IL NOVECENTO DI FOLLETT

La caduta dei giganti: 1 (Omnibus)

La Caduta dei Giganti – Ken Follett

Di Ken Follett avevo già apprezzato “I pilastri della terra” e gradito “Nel bianco”, “Il martello dell’Eden” e il “Pianeta dei bruchi”.

La Caduta dei Giganti – The Century Trilogy – Volume Primo” è un volume (mai parola è stata più appropriata!) la cui qualità mi ha lasciato a lungo incerto durante la lettura.

La pretesa di narrare in un romanzo la storia del mondo nell’arco di quasi un secolo, è, in effetti, non poca cosa. La scelta è di farlo attraverso diversi personaggi (e le rispettive famiglie) appartenenti a diverse nazioni: americani, tedeschi, inglesi, russi. Eh, già, ovviamente niente italiani.

Nel volume, che tratta principalmente della Prima Guerra Mondiale, ai “disordinati italiani” (sic!) vengono solo riservati due accenni di un paio di righe. Viene quasi da chiedersi se abbiamo davvero partecipato alla Grande Guerra o se, all’epoca, l’Italia esistesse. Questa non è una colpa di Follett. Il fatto è che l’Italia contava poco nella Storia e conta poco nell’immaginario americano. Del resto gli altri popoli del mondo non hanno più spazio di noi in queste pagine. Si tratta in fondo di un romanzo e non di un trattato, anche se il tema induce a fare confusione.

La scelta di unire in un solo volume storie diverse è sempre difficile. Qui però è comunque motivata: il mondo nel Novecento è diventato un luogo solo. La globalizzazione sta cominciando. La scelta narrativa contribuisce a illustrare il concetto. Questo non la rende però di più facile attuazione.

Le varie famiglie si spostano, soprattutto per esigenze belliche, e s’incontrano tra loro. Persino i vari ceti sociali si mescolano (anche questo rappresenta bene il secolo, ma certe ascese sociali sono forse un po’ troppo americane per i nostri gusti gattopardeschi). Tutto ciò rende più omogenea la narrazione e giustifica la sovrabbondanza di trame autonome al suo interno.

Statua di Ken Follett

Statua di Ken Follett

In altri libri la vera unità narrativa nasce dall’aver scelto un protagonista “non umano”. Penso ad esempio a “Roma eterna” di Silverberg, in cui protagonista è davvero l’Impero Romano.

Qui però non c’è un Impero o uno Stato solo. Il protagonista, se vogliamo, potrebbe essere il Mondo o forse la Guerra. Non è quello che si percepisce, però. I singoli personaggi “umani” hanno un peso troppo determinante perché sia così. A volte si ha dunque un po’ l’effetto telenovela, con l’attenzione che si sposta da una vicenda all’altra. A essere protagonista non è neanche la Guerra, perché, nonostante non si faccia altro che parlarne, viene mostrata ben poco. Dove sono le grandi battaglie, gli eroismi, il dolore e gli orrori? Ce ne è qualche cenno, perché l’autore è comunque un fuoriclasse, ma non abbastanza da rendere questo un romanzo di Guerra. Quanto al Mondo, come dicevo, in realtà è assai poco rappresentato.

Insomma, Follett mi pare abbia vinto solo a metà la sfida di trasformare un’antologia di racconti in un romanzo.

Quanto alla narrazione in sé, è innegabile che più volte dimostri la sua maestria regalandoci momenti di emozione vera. Lo fa soprattutto quando parla del “popolo”, dei minatori, dei soldati, della sofferenza. Alcuni brani sono gradevoli, ma per mille pagine di testo è forse un po’ poco.

Quando ci parla della nobiltà, è troppo vicino alla Storia e se ne lascia tentare. Diventa freddo e didattico e ci mostra i potenti che discutono di politica, per farci vedere cosa succede nel mondo. Le discussioni politiche s’insinuano prepotenti in ogni dialogo, persino in quelli delle gente comune.

Un altro aspetto che non mi ha convinto per nulla sono le scene di sesso. Innanzitutto, ci sono troppe prime volte, troppe vergini (persino un vergine) che provano la loro prima emozione sessuale. In un romanzo una volta basta e avanza. Quando poi entra nei dettagli, si muove come un principiante, rasentando la banalità. È un argomento ormai troppo trattato da miriadi di autori, con magia, con passione, con brutalità, con violenza, con ironia e in tantissimi altri modi, perché un autore del livello di Follett, possa limitarsi a descrivere dei noiosi palpeggiamenti. Altrettanto banale mi è parso quando descrive le coppie separate dalla guerra.

Il lavoro storico è comunque egregio, credo di poterlo affermare anche senza essere andato a fare verifiche certosine. Del resto basta leggere alla fine del volume quanto vasto sia stato il suo staff, per non avere dubbi che il libro, se non altro possa essere storicamente istruttivo. Nei Ringraziamenti finali leggo i nomi di nove storici, su uno staff complessivo di ventotto elementi, compresi cinque parenti. Ancora una volta noto come la differenza tra un bestseller e un libro poco conosciuto spesso sia non solo nell’impari forza promozionale e distributiva, ma anche nelle forze “creative” di cui dispongono gli autori di fama.

Questo, insomma, è un libro che ha i suoi difetti, il primo dei quali è certo la lunghezza, perché non c’è nessun motivo perché un romanzo debba essere lungo mille pagine, neanche se ha la pretesa di narrare tredici anni di Storia dell’Occidente, mostrando, tra l’altro dei Tedeschi ormai non più cattivi degli altri, del resto, ormai sono alleati. Solo verso i bolscevichi si sente una certa presa di posizione (ma almeno non mangiano i bambini). In effetti, l’assenza di veri “cattivi” rende tutto più melenso.

È comunque un buon prodotto industriale, costruito con tecnica e precisione da professionisti, capace di regalare un bell’affresco della Grande Guerra, come ancora ce ne sono pochi, ma non si legge in fretta. Io, tra un impegno e l’altro, ho impiegato un mese e venti giorni per finirlo: non è mai un buon segno, per uno che legge decine di libri l’anno.

 

Firenze, 26/03/2011

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