LA BIBBIA SECONDO SARAMAGO

José Saramago, Premio Nobel portoghese

Morte José Saramago, Premio Nobel portoghese

Potremmo considerare il Premio Nobel José Saramago un autore di “fanta-religione”? Forse sì, considerando i romanzi “Il Vangelo secondo Gesù Cristo”, “” e “Caino”.

Ci sono materie e argomenti che sono stati rappresentati per secoli e per i quali sembrerebbe che non possano esistere più variazioni. Se poi l’argomento in questione ha natura sacra o è comunque connessa alla religione, i limiti e i confini per queste variazioni appaiono ancor più angusti, a meno che non si voglia essere o apparire del tutto sacrileghi. Una di queste materie è la vita di Gesù di Nazareth, detto Il Cristo. Scriverne in modo alternativo o fantastico è opera sempre rischiosa.

Per narrare in modo nuovo la vita di un uomo, che si dice sia anche un Dio, dopo venti secoli dalla sua nascita durante i quali ogni episodio della sua esistenza terrena è stato raffigurato, esaminato e rappresentato in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili, ci vuole un grande autore. Questo potrebbe essere José Saramago, scrittore portoghese che, pochi anni dopo aver scritto “Il vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura (1998).

La principale novità di questa narrazione è nella descrizione della difficoltà di vivere con Dio, di essere suo figlio.

Nella letteratura non mancano esempi di personaggi che patiscono per la mancanza o lontananza di Dio (persino nella Bibbia ne troviamo). Io stesso ho affrontato il tema con il mio romanzo “Giovanna e l’angelo”, in cui quest’ultimo non riesce a comunicare con Dio, né con altri esseri celesti.

Ne “Il vangelo secondo Gesù Cristo” il Nazareno incontra Dio, ci parla, lo interroga e riceve la sua missione. Si tratta però di un compito, come sappiamo doloroso. Doloroso non solo per lui ma anche per tutti coloro che lo seguiranno. Dio stesso gli elenca, con dovizia di particolari, tutte le morti che saranno generate per causa sua o in suo nome.

il vero volto di Gesù Cristo

il vero volto di Gesù Cristo

Gesù vorrebbe liberarsi di tanto peso, vorrebbe essere uno come tanti, vorrebbe riuscire a fare ciò che fa nella storia immaginata, a esempio, da Nikos Kazantzakis, ne “L’ultima tentazione di Cristo, ma non può: cambiare il proprio Destino.

Altra novità della trama è la figura di Giuseppe, che vivrà con la colpa di non aver fatto nulla per salvare i bambini innocenti trucidati da Erode, essendosi solo preoccupato di salvare il proprio figlio. La colpa, nonostante il Fine elevato, lo tormenterà per tutta la vita e il desiderio di espiazione lo porterà a essere giustiziato, in croce, per una colpa non commessa. Il senso di colpa si trasmetterà come una sorta di peccato originale sul figlio, un po’ come pensavano gli antichi greci, e lo stesso Gesù ne sarà tormentato a lungo.

Nel complesso è un romanzo intenso, vibrante di umanità, con una Maria Maddalena passionale e innamorata, con un Gesù in conflitto con la propria famiglia come un qualunque adolescente un po’ ribelle, con gli apostoli semplici e diretti, con Gesù che stenta a capire veramente quel che sta facendo e quel che gli accade, che due volte tenta di ingannare Dio e due volte ne viene beffato, la seconda in modo definitivo. Belle, poi, le figure del Diavolo/Pastore e dell’Angelo/Mendicante.

Ci sono alcuni momenti ucronici, come quando Gesù non resuscita Lazzaro, perché la sua compagna, Maria Maddalena, gli dice che nessuno merita di morire due volte, neanche il fratello Lazzaro, e, certo, il romanzo non si presta a essere letto in Chiesa, ma non mi è parso particolarmente blasfemo, dato che comunque non nega la divinità di questo umanissimo Cristo, né del suo padre celeste. Interessante, anche se non canonica, mi parrebbe la descrizione della dualità Dio/Diavolo. Un prete, però, non credo la vedrebbe allo stesso modo. Pare anzi che i vescovi iberici e italiani lo abbiano condannato.

Tra le righe si percepisce il soffio dei vangeli apocrifi.

L’ipotesi da cui parte il romanzo “Le Intermittenze della morte” (del 2005) è quanto mai affascinante: cosa succederebbe se le persone, un giorno, smettessero di morire?

Il racconto si caratterizza per una visione forse un po’ troppo generale, mostrando gli effetti sulla Nazione (si direbbe il Portogallo, anche se non viene mai detto) piuttosto che calarsi con costanza sui singoli personaggi e questo, temo, rende la narrazione meno coinvolgente, seppur interessante nel suo sviluppo.

La vera protagonista è la morte (meriterebbe una maiuscola, ma Saramago non gliela concede), che a metà dell’opera si personifica in una bella donna di poco più di trent’anni.

Durante sette mesi di “sciopero” della morte, vediamo la conseguente crisi delle imprese di pompe funebri, costrette a far funerali agli animali domestici, degli ospedali sovraffollati, dove la gente non guarisce ma neppure muore, delle assicurazioni e delle istituzioni politiche.

La cittadinanza trova però un rimedio: portare i moribondi fuori confine, dove trapassano all’istante, perché all’estero la morte è sempre attiva. La cosa però trova l’interesse della Maphia (scritta con il ”ph”, forse per differenziarsi da quella siciliana), che prende il controllo del traffico di moribondi.

Finalmente la morte torna al lavoro, concludendo in una notte quel che non aveva fatto in sette mesi (una sorta di ecatombe). Al suo ritorno le regole per morire sono cambiate: ciascuno riceverà prima del decesso una lettera viola che lo avvertirà del prossimo trapasso.

L’idea però mostra presto i suoi difetti (non si dice, però, cosa questo potrebbe comportare alla vigilia di una battaglia, in cui si sapesse già da una settimana quanti e quali saranno i morti!).

Ciò che turba la morte e la induce a prendere le femminee fattezze che si diceva è una delle lettere viola che insistentemente torna indietro. La morte/ donna, per capire andrà allora a conoscere il violoncellista cinquantenne cui è destinata.

Insomma, una storia che affronta temi quanto mai importanti, ma che si perde in una sorta di satira di costume, senza mostrare veramente il dramma di tali mutamenti vissuti dai mortali dalla sorte sospesa, né i veri orrori che né potrebbero derivare. Non certo degna, a mio modesto parere, di un Premio Nobel o di altre sue opere, ma sicuramente un affascinante esempio di “fantareligione”.

Se Saramago non avesse già scritto “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” (1991), forse avrebbe potuto intitolare “Caino” (2009) “La Bibbia secondo Caino”.

Caino”, una delle ultime opere dello scrittore portoghese scomparso il 18 giugno 2010, è un romanzo non lungo, ma affascinate ed estremamente ricco di temi.

Innanzitutto, può essere letto come un viaggio nel tempo. In questo José Saramago si dimostra innovativo pur senza creare soluzioni particolari. Diciamo che lo è forse più per trascuratezza verso la questione che per particolare attenzione. Sembrerebbe che come faccia il suo Caino a viaggiare nel tempo a lui poco importi. Non ha certo una macchina apposita. Lui cammina e si trova in un “diverso presente”, lontano decenni o secoli da quello da cui proveniva, a volte in avanti nel tempo, a volte indietro. Il tempo in cui viaggia però è sempre quello della Bibbia. Si muove su un asino e quasi si potrebbe pensare sia questa cavalcatura a essere magica, ma poi lo lascia e il suo viaggio non finisce.

Caino e Abele

Caino e Abele

Caino è proprio quello che pensiamo: il fratello assassino di Abele. Dio lo condanna a errare e lui non lo fa solo nello spazio, ma anche nel tempo. Quando incontra Dio e questi gli chiede come mai nei momenti salienti della storia biblica lui compaia sempre, Caino risponde di non saperlo e che pensava potesse essere opera sua, ma Dio gli risponde che queste cose non le fa.

Così l’errante figlio di Adamo incontra Abramo e Isacco, Giosuè, Mosè, Noè. Si unisce con Lilith, con le figlie e la moglie di Noè. Assiste alla caduta delle mura di Gerico, alla distruzione di Sodoma e Gomorra e al Diluvio Universale. Manca di un pelo solo la Genesi, ma Saramago ci mostra i suoi genitori.

Questo viaggiare nel tempo, che avviene a prescindere dalla sua volontà, ricorda un po’ quello del protagonista de “La Moglie dell’Uomo che viaggiava nel Tempo” (2003) della Niffenegger: non c’è previsione, non c’è logica nei loro spostamenti. Caino però non si ritrova ogni volta, come Henry, nudo e indifeso. Il suo spostamento è indolore, si porta dietro ciò che ha, persino l’asino. Come Henry ogni volta ritorna dalla sua Claire, così Caino torna (meno spesso) da Lilith.

Ora questo nome, Lilith, ci porta già un’altra dimensione di questo romanzo.

Lilith è una figura presente nelle antiche religioni mesopotamiche e nella prima religione ebraica, che potrebbe averla appresa dai babilonesi assieme ad altri culti e miti (come il Diluvio universale) durante la prigionia di Babilonia.

Nella religione mesopotamica Lilith è il demone femminile associato alla tempesta, ritenuto portatore di disgrazia, malattia e morte. La figura di Lilith appare inizialmente in un insieme di demoni e spiriti legati al vento e alla tempesta, come è il caso nella religiosità sumerica di Lilitu, circa nel 3000 a.C.

Per gli antichi ebrei Lilith era la prima moglie di Adamo (quindi precedente a Eva), che fu ripudiata e cacciata via perché si rifiutò di obbedire al marito. Sebbene alcuni studiosi datassero l’origine verso il secolo VIII a.C., le trascrizioni mesopotamiche accennano a questa figura già dal III millennio a.C.

La presenza di questa figura nel romanzo, ci fa capire che siamo nella Bibbia, ma non proprio in quella ortodossa. Del resto qualche dubbio sorge subito, quando Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, vengono a sapere dall’angelo sulla porta che nel mondo ci sono già molti altri uomini. Forse, però i viaggi nel tempo sono già iniziati! Insomma, come per il “Vangelo”, anche per questa Bibbia, l’autore mescola i testi ufficiali a quelli apocrifi, condendoli con la propria fantasia e creatività.

Quello che José Saramago ci mostra è un Dio che possiamo ritrovare nelle pagine del libro sacro, ma l’autore insiste nel mostrarcene l’orgoglio, l’arroganza e la violenza.

Caino uccide Abele perché il Signore lo preferiva a lui e quando Dio lo rimprovera, il figlio di Adamo non abbassa la testa, ma a sua volta accusa la divinità: se Dio avesse voluto, avrebbe potuto fermarlo, se Dio fosse stato più giusto, lui non avrebbe ucciso suo fratello. Caino confessa che con il fratricidio in realtà non voleva uccidere Abele, cui voleva bene, ma Dio stesso. Non potendolo raggiungere ha colpito chi a Dio era caro.

Nei suoi peregrinaggi Caino, però, si convincerà sempre più della malvagità di Dio, che ucciderà tutti i bambini di Sodoma e Gomorra per le colpe dei loro genitori, che ordinerà ad Abramo di uccidere Isacco (sarà Caino a fermarne la mano) per metterlo alla prova, che, in combutta con Satana, manderà alla rovina il buon Giosuè per lo stesso motivo, che farà distruggere agli israeliti intere città. Alla fine il fratricida deciderà di punire quel Dio malvagio e nel farlo il romanzo si trasformerà in un’ucronia, ma non rivelo di più, dato che già la storia biblica è ben nota e almeno la sorpresa del finale penso spetti al lettore.

Che Dio sia violento e ami mettere alla prova lo avevamo già visto del resto ne Il Vangelo secondo Gesù Cristo”. Un altro concetto che ritroviamo è il peso della colpa. In quel Vangelo è Giuseppe a tormentarsi per non aver salvato i bambini innocenti giustiziati da Erode, qui è Caino a non reggere il peso della morte di Abele. La sua rabbia verso Dio, che l‘ha spinto al gesto, è però più grande. Due stragi di bambini innocenti ci sono in entrambi i libri (quelli giustiziati da Erode e quelli bruciati da Dio a Sodoma e Gomorra).

Il Diavolo compare anche qui con doppia faccia. Nel primo romanzo era un Diavolo/ Pastore. In questo è in combutta con Dio, quello che gli fa il lavoro sporco e, forse, quello che ha capito quanto Dio sia malvagio.

Che dire poi di questi angeli annoiati, che non ne possono più di lodare il Signore in Paradiso e che appena possono venire sulla Terra e fare qualche lavoretto sono tutti felici?

Insomma, ancora una volta un’opera che fa riflettere su Dio e sulla Bibbia, mostrandone aspetti che non vengono certo messi in evidenza nei sermoni domenicali.

Firenze, 05/06/2013

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9 responses to this post.

  1. […] Memoriale del convento – José Saramago […]

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  2. […] Pablo Neruda, William Golding, Gabriel Garcia Marquez, Toni Morrison, Dario Fo (per il teatro), José Saramago e Mo Yan (che ne dite di questo elenco? Noioso come quelli di Pamuk?), ultimamente, sarà perché […]

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  3. […] dama dal piede caprino” per arrivare all’insuperabile premio nobel José Saramago, con il suo approccio unico e originale al fantastico, passando per le opere di Frederico Cruz, Luis de Mesquita, Alves […]

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  4. […] vangelo secondo Gesù Cristo, Cecità, Caino, La zattera di Pietra, Le intermittenze della morte, Memoriale del […]

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  5. […] Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e, di recente (2012), da […]

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  6. […] Hemingway, Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e, persino di recente (2012), da Mo Yan. Tra questi, del resto, ci sono molti tra i miei […]

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  7. […] una nuova autrice cui appassionarmi, come è stato per premi nobel come Pirandello, Hesse, Marquez, Saramago, Yan, Golding, Camus e Mann o almeno da leggere con piacere come Grass, Vargas Llosa, Morrison, […]

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  8. […] e regalandoci implicazioni e connessioni degne di questo mondo interconnesso da infiniti link, che Saramago sembra già prefigurare nel suo modo di narrare in questa raccolta dell’ormai lontano […]

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  9. […] Camus, Pasternak, Quasimodo, Steinbeck, Neruda, Sartre, Becket, Marquez, Golding, Morrison, Saramago, Grass e Solženicyn, possa essere riconosciuto anche a  Doris Lessing, Orhan Pamuk, Alice […]

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