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COME COMBATTEVANO I GRECI

Victor Davis Hanson - Una guerra diversa da tutte le altre

Victor Davis Hanson – Una guerra diversa da tutte le altre

Una guerra diversa da tutte le altre”, sottotitolo “Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso” di Victor Davis Hanson, edito da Garzanti, è un volume dall’aspetto “impegnativo” con le sue quasi cinquecento pagine fitte di testo, ma che in realtà si legge assai piacevolmente, sia per il linguaggio scorrevole dell’autore sia per l’enorme interesse delle materie trattate. Interesse che supera quello apparente dell’argomento.

Trai libri su Sparta che mi ripromettevo di leggero, questo, in effetti, era rimasto un po’ in fondo e gli avevo preferito altri testi più generici o più snelli, non ritenendo, erroneamente, che le tecniche belliche potessero interessarmi particolarmente. È però un libro che fa riflettere. Innanzitutto sull’influenza che le guerre, quella del Peloponneso in particolare, hanno avuto sulla cultura greca. Giustamente Hanson si chiede se avremmo avuto Sofocle, Euripide e Aristofane se questa guerra non fosse stata tanto lunga e violenta. La guerra fu catalizzatrice di civiltà e di cultura o contribuì a dissipare energie che si sarebbero potuto dedicare alle arti? Certo senza questo conflitto fratricida, la Grecia sarebbe stata assai diversa.

Più si legge questo libro, più si scopre che il titolo è quanto mai azzeccato: fu una guerra davvero particolare. Eppure, come fa notare lo stesso Hanson, fu anche una guerra emblematica e anticipatrice di tante guerre successive.

Hanson nella sua narrazione usa come fonte antica principale Tucidide, il grande narratore della Guerra del Peloponneso, mostrandoci come già allora questo storico, che era stato anche un generale, avesse saputo cogliere ed evidenziare tante peculiarità di questo conflitto.

Una fra tutte il fatto che si scontrassero una potenza di terra oligarchica (Sparta), contro una potenza di mare democratica (Atene) che, proprio per il diverso tipo supremazia militare e di organizzazione politica evitavano di scontrarsi sul “terreno” del nemico. Questo ha portato a un protrarsi trentennale del conflitto, fino a quando Sparta, grazie alla pesante sconfitta di Atene contro Siracusa, che ne decimò la flotta, riuscì a uguagliarla anche sul mare e quindi a sconfiggerla.

Un’altra caratteristica erano gli aspetti economici del conflitto. Atene era ricca e Sparta povera. Solo quando i persiani presero a finanziare Sparta, questa riuscì a crearsi la flotta di cui necessitava per affrontare Atene.

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson

I conflitti in cui gli avversari si muovono su piani diversi sono ancora i più lunghi e dolorosi, basti pensare allo scontro trai terroristi e le superpotenze come gli USA o la Russia, ai conflitti del Vietnam o dell’Afghanistan: non si possono vincere finché uno dei due contendenti non si muove sullo stesso piano dell’altro, cosa non sempre possibile.

Numerose sono le riflessioni che portano a raffrontare la situazione greca con epoche successive, a esempio Atene aveva la stessa illusione degli Stati Uniti di essere un’esportatrice di civiltà e democrazia e così facendo si scontrava con il risentimento dei popoli che tentava di convertire o, altro esempio, l’atenizzazione come anticipazione della globalizzazione.

Interessante è anche vedere come la Grecia abbandonò le antiche regole belliche per sprofondare in una vera e propria guerra fratricida, senza esclusione di colpi, in cui intere città furono rase al suolo, la popolazione civile sterminata o schiavizzata, spesso con atti di autentica barbarie, come non ci si aspetterebbe dai civilizzati greci. Rilevante il peso delle malattie, come la peste, che misero in ginocchio Atene e non solo. Sorprendente la quantità di uomini necessari per tenere in piedi una flotta come quella ateniese, capace ogni volta di rigenerarsi anche se in varie battaglie venne quasi azzerata.

Tucidide

Tucidide

Fu la guerra di Atene per affermare la democrazia in Grecia o fu la guerra di Sparta per liberare la Grecia dall’impero ateniese?

Peccato per le numerose ripetizioni, dovute forse al fatto che il libro è diviso in argomenti generali (Paura, Fuoco, Malattia, Terrore, Armatura, Mura, Cavalli, Navi, Il momento culminante e Rovina?) e questo comporta la necessità di tornare su aspetti o dati già trattati. O forse l’autore temeva che nella gran mole del libro il lettore potesse dimenticarsi di alcuni concetti espressi in parti precedenti del volume. Comunque sono tollerabili e aiutano a memorizzare meglio certi eventi e certe considerazioni che l’autore evidentemente ritiene rilevanti.

Firenze, 30/09/2010

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LE GIAPPONESI PASSARONO VELOCI

Julie Otsuka - Venivamo tutte per mare

Julie Otsuka – Venivamo tutte per mare

Un essere poliforme è venuto dal Giappone.

Un mostro dalle mille teste ha attraversato l’Oceano.

Una creatura femminea e seducente è arrivata in America,

quella del sogno,

a cercare mille uomini da far suoi.

Mille corpi stipati in una nave per mesi.

Mille vite spezzate e ricominciate.

Mille donne diverse.

Mille donne uguali.

Mille fanciulle con la foto e il sogno di un marito mai visto.

Mille spose per mariti sconosciuti.

Mille donne che sognavano un uomo e l’hanno trovato diverso.

Mille piccole donne orientali arrivate nella terra della speranza,

Mille vite nuove.

Mille donne dai passi leggeri.

Mille donne silenziose e rispettose.

Mille piccole povere ragazze.

Mille ragazzine ingenue.

Mille teste piene di sogni.

Mille ricordi.

Mille fantasie.

Julie Otsuka

Julie Otsuka

Mille leggende.

Il sogno le ha accolte.

Le ha assorbite.

Le ha rese parte di sé.

Le ha masticate e digerite.

Le ha cacciate via al rullo dei tamburi di guerra.

Ha chiuso i loro mariti in ghetti.

Le ha trattate da amiche, da serve, da schiave, da nemiche.

Le ha sfruttate, arricchite, istruite, maltrattate e scacciate.

Le ha rimandate nude e violentate nelle perdute case paterne.

Julie Otsuka, ha cantato la loro epopea.

Julie Otsuka le ha dipinte una a una e tutte assieme.

Julie Otsuka le ha viste e le ha sognate per noi.

Come non innamorarsi di queste molteplici donne?

Come non emozionarsi per il loro coraggio,

per la loro sorte,

per la loro avventura e per la lo sventura?

Come non essere una di loro?

Come non essere tutte loro?immigranti giapponesi

Come essere così ciechi al loro dolore,

al dolore di chi fugge,

al dolore di chi sceglie il coraggio,

al dolore di chi decide di ricominciare

al dolore di chi affronta l’ignoto?

Come non inchinarci davanti ai loro mille piccoli volti,

tutti uguali eppure tutti così diversi.

Julie Otsuka, con “Venivamo Tutte per Mare”, ha scelto di narrare l’epopea dell’emigrazione giapponese nella prima metà del XX secolo non attraverso una protagonista, ma attraverso tutte quelle ragazze, uguali e diverse tra loro, che, a bordo di una stessa nave, sono arrivate in America per sposarsi con un marito conosciuto per corrispondenza, che in America hanno vissuto e che allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale sono diventate il nemico, sono state rinchiuse in ghetti e lager o scacciate, perdendo tutto quello che avevano creato con anni di vita e lavoro.

La scelta di questo insolito “noi” narrativo conferisce poeticità e forza rappresentativa al romanzo che, parlando di un intero popolo quasi sembra, per contenuti, un saggio, pur non assumendone mai i toni o lo stile.

Firenze, 01/09/2012

PERCHÉ GLI EURO-ASIATICI DOMINANO IL PIANETA TERRA?

Jared Diamond - Armi, acciaio e malattie

Jared Diamond – Armi, acciaio e malattie

Non sono uno storico e non sono aggiornato sulle moderne teorie storiografiche, ma “Armi, acciaio e malattie” (edito nel 1997) mi è parso un saggio rivoluzionario. Se qualche esperto del settore, dovesse leggere queste righe, spero possa confermare quanto affermo. In caso contrario, non potrò che essere lieto che lo studio della Storia abbia già preso uno sviluppo tanto moderno. Il fatto che il libro abbia vinto il Premio Pulitzer, mi fa però pensare di non essere troppo lontano dalla verità.

L’autore Jared Diamond non nasce come storico. È, infatti, un biologo e un fisiologo statunitense, che ha studiato a Cambridge, nel Regno Unito, è ha avuto importanti esperienze lavorative in Nuova Zelanda.

In questa brevissima sintesi della sua biografia, credo ci siano le basi della sua intuizione. La Storia è comunemente considerata una materia letteraria, non per nulla nelle scuole viene insegnata dallo stesso professore di italiano, geografia e, talora, lettere antiche.

Uno sguardo scientifico alla Storia può, però, portare a risultati sorprendenti. È vero, come scrive lo stesso Diamond, che la Storia non consente esperimenti in laboratorio, ma è così per molte altre scienze, da quelle naturali, alla geologia, all’astronomia. Non per questo le consideriamo materie “letterarie”. Ci sono, in Storia, interessanti “esperimenti naturali”, ovvero spontanei, che l’uomo può osservare e comparare tra loro. Così fa Diamond.

Basterebbe il diverso approccio di questo libro, che come dice il sottotitolo offre un “Breve storia degli ultimi tredicimila anni” per rendere il volume interessante.

La lettura si dimostra però irrinunciabile, appena si capisce a quale annoso quesito tenta di rispondere: perché l’uomo bianco sta dominando il mondo?

La domanda è ricca di implicazioni sociali e politiche, ma l’approccio è un altro.

Jared Diamond

Jared Diamond

L’autore stesso fornisce già nelle prime pagine delle risposte, per poi esaminarle e argomentarle nel seguito, quindi spero di non fare uno spoiler eccessivo spiegando, con una banalizzazione di cui chiedo venia (se volete leggerne in modo più professionale, vi invito a leggere il testo stesso) alcune delle sue conclusioni che mi sono parse più interessanti.

L’uomo bianco domina il mondo perché è il più forte, il più intelligente, il più bello e ha la pelle chiara. Ci credete? Spero per voi di no. Non ci crede neppure Diamond e, dopo averlo letto, credo che anche il razzista più becero dovrebbe provare dei seri dubbi.

In sostanza, le popolazioni euro-asiatiche (il discorso non vale solo per gli europei, basta aprire qualunque libro di Storia) hanno vinto la competizione evolutiva con gli africani (che erano partiti in vantaggio), gli americani indigeni e gli australiani- neo zelandesi, per questioni geografiche.

Il merito è tutto del territorio. L’Eurasia ha il grande vantaggio di disporre della fascia climatica omogenea più lunga del pianeta, grazie al suo assetto est-ovest, mentre le Americhe e l’Africa sono orientate da Nord a Sud, l’Australia è troppo piccola e desertica.

Inoltre, l’Eurasia, pur disponendo di una fascia climatica omogenea, non ha un clima costante ovunque, essendoci al suo interno, mari, isole, laghi, montagne e pianure. Presenta ostacoli naturali ma non insormontabili come i vasti mari dell’Oceania o il deserto del Sahara.

Questo ha fatto sì che disponesse di un maggior numero di ecosistemi e che questi fossero tra di loro in comunicazione. Da questo è derivata una maggior varietà di piante e animali con caratteristiche tali da essere in grado di vivere anche nei territori limitrofi.

In tanta varietà, l’uomo è riuscito ad avere una maggior scelta di piante e animali addomesticabili.

Questo ha fatto sì che al suo interno, nella Mezza Luna Fertile, come in Cina, nascessero e si diffondessero l’agricoltura e la pastorizia e le popolazioni di nomadi cacciatori-raccoglitori si trasformassero in contadini e pastori stanziali, sviluppando grandi civiltà e organizzandosi in entità di grandi dimensioni.

Non solo. La vicinanza con gli animali che deriva dalla domesticazione, ha fatto sì che i virus degli animali subissero delle mutazioni e si adattassero all’uomo. Poco per volta. L’Eurasia ha subito grandi epidemie, ma è sopravvissuta, generando i necessari anticorpi. Quando gli europei sono entrati in contatto con altre popolazioni che non avevano avuto lo stesso sviluppo si sono sì ammalati, ma mai in modo epidemico e drammatico come è capitato, per esempio, a Inca e Aztechi, che furono sconfitti più dalle nostre malattie che non dalle nostre armi.

Insomma, pastorizia, agricoltura e malattie hanno permesso agli euro-asiatici di dominare gli altri continenti.

E perché li hanno conquistati gli Europei e non i Cinesi, che nel XV secolo avevano un grande e forte impero e una tecnologia in molti campi superiore? Perché, conseguentemente, negli ultimi 5 secoli la pluri-millenaria supremazia cinese ha subito un rallentamento (che ora sembra esaurirsi)?

Proprio perché la Cina era, da secoli, un grande e compatto impero monolitico. Quando al suo interno prevalse una fazione, per dominare l’altra decise di rinunciare alla flotta (che era controllata dalla fazione perdente) . Questa decisione fu presa da pochi uomini, pochi decenni prima della partenza di Cristoforo Colombo. Se avesse vinto l’altra fazione, una flotta tanto evoluta con buona probabilità avrebbe potuto precederlo o almeno arrivare nelle nuove terre nello stesso periodo.

Dunque, l’Europa fu fortunata? Non solo. La fortuna ha sempre le sue ragioni. Anche questa volta sono nella geografia. L’Europa ha un territorio più vario della Cina, con isole, penisole, catene montuose come Alpi, Pirenei, Urali e Appennini che dividono i popoli. E questi hanno dato vita a miriadi di staterelli. In quell’epoca nascevano i grandi Stati nazionali, ma l’Europa restava divisa in una miriade di centri di potere.

Colombo offrì i propri servigi al Portogallo e alla Gran Bretagna, in Italia Genova non lo sostenne né nessuna delle altre potenze marinare locali. Fu solo la Spagna, che usciva vittoriosa dal conflitto con i mori e che stava cacciando dalle sue terre gli ebrei, a sentirsi così forte da finanziare un’impresa che poteva apparire all’epoca poco affidabile.

Se l’Europa fosse stata un impero monolitico sotto la guida dei regnanti portoghesi dell’epoca, la scoperta dell’America sarebbe stata rimandata (e… io non avrei mai scritto “Il Colombo Divergente” in cui immagino che Colombo rimanga prigioniero degli aztechi, sovvertendo, in altro modo, le sorti della Storia).

Non vorrei avervi dato l’impressione di avervi ormai già detto tutto di questo libro. Ho solo semplificato. C’è molto di più. Le singole argomentazioni dietro queste tesi sono affascinanti. C’è forse qualche ripetizione, come se l’autore si immaginasse che molti suoi lettori non lo dovessero leggere per intero o che ne dovessero leggere le singole parti a distanza di tempo. Io l’ho divorato in pochi giorni e quindi questo mi ha un po’ infastidito, ma è un difetto che perdono volentieri a un autore che ha comunque il pregio della chiarezza e della semplicità e che ha scritto un libro che può essere letto da tutti e che anzi raccomanderei vivamente nei Licei.

Firenze, 28/07/2012

GLI ADOLESCENTI E LA PRE-RIVOLUZIONE RUSSA

Puskin - La Figlia del Capitano

Puskin – La Figlia del Capitano

La Figlia del Capitano” è un breve romanzo di Aleksandr Puskin (pubblicato nel 1836) nel quale, con semplicità, l’autore ci mostra al contempo la vita di un giovane nobile russo nel XVIII secolo, i suoi tormenti amorosi e la sua morale (che all’inizio un po’ vacilla, ma si mostra di fatto salda), nonché uno squarcio della rivolta portata avanti da Emel’jan Ivanovič Pugačëv, da noi meglio noto come Pugaciov, dalla cui descrizione emerge come già nel 1700 in Russia ci fosse il potenziale della grande rivoluzione bolscevica del 1917.

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, (1740/1742 – Mosca, 10 gennaio 1775), fu un pretendente al trono dell’Impero russo, e guidò una grande insurrezione cosacca durante il regno di Caterina II, coinvolgendo contadini, servi e soldati, che lo seguirono, deponendo e uccidendo i propri padroni.

Il sedicenne Pëtr Andréevič Grinëv è l’unico figlio maschio di un nobile ufficiale a riposo, il quale pensa che per farlo diventare un vero uomo sia ora che il giovane vada a servizio come ufficiale nell’esercito. Lo manda non nella vivace Pietroburgo, come spera il ragazzo, ma in un paese sperduto, dove come sola amicizia trova un altro ufficiale e come amore la figlia del Capitano, che i due si contenderanno, trasformando l’amicizia in vero odio.

Il caso porta Pëtr Andréevič a fare due incontri che saranno poi determinanti nella sua vita: quello con un Maggiore, che lo salverà poi prima dalla prigione e dopo dalla morte, ma, soprattutto, con un vagabondo che lo guida quando si perde in una bufera. Il giovane lo ricompenserà lautamente con un pellicciotto di lepre, di cui l’uomo aveva particolare bisogno. Più avanti si scoprirà che il vagabondo altri non era che Pugaciov, il capo della rivolta e aspirante nuovo zar. Quando il ribelle fa strage di nobili e ufficiali, riconosce il giovane e lo grazia. Potenza del destino!

Vanessa Hessler in La Figlia del Capitano

Vanessa Hessler in La Figlia del Capitano

Il ragazzo rifiuta di passare dalla parte del ribelle, ma questo non se la prende e lo lascia andare. Di nuovo Pugaciov avrà modo di aiutarlo, sebbene il ragazzo rimanga saldamente fedele alla sua Imperatrice. I ribelli uccidono il capitano e sua moglie. La figlia del capitano finisce nelle grinfie dell’ufficiale ex-amico di Pëtr Andréevič, che pretende di farsi sposare, ma lei non vuole. Pëtr Andréevič corre in suo soccorso.

Alla fine l’Imperatrice sconfigge Pugaciov e il cattivo amico del ragazzo lo denuncia come seguace di Pugaciov, facendolo esiliare in Siberia, dove il giovane si appresta ad andare pur di non fare il nome dell’amata figlia del Capitano. Sarà lei a recarsi dall’Imperatrice a implorare la grazia per lui, narrandole la parte della storia che il giovane si rifiutava di rivelare per non coinvolgerla.

La sovrana capisce che il ragazzo non è un traditore e che le sue reticenze non sono quelle di una spia ma di un innamorato e lo grazia.

Aleksandr Puskin

Aleksandr Puskin

Se si pensa ai nostri ragazzi del XXI secolo, pare strano vedere questo ragazzino di soli sedici anni muoversi con tanta disinvoltura tra eserciti e ribelli, difendere la sua donna, duellare.

Se il mondo è davvero cambiato, non è per la nuova tecnologia di cui disponiamo, ma per la diversa percezione dell’età delle persone e per il diverso senso della morale.

Oggi diciamo di un quarantenne che è un ragazzo. Puskin descrive Pugaciov, che è morto intorno ai trentatre anni, come un uomo maturo, se non anziano. Dostojevki scriveva di un suo personaggio che era un vecchietto di quasi cinquant’anni.

La percezione è che si stia giocando con il tempo. Se un giovane come Pëtr Andréevič era, sì, considerato uno sbarbatello, quando suggeriva mosse militari, peraltro, si muove con autonomia da adulto, mentre oggi abbiamo trentenni o quarantenni che ancora dipendono dai genitori.

Si capisce, però, quanta importanza avesse nella letteratura antica l’amore, se protagonisti erano spesso quelli che oggi ci paiono ragazzini. Le storie d’amore sono assai più appassionate e drammatiche se vissute da adolescenti. I moderni cinquantenni che mostrano pene d’amore, sono ridicoli, eppure in questo mondo di eterni fanciulli, ci stiamo abituando anche a loro.

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, Emel'jan Ivanovič Pugačëv, Pugaciov

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, Emel’jan Ivanovič Pugačëv

Leggere gli autori del passato (e questo romanzo ancora non ha compiuto due secoli!), tra le altre cose, può aiutarci a riflettere e a renderci conto di come sia cambiata la nostra visione del mondo. E non è detto lo sia in meglio. Penso anche alla forza morale di questo giovane, che, pur davanti alla morte, non rinuncia a sostenere la sua fedeltà all’Imperatrice, il suo amore per l’amata Mar’ja Ivanovna, il suo senso dell’onore. Con quanta facilità, oggi i nostri politici cambiano invece bandiera e idea! Con quanta facilità si abbandonano amici, amori, coniugi e figli. Chi crede poi ancora a un concetto come l’onore? Ci lasciamo guidare da gente che l’onore lo tiene sotto le suole delle scarpe, che ruba, corrompe, sperpera, inganna senza ritegno e quando viene scoperta va ancora in giro a testa alta accusando chi li accusa. E nessuno si meraviglia. Che cosa avrebbero pensato di noi gli uomini del XIX secolo?

 

Firenze, 22/04/2012

GLI ALIENI SONO TRA NOI

Yukio Mishima

Stella meravigliosa” dell’autore giapponese Yukio Mishima (letto nell’edizione Guanda), è forse uno dei romanzi che meglio rappresenta l’angoscia da guerra fredda, la paura della bomba atomica e la perdita di riferimenti degli anni ’60 del secolo scorso. Non a caso a scriverlo è proprio un autore nato nel solo Paese ad aver subito il devastante effetto di due esplosioni nucleari, barbaramente provocate su una popolazione civile.

Mishima, pseudonimo di Hiraoka Kimitake (平岡公威) (Tokyo, 14 gennaio 1925 – Tokyo, 25 novembre 1970) è autore particolare, apolitico per auto-definizione, ma nazionalista e militarista per comportamento. Si toglierà la vita in diretta televisiva mediante la cerimonia rituale del seppuku “taglio dello stomaco”). Per i giapponesi, infatti, il ventre è la sede dell’anima e con questo suicidio se ne mostra l’immacolatezza, confermando il proprio onore non macchiato.

Stella meravigliosa” ci parla di una famiglia di alieni che vive sulla Terra. Il padre viene da Marte, la madre da Giove, la figlia da Venere, il figlio da Mercurio. Sulla Terra poi i membri di questa insolita famiglia non sono i soli extra-terrestri. Ce ne sono anche altri del sistema solare e persino provenienti da stelle lontane. Detto così vengono in mente storielle buffe alla Mork & Mindy o qualche cartone animato, al massimo Men in Black. Il romanzo, però, ha ben altro tono e spirito.

Stella Meravigliosa -Yukio Mishima

Come può essere che alieni di pianeti diversi siano parenti? Semplicemente perché tutti loro sono esattamente uguali a noi. Un po’ come ne l’Invasione degli Ultracorpi, anche qui abbiamo a che fare con alieni nel corpo di esseri umani. Solo che non ci sono arrivati traumaticamente. Semplicemente un giorno, di solito alla vista di un UFO, hanno scoperto di non essere umani e hanno intuito di provenire da un pianeta o da un altro.

Insomma, una famiglia di svitati? Forse, ma Mishima non li descrive nettamente come tali. Pur lasciandoci il dubbio, segue le loro vicende con partecipazione. Questi alieni sono consapevoli di non dover dare nell’occhio, di non dover mostrare la loro “superiorità”, ma hanno una missione: salvare la Terra dall’incombente minaccia nucleare e l’umanità dalla quasi sicura prossima autodistruzione.

Possiamo aspettarci che, da un momento all’altro, per motivi accidentali, scoppi una guerra. Basterà che qualcuno prema il pulsante di un telecomando e un antimissile, un missile Nike, uno ICBM a combustibile solido o un minuteman voleranno alla velocità oraria di ventitremila chilometri. Nessuno potrà sfuggire.. non avranno neppure il tempo soffrire” (pag. 117).

Seppuku di Yukio Mishima

Il padre JñichirÜ allora si espone, cercando di far proseliti, tenendo conferenze in cui annuncia che i dischi volanti che qualcuno vede in cielo (gli extraterrestri li vedono più facilmente e questo provoca in loro una vera estasi) compaiono per avvertire l’umanità del pericolo incombente.

Ci sono, però, anche gli alieni provenienti dalla costellazione del Cigno. Anche loro amano l’umanità. Anche loro la vogliono salvare, ma hanno altri metodi. Sono convinti che per noi non ci siano più speranze e vedono l’esistenza degli umani come una dolorosa e inutile agonia. Vogliono dunque accelerare il nostro processo di autodistruzione, provocando un’eutanasia di massa.

 
 

 

 

 

 

Un giorno riescono a trovare il padre e gli espongono le loro teorie. Spiegano che “gli esseri umani sono caratterizzati da tre malattie congenite, ovvero da tre difetti predestinati. Il primo è l’interesse per gli oggetti, il secondo l’interesse per gli esseri umani , il terzo l’interesse per le divinità. Se l’umanità rinunciasse a questi tre interessi potrebbe forse evitare la distruzione, ma a mio parere sono malattie inguaribili” (pag. 156). Secondo gli alieni del Cigno, che argomentano filosoficamente la questione, tutte e tre queste malattie portano alla costruzione della bomba atomica e, inevitabilmente, alla sua attivazione.

JñichirÜ si mostra d’accordo con loro, ma lui combatte ancora per far affermare la Pace. Ha maggior fiducia nell’umanità, che ritiene avere, a compensazione delle tre malattie, cinque pregi, quelli che il marziano vorrebbe scrivere sul nostro epitafio:

Suicidio atomico

Mentivano spudoratamente.

Ornavano di fiori sia la gioia sia il dolore.

Tenevano in gabbia uccellini.

Arrivavano in ritardo agli appuntamenti.

Ridevano sovente.

Riposino in pace nel sonno eterno>>.

Che, tradotto nella vostra lingua, suona:

<<Qui giace la specie umana che abitava in un pianeta chiamato Terra.

Erano degli artisti.

Usavano gli stessi simboli sia per la gioia sia per il dolore.

Privavano gli altri della libertà affermando per contrario la propria.

famiglia di alieni

Conoscevano l’arte di spazzare via temporaneamente il vuoto con il loro fiato.

Riposino in pace nel sonno eterno” (pag. 174).

Questi al marziano sembrano motivi sufficienti per salvarci. Uscito però dalla lunga discussione con gli altri extraterrestri, qualche giorno dopo il padre si ammala e conscio di avere ormai poco da vivere nel suo corpo umano decide di partire con tutta la famiglia i cui membri, dividendosi, sarebbero tornati ciascuno al proprio pianeta.

C’è in questo totale rassegnazione e impotenza.

“<<Ma che cosa accadrà all’umanità dopo la nostra partenza?>> domandò Kazuo attento a evitare la folla.

Iyoko scorse un sorriso sul volto del marito, che rispose con un tono insolitamente rude e frettoloso:

<<Si arrangerà.>>” (pag. 198).

E la famiglia raggiunge dei dischi volanti e, effettivamente, parte, lasciandoci soli con le nostre paure e angosce da guerra fredda, con l’incubo nucleare, senza neppure quel gruppetto di pazzoidi visionari a difenderci da noi stessi.

L'esercito di Mishima

Forse Mishima ha saputo cogliere la vera ragione di tutte le apparizioni di dischi volanti tanto frequenti in quegli anni: eravamo spaesati, due guerre micidiali avevano sconvolto il mondo, un’altra totale e finale, c’attendeva, pronta a sconvolgere e devastare l’intero pianeta. La scoperta delle potenza dell’energia nucleare ci lasciava attoniti e, in tutto ciò dov’era Dio, dov’erano gli Dei? Come poteva Dio permettere tutto questo? Se lo permetteva era un Dio inutile. Stavamo cominciando a esplorare lo spazio e allora cominciammo a sognare che un aiuto ci potesse davvero venire dal cielo, un cielo concreto e reale, questa volta, non quello astratto della Fede. Da quel cielo cominciarono ad arrivare gli alieni. A volte minacciosi, pronti ad accelerare la nostra follia suicida, come gli extra-terrestri della costellazione del Cigno, altre volte portatori di un messaggio di pace.

Mishima, però, non sembra credere nella Pace (non per nulla aveva fondato un proprio esercito personale). I suoi protagonisti che per la Pace combattono ci appaiono come dei poveri invasati e non siamo poi così convinti, come loro stessi affermano, della loro superiorità. E da cosa nascerebbe tale superiorità?

Forse dalla “indispensabile caratteristica degli extraterrestri di nutrirsi delle verità più terribili riuscendo a trasformarle in sogno”. (pag. 193).

Di contro questo è il più grande difetto dell’umanità: non accettiamo la verità, per quanto ovvia e evidente e non sappiamo più sognare.

Romanzo questo, dunque, che ci presenta gli alieni in modo del tutto peculiare, lontano dalle impostazioni della fantascienza. Gli extraterrestri sono in fondo solo uomini che si preoccupano delle sorti del mondo e dell’umanità. Pochi tra tantissimi. Ognuno a modo suo. Tutti un po’ “fuori dal mondo”, un po’ alieni, appunto. Eppure bastano una gravidanza o una malattia a colpire i loro corpi in prestito, perché la prospettiva delle cose anche per loro muti e il personale torni a contare di più del generale. Alla fine anche loro, spaventati dai dolori del vivere quotidiano, sono tornati a essere umani e come tali a disinteressarsi dell’uomo. Perché se una delle tre malattie dell’uomo e l’interesse per gli altri uomini, il suo continuare a parlare di loro, a ragionare come se l’Uomo fosse il metro e il centro di tutte le cose, questo non toglie che, quando le esigenze del corpo chiamano, il solo uomo cui all’uomo importi è se stesso.

Con una simile visione delle cose non sorprende che Mishima si sia suicidato, seppur in modo tanto preordinato e plateale: quale speranza si può nutrire con una simile visione del mondo?

Firenze, 15/05/2011

Questo commento è stato pubblicato nel n. 9 (“Alieni”) di “IF – Insolito & Fantastico”, edizioni Tabula Fati, del marzo 2012.

Tre autori che avevo già letto

Mi piace leggere cose sempre nuove e diverse, percui non mi capita spesso di affrontare più libri dello stesso autore. Se poi è "poco noto" questo è qualcosa di ancora più raro, sebbene io legga molti esordienti.
Ciò non toglie che di recente ho letto il secondo romanzo sia di Barbara Risoli che di Valeria Marzoli Clemente e addirittura il terzo di Marco Mazzanti.


COME SPOSARE UN ANTICO RE GRECO CON L’AIUTO DEGLI DEI
  
L'errore di Cronos - Barbara RisoliL’Errore di Cronos”, il romanzo fantasy di Barbara Risoli (di cui avevo già letto “Il veleno del cuore) edito da Runde Taarn, narra di un viaggio nel tempo. A consentirlo però non è qualche strana teoria fisica, un’apposita macchina o altri artifici scientifici ma il volere degli Dei dell’antica Grecia, Cronos e il Fato in primo luogo.
Non ci si deve dunque stupire quando la bellissima sedicenne Zaira D’Este, trovandosi d’un tratto proiettata dall’Italia contemporanea e ritrovandosi nella Grecia preclassica dei tempi Omero (che incontrerà) scoprirà senza alcuna sorpresa di capire perfettamente il greco antico. Questo non sarà merito dei suoi accurati studi, ma, probabilmente, un altro trucco di quegli stessi Dei, che pare le siano tutti quanto mai benevoli.
Tanto da farla subito accogliere come una principessa nella reggia del più temuto sovrano dell’antichità, il potente e fascinoso Dunamis di Astos e da far sì che entrambi si innamorino l’uno dell’altra (complici soprattutto Venere e Eros), come in ogni Cronos buon romance. Barbara Risoli ha poi l’abilità di rendere questo amore non facile e non immediato, portando entrambi persino a odiarsi vicendevolmente, per poi tornare più volte a innamorarsi.
A incombere sulla coppia c’è soprattutto il fatto che la protagonista, ribattezzata Zaira d’Enotria, sa di dover fare ritorno nel suo tempo.
Gli Dei, che compaiono in carne e divine ossa a dialogare con i personaggi umani, le daranno la possibilità di scegliere se restare e diventare regina o tornare dai suoi poveri genitori che l’attendono affranti. E lei farà una scelta e quando tutto sembrerà deciso la modificherà.
L’autrice si dimostra, infatti, assai abile nel capovolgere e modificare le situazioni, rendendo laBarbara Risoli trama vivace e movimentata, affiancando ai due protagonisti alcuni personaggi con un certo spessore e aiutandoci a entrare nella loro psicologia, per osservarne i tormenti, mentre Zaira da  collegiale si trasforma in amazzone e in regina e il re Dunamis muta, per amore di lei, il suo carattere violento e chiuso.
Insomma un romance in cui gli aspetti sentimentali prevalgono sulle ricostruzioni storiche. Consigliato soprattutto per ragazze dell’età della protagonista.
 
Firenze, 10/04/2011

QUANTO SONO CATTIVI I BAMBINI!
  
Scricchiolino - Valeria Marzoli Clemente Che la storia dell’innocenza dell’infanzia fosse solo una leggenda lo sanno ormai tutti. I bambini sanno essere dispettosi, maliziosi, prepotenti, egoisti, egocentrici e non solo.
Nel suo breve romanzo intitolato “
Scricchiolino” (pubblicato con Lulu), Valeria Marzoli Clemente, l’autrice anche di “Delitto perfetto”, ci offre il ritratto di un ragazzino di undici anni vittima degli scherzi malevoli e del bullismo dei suoi compagni di classe, mostrandoci come sia facile a quell’età lasciarsi portare dal gioco e dallo scherzo oltre i confini leciti, arrivando a far del male, se non fisico almeno psicologico a chi, come Scricchiolino, è più debole.
Si tratta di un piccolo racconto di formazione, perché Andrea riuscirà a trovare la forza per liberarsi dalla cappa asfissiante delle cure materne e, quindi, per trovare il coraggio e l’orgoglio per affrontare i compagni che lo maltrattano, anche a costo di farsi davvero male. Riuscirà dunque, nonostante la sordità della propria famiglia alle richieste di aiubullismoto lanciate, a trovare una propria strada per cessare di essere Scricchiolino e diventare Andrea, cioè un uomo vero, come insegna l’etimologia greca del suo nome. 
Una breve storia, questa, adatta ai coetanei di Andrea, per aiutarli a capire che non è giusto subire, ma anche e soprattutto per chi ha dei figli, per rendersi conto che ascoltare le loro parole e i loro silenzi è importante e che bisogna capire quando è il momento per tirarsi indietro e lasciare ai figli lo spazio di cui hanno bisogno, perché senza è impossibile crescere.
 
Firenze, 27/04/2011

 

LO SCRITTORE CON IL PENNELLO
  
La nave del destino - Asja - Marco Mazzanti Dopo aver letto tre romanzi di
Marco Mazzanti, posso confermare la forte valenza per questo autore dei cromatismi nella sua scrittura.
Avevo già descritto “L’uomo che dipingeva con i coltelli (Deinotera Editrice – ottobre 2008) come  un romanzo cromaticamente tagliente. Descriveva infatti le sensazioni e le vicende di un ragazzo albino cieco che riacquista la vista a sedici anni e diventa poi un pittore molto particolare.
Ho poi letto “Demetrio dai capelli verdi”  (Eiffel Edizioni – 2010). Se nell’altro romanzo il protagonista aveva i capelli bianchi, rappresentando quindi un’anomalia cromatica ma restando pur sempre nell’ambito del reale, in quest’altro romanzo, il terzo pubblicato da Mazzanti, Demetrio ha, appunto, proprio i capelli verdi e la sua pelle è azzurrina e lucente. Anche questo personaggio è un diverso e l’unicità del suo colore serve a descrivere con toni da Marco Mazzanti con una copia di Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdalefiaba il disagio di tutti i diversi, ancor più che i problemi del razzismo.
Il terzo romanzo che ho letto di questo giovane autore si intitola “
La nave del destino – Asia” ed è edito da Deinotera nell’ottobre 2008.
Anche in questa lunga fiaba troviamo quella che, a tal punto, definirei quasi l’ossessione  mazzantiana per il colore dell’epidermide. Asia, la splendida protagonista ha infatti capelli azzurri e quasi trasparenti, come quelli di una fata e lentiggini d’oro. È così bella che deve nascondersi sotto un burqua. Suo padre è un albino.
 La nave del Destino - Asja - Marco Mazzanti Anche questa storia, come le altre due, è ambientata in un passato strano, in cui alla Storia vera, appena accennata, si mescola una storia fantastica e fiabesca, peraltro senza alcuna pretesa ucronica. Anche la geografia mescola nomi reali e spesso esotici con altri che riterrei di pura fantasia.
Oltre alla protagonista, la cui bellezza è tanto straordinaria che se solo si sfilasse il burqa sconvolgerebbe il mondo, ci sono altri personaggi da fiaba, quali i tre gemelli dai capelli arancioni (ancora colore!), uno buono, uno cattivo e uno assente e i personaggi del circo, quali la coppia di donne barbute, la bella equilibrista Nina, il mangiatore di spade. Altri hanno connotazioni fantasy, come l’inquietante Garland, l’immortale Re dei Troll e le sue innumerevoli mogli sirene o l’uomo lucertola e suo fratello.
  Quella che si svolge è una fiaba, ma sufficientemente lunga e ampia da accogliere tra le sue ali amori corrisposti e non, delitti, avventure, salvataggi, viaggi e altro ancora.
Forse qualche brano scorre un po’ meno di altri e pare superfluo ma nel complesso la storia si legge bene e la seconda parte, con il gemello buono, ormai rimasto solo, che cerca di salvare la bella Asia dalle grinfie di Re Garland, imbarcandosi verso terre esotiche e misteriose, diventa coinvolgente e spinge a leggere velocemente.
Questo romanzo, pubblicato in contemporanea a “L’uomo che dipingeva con i coltelli”,  contiene in nuce molti elementi degli altri due. È, forse, il più denso, proprio per l’accavallarsi di tante storie, come spesso capita con un’opera prima a un autore prolifico, chedonna barbuta ha dentro di sé ancora tanto da narrare. Gli altri due sono più concentrati e lineari.
Lo stile, l’impostazione, il tipo di personaggi e di ambientazioni comunque si mantengono costanti al punto da caratterizzare fortemente e chiaramente questa fase produttiva di Mazzanti, rendendo la sua scrittura (sempre pulita e leggibile) come ben individuabile e riconoscibile. Garanzia questa per quei lettori che, apprezzato uno dei suoi testi, ne vorranno provare un altro.

Firenze, 14/05/2011
 
 

FINALMENTE UNA RIVISTA CHE PARLA DI UCRONIA

IF - Insolito & Fantastico - Numero 3 - UcroniaHo a lungo atteso di leggere il terzo numero di IF – Insolito & Fantastico dedicato all’Ucronia e questo non tanto perché contiene un mio articoletto e un breve racconto sul tema da me scritti (questi già li conoscevo!), quanto perché ero estremamente curioso di poter leggere finalmente, in un unico volume vari articoli e racconti dedicati alle allostorie, cosa estremamente rara.
La scarsità di testi antologici sull’ucronia già mi aveva portato a curare la raccolta “Ucronie per il terzo millennio” (Edizioni Liberodiscrivere), in cui diciotto autori, in quarantasei racconti, lasciano una versione alternativa di diversi momenti storici, come si deduce dall’ironico sottotitolo dell’opera “Allostoria dell’umanità da Adamo a Berlusconi”. Troppo spesso, infatti, l’ucronia si concentra su specifici periodi quali la Seconda Guerra Mondiale o il periodo napoleonico o l’impero romano. Il desiderio era di mostrare le ampie possibilità narrative offerte da qualsiasi momento storico e di offrire un approccio leggero e accessibile a tutti a questo genere ancora così poco conosciuto ma che meriterebbe di avere molti più sostenitori.
Sentivo dunque fortemente il bisogno di un volume come questo numero di IF. La rivista è un vero e proprio libro (per dimensioni e impaginazione) di 128 pagine, le cui prime 83 mi sono parse davvero da collezione. Adriano TilgherPeccato che il volume prosegua, con qualche eccezione, con racconti, articoli e recensioni che trattano altri generi, dalla fantascienza, all’utopia alla distopia. Pur non negando l’interesse di questi, mi sarebbe piaciuto di più se il volume fosse stato concentrato solo sul tema dell’ucronia.
Magistrale mi è parso l’articolo di apertura di Gianfranco De Turris “Ucronia o del revisionismo assoluto” e particolarmente interessanti le riflessioni sulla visione della Storia come Fatto Compiuto, che viene necessariamente superata dall’Ucronia. Credo che questo sia uno dei massimi contributi alla storiografia offerto da questo genere letterario: scardinare la concezione di una Storia immutabile e studiarne i percorsi alternativi per comprenderne meglio le dinamiche.
È forse vero lo slogan “la Storia non si fa con i sé” ma è errata l’idea che si possa fare seriamente storiografia senza prendere in considerazione le alternative alla Storia reale. È solo immaginando percorsi ucronici generati da un evento che possiamo davvero capire quanto questo sia stato rilevante. Un simile approccio potrebbe persino portare a rivedere l’importanza di eventi storici ritenuti più o meno importanti, perché se è vero che da ogni gesto nascono infiniti universi divergenti (come scrissi ne “Il Colombo divergente” – Edizioni Liberodiscivere – 2001) e che quindi anche il gesto più insignificante può avere conseguenze che crescono a valanga, fino a sconvolgere la Storia, è però anche vero che certi eventi hanno, nell’immediato, effetti tali da disegnare il futuro in modi alternativi tra loro diversissimi. Sono questi eventi, che potremmo chiamare “punti di divergenza”, quelli che lo storico dovrebbe studiare con più attenzione e che il romanziere ucronico può meglio utilizzare per le sue costruzioni di universi divergenti.
Napoleone apocrifoTornando all’articolo di De Turris, ho anche apprezzato che sia stato individuato il pensatore italiano Adriano Tilgher (1187-1941) quale uno dei padri “morali” dell’Ucronia, avendo, come scrive De Turris dedicato “vent’anni della sua vita a combattere storicismo e idealismo e a sostenere le ragioni della Possibilità contro il Fatto Compiuto, a partire dal suo volume dedicato ai Relativisti contemporanei (Libreria di Scienze e Lettere, Roma 1921), sino all’ultimo che pubblicò poco prima della morte: Il casualismo critico (Bardi, Roma, 1942 – ma1941-)”.
Interessanti anche gli approfondimenti sull’opera dell’ideatore del termine “Ucronia”, Charles Renouvier (1815-1903), il cui “Uchronie” (il titolo è molto più lungo ma comincia così) pubblicato prima anonimo nel 1857, fu ripubblicato integralmente nel 1876. Il francese immaginando un punto di divergenza nel 180 d.c., alla morte dell’imperatore Marco Aurelio, ci offre un impero romano in cui il cristianesimo non trova spazi e prevale invece lo stoicismo, nella forma praticata da questo imperatore.
Il secondo articolo “La storia alternativa – Dibattito sull’ucronia” riporta un colloquio del 10/09/1982 tra Marc Angenot, Darko Suvin e Jean-Marc Gouanvic, in cui si discute ancora sull’opera di Renouvier ma si parla anche del Napoleone Apocrifo di Geoffroy (1836), che sarebbe però più un’opera satirica che ucronica, e delle caratteristiche ucroniche di Verne. Di questo autore Suvin fa notare come non scrivesse, solitamente, del futuro ma che i suoi romanzi si collocassero sempre in un Ucronie per il terzo millennio - antologia curata da Carlo Menzingerperiodo di uno o due anni antecedente alla pubblicazione. Dunque avrebbe descritto dei mondi alternativi collocati in un passato prossimo, con implicazioni ucroniche sul presente e sul futuro.
Recentemente ho notato come “Viaggio al centro della terra” (così come “Il mondo perduto” di Conan Doyle”), immaginando che esseri preistorici siano sopravvissuti al centro della terra, può essere considerato un esempio di ucronia “preistorica”, un’allostoria che immagina cioè un punto di divergenza, collocato in un passato preistorico, a partire dal quale i dinosauri non si sarebbero estinti. Lo stesso tema viene trattato assai più approfonditamente da Harrison nel suo “Il libro degli Ylané”, in cui immagina una civiltà dei dinosauri ai tempi degli uomini preistorici.
Nel terzo articolo “Notizie dalla terra di Ucronia” Giuseppe Panella torna sul tema della storia controfattuale napoleonica, trattando il mito dell’imperatore inesistente e ci parla ancora di Renouvier e de “La svastica sul sole” di Dick.
Nel quarto articolo “Ucronie post 11 settembre” Riccardo Gramantieri ci parla de “Il complotto contro l’America” scritto da Roth nel 2004 e di altri romanzi del passato decennio come “Harm” di Brian Aldiss (2007) e “Pied Piper of Hammet” di Abbas Alì.
In “Kim Newman e il mondo ucronico di Anno Dracula” Antonio Daniel ci parla delle contaminazioni tra fantastoria e romanzo gotico. Newan riscrive il finale di Dracula di Stoker, immaginando che il vampiro sconfigga Van Helsing, sopravviva e sposi la Regina Vittoria, mutando le sorti del mondo. Un esempio di come si possa contaminare Letteratura e Storia.
In “Discronia cattolica” Claudio Asciuti ci parla delle profezie di Malachia sulla successione dei Papi, dei romanzi che ne sono derivati, de “Il dilemma di Benedetto XVI” di Herbie Brennan e dei misteri legati al brevissimo pontificato di Papa Luciani.
In “Ma cos’è l’ucronia? Un tentativo di definizione” dopo tanti illustri interventi, mi permetto – quasi a trarre delle semplicistiche conclusioni – di dare una definizione del genere e di segnalare un breve e parziale elenco di romanzi ucronici, stranieri e italiani.
 Charles Renouvier
Dopo il mio articolo, comincia la parte del volume dedicata ai racconti. Solo due mi sono però parsi veramente ucronici “Complimenti Dottor Goebbels” di Piero Prosperi (tratto da W.H. Harrison) e “Il pittore di Branau” da me scritto, entrambi sul nazismo.
Seguono l’utopia fantascientifica “Valzer” di Donato Altomare, il racconto con ambientazione ucronica “Al-Hazit” di Giampietro Stocco, “Autocidio colposo” di Renato Pestriniero, un doppio racconto sulle doppie identità, “I draghi della quinta era” una rivisitazione alternativa de “Il Signore degli Anelli” di Tolkien, realizzata da Errico Passaro, immaginando la vittoria di Saruman.
 
Segue poi la terza parte del volume dedicata a recensioni, interviste e altri interventi, tra cui va segnalato l’intervista di Giampietro Stocco a Harry Norman Turtledove, uno dei maggiori autori ucronici nostrani a confronto con un mostro sacro internazionale del genere.
Insomma, nel complesso un volume da non perdere e da conservare con grande cura.

Si può richiedere una copia di “If” direttamente all’editore: rivistaif@yahoo.it
Questo è il blog dellla rivista.
 
Leggi anche:

§ Una rivista sull’Ucronia

§ Giovanna e l'angelo

§ Ucronie per il terzo millennio

§ Ucronie sul fascismo

§ Ucronie sul nazismo – Fatherland

§ Ucronie sul nazismo – La svastica sul sole

§ Roma eterna

§ L’ucronia sul Vangelo di Saramago

§ L’ucronia sul Vangelo di Kazanzakis

§ L’ucronia di Borges

§ Ucronie preistoriche
§ Il numero 1 di IF – Robot
§ A proposito del numero 2 di IF – Oltretomba

MONDO NUOVO

IL MONDO NUOVO
 
Il mondo nuovo - Aldous HuxleyIl mondo nuovo” di Aldous Huxley è un romanzo distopico del 1932 che descrive un mondo futuro particolarmente inquietante. Questo romanzo, assieme a “1984” di Orwell è forse la più importante distopia del XX secolo. Nella lettura c’è forse qualche passaggio un po’ datato, ma nel complesso si tratta di una storia ancora estremamente attuale.
A fronte del totale pessimismo orwelliano, Huxley dipinge un mondo Aldous Huxleyall’apparenza felice, illusoriamente utopico.
Orwell nel 1948, appena uscito dall’esperienza nazista, immagina una società autoritaria e con pesanti meccanismi di controllo della popolazione e relativa repressione.
Huxley, all’alba dell’esperienza nazista, immagina un governo totalitario ma utopisticamente volto a “imporre la felicità” al popolo.
Nel “mondo nuovo” la vita di ciascuno è decisa e programmata fin dalla nascita. È stata abolita la famiglia (termini come “padre”, “madre”, “figlio” sono considerate parolacce, lo coccole materne sono viste come un’oscena perversione)  e i bambini nascono in bottiglie (anticipando la fecondazione in vitro). Ciascuno è condizionato dalla nascita alla morte mediante una serie di messaggi ripetuti in sonno (tecnica definita “ipnopedia”), mediante i quali ciascuno impara a vivere secondo le regole proprie della casta cui appartiene. Il mondo è infatti diviso in classi, dove gli Alfa e i Beta sono destinati alle attività superiori, mentre i Delta, i Gamma e gli Epsilon, vengono tarati in modo da essere volutamente “inferiori”, resi cioè appositamente imperfetti, e poi condizionati in modo da amare la propria condizione di vita e di lavoro.
Il divertimento è un dovere sociale e la felicità “condizionata” il solo stato mentale possibile. Dove l’animo vacilla, interviene una droga, il soma, priva di effetti collaterali.
È un mondo "perfetto", questo di Huxley, dove ognuno è lieto della propria condizione sociale e della propria attività, dove nessuno di preoccupa del passato e del futuro. Perfetto, sì, ma artificiale. Un mondo in cui il controllo è nelle mani di pochissimi uomini, che decidono cosa sia bene e cosa sia male.
Si potrebbe pensare che Huxley, ad un certo punto della storia, ci mostri che il meccanismo s’inceppa e il popolo si ribella e riconquista la libertà di pensare e scegliere, ma non è così.
C’è un solo  uomo, della casta superiore (gli unici capaci di un minimo di riflessione)  che comincia a chiedersi se questa felicità sia veramente ciò che vuole e c’è un Selvaggio (un uomo venuto da una sorta di riserva, in cui vi sono ancora delle persone che vivono alla vecchia maniera) che viene portato nel mondo civile e che mostra di non capirlo e di non approvarlo, ma per il resto nulla muta veramente. Il meccanismo è ormai blindato. Per l’umanità pare non ci sia più scampo da questa gioia perenne e vuota, in cui l’arte, la filosofia, la riflessione, la storia e la religione non esistono più, in questo enorme circo vacuo, dove nessuno soffre e tutti stanno comodi.
Inutile il grido del Selvaggio “Ma io non ne voglio di comodità. Io voglio Dio, voglio la infelicepoesia, voglio il pericolo reale, voglio la libertà, voglio la bontà. Voglio il peccato.”
Insomma” risponde il Governatore Mustafà Mond “voi reclamate il diritto di essere infelice.”
Ebbene sì” risponde il Selvaggio “io reclamo il diritto di essere infelice.”
Ma questo diritto nel “mondo nuovo” non esiste più. Inutile ribellarsi. Nessun tentativo di cambiare il mondo può avere successo. “La civiltà non ha assolutamente bisogno di nobiltà e di eroismo” afferma Mustafa Mond.
Il Selvaggio però non si rassegna e continua a vivere a modo suo, leggendo, citando e imitando le opere di Shakespeare, apprese da un antico libro, forse una sola delle due copie rimaste (l’altra la possiede il Governatore supremo), poiché Shakespeare come tutti gli autori passati è ora proibito e le sue parole appassionate riescono solo a confondere e sconvolgere l’oggetto della sua passione. L’amore, infatti, non esiste più, c’è solo il sesso, praticato liberamente da tutti con chiunque voglia, fin da bambini, e la vita di coppia è guardata con profondo orrore.
 
Per quanto sia un mondo ancora assai diverso dal nostro, questo inizio del XXI secolo ricorda forse di più il mondo nuovo, che non l’inizio del secolo scorso per molti aspetti.
Nel “mondo nuovo”, per controllare meglio la popolazione questa viene resa il più possibile omogenea (anche mediante la manipolazione genetica), nel nostro tempo la globalizzazione ci porta ad agire e pensare tutti allo stesso modo, ad avere gli stessi desideri e a consumare gli stessi prodotti in ogni angolo del globo.
Nel mondo nuovo si inventano sempre giochi nuovi e nuovi divertimenti per distrarre le persone e nel nostro tempo… non è forse ormai lo stesso?
Nel capitolo 3 si legge una frase illuminante “Vi rendete conto della pazzia che rappresenta il permettere alla gente di fare dei giochi complicati che non aiutino in alcun modo il consumo?” Il divertimento serve non solo a distrarre e intrattenere la gente ma anche a far funzionare l’industria medesima.
Nel mondo nuovo la famiglia è considerata un’orrenda bizzaria animalesca, retaggio di un passato dimenticato, nel nostro mondo la famiglia si sta riducendo a piccoli nuclei nevrotici, emotivamente insufficienti a loro stessi.
Nel “mondo nuovo” tutti sono condizionati dai messaggi ipnopedici notturni, nel nostro tempo siamo condizionati dalla televisione e dalla pubblicità, che incessantemente ci ripetono i soliti concetti, le solite affermazioni, fino a farci credere che siano la verità.
Nel romanzo la genetica non è particolarmente evoluta a livello tecnico (il nostro presente è forse più avanti) ma è utilizzata in modo sistematico per creare gruppi di cloni (la tecnica immaginata è un’altra ma il risultato similare), esseri tutti con le medesime caratteristiche e quindi più armonici per lavorare assieme e meglio controllabili. Oggi si discute sull’eticità della manipolazione genetica e saremmo in grado di fare già molto di più dei Selezionatori del libro. Ci si chiede per quanto tempo reggerà il fragile argine che pone limiti alla tecnica e se saremo in grado di usare questa preziosa scienza per il bene dell’umanità e del pianeta e non per il controllo politico e il potere di pochi.
 
RITORNO AL MONDO NUOVO
 
Nell’edizione Mondadori de “Il mondo nuovo” che ho letto, il romanzo è stampato assieme a “Ritorno al mondo nuovo”. Non si tratta del seguito del romanzo ma di un saggio scritto dallo stesso Huxley nel 1958, a proposito della sua opera.
Interessante è l’analisi che ne fa a distanza di ventisette anni e una Guerra Mondiale. Siamo ormai in clima da Guerra Fredda, ci sono state le esperienze di Hitler, Mussolini, Stalin, Mao e le tecniche anticipate nel 1932 si sono sviluppate. Huxley vi affronta vari argomenti che erano alla base del romanzo.
Innanzitutto illustra come, secondo lui, la sovrappopolazione ci spingerà inevitabilmente verso un mondo soggetto a forti controlli centrali, per effetto della scarsità delle risorse e della necessità di gestire masse esorbitanti. Vede poi incombente il rischio che Silvio Berlusconi - Imprenditore al Governola Grande Impresa si intrometta nel governo della popolazione. Immagina che il totalitarismo possa dunque avere due facce, da una parte quella del Grande Governo, sui modelli nazista, stalinista o maoista, e dall’altra un mondo dominato dalle multinazionali o, come scrive lui, dalla Grande Impresa e non si può non pensare subito all’influenza delle società petrolifere sul governo del medioriente e persino degli Stati Uniti o all’attuale esperienza italiana, anche se lui non faceva alcun accenno ad una Grande Impresa che oltre al potere economico e politico disponesse addirittura anche di quello mediatico. Sotto il controllo dello Stato o dell’Impresa egli osserva che “radio e giornali continueranno a parlare di democrazia e di libertà, ma quelle due parole non avranno più senso.”
L’autore esamina poi le tecniche della propaganda, mostrando come questa si stesse già allora affinando e ne anticipa i recenti sviluppi, che sono sotto i nostri occhi.
Consiglia anche, utopisticamente, “ una legislazione che impedisca ai candidati politici di spendere oltre una determinata somma per le campagne elettorali e proibisca il ricorso alla propaganda di tipo antirazionale, vanificando l’intero processo democratico.”
Quale pubblicitario, commerciale o di partito, penserebbe mai al giorno d’oggi di fare una campagna che non sia emozionale piuttosto che razionale?
HitlerUn po’ meno attuali appaiono il capitolo sulle tecniche di lavaggio dei cervelli (tipici di uno stato violento e tirannico) e sulla persuasione chimica mediante l’uso di droghe.
Interessante l’analisi delle tecniche di persuasione hitleriane. Già il fuhrer aveva chiaro il concetto, ben noto al del marketing moderno, che “solo la ripetizione costante riuscirà alla fine ad imprimere un concetto nella memoria della folla”. Solo gli intellettuali paiono refrattari a questa insistenza e non si lasciano controllare e irreggimentare, infatti per Hitlergli intellettuali si sbandano a destra e a manca, come galline sull’aia. Con loro non si può far storia; non possono servire come componenti di una comunità.”
 
Dunque si tratta, nel complesso di un volume che, in questi nostri tempi, faremmo bene a leggere tutti, se non altro per riflettere su quanto di quello che è stato previsto da Huxley sia già nel nostro mondo e quanto si stia per realizzare.

GLI OCCHI DI SALGARI E LO SGUARDO DI CIAMPI

Odoarrdo BeccariOdoardo Beccari, chi era costui? Si tratta di un esploratore fiorentino, eppure non ricordo di essermi mai imbattuto, qui a Firenze, neppure in una via a lui dedicata. Cercando su Google Maps vedo che in Italia tre città gli hanno dedicato una via: Roma, Firenze e Genova. Forse un po’ poco per un illustre esploratore, botanico e naturalista quale è stato, però almeno la sua città natale una strada, vicino viale Europa, gliel’ha dedicata!
Io che vivo a Firenze (pur non essendo originario della città) devo confessare che non lo conoscevo, prima di leggerne nel libro di Paolo CiampiGli occhi di Salgari”, Edizioni Polistampa. Lo stesso autore di questa bella biografia, però confessa di essersi stupito quando giunto nel Borneo, cercando tracce dell’amato Emilio Salgari, che tanto ha scritto di quelle terre, ha scoperto che nessuno conosceva lo scrittore genovese ma molti conoscevano l’esploratore fiorentino.
Essendo anche Ciampi cittadino di Firenze, è stato subito Paolo Ciampiincuriosito da questo illustre concittadino, al punto da arrivare a scriverne questa biografia.
Libro che, come fa intuire il titolo, esamina Beccari spesso attraverso la lente dei romanzi salgariani. Questo perché, in effetti, i viaggi e le scoperte di quest’uomo furono, probabilmente, una delle più importanti fonti del fantasioso autore che ha creato Sandokan, Yanez e gli altri eroi della Malesia.
Ecco allora che Ciampi, con felice intuizione, ci guida in questo viaggio alla scoperta di Beccari, accompagnandosi con Emilio Salgari, il “falso Capitano” che raccontava di aver visitato mezzo mondo, senza aver mai  lasciato l’Adriatico, ma che questo mondo Emilio Salgariaveva davvero conosciuto e visitato “ attraverso gli occhi” di esploratori della tempra del veronese, che senza la minima paura, si muoveva tra animali feroci e tagliatori di teste, che aveva imparato a conoscere e rispettare, al punto che la sola cosa che temesse veramente erano le malattie.
Beccari come Salgari, infatti, già nella metà del XIX secolo sanno insegnarci la dignità dei popoli ingiustamente considerati “primitivi”, la cui cultura, per quanto diversa e apparentemente riprovevole ai nostri occhi, ha comunque una sua morale, forse più spontanea della nostra.
Si è dunque cimentato Ciampi in questo enorme lavoro di ricostruzione non solo della biografia di un uomo che ha esplorato Borneo, Africa e Nuova Guinea, ma anche dei possibili collegamenti con la biografia e le fonti salgariane e delle biografie dei vari personaggi che a Beccari si accompagnano o che questi incontra. È una biografia ma è anche un viaggio per terre, popoli e ecosistemi esotici.
Ne esce fuori un volume godibilissimo, ben scritto, interessante e sempre appassionante come se fosse Sandokan La Tigre della Malesia - Kabir Bediun vero romanzo. Del resto con una vita avventurosa come quella di Beccari, non c’è bisogno di inventar nulla per renderla più accattivante! Basta una penna felicissima, come quella di Ciampi, in grado di amalgamare bene questi elementi!
Che Paolo Ciampi fosse autore che, in fatto di scrittura, sappia il fatto suo, avevo avuto modo già di sperimentarlo poco tempo fa, leggendo un’altra sua biografia, questa volta un po’ più romanzata, quella di Beatrice di Pian degli Ontani, la poetessa estemporanea dell’Appennino toscano, letta nel volume intitolato semplicemente “Beatrice” di cui ho parlato qui.
Non mi pento, dunque – anzi – di aver segnalato Paolo Ciampi nell’elenco dei “Magnifici Sette” autori “poco noti ma degni di nota”.
 
 

IL GIOCO DELLE PARTI del politico, dello storico e del poeta

L'antiico centro della città da secolare squallore a vita nuova restituitoÈ raro assistere alla presentazione di un libro in una piazza gremita di gente. Mi è capitato ieri sera e la piazza non era quella di qualche località di villeggiatura ma Piazza della Repubblica a Firenze, il cuore sabaudo del capoluogo toscano, « L’ANTICO CENTRO DELLA CITTÀ, DA SECOLARE SQUALLORE A VITA NUOVA RESTITUITO ».
Anche il pubblico non era dei più comuni, dato che dal palco sono stati salutate e ringraziate per la loro presenza varie personalità del mondo culturale e politico fiorentino, tra cui il neo-sindaco della città Matteo Renzi, del quale era atteso un intervento, che, però, non c’è stato.
Il libro capace di catalizzare tanta attenzione si chiama “L’imperfetto assoluto” ed Matteo Renzi, sindaco di Firenzeè edito da “Mauro Pagliai Editore”, la casa editrice fiorentina nata, con grandi propositi, dalla costola di Polistampa.
La serata, organizzata con la collaborazione della prospiciente libreria Edison, ha potuto disporre di simili spazi e di simile pubblico, perché l’autore, sebbene non trai più noti in campo letterario è invece una personalità di spicco nel panorama politico fiorentino essendo il Presidente del Consiglio Regionale della Toscana Riccardo Nencini, nonché Segretario del Partito Socialista.
Riccardo Nencini, autore de L?imperfetto assolutoIntroduceva poi uno dei più celebri e autorevoli storici non solo di Firenze, ma d’Italia, Franco Cardini, autore, tra le altre cose di un bel saggio su Giovanna D’Arco, che è stato una fonte importante per la stesura del mio romanzo “Giovanna e l’angelo” (Edizioni Liberodiscrivere).
Era poi presente come coautore del libro l’ex-enfant prodige Federico Berlincioni, che a tredici anni già pubblicò una raccolta di poesie. A lui si devono quindici sonetti inseriti all’interno del romanzo di Nencini.
La singolarità della serata è stata nella curiosa inversione delle parti che hanno giocato questi personaggi.
Il Professor Cardini, infatti, ha fatto un intervento, pur dotto e ricco di riferimenti storici e letterari, ma che ricordava molto un discorso politico, con riferimenti all’amministrazione della città e l’esaltazione del nuovo sindaco Matteo Renzi, la cui elezione ci ha presentato come un evento storico, per le qualità della persona, immagino, più che per i suoi meriti effettivi, essendo il mandato appena iniziato. Affermazione che in cuor mio sento come possibile e che mi auguro si realizzi, ma di cui non vedrei i presupposti “storici”.
Quando poi è intervenuto il politico Nencini, nel presentare il suo libro, che è un romanzo storico, ha Franco Cardini, storicosoprattutto parlato della geografia di Firenze nel 1300, delle sue famiglie e dei giochi di potere di quel secolo, delle ragioni dell’affermarsi di Firenze nel panorama internazionale.
Un po’ perplessi ci ha lasciati l’affermazione che ogni re (o sindaco) ha bisogno di qualcuno che, come il Musciatto protagonista del romanzo, faccia il lavoro “sporco” per lui, che sarà anche vero, ma suona davvero male, soprattutto detto da un politico, anche se in quel momento indossava la casacca dello storico ancor più che la camicia dello scrittore!
Federico Berlincioni, poetaHa poi passato la parola al ventiduenne Berlincioni che ci ha spiegato d’aver impiegato ben 5 anni a scrivere i 15 sonetti del volume, dunque, iniziando a 17 anni, età alla quale era già sufficientemente “celebre” da esser scelto da Nencini come coautore. Il “giovin poeta” si è, dunque, dilettato, per completare il gioco delle parti, a mutarsi in professore e critico letterario spiegando al pubblico cosa siano i sonetti e quale grande poeta sia Dante (quasi che a Firenze pensasse ci possa esser qualcuno che l’ignori) e spiegando quanto sia difficile cercare di scrivere nel XXI secolo come se si fosse Dante (ciò che lui ha cercato di fare, non ho ben capito con quale esito, perché il contesto di piazza e la lunghezza del suo intervento non mi hanno consentito di apprezzare e valutare appieno la sua opera poetica un po’ “retrò”, se così si potesse dire).
Intervento il suo, a detta di molti presenti, alcuni dei quali si sono defilati mentre parlava, che ha purtroppo abbassato l’alto livello e l’interesse che erano riusciti a raggiungere Cardini e Nencini con significativi contributi culturali.
A tal punto, ci aspettavamo l’intervento del Sindaco, che non c’è stato. Forse, visto il gioco delle parti degli altri oratori, si sarà detto "e ora io cosa dovrei fare, visto che ognuno copre ruoli diversi dai propri? Presentarmi da poeta o magari da cantante?" e alla fine deve aver rinunciato a parlare (se mi permettete la battuta).
 
Quanto al romanzo, per come è stato presentato, parrebbe di notevole interesse storico, dato che, pur strutturato come un metaromanzo con al centro un testo che parrebbe uno pseudL'imperfetto assoluto di Riccardo Nenciniobiblion (come ci fa notare Cardini, pur senza citare tali termini), tratta invece di un realissimo testo storico (come afferma l’autore), su cui Nencini ha costruito la sua narrazione.
Protagonista sarebbe un tal Musciatto Franzesi, che inizia la propria carriera come garzone in una banca e quindi diviene mercante e banchiere tra i più grandi e compare persino in una novella del Decameron, prima di essere vituperato e sepolto dai Guelfi neri vincitori. Con un simile nome ho subito pensato si trattasse di personaggio inventato, ma non è così. Pare sia personaggio storico.
Musciatto diviene Cavaliere del re di Francia, Filippo il Bello, e consigliere di suo fratello Carlo, tra il 1301 e il 1306, e incrocia i propri passi con eventi che segneranno la storia: l’esilio di Dante, lo schiaffo di Anagni e i tradimenti di Bonifacio VIII, la nascita dello stato nazionale in Francia e l’avvio dell’attacco ai Templari, la guerra civile che insanguinò Firenze all’arrivo del Valois e con il rientro di Corso Donati, la supremazia del fiorino in tutta la Cristianità e l’ingegno travolgente di Giotto, di Arnolfo, del Sommo Poeta (come si legge nella scheda dell’editore).
Chi avesse voglia di sentire altre presentazioni può consultare il sito dell’editore, che ne elenca varie altre.
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