SALVARE I SALVATORI DELLA VERGINE DELLA PAGODA

I misteri della jungla nera” di Emilio Sàlgari fu il primo romanzo da me letto. Me ne fu regalata una copia da due gemelli che erano sti miei compagni d’asilo il giorno del mio settimo compleanno. Fino ad allora avevo letto solo libretti che non potevano essere definiti romanzi. Credo che la mia fascinazione per la lettura e per Sàlgari (a quei tempi non si usava l’accentazione Salgàri poi assunta in anni successivi) sia iniziata lì.

Ricordo che mia madre mi lesse le prime pagine e poi mi disse “ora continua tu” e io ho continuato… e tutt’ora continuo a leggere.

Dunque la mia avventura nel mondo dei libri è cominciata con questo affascinante incipit:

Il Gange, questo famoso fiume celebrato dagli indiani antichi e moderni, le cui acque son reputate sacre da quei popoli, dopo d’aver solcato le nevose montagne dell’Himalaya e le ricche provincie del Sirinagar, di Delhi, di Odhe, di Bahare, di Bengala, a duecentoventi miglia dal mare dividesi in due bracci, formando un delta gigantesco, intricato, meraviglioso e forse unico.

La imponente massa delle acque si divide e suddivide in una moltitudine di fiumicelli, di canali e di canaletti che  rastagliano in tutte le guise possibili l’immensa estensione di terre strette fra l’Hugly, il vero Gange, ed il golfo del Bengala. Di qui una infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds.

Nulla di più desolante, di più strano e di più spaventevole che la vista di queste Sunderbunds. Non città, non villaggi, non capanne, non un rifugio qualsiasi; dal sud al nord, dall’est all’ovest, non scorgete che immense piantagioni di bambù spinosi, stretti gli uni contro gli altri, le cui alte cime ondeggiano ai soffi del vento, appestato dalle esalazioni insopportabili di migliaia e migliaia di corpi umani che imputridiscono nelle avvelenate acque dei canali.

È raro se scorgete un banian torreggiare al disopra di quelle gigantesche canne, ancor più raro se v’accade di scorgere un gruppo di manghieri, di giacchieri o di nagassi sorgere fra i pantani, o se vi giunge all’olfatto il soave profumo del gelsomino, dello sciambaga o del mussenda, che spuntano timidamente fra quel caos di vegetali.

Di giorno, un silenzio gigantesco, funebre, che incute terrore ai più audaci, regna sovrano: di notte invece, è un frastuono orribile di urla, di ruggiti, di sibili e di fischi, che gela il sangue.

Dite al bengalese di porre piede nelle Sunderbunds ed egli si rifiuterà; promettetegli cento, duecento, cinquecento rupie, e mai smuoverete la incrollabile sua decisione.

Dite al molango che vive nelle Sunderbunds, sfidando il cholera e la peste, le febbri ed il veleno di quell’aria appestata, di entrare in quelle jungle ed al pari del bengalese si rifiuterà. Il bengalese ed il molango non hanno torto; inoltrarsi in quellejungle, è andare incontro alla morte.

Infatti è là, fra quegli ammassi di spine e di bambù, fra quei pantani e quelle acque gialle,che si celano le tigri spiando il passaggio dei canotti e persino dei navigli, per scagliarsi sul ponte e strappare il barcaiuolo od il marinaio che ardisce mostrarsi; è là che nuotano e spiano la preda orridi e giganteschi coccodrilli, sempre avidi di carne umana, è là che vaga il formidabile rinoceronte a cui tutto fa ombra e lo irrita alla pazzia; ed è là che vivono e muoiono le numerose varietà dei serpenti indiani, fra i quali il rubdira mandali il cui morso fa sudar sangue ed il pitone che stritola fra le sue spire un bue; ed è là infine che talvolta si cela il thug indiano, aspettando ansiosamente l’arrivo d’un uomo qualsiasi per strangolarlo ed offrire la spenta vita alla sua terribile divinità!

Nondimeno la sera del 16 maggio del 1855, un fuoco gigantesco ardeva nelle Sunderbunds meridionali, e precisamente a un tre o quattrocento passi dalle tre bocche del Mangal, fangoso fiume che staccasi dal Gange e che scaricasi nel golfo del Bengala.

Quel chiarore, che spiccava vivamente sul fondo oscuro del cielo, con effetto fantastico, illuminava una vasta e solida capanna di bambù, ai piedi della quale dormiva, avvolto in un gran dootèe di chites stampato un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane.

La narrazione salgariana procede poi con uno stile più asciutto, in cui le parti descrittive non mancano certo, ma che le esigenze di una trama fitta e densa di colpi di scena costringono a essere più concreto e diretto di queste righe.

In questi giorni ho ripreso in mano (questa volta sotto forma di e-book) il romanzo e l’ho riletto, con in mente anche un interrogativo “tecnico”, da autore di romanzi d’avventura.

L’opera di Salgari viene comunemente considerata come letteratura per l’infanzia e il fatto che io a sette anni e per il resto del periodo delle elementari abbia divorato avidamente oltre ottanta dei suoi romanzi (comprese anche alcune opere fasulle o attribuite alla scrittura dei suoi figli), passando in modo casuale da uno all’altro dei suoi cicli, mi farebbe pensare che sia giusto considerarlo tale.

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Franco Balducci nel ruolo di Kammamuri e Lex Barker nel ruolo di Tremal-Naik

Al giorno d’oggi, però se vi dicessi che “I misteri della jungla nera” tratta di una storia d’amore d’ambientazione storico-esotica, in cui l’innamorato compie infinite gesta per salvare l’amata, rischiando continuamente la morte, mentre i suoi compagni e nemici muoiono attorno a lui con il ritmo di un film sugli zombie, lo dareste in mano a vostro figlio?

La moderna sensibilità che ci induce a proteggere i bambini da visioni di morti, accoltellamenti e strangolamenti, penso che potrebbe indurre qualcuno, che ignori l’autore e la fama dell’opera, a non voler offrire il libro a un minore.

Il dubbio è: sarebbe nel giusto?

Fui io scioccato da tante morti violente? Mi turbò la passione amorosa del possente Tremal-Naik per la splendida virginea Ada? Tutt’altro. Anzi. Però di tutto ciò servavo un ricordo solo vago. Pensando a “I misteri della jungla nera”, pensavo a un romanzo d’avventura, alla splendida tigre Darma, fedele compagna e salvatrice di Tremal-Naik, al buffo rapporto di amicizia-servitù tra l’eroe e i suoi servitori, in particolare il fedele Kammamuri. Pensavo alla giungla, colma di mille animali, ai fantastici templi sotterranei dei thug, ai loro riti, ai loro lacci da strangolatori, alle misteriose divinità indiane.

I misteri della jungla nera - Emilio Salgari - L'edizione che lessi da ragazzo

I misteri della jungla nera – Emilio Salgari – L’edizione che lessi da ragazzo

Credo che un bambino sia affascinato da tutto ciò che per lui è nuovo (non dovrebbe esserlo anche un adulto?). Queste ambientazioni permettono di far lavorare la fantasia. I nomi strani e insoliti scatenano una magia, come ben hanno scoperto anche i grandi narratori fantasy come Tolkien o la Rowlings. Non solo i nomi dei luoghi, di cui ho dato un esempio nell’incipit citato, ma anche di tutto ciò che Tremal-Naik incontra: banian, dootèe, ramsinga, latania, maharatto, gonga, saranguy, dubgah… e mille altri, dato che quasi in ogni pagina ve n’è almeno uno!

Il linguaggio strano, che non sempre il bambino comprende, non solo lo arricchisce, nel momento in cui ne afferra il significato, ma crea per lui una sorta di lingua parallela, misteriosa e diversa, che gli permette di superare i propri genitori, la cui parlata non comprende ancora appieno. Impadronendosi di una terminologia propria, ma comune agli altri giovani lettori, assume, io credo, una superiorità psicologica sul genitore, affermando la propria crescita e il proprio ruolo.

Dunque, nel romanzo per ragazzi l’elemento linguistico, la creazione di mondi alternativi (siano essi solo esotici o di fantasia) sono elementi fondamentali nella crescita non solo culturale dei bambini.

E la paura? Perché i grandi romanzi di successo per ragazzi contengono sempre la morte, esseri pericolosi, spesso orrendi e diversi? Che cosa direste di un tale che passando per strada spaventasse il vostro bambino? Si tende oggi a pensare che il libro sia simile a questo estraneo, ma non è così. Il bambino impara presto a distinguere il reale dal fantastico (o dal virtuale), ma l’esperienza della paura in un film o in un libro è fondamentale per svilupparne il superamento.

Ricordo che mia figlia, in età prescolare, si ostinava a rivedere varie volte proprio i cartoni animati che più l’avevano spaventata. Io credo che con la lettura, il cinema o la TV, il bambino riesca ad affrontare e superare le proprie paure e si fortifichi.

Questo già pensavo quando scrissi i primi due romanzi del ciclo con Jacopo Flammer. Anche lì ho cercato di inserire termini “nuovi” per il bambino, prediligendo però, un po’ come Salgari (ma in misura minore) parole provenienti dai vocabolari esistenti a quelle di pura fantasia. L’idea è che se invece di termini come “babbani” o “passaporta” il bambino si appropria di un lessico reale, alla crescita emotiva, si accompagna anche quella culturale. Lo stesso non ho mancato di inserirvi la paura nelle sue diverse sfumature e un ambiente “esotico”.

Questa mia rilettura de ”I misteri della jungla nera” mi ha fortificato in tale convinzione.

Ai tempi del liceo ricordo che feci notare alla professoressa di lettere quanto mi paresse assurdo che nell’antologia di letteratura italiana non ci fosse neppure un paragrafo dedicato a Salgari, un autore letto allora da almeno tre generazioni d’italiani. Forse Salgari non era all’altezza come autore, ma l’importanza “culturale” della sua opera non andava sottovalutata, dissi. A quei tempi mi ripromisi di rileggere Salgari alla luce delle mie nuove letture e conoscenze e cercare di capire se tale esclusione fosse stata corretta. Non lo feci mai. Solo di recente mi è capitato di leggere in un’antologia (“Vampiriana”) un suo racconto (“Il vampiro della foresta”) e di affrontare una sua opera minore che mi era sfuggita “Le meraviglie del duemila”, due lavori poco conosciuti e senz’altro poco significativi della sua produzione.

La rilettura de “I misteri della jungla nera” è dunque il mio primo approccio a questo quesito, che per trovare risposta necessiterà di ben altri approfondimenti.

Per il momento, dalla lettura ne emerge che si tratta senza dubbio di un romanzo catalogabile come “d’avventura”. È pur vero che ci sono elementi del “romance”, dato che la trama essenziale è quella di un amore difficile in ambientazione storico-esotica, ma poi l’approccio è del tutto diverso.

La descrizione dell’ambiente è frutto di accurate ricerche e ci offre un mondo di cui cogliamo gli aspetti superficiali ed esteriori, non andando veramente a fondo nella cultura dei popoli presentati. Di maharatti, indiani, bengalesi, birmani, thug alla fine sappiamo ben poco da Salgari a parte la foggia dei loro abiti, la forma delle loro abitazioni, le armi e i veleni usati. Qualche elemento compare per delineare le loro fedi, ma la filosofia e la cultura sottostanti non sono cose che interessino Salgari.

La psicologia dei personaggi è scolpita a tratti netti. Ne emergono figure dalle caratteristiche determinate, spesso positive (coraggio, cocciutaggine, lealtà, determinazione), che esprimono sentimenti forti (passione amorosa, odio, desiderio di vendetta, amicizia), ma non se ne affrontano le sfaccettature più sottili.

La trama è ricca di colpi di scena e non lascia certo addormentare il lettore, ma si nota il ripetersi di un cliché, di un meccanismo per la soluzione dei problemi: il salvataggio.

La trama centrale consiste nel salvataggio di Ada Corishant da parte di Tremal-Naik e, poi, di suo padre il Capitano Corishant, ma di salvataggi ce n’è moltissimi altri, tentati o realizzati.

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato "Sandokan"

Kumar Ganesh nel ruolo di Tremal-Naik nello sceneggiato “Sandokan”

Tremal-Naik, sebbene abbia le fattezze di un Rambo (un indiano d’atletica statura, le cui membra sviluppatissime e muscolose, dinotavano una forza non comune ed un’agilità di quadrumane) non è invincibile, ma necessita sempre di aiuto per portare a termine le sue imprese. È anche un po’ avventato e occorre il buon Kammamuri per portarlo alla ragione e non rischiare invano la vita. A proposito mi viene in mente la delusione nel vederlo interpretato nel “Sandokan” televisivo da un ragazzetto magrolino! Tremal-Naik era un pezzo d’uomo, altroché!

Il messaggio mi pare importante per un ragazzo (e non solo): ogni eroe è tale solo grazie agli altri, la collaborazione è importante.

Il cambio di ambientazione e di “posizione” di Tremal-Naik tra la Prima e la Seconda Parte del romanzo mi ha un po’ spiazzato. Nella Prima Parte, che si svolge solo nella giungla, Tremal-Naik combatte contro i thug. Nella Seconda, in cui l’ambiente si allarga e aumentano i personaggi, dato che i thug tengono in ostaggio Ada, l’eroe si allea con loro. Lascia un po’ stupiti la condiscendenza con cui lo fa, giustificata solo dalla sua paura che qualcosa accada all’amata. Credo che per un bambino un simile cambio di posizione sia un po’ disorientante.

Insomma, ci sono tutti gli elementi per soddisfare un giovane lettore, ma non tutti i lettori più maturi e posso immaginare il critico letterario cui qualcuno proponesse di inserire un simile libro nell’antologia di letteratura che sta curando.

Del resto, anche lo stile è semplice, nonostante le articolate e quasi poetiche descrizioni, e non mancano distrazioni, ripetizioni e persino errori grammaticali (non sempre dovuti alla differenza della lingua ottocentesca).

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Un’altra osservazione che mi viene da fare è sull’uso dei nomi dei personaggi. Non ho idea se Tremal-Naik sia davvero un nome indiano, certo però vi ho sempre sentito (e oggi ci leggo) l’assonanza con “Trema-No”. Quante volte i personaggi del libro si chiedono l’un l’altro “hai paura?” Quante volte viene detto che “tremano di paura”? Tremal-Naik no. Non trema. E Ada Corishant? Salgari non ha voluto dare all’amata vergine della pagoda un nome che facesse pensare a “Cuore santo”?

Insomma, mi pare un libro che si legge piacevolmente, che rimarrà trai miei preferiti, per il ricordo infantile che ne servo, che avrei voluto far leggere a mia figlia quando ne aveva l’età (ma non riuscii a convincerla), che si presenta comunque ancora attuale e leggibile per un bambino moderno.

Meriterebbe anzi che ne sia ricavato un bel film d’azione all’americana. Con un buon regista e un attore adeguato il successo sarebbe assicurato anche tra gli adolescenti.

Firenze, 15/09/2013

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4 responses to this post.

  1. […] (quella che ora si chiama primaria), ma, a differenza di altri libri, come le opere di Verne, Salgari o London, non era certo stato un romanzo che mi aveva entusiasmato, al punto che il suo ricordo […]

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  2. […] I misteri della jungla nera – Emilio Salgari […]

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  3. […] primarie (che allora si chiamavano elementari) i miei tre autori preferiti erano, nell’ordine, Emilio Salgari, Jules Verne e Jack London. Mentre di Salgari in quel periodo credo di aver letto quasi tutto, […]

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  4. […] è una grande avventura che, per brevi momenti, può persino farci venire in mente il nostrano Emilio Salgari e i suoi pirati. Non per nulla al centro di tutta la vicenda c’è una nave, la Ibis, adibita ora […]

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