L’UOMO CHE SCRIVEVA RACCONTI REALISTICI

Raymond Carver - Il Mestiere di Scrivere

Raymond Carver – Il Mestiere di Scrivere

Non avevo mai letto nulla di Raymond Carver, né racconti, né poesie, prima di leggere “Il mestiere di scrivere”.

Non si tratta di un libro scritto da lui ma di una raccolta di scritti curata da Stull e Duranti sul tema della scrittura, che comprende alcuni suoi testi (articoli, prefazioni, postfazioni…), un paio di testimonianze di persone che l’hanno avuto come professore di Scrittura Creativa all’Università, la sbobinatura di una sua lezione e una serie di esercizi di scrittura ispirati al suo modo di scrivere.

Questi brani mi hanno incuriosito e invogliato a leggere qualche suo racconto, nonostante sia un autore piuttosto lontano dal mio modo di concepire lettura e scrittura. Personalmente, infatti, mi ritrovo, sia come autore, che come lettore, molto di più nella dimensione del romanzo che non in quella del racconto e credo che la componente “immaginifica” debba essere importante in ogni scritto. Amo inoltre la narrazione di grandi eventi epocali o di fatti straordinari, se non surreali. Carver, invece, è uno scrittore di racconti realistici, che parlano del quotidiano (o così appare da questo testo).

Ho però potuto apprezzare la sua attenzione al dettaglio, al particolare, alla costruzione della frase e con essa del racconto (“in un racconto ogni cosa è importante, ogni parola, ogni segno di punteggiatura”- pag. 159).

Sono poi perfettamente d’accordo con lui su vari punti, come quando parla dell’importanza delle continue revisioni dell’opera (pag. 35) o quando scrive “Secondo me, la trama, una linea narrativa, è molto importante. Sia che scriva poesie oppure prosa, cerco sempre di raccontare una storia (pag. 152).

Più controverse mi appaiono invece affermazioni come “la miglior narrativa dovrebbe avere un certo peso” (pag. 86), intendendo con “peso” quella che i romani chiamavano “gravitas” ovvero una “grande importanza emotiva e intellettuale”.

Raymond Carver

Raymond Carver

Orbene vogliamo con ciò negare che possa esserci buona narrativa tra la letteratura “leggera”? E quale sarebbe? La spesso vituperata letteratura di genere (fantascienza, thriller, giallo…)? Dovremmo con ciò negare qualità alla letteratura di puro intrattenimento? È questo che intende?

Scrive anche che nella grande narrativa “si prova sempre lo <<choc del riconoscimento>> quando si manifesta il significato umano dell’opera” (pag. 87). Vuol dire che il lettore si deve riconoscere nel testo quando lo legge? Perché mai? Non posso ammirare un’opera proprio perché mi mostra una visione del mondo che mi è totalmente aliena, donandomi la meraviglia della più totale sorpresa? Perché questo apprezzamento narcisistico per ciò che ci somiglia? Ma forse lo interpreto male.

Un suggerimento importane, ma difficile da seguire, è la citazione che fa di Geoffrey Wolff: “Niente trucchi da quattro soldi”(pag. 7), che, forse esagerando, corregge in un “niente trucchi”, tout court.

Mi riprometto di fare qualcuno dei 50 esercizi che chiudono il volume, che, nella loro semplicità, mi paiono stimolanti e che penso potrebbero portarmi a realizzare qualche testo interessante.

 

Firenze, 24/08/2011

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