli. Oltre l’ultimo cartello. Oltre il benvenuto a Beaumont.Corri. Corri, maledetta, corri. Fin quando non avrai più fiato. E quando non ne avrai più, cercane altro. Non devi fermarti. Non devi fermarti, finché non sarai troppo lontana. Troppo, troppo lontana. Corri per questi maledetti sassi. Per questa strada stretta e agghiacciante. Per il burrone che ti scorre vicino, per la montagna che si trattiene nelle reti.”

 

Ma ecco che alle corse e alle fughe, si succedono momenti di lunga pausa, di stasi, di attesa, di prigionia e si rimane avviluppati nella nebbia. In questa strana nebbia che si muove e persino sbatte contro le finestre, come se avesse una sua consistenza, una sua forza autonoma e vitale:

“Notte. Sempre più notte, sempre più buio. Sempre più nebbia, sempre più silenzio. Silenzio. E nulla, null’altro che strada. Null’altro che strada, e case chiuse. Tutti sono chiusi dentro. Tutti dormono, o passano la notte in silenzio. A guardare il soffitto, ad occhi spalancati. Nebbia. Nebbia che circonda le finestre, che batte contro il vetro. E quell’unica strada, quell’unica strada bloccata. Una sola via. Una sola. Un unico sbocco, da quel villaggio. Unico. La montagna.La vetta, lo strapiombo. Solo la montagna e il villaggio. Nient’altro. La notte e Beaumont, soli.”

 

Se “Sotto un sole nero” era una distopia tenebrosa, non saprei come definire “Nebbia”, romanzo troppo lento per essere un thriller, un giallo o un noir. Lettura, direi, sull’ansia del vivere, dato che ad angosciare i personaggi non sono tanto le morti e le sparizioni, ma ogni minino evento. Tutto è sospeso, irreale. Anche aprire una porta a un amico, come abbiamo visto, diventa gesto drammatico, perché ogni attimo della nostra vita è un dramma. Gli eventi sono cause secondarie di angoscia. L’angoscia è nei protagonisti. Nelle parole. Nella nebbia. Ovunque.

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One response to this post.

  1. […] Nebbia – Ivano Mingotti – (e-book) – romanzo surreale. […]

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