HAIKU CLASSICI

Avendo da poco pubblicato una piccola antologia di haiku (“Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”), mi è venuta voglia di leggerne alcuni del periodo classico.

Il volume “Haiku”, sottotitolo “Il fiore della poesia giapponese da Bashō all’Ottocento”, curato da Elena Dal Pra ed edito negli Oscar Mondadori faceva al caso mio.

L’introduzione, scritta dalla curatrice, è stata un utile ripasso, soprattutto della terminologia legata a questo breve componimento giapponese.

Si scopre (o ricorda) così che i poeti che scrivono haiku si chiamano haijin, che già nel IX secolo d.c. in Giappone fossero d’uso delle contese poetiche  dette uta-awase, che nel Manyōshū, la prima antologia poetica giapponese (VIII secolo), il tanka è la forma poetica prevalente. Come noto, l’haiku deriva in un certo senso dal tanka, assumendo una composizione sillabica più semplice (5-7-5), rispetto a quella di cinque versi (5-7-5-7-7) del tanka, assecondando una tendenza tipica giapponese verso la “miniaturizzazione”.

Fu quando in Giappone nasceva il romanzo moderno con Ihara Saikaku e fiorivano i teatri kabuki e jōruri con Chikamatasu Monzaemon, che l’haijin Bashō pone le basi dello haiku (io avrei messo l’apostrofo ma Elena dal Pra lo omette regolarmente).

Non conoscere il giapponese e dover leggere haiku tradotti è senz’altro un peccato, perché la vaghezza di questa lingua, che non possiede generi, numeri, declinazioni (che si devono desumere dal contesto), dona allo haiku, con la sua brevità e decontestializzazione, il mistero e l’indeterminatezza che lo caratterizzano.

Il volume riporta anche il testo originale (in caratteri latini), così che c’è almeno possibile tentare di apprezzarne gli effetti fonici, tanto favoriti da una lingua ricchissima di omofoni. Altra cosa che si perde nella traduzione è la struttura della poesia, dato che in giapponese l’ordine  dei vari elementi della frase è praticamente inverso rispetto all’italiano.

Grati alla curatrice per tante utili notizie, affrontiamo quindi l’antologia, che si snoda in ordine cronologico, presentando una breve biografia di ciascun autore, seguita da una snella scelta di versi.

Si parte da Itō Shintoku, haijin vissuto nel XVII secolo, per chiudere infine la carrellata con Masaoka Shiki, autore scomparso nel 1902, passando per i tre grandi del genere: Bashō, Issa e Buson.

Tra i versi voglio ricordare quelli di Tan Taigi:

ad una ad una

si affacciano nel freddo

le stelle

di Miura Chora

fiori di ciliegio caduti

in questo giorno

che tramonta

sono caduti i fiori di ciliegio

gli splendidi versi di Kobayashi Issa

in questo mondo

frenesia anche nella vita

della farfalla

o anche

ad ogni cancello

la primavera comincia

dal fango sui sandali

 

allodola

del mio villaggio: non la vedo,

ma so che canta

 

villaggio di montagna:

il plenilunio d’autunno arriva

nella mia zuppa

 

o la modernità di Masaoka Shiki

giorno di primavera:

si perde lo sguardo in un giardino

largo tre piedi

 

di me scrivete

che ho amato i versi

e i kaki

 

ombre d’alberi –

e la mia ombra che si muove

nella luna invernale

 

(per quanto ovvio, ricordo che ogni terzina è un componimento autonomo).

 

Firenze, 11/10/2013

Advertisements

One response to this post.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: