DONNE CHE SCRIVONO COME BESTIE

Clarissa Pinkola Estés - Donne che corrono con i lupi

Clarissa Pinkola Estés – Donne che corrono con i lupi

Il tema della “donna selvaggia” (ma anche quello dell’”uomo selvaggio”) è molto interessante. Le aspettative verso il libro “Donne che corrono con i lupi”, che si ripromette di analizzarlo, mostrando come sia stata trattato da diverse culture antiche, erano dunque, per me, molte.

Eppure affrontare le prime pagine, la lettura si è rivelata uno sforzo non indifferente, perché l’autrice Clarissa Pinkola Estés scrive in modo a dir poco indisponente: ripete lo stesso concetto decine di volte con parole diverse e rigira la stessa parola in elenchi interminabili di sinonimi o circonlocuzioni simili.

Forse in questo è condizionata dal tema trattato. Nella narrazione orale dei popoli antichi, infatti, la ripetizione serviva a fissare le idee e le immagini in lettori poco abituati all’uso della parola e quindi distratti. I primi elenchi della letteratura li troviamo in Omero (ma non sono mai di facile fruizione). Forse Pinkola pensa che anche il lettore moderno sia tendenzialmente distratto, rispetto a quello degli ultimi secoli, essendo sommerso di informazioni e “correndo” su di esse, passando da una all’altra. Se così è, però confonderebbe una “distrazione antica”, dovuta alla disabitudine alla parola con una “distrazione moderna”, basata sulla capacità di elaborare e digerire un gran numero di informazioni. L’uomo del XXI secolo vuole poche informazioni, chiare e precise. Il contrario opposto degli elenchi ripetitivi che ci propina costei! Il lettore moderno vuole un solo termine che condensi tutto. Preferisce l’inglese all’italiano per la sua capacità di sintesi e imbastardisce la lingua di Dante con termini anglosassoni in onore della precisione espressiva di certi termini tecnici.

Si riesce a proseguire nella lettura di “Donne che corrono con i lupi” solo per la promessa dell’autrice di mostrarci presto alcuni esempi di storie antiche (quante volte ci ripete, però, che sono degli archetipi! Basta!). Quando però i racconti arrivano, non riesce a tener chiusa quella sua boccaccia e continua a parlarci sopra. È come guardare un film con accanto un chiacchierone che non fa altro che commentare! Se alcuni autori (ho appena letto, ad esempio, una raccolta di Asimov) riescono a introdurre i propri racconti citando fatti personali con leggerezza e simpatia, le continue allusioni alla propria formazione “scientifica” e “umana” fatta dall’autrice ne mostrano solo la latente insicurezza e ce la rendono sempre più antipatica.

L’idea che in ogni donna ci sia un elemento selvaggio represso (che dovrebbe tornare alla luce) mi pare bello e corretto, ma perché questa donna si dimentica o ignora che questo è vero anche per l’uomo? Perché considera le donne una “razza” a parte, che paragona a quelle dei lupi e degli orsi?

L’essere umano non è forse composto di maschile e femminile?

Questo è altri aspetti minori, danno la sensazione della scarsa scientificità del saggio, anche se non mi sento titolato per valutarlo professionalmente. Le mie sono solo impressioni da lettore profano. Se ci si aggiunge la caoticità della scrittura, davvero non si riesce a capire il successo che ha sinora riscosso questo libro.

Ho comunque resistito fino alla parte in cui l’autrice comincia a raccontarci qualcuna di queste storie antiche, ma – orrore! – sceglie come “archetipo” la storia di Barbablu. Senza addentrarmi nelle infinite considerazioni che ci imbastisce sopra, trattando il racconto come una metafora psicologica della donna ingenua che cede alle lusinghe del maschio cacciatore e infido, cadendone preda, il mio disagio nasce dalla scelta di una fiaba con precise origini storiche, che ben poco mi fanno pensare al tanto strombazzato “archetipo”.

Il caso vuole che conosca abbastanza bene questa fiaba, avendo studiato il personaggio di Gilles De Rais quando scrivevo il romanzo “Giovanna e l’angelo” su Giovanna D’Arco, di cui Gilles fu Maresciallo.

Posso anche credere che la storia del pedofilo francese sia stata reinventata e trasformata nella fiaba di Barbablù con l’intento di farne il simbolo di concetti e istinti primordiali, ma quando rifletto sulle sue origini, mi riesce difficile immaginarla come frutto di una tradizione popolare femminile, con le quali le donne “istruivano” e mettevano in allarme altre donne dalla malvagità maschile.

Per quello che si sa, Gilles De Rais, nel suo castello, violentava, seviziava e uccideva i ragazzini – maschi – figli dei suoi contadini e ne conservava le ossa negli stessi scantinati in cui li aveva assassinati con la complicità di alcuni servi.

Questa storia fu edulcorata e i bambini divennero le numerose mogli di Barbablù, inquadrando quindi la storia tra due binari di normalità: il matrimonio e l’eterosessualità.

Sapendo che quando nella fiaba si dice “moglie”, si deve leggere “ragazzino”, mi riesce
davvero ostico accettare l’interminabile spiegazione della Pinkola sul femminino.

Clarissa Pinkola Estés

Clarissa Pinkola Estés

Annoiato e irritato, abbandono dunque, almeno per ora (ma forse per sempre), la lettura di questo libro, gesto che non compivo da circa quarant’anni, quando alle
elementari abbandonai la lettura di un romanzo di Verne intitolato Mrs Branican. Non so se sarà l’ultimo libro che abbandonerò, perché qualcosa sta cambiando in me. Finora consideravo impossibile abbandonare un libro prima dell’ultima pagina. Oggi mi pare che, grazie agli e-book e a internet, ci sia un’offerta così sterminata di libri che perder tempo dietro dei testi insulsi sia un vero peccato.

Firenze, 28/02/2012

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3 responses to this post.

  1. […] più brutto? Senza nessun dubbio, il ripetitivo, noioso, mal scritto e inutile “Donne che corrono con i Lupi” (che però non ho finito di leggere, percui magari la seconda parte potrebbe avermi rivelato […]

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  2. […] da quando mi sono ripromesso di praticare l’aborto degli e-book, l’ho esercitato solo con “Donne che corrono con i lupi” di Clarissa Pinkola Estés. E stiamo parlando, di uno che legge almeno una cinquantina di libri […]

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