Archive for dicembre 2007

Pioggia di novembre

 

Ho letto, in un testo con dedica, “Pioggia di Novembre” di Olivia Balzar, edito da Libro Italiano. È un esile volumetto che si lascia leggere con piacevole rapidità. Poche poesie che sono un unico canto. Il canto di un’anima giovane che si interroga su se stessa, sulla vita e sul futuro. Pagine in cui la delusione appare sempre superata dalla speranza. Pagine che hanno come principale protagonista l’anima dell’autrice, che in questi versi si specchia, ma dietro le cui righe s’intravedono, sullo sfondo, Milano e l’Italia e il nostro tempo contemporaneo con la sua TV, i suoi spettacoli, i suoi tempi e i suoi spazi. Questo ne fa opera pienamente contemporanea, di un’autrice che vive nella sua epoca, che ne sa cogliere gli aspetti più moderni, come dimostra muovendosi con disinvoltura nel mondo di internet e dei blog.

Potete leggere della presentazione del volume della nostra amica splinderiana su http://mychemicalolivia.splinder.com.

 

300: ERESIA STORICA O FILM CHE FARA’ STORIA?

300 è un film del 2007 diretto da Zack Snyder, adattamento cinematografico della graphic-novel 300 di Frank Miller, ispirata a sua volta ad un altro film, The 300 Spartans, un racconto semi-storico della battaglia delle Termopili svoltasi nel 480 a.C.. Il film è stato diretto da Zack Snyder con il supporto di Frank Miller, ed è stato montato con la tecnica del chroma key per riprodurre le immagini dell’originale fumetto. Il film è uscito nelle sale negli USA il 9 marzo 2007, mentre nelle sale in Italia il 23 marzo 2007. Il film è stato presentato al Festival internazionale del cinema di Berlino 2007, nella categoria fuori concorso. 300 era candidato come miglior film agli MTV Movie Awards 2007, e ha vinto il premio come migliore combattimento (Leonida, interpretato da Gerard Butler, contro il mostruoso immortale).”
Così si legge su wikipedia.

Immagini del film 300

Sicuramente è un film che non può lasciare indifferenti. Chi da un film storico si aspetta il rigore della ricostruzione storiografica, potrebbe restarne deluso. Ma che dico? Potrebbe? Vorrei vedere quanti storici non guarderebbero con orrore verso un simile film. Forse, qualcuno, con maggior intelligenza, alzerebbe le spalle e si limiterebbe a dire “non è cosa che mi riguardi”. Probabilmente farebbe bene. Siamo, infatti, assai più dalle parti del fumetto (e da un fumetto, è stato ispirato). Se la Disney descrive un evento storico facendo interpretare i personaggi da Topolino e Pippo, il risultato, in apparenza, non sarebbe diverso (e nessuno se ne curerebbe). Farebbe davvero bene ad alzare le spalle il nostro storico? Forse no. C’è, infatti, in questo film un messaggio sulla storia attuale che non va sottovalutato. Ed anche lo storico del cinema dovrebbe, quantomeno, vedere questo film e rifletterci.
Qui non siamo in territorio Disney. Se non altro per la crudezza delle immagini, per la gran quantità di sangue che scorre, per la sovrabbondanza di mostri.
Sembra, in realtà di vedere un episodio della saga del Signore degli Anelli. Siamo dalle parti della lotta tra il Bene ed il Male, dove il male ha la forma del mostruoso e del deforme. Persino, uno dei due traditori spartani, appare deforme, assai più del più orrendo gobbo di Notredame.
Il mio quesito è: c’è senso storico nel descrivere gli Spartani di Leonida come dei supereroi e i Persiani, guidati da Serse, come un’orda di mostri infernali?
La risposta più scontata parrebbe: no. Ma è la più giusta? Lo è, se consideriamo la storia come qualcosa di oggettivo. La storia (o meglio la sua descrizione), però, purtroppo, non è MAI oggettiva. È sempre soggettiva. È sempre la descrizione dei vincitori. Certo, anche i vinti narrano la loro storia, ma la loro voce si perde nel nulla.

Di questo il regista pare essere consapevole, se fa dire a Serse (un gigantesco negro effeminato), minacciando Leonida, il re spartano, che cancellerà per sempre la storia di Sparta dalla terra, che delle loro gesta non si serberà più memoria. Questa è una minaccia atroce, per Leonida. Contro la quale invia uno dei suoi uomini migliori a Sparta. Gli affida una sola missione: ricordare le loro gesta a Sparta e al mondo intero. Leonida non teme di morire, teme di essere dimenticato!
Se, dunque, la storia è soggettiva e questa è storia narrata dagli spartani, allora ci stupiamo che appaiano come supereroi? Ci stupiamo che i loro avversari siano dei mostri? Nei grandi conflitti è sempre così. Maggiore è lo sforzo bellico, maggiore sarà l’orrore con cui si guarderà al nemico, sia esso Gengis Khan, Attila, Hitler o Serse.
C’è, però, qualcosa che non quadra. Questo film non è stato fatto dagli spartani. È stato fatto da un regista statunitense (già arrivato al successo con un film horror come L’alba dei morti viventi). È, dunque, un film americano.
Certo l’occidente si è sempre identificato nella Grecia, che è stata la culla della sua cultura, dunque potremmo capire l’identificarsi dell’America (o di una sua parte) con questa città-Stato. Però, di solito, gli occidentali si sono sempre sentiti “ateniesi”, mai “spartani”. Questo (come si diceva prima), forse, perché tra le due città ha vinto Atene e, certamente, perché i valori di democrazia e filosofia portati avanti da Atene sono quelli in cui ci riconosciamo, non certo la violenza e la bellicosità degli spartani.
E i Persiani? Chi sono oggi i Persiani? Geograficamente sono l’Iran. Uno degli “stati canaglia”, come dicono in America. Ma non solo. Forse, nella visione di questo film, i Persiani sono tutti i nemici dell’America, tutti gli “stati canaglia”. Eppure, in quest’identificazione mi pare di vedere un autogol mostruoso degli Stati Uniti. Sembrerebbe quasi un film di propaganda militare anti-iraniana. Se solo non fosse che esagera. Esagera spudoratamente.
Certo, so bene che l’America non è un regime e che questo non è un film di propaganda politica, ma solo puro divertimento commerciale. Però, mi suona così strano immaginare la massima superpotenza mondiale identificarsi in un drappello di trecento guerrieri che combatte contro un esercito sconfinato. In realtà la superpotenza dell’epoca erano i Persiani. Quelli aggrediti ed invasi i Greci. L’America s’identifica, dunque, meglio con la Persia. Se l’America è la Persia (con tutta la sua depravazione e i suoi mostri!), allora chi sono gli spartani? Sono forse i talibani afgani che resistono tra le montagne? Sono forse gli iracheni? Saranno gli iraniani?
Se questo film lancia un messaggio (lo fa?), è un messaggio antiamericano. Appare, insomma, quasi come un’involontaria (?) spietata autocritica. Quella che descrive è un’America spaventosa. Sia che essa possa identificarsi negli Spartani (per i quali la guerra è il solo senso della vita), sia che possa identificarsi nei Persiani (vero regno del Male).
Questo film allora è storico? O è piuttosto uno strumento per manipolare la storia, quella presente, forse più che quella passata? Se lo fa, fallisce totalmente (volendo descrivere la lotta della “Buona America” contro i “Cattivi Mussulmani”) o il suo obiettivo era proprio quello di screditare gli USA?
Dunque, a meno di non voler ridurre il tutto solo a un fumetto (cosa che forse sarebbe quella migliore da fare), questo sembrerebbe un approccio nuovo alla storia (ripreso dal fumetto, ma inserito in una dimensione nuova). Questo film rappresenta una sfacciata volontà di deformare la storia, di caricaturizzarla, ma non con una volontà ironica o satirica (ed esempi simili ne abbiamo visti moltissimi, basti pensare a Mel Brooks o ai Monty Pythons), con un intento apparente di “intrattenimento” simile a quello dell’horror movie o del fantasy, ma, forse, con dietro un senso di sconcerto della civiltà americana, che tramite esso si esprime. Di una civiltà che comincia ad avere orrore di se stessa, che non capisce più dove siano il Bene ed il Male. Di una civiltà che ancora crede che il Bene stia da una parte ed il Male dall’altra. Di una civiltà che sta vivendo, finalmente, la propria crisi adolescenziale, per rendersi conto che il mondo non è tutto o Bianco o Nero.
Per questo, credo, dovremo ricordarci di questo film, quando un giorno, si tireranno le fila della storia di questi nostri giorni. Come di un segnale, di un sintomo, di un mondo in cambiamento. O, almeno, di un nuovo modo di fare cinema.

P.S.: Notevoli sono comunque gli effetti speciali (anche se non ce ne stupiamo più dopo aver visto Matrix, Il Signore degli Anelli o Star Wars) e, soprattutto, la sapiente colorazione delle scene, con tinte che ricordano ora il fumetto, ora vecchi horror movie, con l’alternarsi di scene ora grigie, ora dorate, ora rosse.
La violenza di quasi tutte le scene non ne fa comunque  un film “per tutti”.

Video pubblicato da Cavalierbastard


Video pubblicato da Giorgio23

P.P.S.: Due quesiti: a quando “1.000” sulla spedizione Garibaldina, contro i “demoniaci” Borboni?
O “780” sulla battaglia di Little Big Horn, contro gli “stregoni” indiani?
E, magari, “500”, sulla titanica lotta tra le utilitarie e i mastodontici SUV?

Fiat 500

IL COLOMBO DIVERGENTE – Seconda edizione

 

Il Colombo divergente” è la prima ucronia (in cui cioè si narrano vicende immaginarie di personaggi reali in ambienti reali) scritta da me.
Come saremmo oggi se Cristoforo Colombo non avesse fatto ritorno vincitore dal suo viaggio alla ricerca delle Indie? Come sarebbe stata la storia del navigatore ligure, se si fosse scontrato con gli Aztechi? Questo romanzo ucronico offre una risposta a queste domande e a molte altre: chi era veramente Colombo? Da dove veniva? Cercava veramente le Indie? Chi c’era dietro di lui? I banchieri ebrei? I Cavalieri di Cristo?
Ne esce fuori un ritratto inedito di Colombo. Il ritratto di un uomo ostinato e caparbio anche nella sconfitta. Il ritratto di un uomo dalle molte donne ma da un solo amore: il mare. Il ritratto di un uomo pronto a sacrificare tutto per un progetto.
Il romanzo, ricco di giochi verbali, può essere letto come un libro di viaggio e avventura ma anche come riflessione sulla vita e sul destino o come esplorazione di civiltà lontane, ucronicamente ravvicinate in un mondo anticipatamente globalizzato in cui Spagnoli, Aztechi e Berberi si muovono uno accanto all’altro.
È appena uscita una nuova edizione riveduta, corretta e aggiornata con varie note.
 
Per leggere degli estratti digitare:
Per acquistarlo andare alla pagina:
 
Autore: Carlo Menzinger
Editore: Liberodiscrivere.
Pagine: 320
Prezzo di copertina: € 14,00.
 
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BOOKWEB TV

Scrivere prima del computer era un’ardua impresa fatta di fogli appallottolati e buttati via, di pile di carta da leggere e rileggere e annotare con infiniti rimandi, asterischi e altri segni.

Il computer c’ha donato la magia del taglia-incolla, la poesia dell’archiviazione elettronica.

Poi è giunta la nuova rivoluzione: internet. E lo scrittore non è stato più solo. Ha cessato di essere un uomo chiuso in se stesso, con innnumerevoli parole conservate in attesa di un improbabile editore. Internet c’ha dato la possibilità di incontrare i lettori. Per alcuni tanti, per altri pochi, ma certo meglio del colloquio con la scrivania.

E sono nati i siti di scrittura, Scrittura Fresca, Liberodiscrivere e tanti altri. Sono nate le Community di autori. Gli scrittori si sono incontrati, riconosciuti, uniti. Sono nati lavori di gruppo (come Parole nel web), antologie, scambi di ogni tipo.

Poi è arrivato You tube e abbiamo potuto ammantare di multimedialità i nostri scritti. Sono nati i blog, per dare maggior spazio alla creatività individuale, non più vincolata dai format  dei siti di scrittura.

Si sono, quindi, sviluppati la stampa digitale e il print on demand e la scrittura dal video è potuta tornare sulla carta, alle sue origini, ma finalmente liberata, grazie a editori come Liberodiscrivere.

E, infine, ecco http://www.booksweb.tv/, la Tv via internet di tutti gli scrittori.

Cosa sia non lo so ancora nemmeno io, ma mi pare promettente.

Vedremo. Vediamo. Guardiamola. Osserviamola.

 

La malattia dello scrivere

BISOGNA PRENDERE SPECIALI PRECAUZIONI CONTRO LA MALATTIA DELLO SCRIVERE, PERCHE’ E’ UN MALE PERICOLOSO E CONTAGIOSO.

Pietro Abelardo (1079-1142)

Zafón è un esordiente?

Louis Zafon

               L'ombra del vento di Zafon

L’ombra del vento” è un romanzo che ormai hanno letto e commentato in tanti. Rimando, quindi, a più autorevoli recensioni per un giudizio più esteso sull’opera. Voglio qui limitarmi a lasciare le mie impressioni su un aspetto particolare della sua scrittura. Dirò soltanto, a titolo di commento generale, che è un grande libro, scritto per gli amanti dei libri.
Quando l’ho letto, avevo sentito dire che si trattava dell’opera prima di Zafón. Non sapevo se fosse vero (non lo era!). Non conoscevo, in effetti, altri lavori di questo autore. Devo dire, però, che in queste pagine si respira il sapore dell’opera prima. Si respira l’aria di chi ha lottato per emergere nel disperato mondo dell’editoria ed è riuscito (uno tra moltitudini) ad emergere. Per certi aspetti lo stile mi ricorda quello di tanti autori esordienti (e molti ne ho letti). Si sente l’amore per la letteratura ed i libri, che tutti costoro accomuna (i migliori di costoro, almeno, e mi viene in mente, ad esempio, “L’unico peccato” di Sergio Calamandrei).
Se fosse vero che Carlos Ruiz Zafón (nato a Barcellona il 25/09/1964) è un esordiente (di grandissimo successo), e così vorrei credere, allora avrei capito questo costruire una storia dentro la storia, questo disegnare personaggi reali che sono legati a personaggi letterari. Avrei capito il mescolarsi (non surreale ma concreto) di fantasia e realtà, che è il tentativo, spesso vano, di tanti esordienti.
Con questo voglio dire che la sua è un’opera immatura? Tutt’altro. Voglio dire che in queste pagine si respira tutta la tensione e la passione di un dilettante. E con dilettante non intendo dire che "non è un professionista". Al contrario. Voglio dire che Zafon pare qualcuno che scriva per il diletto di scrivere. Qualcuno che ama la letteratura, i suoi personaggi e i pensieri che esprime.
Nel leggerlo pensavo che magari un giorno avrei scoperto che questo libro è il frutto di un abile operazione di marketing, che Zafon non esiste ma è solo una maschera, dietro cui si cela un abile staff di scrittori-pubblicitari e pensavo anche che questo non avrebbe tolto valore al libro, perché dove c’è qualità, questa rimane, comunque sia stata generata. Semplicemente, allora, mi sarei sbagliato nel valutarlo, perché, ripeto, “L’ombra del vento” mi pareva piuttosto il prodotto geniale e sudato di un abile artigiano della parola, emerso fortunosamente dalla folla dei bricoleurs della scrittura per affiancarsi, nel successo, ai grandi autori di romanzi industriali, attenti al proprio target e supportati da eserciti di consulenti. 
Credo, infatti, che gli scrittori si possano dividere in tre categorie:
·        industriali (la maggior parte degli autori di best seller);
·        artigiani (i grandi affabulatori, i grandi narratori):
·        i bricoleurs (l’esercito sconfinato dei dilettanti della scrittura, trai quali, ogni tanto, emerge un artigiano o un industriale, talora un genio).
 
Ora leggo su “L’indice” che “la storia editoriale del romanzo L’ombra del vento, dello scrittore barcellonese Carlos Ruiz Zafón – fino a oggi autore di libri per ragazzi e sceneggiatore a Hollywood poco noto ai più – è la prova che il potere del passaparola dei lettori è superiore a qualsiasi risonante campagna promozionale. Infatti, sebbene scarsamente pubblicizzato, il romanzo ha raggiunto i vertici delle classifiche dei libri più venduti in numerosi paesi e in alcuni casi, come è accaduto in Spagna, vi è rimasto per più di un anno. Molteplici le ragioni di un tale successo. Fra queste spicca una sapiente miscela di ingredienti atti a conquistare un pubblico ampio e variegato. Nelle sue quattrocentotrentotto pagine, attraverso una fitta rete di storie dentro le storie, L’ombra del vento intreccia diversi generi narrativi ad alto gradimento popolare: romanzo poliziesco e romanzo sentimentale, romanzo storico e romanzo gotico, tragedia e commedia.”
Scopro poi che, aveva già scritto quattro romanzi tra 1993 e il 1999 (“Il principe della nebbia”, “Il palazzo di mezzanotte”, “La luce di settembre” e “Marina”). Tutti antecedenti “L’ombra del vento che è del 2001. Ho letto che tre di questi o forse tutti e quattro dovrebbero essere romanzi per ragazzi. Altre fonti non li classificano, però, come tali. Chi ha informazioni in merito, potrebbe segnalarmelo.
 
Dunque, non un esordiente assoluto, ma un esordiente che dopo un decennio di tentativi riesce ad emergere. Cosa che mi conferma in buona parte le considerazioni fatte, perché noi piccoli autori spesso continuiamo a essere bricoleurs anche dopo aver scritto decine di romanzi (se qualcuno riesce ad avere la forza e la perseveranza per arrivare a tanto), senza aver ancora sfiorato il successo o riuscire almeno a trasformarci in artigiani del libro.
 

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