Paolo Crepet – I Figli non crescono più
Alcuni mesi fa un personaggio politico definì (suscitando una certa polemica) i giovani italiani dei bamboccioni, in quanto stentano a liberarsi della dipendenza dalla famiglia.
Nel saggio “I figli non crescono più” il sociologo Paolo Crepet affronta il tema del distacco degli adolescenti dalla tutela/ oppressione della famiglia.
Nel suo libro si rivolge sia ai figli, che ai genitori. Più che un saggio organico e strutturato, il testo è una raccolta di pensieri, riflessioni e resoconti di esperienze professionali, ma nonostante ciò, è una lettura interessante e assai abbordabile per ogni tipo di lettore.
Mi ha stupito veder esaltato il modello di scuola a tempo pieno che ha scelto per il liceo mia figlia (scuola quanto mai rara, poco conosciuta e
poco apprezzata dalla maggior parte degli italiani).
Tra le motivazioni cito “La scuola attuale, nella maggioranza dei casi, non dispone di tempo sufficiente e quindi tende a delegarne la necessaria estensione ad altre agenzie: famiglia, associazioni per attività sportive e creative ecc (…) Educare significa aiutare a crescere. Dunque, occorre che chiunque ricopra questo ruolo (…) pensi al tempo come a una dimensione obbligata per capire la complessità di chi sta crescendo”, “Chi potrebbe negare che pranzare assieme ai propri amici e compagni sia incomparabilmente più utile per la crescita di un adolescente che riscaldare a casa la cotoletta lasciata dalla mamma prima di andare a lavorare? La mensa scolastica è un laboratorio fondamentale per imparare a vivere” e “Naturalmente un tempo pieno scolastico corrisponde a una nuova responsabilità anche per le famiglie: chiudere le scuole il sabato implica la possibilità (ma anche la disponibilità) a esserci per un lungo week-end.”

Paolo Crepet
Centrale nel volume è il tema del lasciare il bambino/ adolescente libero di crescere in autonomia. Crepet mostra, come esempio, un bambino che impara a camminare e cerca di prendere un bicchiere. Il piccolo “si alza, cade e si rialza, per cadere di nuovo”. Ci dice poi Crepet: “Cosa fa infatti il cattivo educatore? Prende quel bicchiere e glielo porge”. Quale genitore non ha mai preso il bicchiere a suo figlio? Quanti di noi sanno resistere come la madre, citata nel libro, di Ray Charles, che osserva muta e sofferente, il bambino cieco sbattere contro le pareti disorientato, ma non fa nulla per aiutarlo? Quanti genitori di bamboccioni trentenni, quarantenni o magari cinquantenni, continuano a porgere loro un bicchiere che il figlio potrebbe prendere assai meglio di loro, solo per ribadire il proprio potere e il proprio controllo su degli adulti che avrebbero voluto eternamente fanciulli, in una sorta di sindrome di
Peter Pan rovesciata? Quanti di noi continuano a ingerire in vite che non sono nostre, ma che continuiamo a sentire come parte di noi, di cui ci sentiamo responsabili?
A volte un genitore che cerca di essere troppo presente, che impone le sue idee, la sua presenza, la sua volontà è la causa di danni gravissimi nella mente e nel comportamento del figlio, che potrà liberarsi dello spettro della figura materna o paterna solo a costo di lunghe sessioni psicoanalitiche.
Singolare anche l’attenzione dedicata dall’autore alla creatività (“il creativo è mentalmente flessibile, dunque psicologicamente labile”). La gente comune associa alla creatività e al genio una mente forte e ben sviluppata. Troppo spesso è invece esattamente l’opposto. Il genio, spesso, è qualcuno molto debole su qualche altro versante, spesso psicologico o emotivo.
Firenze, 17/06/2012
(nel caso francese soprattutto quella pubblica, da noi non vedrei differenze) stia divenendo sempre più luogo deputato alla seconda funzione, mentre la prima viene sempre più trascurata.
Il volume, prima delle appendici, si chiude con una proposta di riforma della legislazione francese volta a sostituire il limite d’età per l’obbligo scolastico a sedici anni con un obbligo a imparare a leggere e a scrivere e un’autorizzazione a studiare senza limiti d’età (studiare come diritto e non come dovere), la possibilità di stage retribuiti in azienda a partire da 15 anni, per rendere presto i giovani economicamente indipendenti dalle famiglie, valorizzare il mestiere d’insegnate, riequilibrando anche il rapporto trai sessi, possibilità di lavorare da 14 anni per chi lascia la scuola, maggiore età abbassata a sedici anni per i ragazzi e quindici per le ragazze, abolizione del carcere per i minori, depenalizzazione ma non legalizzazione delle droghe leggere, soppressione del tribunale d’Assise per i minori, possibilità di abitare a scuola, parificazione delle scuole nell’Unione Europea con introduzione di due ore di attività manuali, dagli undici anni un trimestre in altro Paese UE, da sedici anni volontariato in Africa.
che serve al nostro Paese (e non solo) per uscire da quest’assurda situazione di un’adolescenza prolungata all’infinito, con “ragazzi” di trenta e più anni che ancora vivono con i genitori e che non si assumono la responsabilità di creare una famiglia.
Abbandonare il bambino che ha da poco imparato a leggere da solo con il libro equivale a dirgli “tieni, ora hai il libro, non ti servo più io”. Il libro diviene allora oggetto nemico che lo divide dal genitore e dal suo affetto, dalla sua presenza. Andrebbe dunque evitato questo distacco, continuando la lettura ad alta voce anche in età scolare ma facendo in modo che il bambino cerchi comunque momenti per ampliare lo spazio di lettura.






