LA SCHIZOFRENIA STRANIANTE DI AGOTA KRISTOF

 Kristof è nata in Ungheria, ma dal 1956 al 2011 (anno della morte) ha vissuto in Svizzera. La Città Piccola e la Città Grande non hanno un vero nome e neppure il Paese in cui è ambientata la “Trilogia della città di K.” ma si sente che può essere un Paese dell’Europa dell’Est, probabilmente proprio l’Ungheria della Seconda Guerra Mondiale (anche il conflitto descritto non ha un nome) e del suo dopoguerra.

Si tratta di un romanzo strano, inquietante, che confonde volutamente il lettore.

È un romanzo sulla Realtà e sulla Menzogna.

Racconta più volte la stessa storia, ogni volta in modo diverso. Non solo da un punto di vista diverso, ma proprio con fatti diversi. Credo che per rendere l’idea della grande mescolanza di Realtà e Menzogna possa essere utile riportare un po’ di trama.

La prima parte è narrata in un’insolita prima persona plurale. Sono due gemelli, due bambini, che raccontano la propria infanzia di semi-orfani, con una madre che c’è ma scompare e una Nonna che non li ama ma li alleva con brutalità, pur rivelando un affetto inaspettato. Le immagini sono crude e violente. È un bel romanzo di guerra, visto dalla parte della popolazione civile. La Nonna (così viene chiamata) sembra una barbona, non si lava, piscia dove capita. I bambini sono maturi e intelligenti ma strani. Apparentemente insensibili. Tanto per dirne una, la Madre muore con la sorellastra appena nata e i figli ne appendono lo scheletro in casa.

Poi arriva il Padre. Prova a passare la frontiera proibita e i gemelli gli indicano la strada, così che muore su una mina. L’hanno ucciso veramente o è solo il desiderio di vendetta o una sorta di complesso di Edipo che li spinge a immaginarlo? Uno dei gemelli segue la via di fuga del Padre e scappa all’estero. L’altro rimane. Finisce così il volume detto “Il grande quaderno”.

Jeremy Irons in “Inseparabili”

Inizia il secondo romanzo, “La prova”. Cambia il punto di vista. Fino a quel momento i gemelli non avevano nome. Ora seguiamo la vita di Lucas, il gemello rimasto. La storia è in terza persona. Sembra più oggettiva, più vera. Il ragazzo sembra schizofrenico. È mai esistito il fratello? Sebbene lo si sia seguito per le precedenti 137 pagine, anche noi ne dubitiamo. È solo un fratello immaginario, creato dalla mente malata e ferita di Lucas. Pensiamo, allora, che quello che si diceva ne “Il grande quaderno” fossero solo le fantasie malate di un bambino dall’animo ferito.

Lucas è diventato grande e vive con una ragazza, Yasmine, e il figlio di lei, Mathias. La ragazza li lascia come la madre aveva lasciato i gemelli. Lucas alleva il bambino come fosse il suo, anche se ha un handicap.

Il bambino si uccide, impiccandosi accanto agli scheletri della madre e della sorella di Lucas.

I due gemelli scrivevano la loro storia sul grande quaderno. Lucas continua.

Le frontiere si riaprono, dopo decenni torna Claus, il gemello scomparso. Vive in albergo, si indebita. Viene arrestato. Dichiara di essere nato lì, ma le autorità non trovano tracce né di lui, né del fratello. Lucas è mai esistito? Lucas o Claus sono mai stati nella Città? La Nonna non era veramente la madre della Mamma.

Ed eccoci a “La terza menzogna”.

Dalla terza persona torniamo alla prima persona, ma questa volta singolare. Claus è ancora in prigione e racconta di sé, la sua versione della Verità. Viveva con i suoi genitori e aveva quattro anni quando sua madre, infuriata per una relazione extra-coniugale del marito, gli spara. Una pallottola colpisce Lucas che rimane paralizzato. Resterà handicappato (come Mathias!) per anni. Il Padre muore. La Madre impazzisce. Il bambino rimane solo. L’amante del Padre, Antonia (aumentano i nomi a farci credere che questa sia la Verità), lo prende con sé. Presto nascerà la sorellastra di Claus, Sarah. Claus, più grande se ne innamora. Antonia lo scopre e li separa. Altrove sembra che i due si siano sposati, ma forse è solo un sogno.

Agota Kristof

Ágota Kristóf (Csikvánd, 30 ottobre 1935 – Neuchâtel, 27 luglio 2011) è stata una scrittrice ungherese naturalizzata svizzera.

Anche questa volta Claus da ragazzo passa la frontiera, ma dietro a uno sconosciuto (non al Padre), che salta su una mina. La storia si complica con flashback e sogni. Tutto quel che sapevamo diventa incerto.

La terza menzogna” è divisa in due parti. Nella seconda parte è Lucas a tornare a casa e a cercare suo fratello (che ora si chiama Klaus). Klaus non vuole credere che Lucas sia vivo. Vive con Mamma, ma vuol far credere al fratello che la donna sia Antonia, sua suocera, dato che avrebbe sposato la sorellastra Sarah. È davvero la madre pazza o è Antonia? E Antonia è l’amante del Padre o è proprio Mamma? Anche perché Klaus sembra avere una vita da scapolo. È Lucas a dichiarare di essere sempre vissuto da solo (ma l’avevamo visto con Yasmine e suo figlio Mathias!).

Klaus dopo essere stato allontanato da Antonia torna dalla Mamma pazza e la accudisce.

Klaus scrive poesie con lo pseudonimo Klaus Lucas. Lucas scrive storie. Il loro padre si chiamava Klaus Lucas. Anche i nomi sembrano fatti apposta per creare confusione. Claus è anagramma di Lucas. Mathias si confonde con Claus. Il padre è il figlio e viceversa.

Lucas dopo aver incontrato Klaus si suicida e chiede di essere sepolto accanto ai genitori che il fratello gli fa credere morti, ma la Madre è viva (o no?). Lucas lo seppellisce accanto al padre e progetta di uccidersi anche lui.

I gemelli Weasley in Harry Potter

I gemelli Weasley in Harry Potter

Insomma questo è uno dei romanzi più coraggiosi che abbia letto, forse dai tempi di Kafka. È coraggioso perché sfida la logica, porta il lettore sull’orlo della confusione, rischia in ogni istante di trasformarsi in una storia caotica e senza senso, ma non è mai così. Vince la sua sfida. È un romanzo appassionante, denso, intenso, che esprime in pieno il nostro tempo, gli orrori e i dolori della Guerra, dell’occupazione, della miseria e della fame ma anche e, soprattutto, e in questo c’è la maggior novità, riesce a esprimere la schizofrenia del mondo contemporaneo, la confusione delle giovani generazioni tra Reale e Virtuale e lo fa senza parlare neanche una volta di computer, avatar, nickname, 3D e delle altre espressioni del nostro sdoppiamento elettronico, ma esprimendone pienamente il morbo. Lo straniamento è forte. Raramente è stato espresso in modo simile.

La prima parte, anche presa a sé, può essere considerata un’opera basilare sull’infanzia, con quell’insolito doppio punto di vista sincrono.

___

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.” (pag. 210)

Firenze, 23/04/2011

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11 responses to this post.

  1. […] Trilogia della città di K. – Agota Kristof […]

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  2. Concordo con te, grande romanzo, che di sicuro rileggerò.

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  3. trama abbastanza indecifrabile, soprattutto alla fine… ma (anche per questo) romanzo che ho divorato

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  4. […] e forse anche in passato. In classifica lo farei seguire subito da altri romanzi di qualità, come Trilogia della città di K., La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo, Cecità, Non Lasciarmi e Io sono […]

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  5. Posted by Antonio on 7 settembre 2015 at 16:48

    “Lucas lo seppellisce accanto al padre e progetta di uccidersi anche lui.”
    Forse volevi dire Klaus 🙂

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  6. Ma non è il fratello che “ora si fa chiamare Klaus”. E’ Lucas. Lucas che inventa le vicende nella Piccola Città, che inventa tutta la storia di Yasmine e Mathias. Quella storia è una menzogna.
    La verità è che Lucas è fuggito calpestando lo straniero, attraversando la frontiera, è stato affidato a Peter e Clara e in quell’occasione ha cambiato nome da Lucas a Claus.
    Intanto Klaus è vissuto con Antonia, poi con la madre, senza cercare il fratello scomparso. E’ Lucas (sotto nome di Claus) che alla fine lo trova nella loro vecchia casa.
    Klaus finge di non conoscerlo soltanto per non ferire la madre. I bambini sono due. La storiadi base è molto semplice (gemelli separati dopo un incidente), a complicare le cose sono tutte le vicende inventate nella Piccola Città.

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    • Dovrei rileggerlo per verificare, ma una cosa ricordo: la verità non esiste. Tutto è menzogna, dunque ogni interpretazione è possibile. Io propendo per la schizofrenia e per credere che il bambino sia uno solo, ma potrebbe anche essere come dici e allora la menzogna sarebbe altrove. Rimane il fatto che ogni parte della storia contraddice le altre. Credo si potrebbe leggerlo dieci volte e immaginare la verità in modo diverso ogni volta.

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  7. […] naturalizzata svizzera scomparsa nel 2011 avevo letto l’affascinante romanzo schizofrenico “La Trilogia della Città di K.” (1998). Leggo ora “Ieri” (2002), opera certo inferiore, ma comunque notevole e degnissima […]

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  8. Posted by doreta carli on 22 agosto 2016 at 10:16

    La Trilogia della città di K. è un romanzo affascinante,coinvolgente anche se atroce e scritto con uno stile impareggiabile. Verità e menzogna, realtà e finzione rivelano i “non”sentimenti che imitano quelli veri: nessuno ama davvero qualcuno in questo romanzo perché la “necessità” dell’esistenza impedisce a chiunque di essere realmente quello che è. Solo la sofferenza e il dolore sono reali come nella vita di tutti.
    Da leggere assolutamente

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