Archive for luglio 2013

LA DIFFIDENZA DI ULISSE E PENELOPE

Dopo millenni si può ancora scrivere delle vicende degli eroi di Troia? Evidentemente sì. Quando una storia è così ricca di eventi, di personaggi, di imprese, gli spunti per rielaborarla non finiscono mai e ogni epoca può rileggerla a modo suo. L’ha fatto anche Luigi Malerba in ”Itaca per sempre” (edito nel 1997).

Il giornalista italiano ha scelto il finale dell’Odissea, il ricongiungimento tanto atteso tra Ulisse e la moglie Penelope, per raccontarcelo a modo suo, mostrandoci la diffidenza dei due sposi, l’uno verso l’altra, dopo venti anni di lontananza.

Non si fida Ulisse della moglie quando, travestito da mendicante per spiare i Proci che ne hanno invaso la reggia non si rivela neppure a lei.

Non si fida Penelope, che subito lo riconosce e non capisce il motivo del suo non rivelarsi, cogliendovi, giustamente, poca fiducia in lei.

Si incrina il rapporto tra i due, al punto da ritardare l’atteso riconoscimento e ricongiungimento. Penelope, irata, continua a fingere di non riconoscerlo anche quando il marito si rivela e mostra le inutili prove della sua identità, prove di cui la donna non ha certo bisogno, bastandole riconoscere i gesti, gli atteggiamenti, il portamento.

Il figlio Telemaco prima lo accetta come padre, poi, confuso dall’ostinazione della madre, dubita. Lo porta dal nonno Laerte e il vecchio re, ormai poco lucido, fatica a riconoscerlo, confondendo ancor più Telemaco.

Luigi Malerba

Luigi Malerba

Persi ognuno nella propria finzione, Penelope quasi finisce con il credere che Ulisse davvero non sia Ulisse e questo quasi crede che la moglie non lo ami più.

Verità e menzogna si mescolano, ma la verità è solo quella che abbiamo nel cuore.

Dunque, Malerba riesce nel difficile gioco di rinnovare e modernizzare il racconto di questo incontro, donandoci pagine fresche, essenziali, che scorrono via veloci, ma lasciano qualcosa.

Firenze, 09/03/2013

Ulisse e Penelope

Ulisse e Penelope

FORREST GUMP CENTENARIO

Sono stato tentato di intitolare questo post “La Leggerezza del Romanzo Storico”. Sono però poi rimasto sull’idea originale di fare riferimento al celebre personaggio interpretato da Tom Hanks, Forrest Gump, perché la somiglianza tra Allan Karlsson è il fortunato idiota del film mi è parsa la caratteristica più immediata del notevole romanzo “Il Centenario che saltò dalla finestra e scomparve” di Jonas Jonasson. Il vecchietto che fugge dall’ospizio il giorno del suo centesimo compleanno, sebbene abbia fatto solo tre anni di scuola e sia di una sincerità così genuina da sfiorare l’idiozia, in realtà idiota non è, altrimenti non sarebbe arrivato alla sua età affrontando pericoli di ogni genere. Non è però solo il fatto che nella sua vita, che ha coperto oltre un secolo, dal 1905 in poi, abbia incontrato una gran quantità di personaggi famosi (Franco, Truman, Johnson, Mao, Stalin, Oppeneimer e vari altri, oltre a un improbabile fratello scemo di Albert Einstein) e che sembri un ingenuo a farlo somigliare a Forrest Gump, quanto l’inguaribile, sincero, confortante ottimismo di entrambi, che nessun dramma riesce a smuovere.

Se Forrest Gump, dopo mesi passati a correre dichiara “mi sento un po’ stanco!” e si ferma, Allan Karllsson attraversa l’Himalaya a piedi, affronta eserciti e malviventi, ma si preoccupa solo di trovare un buon pranzo e qualcosa di forte da bere.

Jonas Jonasson

Jonas Jonasson

Il romanzo si svolge su due piani temporali, da una parte il presente (l’anno 2005) in cui assistiamo alla fuga di Allan e alle sue peripezie, inseguito dalla Polizia e dai delinquenti cui ha rubato, inavvertitamente, una valigia piena di banconote; dall’altra la vita di Allan, in tutto il corso del ventesimo secolo.

La prima parte è scoppiettante di trovate paradossali, che rendono la fuga sempre più rocambolesca, la seconda parte, ci aiuta, capitolo dopo capitolo, a capire che Allan Karlsson non è solo un vecchietto stufo di stare in ospizio, ma un uomo senza del quale il secolo passato sarebbe stato assai diverso. La sua vita non è meno divertente a variopinta della sua fuga da centenario.

Grazie alle sue doti di artificiere, per esempio, partecipa alla guerra in Spagna e salva la vita a Franco, che sta per rimanere vittima di una bomba da lui stesso predisposta per far saltare un ponte, fa amicizia con Truman che lo manda segretamente in Cina ad aiutare Chang Kai-shek, suggerisce a Oppenheimer come costruire la bomba atomica e poi rivela il segreto prima ai russi e, decenni dopo, agli indonesiani. Litiga con Stalin e viene mandato in vacanza a Bali da Mao e così via, in una successione di eventi che suona del tutto improbabile ma che l’autore, lo svedese  Jonas Jonasson è così abile da rendere quasi plausibili e sicuramente spassosi. Le due storie scorrono così in parallelo e si rimane costantemente in attesa di scoprire quale altra incredibile (direi, anzi, “mirabolante”) avventura vivrà o ha vissuto il nostro simpatico centenario, cui una dote che non manca mai è la sincerità e non si preoccupa, per esempio, di dichiarare al comunista Stalin la sua amicizia con il fascista Franco o al fisico svedese che lo interroga, per assoldarlo come esperto nucleare, di aver studiato solo fino all’età di nove anni, ma non gli dice di saper costruire bombe atomiche, perché lui non glielo chiede.

Forrest Gump

Forrest Gump

La sua spontaneità, salvo rare eccezioni, lo renderà simpatico a tutti i potenti e gli aprirà la strada a nuove fantasmagoriche imprese.

Eppure questo libro non è solo una storia scritta molto bene, che ti spinge ad andare avanti senza posa, senza dare tregua e lasciare un solo attimo alla noia, ma ha anche l’incredibile pregio di affrontare il romanzo storico in un modo nuovo, con una leggerezza davvero rara, dote forse tra le più pregiate di uno scrittore. Non si tratta, però, della solita scontata satira dei personaggi e degli avvenimenti storici (operazione che raramente sopporto), ma dell’inserimento di una trama inventata in un contesto storico (tipica del romanzo storico, appunto), offrendo nel contempo il piacere di una narrazione e una funzione didattica di conoscenza della Storia. Qui la Storia viene un po’ manipolata (sfiorando quasi l’ucronia) per giustificare il ruolo determinate del centenario, ma assistiamo comunque, in prima persona, a molti degli eventi più significativi del secolo scorso, dalla Guerra di Spagna, alla Seconda Guerra Mondiale, alla Guerra di Corea, alla Guerra Fredda.

Forse è troppo dire che Jonasson, con questo romanzo, ha rivoluzionato il romanzo storico, anche perché, presumibilmente, il suo scopo era solo quello di scrivere una storia simpatica, ma mi pare innegabile, che abbia comunque saputo giocare con disinvolta e briosa leggerezza con gli eventi dell’ultimo secolo.

Firenze, 06/03/2013

ILLUSTRARE IL SEDICESIMO CAPITOLO DI JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI

Mentre il volume si appresta a essere davvero completo, si è aggiunta una nuova illustratrice, Raffaella Bertolini, che in un colpo solo mi ha mandato ben 8 disegni ad acquerello!

La ringrazio quindi per essersi unita a noi e le do il benvenuto.

Raffaella Bertolini ha fatto vari disegni per i capitoli che ancora non ne avevano e non solo.

Ecco i primi 7 (l’ottavo è in arrivo):

I Nonni sulla carrozza volante a Govinia

 

Marika Flammer guarda le foto di suo padre, Erasmo Fortini

 

Marika Flammer nel suo salotto cerca un album di foto

Jacopo ed Elisa entrano nella città dei suricati

Jacopo ed Elisa cavalcano i castori

Nonno Erasmo e Nonna Marta nella grotta di Ortuz trovano i vestiti insanguinati dei nipoti

Ortuz sul suo monopattino a motore

Per completare la preparazione del volume JACOPO FLAMMER NELLA TERRA DEI SURICATI a questo punto mi mancano solo un paio di liberatorie dagli illustratori per autorizzarmi a usare i loro lavori e potremo andare in stampa e preparare l’e-book.

Davvero ormai i disegni sono proprio tanti e uno più bello dell’altro! Se non ho contato male sono 42!

Ogni capitolo ha ora almeno un disegno, ma se qualcuno volesse ancora aggiungersi, i  capitoli 3, 7, 9, 13, 26 e 27 hanno immagini che potrei spostare altrove o sono piuttosto lunghi percui potrei inserirci più illustrazioni.

Qualcun altro vuole aggiungersi prima di “chiudere i giochi”?

Credo possa essere un’occasione soprattutto per giovani illustratori che vogliono cominciare a farsi un curriculum (non ci sono soldi per pagare i disegni!)

Chiedo, a chi ha voglia, di partecipare con un impegno ridotto eventualmente anche a un solo disegno. Se ne volete fare di più, questo però non può che farmi piacere. Vorrei, se possibile, una certa coerenza con le immagini già realizzate sia per questo romanzo, sia per il precedente (prima parteseconda parteterza parte). Trovate i disegni ai link precedenti. Contattatemi: vi aiuterò a scegliere le scene e vi fornirò informazioni per descriverle meglio.

Parlo di questo libro anche nel mio sito.

Finora hanno inviato i loro disegni in 13:

  1. Niccolò Pizzorno
  2. Fabio Balboni
  3. Marco Divaz
  4. Guido De Marchi
  5. Evelyn Storm
  6. Cinzia Damonte
  7. Antonio Morgia
  8. Liliana Capraro
  9. Alessio Pilla
  10. Camilla Bianchi
  11. Roberta Losito
  12. Giuseppe Di Bernardo

La nuova arrivata è

  1. Raffaella Bertolini

Ecco l’inizio del SEDICESIMO CAPITOLO:

CAPITOLO 16 – RITORNO ALL’UNIVERSO 98545269922

Arrivati alla Porta del Tempo di Govinia, Erasmo e Marta salutarono Grann, il loro amico felino, che li aveva accompagnati fin lì.

Il suricato Siiiak era partito poco prima da solo, facendo un salto indietro nel tempo. Erasmo avrebbe voluto andare con lui, ma il regolamento impediva ai Guardiani di creare paradossi facendo comparire la stessa persona nello stesso universo due o più volte. Questa regola valeva anche in situazioni di emergenza come questa. Erasmo e Marta non potevano rischiare di incontrare loro stessi entrando nel medesimo universo e nel medesimo arco temporale in cui erano stati con i nipoti.

 

 

CONTINUA QUI:

http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?OpereID=161880

Ecco tutti i capitoli:

Capitolo 1 – A Firenze

Capitolo 2 – Oltre la Porta

Capitolo 3 – Suricati

Capitolo 4 – Govinia

Capitolo 5 – Prigionieri

Capitolo 6 -In un altro Universo

Capitolo 7 – Non siamo soli nell’Universo

Capitolo 8 – Il Ministero Ucronico di Govinia

Capitolo 9 – Se questo è un uomo

Capitolo 10 – Attesa

Capitolo 11 – Nella Città dei Suricati

Capitolo 12 – Lungo il fiume

Capitolo 13 – La Guerra dei Suricati e delle Lontre

Capitolo 14 – La Città delle Lontre

Capitolo 15 – La liberazione del Popolo dei Castori

Capitolo 16 – Ritorno all’Universo  98545269922

Capitolo 17 – L’arrivo degli Intelliraptor

Capitolo 18 – Gruhm non perdona

Capitolo 19 – Il ritorno del Guardiano

Capitolo 20 – La grotta

Capitolo 21 – Gli Orsi di Kleua

Capitolo 22 – La Mappa delle Ucronie

Capitolo 23 – Il telefono dei Guardiani

Capitolo 24 – Arrivano i nostri!

Capitolo 25 – Gruhum

Capitolo 26 – I trucchi di Omar Loresti

Capitolo 27 – Fuga a Kleua

L’ASSASSINO SOLITARIO CON LA VIOLENZA NEL CUORE

Lester Ballard non è davvero un tipo raccomandabile. È un fannullone che molesta le donne e vive di espedienti. Le sue reazioni sono sempre più violente del normale. Cormac Mc Carthy, in “Figlio di Dio” ci mostra crescere questa violenza in lui, fino a trasformarlo nel serial killer che forse è sempre stato. Ci stupisce la prima volta che lo vediamo approfittare del sesso di una morta, quindi portarsela in casa, rivestirla con abiti nuovi, solo per spogliarla di nuovo a suo uso e consumo. Sembra un gesto inconsulto e improvviso, ma scopriamo che lui vive così, che uccide senza rimpianti o rimorsi e approfitta dei morti come se non ci fosse nulla di strano.

Quando lo beccano, si porta dietro gli inseguitori nel suo cimitero tra le grotte e lì fa perdere le sue tracce, per trovarsi poi morto, quasi per caso, in ospedale e poi dissezionato per le lezioni di anatomia.

Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

Non siamo ai notevoli livelli narrativi del romanzo di Cormac McCarthyLa Strada”, ma se ne respirano atmosfere simili. Se lì, ad attraversare un paese violento, c’erano due solitudini legate tra loro, quella dell’Uomo e quella del Bambino, anche qui quello che colpisce è la solitudine di questo serial killer. L’Uomo e il Bambino portavano il Fuoco dentro di loro e cercavano di sfuggire al gelo di un mondo violento. Lester Ballard sembra portare il ghiaccio della violenza dentro di sé. Non fugge da un mondo violento, ma è lui stesso quel mondo. In un certo senso, ha persino meno possibilità di salvezza.

Anche in “Non è un Paese per Vecchi”, forse il più celebre dei romanzi di McCarthy, ritroviamo l’abbinamento di solitudine e violenza. Moses è persino più solo dell’Uomo de “La Strada”, ma accanto alla sua storia seguiamo quella del killer che lo insegue e quella dello sceriffo che insegue entrambi. Tre solitudini che si danno la caccia. Anche il “Figlio di Dio” Lester, per poco, sarà inseguito. Si muove tra la gente, la incontra, la incrocia, ci parla, ma per avere una donna questa deve essere morta. Se non lo è, ci pensa lui a ucciderla. La morte sembra quasi, per assurdo, l’antidoto alla solitudine e al vuoto di un’esistenza senza senso.

Di questi tre romanzi, “La Strada” continua a essere per me il migliore, mentre preferisco “Figlio di Dio” a “Non è un Paese per Vecchi”, se non altro per l’unitarietà del protagonista, che supplisce a una certa frammentarietà della trama, che è soprattutto un succedersi di eventi, tutti legati dal fine di descrivere la vita di Lester Ballard, ma non necessariamente da rapporti di causa ed effetto.

Ho scelto di leggere questo romanzo, non solo per l’autore, di cui considero “La Strada” uno dei migliori libri degli ultimi anni, ma anche per il titolo. Dopo aver letto, infatti, “Angelology” di Danielle Trussoni, in cui, citando la Genesi, definisce gli Angeli (e in particolare gli Angeli Caduti e i loro discendenti) come Figli di Dio, in contrapposizione ai Figli dell’Uomo, ero – e sono – curioso di leggere qualcos’altro sull’argomento. Vorrei, infatti, scoprire la fondatezza di questa contrapposizione, che, con il Vangelo e la Chiesa abbiamo perso.

McCarthy non affronta temi teologici, ma scegliendo questo titolo credo volesse dire che Lester è, come tutti noi un figlio di Dio. Visto però il suo comportamento, non saprei se si possa escludere che avesse in mente anche l’altra interpretazione del termine: Lester Ballard è un Figlio di Dio, nel senso che un angelo caduto, cioè un demone, la personificazione del Male. Forse è un po’ così, ma il modo in cui ne descrive gli atti violenti, come se fossero normali momenti del quotidiano, mi fa propendere per la prima interpretazione: siamo tutti uguali, davanti a Dio e non solo. Lester è un violento, ma, ognuno lo è a suo modo, lo siamo tutti noi.

 

Firenze, 27/02/2013

UN LOVECRAFT CLASSICO

Il volume “La Casa Stregata”, curato da Gianni Pilo per Newton Compton, è un’antologia di tre racconti lunghi scritti dall’autore cult Howard P. Lovecraft, uno dei più fantasiosi creatori di esseri mostruosi, di solito originati da altre realtà spazio-temporali, esseri arcani e arcaici provenienti da epoche di lontananza inimmaginabile.

I tre racconti (“La Casa Stregata”, “L’Orrore di Dunwich”e “L’Orrore a Red Hook”) sono meno onirici e folli de “Il Guardiano dei Sogni”, in cui l’autore si lascia andare a una prosa allucinata nel descrivere abissi del tempo, dello spazio e della mente. Siamo, invece, più vicini alle pagine di “L’Ombra venuta dal Tempo” e, quindi, ai classici dell’horror ottocentesco di Edgar Allan Poe o di Bram Stoker.

Dei tre, quello più “lovecraftiano” mi è parso il secondo “(L’Orrore di Dunwich”) con il bambino che cresce in modo anormale, mentre, in casa sua, un essere proveniente da un’altra realtà cresce ancor più velocemente, fino a divenire un mostro invisibile di dimensioni colossali, che fa strage di animali e uomini.

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H.P. Lovecraft

Da dove vengono questi mostri lovecraftiani? L’idea, presente anche altrove nell’opera dello scrittore di Providence, è presentata così ne “L’Orrore di Dunwich” (pag. 78):

Né si può pensare (diceva il testo che Armitage traduceva mentalmente) che l’uomo sia il più antico o il più recente dei signori della terra, o che la semplice materia vitale e sostanziale sia la sola che cammini. I Vecchi erano, i Vecchi sono, e i Vecchi saranno. Non negli spazi che conosciamo, ma fra di essi camminano camminano sereni e primigeni, senza dimensioni a noi invisibili. Yog-Sotothoth è la Porta. Yog-Sothoth è la Chiave e il Guardiano della Porta. Passato, presente e futuro sono un’unica cosa in Yog-Sothoth.”

Inutile dire che questa frase mi fa venire in mente i miei romanzi del ciclo “I Guardiani dell’Ucronia”, con le Porte del Tempo create e controllate dai discendenti dei velociraptor! Certo in “Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale” non c’è nulla di arcano, ma una qualche somiglianza la noto. Chissà che in uno dei prossimi volumi non faccia incontrare Jacopo con Yog-Sothoth!

Firenze, 25/02/2013

QUANDO È IL MOMENTO

Che cosa vi aspettate da un romanzo intitolato “Il Peso della Farfalla”? Prima di iniziare a leggere questo libro di Erri
De Luca
non avevo pensato molto a quel che stavo per leggere, però, in linea di massima mi aspettavo qualcosa che potesse avere a che fare con quella teoria storiografica secondo la quale il battito d’ali di una farfalla può provocare un terremoto al lato opposto del mondo o, comunque, mi aspettavo una storia che parlasse di uomini, con qualche metafora sulle farfalle.

Mi sono trovato, invece, subito proiettato in un mondo di animali. Orsi, stambecchi, farfalle e, soprattutto, camosci. I protagonisti sono proprio loro, i camosci e la farfalla sembra solo una fugace comparsa. Poi, entra in scena l’uomo, il cacciatore. Un vecchio cacciatore stanco, che punta il Re dei Camosci, un camoscio grande e vecchio come pochi, uno che è sopravvissuto a molti inverni e molte caccie.

Il camoscio è padrone dei monti e prende il cacciatore di sorpresa. Potrebbe schiacciarlo o farlo precipitare, ma lo risparmia e lo fissa immobile. L’istinto dell’uomo è feroce. Imbraccia il fucile e spara. Capisce subito di aver superato un limite. Quella sua insensibilità sarà l’ultima. Decide che non caccerà più. Si carica il pesante camoscio in spalla, ma è già un uomo diverso, svuotato. Basta allora una farfalla, che si posa sul suo fardello, per farlo crollare. Il peso della farfalla è il peso della coscienza o forse no, ma è comunque il peso sotto cui muore. Perché quello era il momento. Lo sapeva il camoscio. Lo sapeva il cacciatore. Se il Destino è scritto, basta una farfalla per realizzarlo. Saranno sepolti assieme, perché il camoscio ormai è parte di lui.

Questo racconto lungo è una piccola favola, densa di natura, che si lascia assaporare come un paesaggio di montagna. Qui la scrittura di De Luca, sebbene si lasci un po’ andare nel confondere la narrativa con la poesia, riesce a mantenersi più saldamente nei canoni della prosa che non in “Tre Cavalli”, dove l’uso delle frasi a effetto mi era parso davvero eccessivo.

Erri De Luca

Erri De Luca

Completa il volumetto un altro racconto, ancora più breve, sull’incontro tra un uomo e un albero, al momento dell’arrivo del fulmine.

Due racconti, dunque, dove l’uomo, solitario, affronta una natura che sa essergli maestra, in cui ogni cosa segue il suo corso e l’uomo poco può fare per mutarlo. Una prova di scrittura più felice di “Tre Cavalli” per De Luca, anche se la difficoltà di riempire delle pagine con trame così esili, un po’ si sente.

 

Firenze, 22/02/2013

 

 

 

PARLARE DEL SESSO DEGLI ANGELI

Forse “Angelology” di Danielle Trussoni non sarà un capolavoro della letteratura, ma di sicuro è un romanzo appassionante, che ti trascina pagina dopo pagina e che ti lascia orfano dopo che hai finito di leggerlo. E tutto ciò mi pare più che sufficiente per dedicargli qualche ora di lettura.

A renderlo trascinante è il susseguirsi ben dosato di eventi. A renderlo interessante sono i riferimenti a testi, eventi e luoghi reali in una storia di fantasia, dato che si parla di angeli – angeli caduti, a dir il vero, quindi, in sostanza, demoni. A renderlo piacevole sono la vivacità dei personaggi.

Quello che temevo, in una storia che parla di creature soprannaturali, erano certe ingenuità che possono rendere un testo fantastico poco credibile. Qualcosa del genere, l’ho percepito nei primi capitoli, soprattutto quando s’immagina che gli angeli vivano in mezzo agli esseri umani, in una sorta di società parallela assai simile alla nostra, con genitori, nonni e zii, con poche differenze, come il fatto che vivono centinaia di anni (e vediamo un angelo secolare trattato dalla madre come un ragazzetto discolo!), però questo passa presto in secondo piano e la poca fantasia di una simile soluzione è compensata dalla trama che si dipana in un misto di thriller, caccia al tesoro archeologica e scontro di civiltà.

Come dicevo, mi hanno incuriosito i riferimenti culturali, la cui autenticità non riuscivo bene a comprendere. Ci sono, per esempio, delle citazioni bibliche che mi hanno stupito. Non ricordavo che la Genesi parlasse dei Giganti! Anche il termine Nefilim, con cui vengono indicati i figli di donne e angeli nonché i loro discendenti, ha un’origine biblica ed è spesso tradotto proprio con Giganti.

Il passo è citato all’interno del volume, ma ho visto che corrisponde a quanto riporta la mia edizione della Bibbia, salvo che i Nefilim lì vengono detti, appunto, Giganti:

Danielle Trussoni

Danielle Trussoni

1 Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2 i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. 3 Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni». 4 C’erano sulla terra i Nefilim a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi.

Chi sono i Figli di Dio? Secondo l’autrice sono Angeli e questa tesi è una delle tre ipotesi principali avanzate sull’interpretazione di questo passo, anche se per approfondirla si finirebbe per parlar del sesso degli angeli, espressione con cui solitamente si intende “parlar di cose vane”, ma per chi crede nella Bibbia, alla luce di questo passo, l’argomento mi pare di gran rilevanza: gli angeli hanno avuto dei figli che popolano la terra? Chi dice che non erano angeli, si basa soprattutto sull’affermazione che gli angeli sono asessuati e quindi non potevano accoppiarsi con le Figlie degli Uomini. Che siano asessuati si deduce dal passo Matteo 22:30 in cui è scritto: “Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli”. Mi pare però una forzatura far discendere dall’unione di queste due frasi una simile deduzione.

Dunque, per chi crede nella Bibbia, un tempo sulla terra sarebbe vissuti i Nefilim (o Giganti), figli di uomini e angeli: una simile ipotesi non vi sembra sconvolgente!

La teoria prevalente per stabilire un legame tra la scienza e la Bibbia è quella che sostiene che i Nephilim fossero neandertaliani sopravvissuti (oppure i loro resti ossei), o forse un ibrido tra Homo sapiens e uomo di Neanderthal.

Nel romanzo si parla anche di Gibborim, intendendo degli angeli caduti combattenti, esseri un po’ ottusi, di cui si avvalgono i Nephilim di razza superiore, per le loro azioni più violente. Ebbene anche questo termine compare nella Bibbia, per esempio nel lamento di Davide per la morte di Saul e Jonathan, in cui si legge: “Ek Naphelu Gibborim” (come guerrieri caddero).

Oltre ai riferimenti biblici, reale è anche la grande protagonista assente, la defunta Abigail Rockfeller. Recita Wikipedia: “Abby Aldrich Rockefeller, nata Abigail “Abby” Greene Aldrich (Providence26 ottobre 1874 – New York5 aprile 1948), fu una donna mondana e filantropa, appartenente alla seconda generazione matriarcale della celebre famiglia Rockefeller. È particolarmente nota per essere stata la forza trainante dietro la costituzione del Museo d’Arte Moderna di New York, situato sulla 53ª Strada, nel novembre del 1929.Insomma, è proprio lei: la donna che ha nascosto l’arpa angelica!

Firenze, 21/02/2013

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