Tre autori poco noti

PRENDIMI E LEGGIMI

Prendimi l'animaArgeta Brozi è una presenza che aleggia negli spazi web con una ricorrenza e costanza invidiabile e i suoi libri riscuotono trai lettori della rete un certo successo, mi sono così persuaso a leggere la sua raccolta di racconti dal titolo “Prendimi l’anima” (Edizioni Il Filo).

Ho già avuto modo di dire che, come lettore (ma anche come autore) preferisco alla dimensione del racconto quella del romanzo, in cui di più si riesce a esprimere e in cui il lettore ha il tempo di immedesimarsi nella storia e enei personaggi e di appassionarsi alle loro vicende.
In un certo senso, dunque, scrivere buoni racconti può essere più difficile che scrivere buoni romanzi.
Per scrivere poi una raccolta di novelle occorre anche avere un buon numero di idee da sviluppare e riuscire a portarle a compimento in uno spazio ristretto.
Per questo trovo ammirevole questo lavoro di Argeta Brozi che riesce ad offrirciben 44Argeta Brozi racconti, sempre freschi e nuovi, in sole 102 pagine. Riesce a farlo, poi, muovendosi soprattutto lungo i sentieri dell’anima, dei sentimenti, dei rapporti interpersonali, dando quindi alla silloge una certa unitarietà narrativa.
Ogni racconto è un veloce flash su una vita (o magari due vite che si incontrano o separano) ma la narrazione non è pura descrizione: spesso veniamo allietati da finali che, pur non stravolgendo il senso della storia, ci riservano una piccola sorpresa che rende la lettura più divertita e lieve.
Intense, pur nella loro brevità, sono certe caratterizzazioni. Simpatiche alcune trovate, come quella (amara) del racconto d’apertura con il bambino che chiede ai genitori “posso venire a divorziare con voi?”
Sono racconti che a volte mettono a nudo le incertezze della vita familiare: è davvero lei mia madre? Sono davvero figli miei? E l’eterno: mi ami?
Sono racconti in cui piccoli elementi, quasi minimalisti, come una zanzara, una telefonata, il tappo di una vasca, fanno muovere gli eventi e assumono quell’importanza che nella nostra realtà di gesti quotidiani spesso davvero hanno.
Sono racconti essenziali e non particolarmente elaborati ma che sanno andare dritti al cuore e “prenderti l’anima”.
Sarei davvero curioso di vedere qualcuno di questi personaggi trovare il suo spazio in un romanzo, dove possano interagire con realtà narrative più complesse.
 
IL RAP DI PRACANICA
 
I racconti dell'età del rap - Alessio PracanicaCome definireste questi nostri anni? Magari l’età del web o l’età del PC o l’età della comunicazione. Se doveste farlo con una musica, quale scegliereste? Forse la Disco Music, che ha segnato gli anni ’70 e che ha lasciato trascichi fino a ora. Oppure il Rock, che non muore mai. Personalmente non avrei mai pensato a definire la nostra epoca o nessun’altra come “età del rap”.
Secondo la bibbia di quest’inizio millennio, ovvero wikipedia, “Il rap è uno stile musicale diventato parte di spicco della cultura moderna. Il termine è stato inventato dal cantante di colore Joe Tex. Il rap è la componente vocale della cultura hip hop e consiste essenzialmente nel "parlare" seguendo un certo ritmo, questa tecnica vocale è eseguita da un MC (freestyler), mentre il DJ (turntablist, beatmaking, scratching) accompagna l'MC.”
Ebbene Alessio Pracanica ha scritto una raccolta di racconti e l’ha intitolata “I racconti dell’età del rap” (Edizioni Creativa). Il titolo è senz’altro suggestivo e promettente.
Cosa mi sarei aspettato da un titolo simile? Perlomeno una silloge di storie in cui siAlessio Pracanica parlasse di musica rap, di hip hop, di cantanti, musicisti e ballerini. Oppure una serie di racconti in cui il ritmo fosse quello veloce e ripetitivo del rap. Ebbene di musica e musicisti non si parla, se non per caso o quasi, come nell’ultimo racconto. Uno stile un po’ rap c’è in alcuni brani, soprattutto per l’uso voluto delle ripetizioni, però nel complesso questa raccolta mi è parso parlasse d’altro e usasse altri stili. Poco male. Per una raccolta un titolo vale l’altro, soprattutto se i racconti sono tanti e tanto diversi tra loro, come in questo caso. Se il titolo in sé è buono e attraente, non chiediamo altro.
Il volume comprende, infatti, ventidue racconti e si parte da uno umoristico con un grottesco Leonardo Da Vinci, che parla con un suo aiutante, tra le altre cose, del teorema di Pitagora (cosa che mi avrebbe già indotto a smettere di leggere, ma non sarebbe stato giusto – peccato esordire con questa storia che è forse la peggiore). Più divertente mi è parso il secondo racconto, basato su un gioco di parole, che si può capire dal titolo stesso “Il figlio di Troia” e che parla dell’incontro pieno di equivoci tra Enea e il re dei Latini. Qualche risata mi è anche scappata, nonostante il gioco un po’ triviale.
C’è poi una parodia di Arthur Conan Doyle, con una lettera scritta dal futuro mastino di Baskervile.
Per poter parlare di rap (per lo stile più ritmato) bisogna però forse aspettare il quarto racconto “Boom boom Jack”, una vicenda ambientata nel West, che ci offre un bel ritratto di idiot savant che di mestiere sgrava vacche. Direi che il volume comincia a decollare qui.
Un racconto ironico sulla stupidità umana (o dei burocrati) c’è offerto dalle elucubrazioni di un povero sergente in “Hommes 40 Chevaux 8” e mi sembra quasi di sentire l’umorismo realistico di certi racconti russi.
C’è poi la storia simbolica del nostro consumismo sfrenato, che parla di un tipo che vuole comprare la torre Eiffel per la moglie o ci sono le complicazioni burocratiche di un altro tale che vuole aprire una finestra in casa sua, storia che a volte ha persino una certa poeticità. C’è quindi il ritratto di un insolito torturatore, che si rivela essere altro.
C’è quindi il racconto più consistente e allucinato, quello di un reduce di guerra che si trasforma in assassino e quello surreale e strapaesano al tempo stesso, forse il meglio riuscito, della zia che non esce più da sotto il tavolo del ristorante.
C’è un perfetto quadro di vita di paese nel racconto di Don Carmelo. C’è un altro racconto west, che come il precedente, ha qualcosa di rap nello stile.
C’è la satira fantapolitica della macchina per votare e la follia del povero Lou, perseguitato dal “quasi” e c’è la fantascienza, che è satira politica, degli immigrati venuti da molto lontano e dell’invalido che vince una gara di corsa. C’è poi il morto che indaga sulla sua stessa morte.
C’è l’articolo fantascientifico che sembra ispirato dalla Fuga di Logan, ci sono le fisime del grosso e grasso Walter che vive con la mamma, che non sopporta. C’è la giornataccia di Mr. Smith, c’è l’agghiacciante mostro di Morodia e c’è il trombettista trombato.
 
Insomma, l’avrete capito, i racconti sono molto diversi tra loro ma quasi sempre con una nota umoristica, un’umorismo triste o un po’ pulp, però, che dietro cela realtà amare o disperate. Ed è questa la capacità di Alessio Pracanica: saper disegnare un sorriso anche dove descrive realtà drammatiche o crudeli. Francamente l’ho preferito dove il tono si mantiene meno comico, dove disegna con ironia personaggi che attraversano da soli il mondo. Preciso, però, che di solito non amo la letteratura umoristica.
*****
Un appunto all’editore: mentre leggevo il volume si è spaccato in due, perdendo una buona parte dei fogli. L’ho forse forzato un po’, piegandolo per leggerlo, però quando la rilegatura è buona il libro di solito regge.
 
FOLLIA O NON FOLLIA?
 
Ufollia”, il romanzo di Giuseppe Marrone, autoprodotto tramite Lulu e in cerca di un editore, ha un titolo strano, che mi ha incuriosito.
Da autore ucronico, leggo nella “u” iniziale un “ou” greco di negazione e leggerei dunque il titolo come “Non-follia”, così come “utopia” è un “non-luogo” e “ucronia” un “non-tempo”, e potrebbe anche essere una chiave di lettura, dato che la pazzia di cui parla non è (o potrebbe non essere) vera follia.
Poiché all’interno della storia si parla di U.F.O., gli Unidentified Flying Object tanto di moda negli anni ’70 (ricordate la serie di telefilm omonima?), penso che una lettura più probabile sia UFO-follia, nel senso di fissazione per interventi alieni sulla vita delle persone e del protagonista in particolare. Gli extraterrestri, infatti, non li vedrete in questo libro, ma li percepirete solo nelle teste dei personaggi.
Superato il titolo, aprendo il libro si viene subito travolti da un primo capitolo davvero “tosto”, nel senso di piuttosto “hard”, con un personaggio, l’ing Davide Giorgi di 37 anni, che si lascia andare a una violenza sessuale suicida. Non mancano altri capitoli con una discreta tensione erotica, che Marrone sembra piuttosto abile a suscitare.
Il bello è che il personaggio che vediamo morire nelle prime pagine sarà proprio il protagonista che, in un doppio flashback, ci accompagnerà in un alternarsi di momenti narrativi che descrivono un’infanzia da metà anni ’70 (anni in cui ritrovo i miei) e una trama che si snoda nell’ultimo anno dello scorso millennio, tra Ravenna e Mosca.
Le parti che mi sono piaciute di più sono forse quelle che descrivono i rapporti tra il protagonista bambino e i suoi coetanei, le difficoltà di inserimento, le prime amicizie, il primo amore, rapporti che solo in parte spiegano il comportamento di Davide da adulto, le sue difficoltà nel gestire i rapporti con l’altro sesso e le sue paranoie. Queste ultime sono la parte che meno mi ha convinto, perché non mi sono parse adeguatamente giustificate.
La scrittura, comunque, scorre piacevolmente e il libro, con una struttura non complessa ma neanche elementare, si lascia leggere volentieri. Ne aspettiamo però una versione con un’impaginazione e un’editing degni di questo nome, dato che il volume, al momento, si presenta quasi come un dattiloscritto, augurando all’autore di trovare presto un editore che lo sappia mettere nella dovuta evidenza.
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  1. […] Prendimi l’anima – Argeta Brozi – Albatros Il Filo […]

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