La modernità cyberpunk dell'Accademia dei Sogni

L'Accademia dei sogni - William GibsonLe aspettative che si hanno prendendo in mano un libro, purtroppo, incidono notevolmente su quella che sarà poi la sensazione di lettura del libro medesimo. L’ideale sarebbe leggere solo libri di cui non si sa nulla, magari neanche il titolo, perché anche questo contribuisce a darci un’idea pregressa del romanzo. Ma questo non avviene mai o quasi.
Leggendo “L’Accademia dei sogni” di William Gibson sono stato, appunto, condizionato sia dal titolo, che mi induceva ad aspettarmi una qualche forma di contenuto onirico, sia dal nome dell’autore, che conoscevo per essere l’ideatore del Cyberpunk, un genere letterario che non ho mai frequentato ma di cui avevo letto e che mi figuravo in un certo modo.
Quello che, dunque, mi aspettavo da Gibson era, innanzitutto un approccio linguistico moderno, anzi post-moderno, e cibernetico, forse qualcosa di non dissimile da “Cybernetic Love” una storia che ho scritto tempo fa assieme a Simonetta Bumbi riscrivendo, in una sorta di puzzle, alcuni classici, usando un linguaggio informatico (pubblicata nel volume “Parole nel Web” – Edizioni Liberodiscrivere).
Ebbene non ho trovato nulla del genere, però l’incipit del libro mi è parso subito semanticamente possente, al punto da farmi dire, tra me e me, “questo sì che deve essere un gran libro da cui avrò molto da imparare”.
Eccovi, dunque, l’incipit:
Cayce Pollard si risveglia a Camden Town, a cinque ore di jet lag da New York, braccata dai lupi di un ritmo circadiano interrotto.
È quella non ora piatta e spettrale, lambita da una marea sospesa, un vapore mentale che ribolle a intermittenza irrompendo con richieste inopportune e ancestrali di sesso, cibo, tranquillità, o tutto insieme, e invece adesso per lei non c’è niente.”
Un romanzo che avesse mantenuto la stessa tensione linguistica sarebbe stato qualcosa di davvero William Gibsoninnovativo e potente, anche se forse piuttosto faticoso da leggere.
L’Accademia dei sogni” però non è così, il tono narrativo si normalizza, nonostante alcune riprese inventive, e a volte persino la tensione narrativa si allenta.
Ebbene, questo mi pare un buon esempio di ottimo incipit controproducente, in quanto crea nel lettore (o almeno in alcuni lettori) un’aspettativa che non viene rispettata.
Nelle prime pagine sono dunque andato ancora alla ricerca di queste descrizioni, dell’uso di aggettivazioni particolari o di accostamenti arditi di termini moderni in nuove metafore, ma solo raramente trovando soddisfazione in frasi come “Ascoltando il rumore bianco di Londra” o “le anime non sono abbastanza veloci, rimangono indietro, e all’arrivo devono essere attese come bagagli smarriti” (entrambe in prima pagina!).
Solo dopo qualche pagina sono riuscito a dimenticarmi dello stile (e lo stesso sembra aver fatto Gibson!) per seguire la trama, che però si mantiene intricata e misteriosa fino allo svolgimento finale.
Quando ho letto per la prima volta delle “sequenze” mi sono chiesto se non fosse qualche aspetto del web che mi sfuggiva, ma andando avanti è divenuto chiaro che si trattava di qualcosa di prettamente connesso con il romanzo: il suo mistero da svelare.
L’intera trama consiste proprio nel ricercare il senso e l’origine di queste misteriose “sequenze” e l’incontro risolutore è, in effetti, il punto più appassionante del romanzo.
L’aspetto forse più innovativo di questo libro è che i personaggi vengono definiti tramite il loro apparire, i loro abiti, gli oggetti che usano. Le descrizioni veloci, in genere, rimangono le parti migliori.
Tornando a quanto dicevo all’inizio, forse, se avessi letto questo romanzo senza leggere il titolo (che ben poco ha a che fare con la trama) e senza aspettarmi nulla dall’autore mi sarei appassionato per la modernità di alcune sue parti, per il globalismo delle acyberpunkmbientazioni (da New York, a Londra, a Tokyo, a Mosca), per la singolarità del mestiere della protagonista, per le sue paranoie, per l’atipicità dei personaggi pur a modo loro “tipizzati” e l’avrei potuto considerare un ottimo libro, cosa che forse è.
Il fatto che mi aspettassi che, in qualche modo, lo fosse, però mi ha portato a sentirmi spesso deluso dalla lettura, pur avendola nel complesso apprezzata.
Non avendo mai letto altro di Gibson, rimango, dunque, con una valutazione dell’autore in sospeso, non riuscendo ancora a sbilanciarmi. Probabilmente potrò farlo dopo che avrò letto almeno “Neuromante”, che ho già acquistato (in edizione inglese).
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2 responses to this post.

  1. Posted by scriverecala on 4 agosto 2010 at 08:45

    hai ragione Carlo; meglio sapere il meno possibile.Ultimamente evito anche di leggere la quarta di copertina ed il risvolto. Fuggo, inoltre le prefazioni, che leggo solo una volta terminata la lettura.Così mi sento più libero.Ciao.Sergio

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  2. […] Paola Barbato 16) Dylan Dog n.100 – La storia di Dylan Dog – Tiziano Scalvi, Angela Stano 17) L’Accademia dei Sogni – William Gibson 18) Un senso alle cose – Marco Valenti, Paolo Scatarzi 19) Diario piccolo – Rosa Noci […]

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