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IL TERZULTIMO PIANETA: E-BOOK GRATUITO

Carlo Menzinger - Il Terzultimo Pianeta

Carlo Menzinger – Il Terzultimo Pianeta

Ho voluto raccogliere in volumetti alcune delle poesie scritte negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre. Si tratta, però, comunque di qualcosa che ho scritto e cui sono in qualche modo affezionato. Così come raccolgo in album le fotografie, senza alcuna pretesa artistica, ho pensato di fare lo stesso con questi versi, approfittando della possibilità di avvalermi dei nuovi sistemi di auto-pubblicazione, potendo così evitare di “disturbare” un editore, che ha certo di meglio da fare. Avrei potuto, come per le foto, tenermi questi “album di versi” per me, ma ho sempre pensato che scrivere non possa essere un gesto solitario. Credo nella collaborazione tra più autori, tra scrittori e illustratori, tra scrittori e revisori e, soprattutto, tra autori e lettori. Un autore non è tale se non ha almeno un lettore. Per questi libricini, mi accontenterò di uno solo, ma questo lettore dovrà pur esserci. Renderò quindi pubblici i testi, rendendoli disponibili in rete.
Ho deciso di dividere il più possibile i versi in base all’argomento, sebbene questo sia un criterio impreciso e molte “poesie” (non amo e non oso chiamare i miei lavori così) avrebbero potuto collocarsi in raccolte diverse da quelle in cui le ho inserite.
Il Terzultimo Pianeta” è la prima di queste antologie.

Il Terzultimo Pianeta” mostra un pianeta morente, l’uomo come un virus, dalla Genesi all’Apocalisse, in versi ora rabbiosi ora ironici che parlano di vita, morte e illusione di Dio.
L’idea sarebbe di pubblicare presto anche gli altri versi, riuniti in volumi che potrebbero essere i seguenti:
La Valle dei Poeti Pallidi“L”: la scrittura, i libri e chi li scrive. Il Poeta Pallido spara gocce d’inchiostro.

• “Schiavi Part-Time”: il nostro tempo, con le sue storture e prevaricazioni. Viviamo tutti come schiavi part-time, con gran parte del nostro tempo che non ci appartiene.
“Una Pompa nel Petto”: La Pompa nel Petto è il cuore, l’organo più abusato in poesia. Si parla dell’amore, dei suoi limiti e dei suoi asteroidedolori. La Bambina Senza Blues ne è una dei protagonisti.
• “Ombre Blues”: tutti quei sentimenti che non sono l’amore. La malinconia blues, l’amicizia…
• “Ridendo Rimo” (titolo provvisorio- suggeritemene uno!): dovrebbe riunire limerick e altri versi scherzosi o satirici.
• “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”: devo ancora riordinare questa raccolta di componimenti brevi, in stile giapponese e immaginare un titolo.
Per il mio romanzo “La Bambina dei Sogni”, pubblicato nel 2012 con Lulu e IlMioLibro de La Repubblica, ho scelto la formula del copyleft:: un volume cartaceo da vendere a chi lo volesse, ma accompagnato da un ebook gratuito che sarà possibile scaricare senza spesa alcuna dal mio sito http://www.menzinger.too.it.
Intendo fare lo stesso anche con questo volume, affinché chi voglia leggere senza spendere possa farlo.

POTETE SCARICARLO GRATIS QUI: http://sites.google.com/site/menzingerbooks/home/download-il-terzultimo-pianeta

La scheda su anobii è qui:

http://www.anobii.com/books/Il_Terzultimo_Pianeta/9781291363838/01261462d0fc7a9573/

La scheda sul mio sito è qui:

http://sites.google.com/site/carlomenzinger/home-1/home/il-terzultimo-pianeta

Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie

IL FASCINO DEL LUOGO COMUNE

Kahlil Gibran - Il Profeta

Kahlil Gibran – Il Profeta

Di Gibran mi era capitato di leggere alcune massime e alcuni commenti entusiastici. Reduce così dalle letture di altri libri come “Il Piccolo Principe”, “Il Gabbiano Jonathan Livingstone”, “Candido”, “L’Alchimista” o “Il Donatore”, mi aspettavo di trovare nelle pagine de “Il Profeta” di Kahlil Gibran qualcosa di simile: un libro che nella sua semplicità sapesse essere grande e denso di contenuti, all’apparenza magari un po’ scontati, ma nella sostanza con una propria profondità.

L’esito della lettura è stato quindi deludente, innanzitutto perché siamo a mille miglia dalla letteratura. “Il Profeta” non è, infatti, un romanzo, ma neppure un’opera teatrale e anche se viene definito una raccolta di saggi poetici, di poesia non ne contiene molta e anche la saggezza dispensata mi pare spesso a buon mercato.

Il Profeta” è un monologo in cui si succedono numerosi aforismi, alcuni apprezzabili, molti interessanti, altri banali.

Si dice che con quest’opera Gibran si sia posto aldilà della religione, in particolare delle due fedi monoteiste delle nazioni in cui è vissuto, Libano e Stati Uniti d’America, toccando le radici comuni a ogni credo.

Kahlil Gibran

Kahlil Gibran

Diciamo che ha toccato temi del comune sentire e che quindi facilmente sono accolti in diverse confessioni, dalla cristiano-maronita (da cui proviene), all’islamica, fino al cattolicesimo e al buddismo.

Alcuni pensieri hanno, infatti, un certo fascino e una valenza che supera i confini delle culture locali, si pensi alle affermazioni:

Voi siete gli archi dai quali i figli vostri, viventi frecce, sono scoccati innanzi” (pag. 29).

Più profondamente scava il dolore nel vostro essere, e più è la gioia che potete contenere” (pag. 49).

In verità la brama di comodità uccide la passione dell’anima, e poi ridendo va al suo funerale” (pag. 55).

Come vorrei vedervi accogliere e sole e vento con la pelle del corpo e non con i troppi indumenti” (pag. 57).

È nello scambiarvi i doni della terra che troverete l’abbondanza e sarete appagati. Ma se lo scambio non avverrà nell’amore e nella giustizia generosa, condurrà alcuni all’ingordigia e altri alla fame” (pag. 61).

Quale pena infliggete a colui che uccide nella carne me è lui stesso ucciso nello spirito? (pag. 69).

Che dire dello zoppo che ha in odio i danzatori?” (pag. 71).

Voi parlate quando cessate di essere in pace con i vostri pensieri” (pag.95).

La vostra bontà sta tutta nella nostalgia che avete per il gigante che è in voi: ed è una nostalgia che tutti avete” (pag. 105).

Come avrei potuto vedervi se non da molto in alto  e da lontano?” (pag. 135).

Solo ieri ci incontrammo dentro un sogno” (pag. 139).

Se dopo aver letto le citazioni che ho riportato pensate che questo libro possa contenere molto di più, leggetelo, ma per quanto mi riguarda, credo che quel che “il Profeta” mi ha lasciato sia tutto contenuto in queste poche righe.

Firenze, 13/07/2011

I RICCI ALIENI VENUTI DAL PASSATO

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery è un libro stimolante ed emozionante. Credo che questo gli vada riconosciuto e vada detto subito, prima di addentrarsi in maggiori precisazioni.

La prima di queste è che per apprezzarlo bisogna accettare un presupposto: si tratta di un romanzo fantasociologico. Il genere letterario non credo esista, ma mi spiego meglio. La storia è vista da due diversi punti di vista, quello delle due protagoniste, una portinaia colta e una dodicenne iperintelligente.

Ebbene, questi due personaggi sono assolutamente poco realistici, pensano e si esprimono come dubito che nessuna portinaia (“La fenomenologia mi sfugge, e questo mi è insopportabile”, è una delle preoccupazioni di Madame Michel) e nessuna dodicenne abbiano mai pensato. Questo, però, l’autrice lo sa, lo capisce e ce lo dice subito.

La tentazione di alcuni però immagino sia quella di dire: queste caratterizzazioni sono inverosimili, dunque il libro non si regge. Penso però che sbaglierebbero a pensare così, come uno che, prendendo in mano un libro di fantascienza, esclami “perbacco, ma qui si immagina che gli alieni esistano e siano scesi sulla terra! Questo è assurdo!” e quindi chiuda il libro, accantonandolo.

Alla fantascienza ormai siamo abituati e giudicheremmo oltremodo sciocco che qualcuno ne rifiuti la lettura perché parla di mondi che non esistono. Se un libro parla di alieni non vuol dire che non parli anche di  uomini e donne e che non abbia più “profondità” (sempre che questa sia un pregio!) di altri libri che non lo fanno. Occorre accettare la premessa fantastica.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Allo stesso modo dobbiamo accettare che Muriel Barbery ci parli di una portinaia che legge Tolstoj, ascolta Mozart, ama la pittura olandese e degusta il sashimi e di una dodicenne che riflette sui Movimenti delle cose e delle persone e fa riflessioni da laureata in filosofia (come è l’autrice).

Accettiamo queste due extraterrestri e caliamoci nel loro mondo. Sarà ovviamente un mondo alieno, pieno di cultura e di riflessioni. Calandoci, scopriremo che è anche un mondo umano, ricco di sentimenti e emozioni . Del resto anche Muriel Barbery ammette, per bocca della piccola Pandora, che “molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima.

Riccio

Se ci lasceremo trasportare, allora tutte le citazioni e riferimenti colti che ci offre la Barbery non ci indisporranno come un gioco saccente, ma ci culleranno e ci stimoleranno, ci spingeranno a voler leggere Anna Karenina (se per caso non l’abbiamo ancora fatto), a imparare il Go, a scoprire i manga, a conoscere qualcosa di più della pittura olandese, a guardare Tokyo-Ga di Wenders o i film giapponesi di Otzu, a leggere gli haiku (l’autrice parla di “hokku”, i tre versi iniziali di una poesia giapponese, quelli che ne contengono il senso,  e da cui poi nascerà l’haiku).

Per questo è un libro stimolante.

Se poi sapremo apprezzare l’amore per la vita delle protagoniste (sebbene una sia un’aspirante suicida!), la loro ricerca di un senso nelle cose, il loro desiderio di Bellezza, la loro difficoltà di rapportarsi con un mondo che credono non possa capirle, per il loro essere così diverse dai canoni cui dovrebbero appartenere (la portinaia zotica e ignorante e la bambina allegra e superficiale che non sono), staremo entrando nello spirito del libro.

Nel leggerlo mi sono poi posto un quesito: sto leggendo un libro moderno?

Direi che ha una sua originalità, che deriva proprio dalla anomala caratterizzazione dei personaggi, ma se penso a quanti riferimenti ci sono alla cultura antica e a quanto ha scritto Baricco sui Barbari, sulla fine della “profondità” e sulla cultura che trova la propria ricchezza in “superficie”, allora mi viene fortemente da dubitare che lo sia. È soprattutto questo insistere della dodicenne sulla “profondità” (in decisa controtendenza rispetto alle sue coetanee) che mi fa dubitare. La nostra è un’epoca di relazioni (non il tempo del “riccio” che si chiude in se stesso). La cultura non è più ricerca del senso, ma ricerca delle relazioni, dei rapporti tra le cose. Questo la Barbery sembra ignorarlo. La portinaia iperistruita che non comunica le proprie conoscenze (se non alla fine) e la ragazzina iperintelligente che reprime le proprie capacità per non sembrare “strana” sono davvero antimoderne.

Poco male. Vorrà dire che questo sarà uno degli ultimi buoni libri del XX secolo, anche se è stato scritto in questo terzo millennio.

Muriel Barbery

Del resto ha il merito di fare interessanti osservazioni come:

La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno”. Sembra un concetto banale, ma, come scopre la protagonista più giovane, ci si può anche muovere a prescindere. C’è allora un’arte del movimento. Qualcosa che l’arte figurativa da sempre cerca di cogliere. È un’importante sottolineatura. Il suo corollario è espresso poco più avanti: “La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso.

E che dire di riflessioni sull’importanza dei nomi buttate lì con frasi come “la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome” o sulla prevalenza delle capacità relazionali e oratorie che portano alla considerazione che “gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare”. E qui si esprime la paura baricchiana dell’Antico per il Nuovo Barbaro! Siamo entrati in un’epoca in cui la forza fisica non basta più per dominare. È più importante la capacità di creare consensi, di trasmettere messaggi, di fare rete.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Anche la nostra portinaia, però ha sprazzi di filosofica modernità quando si interroga pensando “la contaminazione tra le mie aspirazioni alla cultura legittima e la propensione alla cultura illegittima non è un marchio imputabile alla mia bassa estrazione e al mio accesso solitario ai lumi della mente, bensì una caratteristica delle odierne classi intellettuali dominanti”: il cinema, la musica leggera, i murales, il web fanno cultura come (e ormai di più) delle Università e delle Accademie (“Mi domando perché l’università si ostini a insegnare i princìpi narrativi a colpi di Propp, Greimas o altre torture simili invece di investire in una sala di proiezione”).

Eppure Madame Michel continua ad essere legata fortemente alla vecchia cultura. Adora persino la grammatica, cui l’autrice dedica persino uno dei suoi haiku:

La grammatica

lo stadio di coscienza

che porta al bello”.

Questo perché “Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase”, come pensa la portinaia.

Parole sante, che sottoscrivo, ma non certo moderne.

Questi due “ricci” sono esseri antichi che cercano il contatto umano e che lo troveranno grazie a un altro alieno (in senso geografico, questa volta), un giapponese comparso nel loro condominio di ricchi francesi (“per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre”), quasi a testimoniare l’incapacità dell’Occidente di creare rapporti umani del vecchio tipo (del resto i rapporti virtuali qui non compaiono: nessuna delle due naviga nel web, chatta o fa parte di community).

Riccio

Sono due “ricci” che alla totalità, all’universalità delle cose preferiscono la delicata finezza delle piccole cose (“una camelia può cambiare il destino”), il senso dell’haiku: un particolare ha in sé l’universo.

Forse proprio per questo ci suscitano simpatia: sono due aliene venute da un passato ormai morto ma cui siamo ancora fortemente e romanticamente legati. In fondo questa loro grande cultura e intelligenza, ci fanno piacere, ci rincuorano, ci parlano di un mondo migliore che forse non esiste più, che forse non è mai esistito. Come una bella favola pre-moderna.

P.S. E’ il primo libro che ho letto in e-book (sul PC, perchè ancora non avevo un e-reader).

Firenze, 27/08/2010

HAIKU DALLE ORIGINI AD OGGI

Anni fa, quando, scoprii gli haiku e rimasi affascinatopittura giapponese  dalla loro profondissima semplicità, cercai di capire quali ne fossero le caratteristiche fondamentali e le individuai in questa breve descrizione, che già allora mi parve una forte semplificazione, ma comunque sufficiente per un neofita.
Un haiku è un brevissimo ma intensissimo componimento poetico giapponese.
Una regola che sarebbe fondamentale rispettare, qualora si volessero scrivere haiku è che la poesia sia di tre versi, di complessive 17 sillabe (5-7-5 sillabe ciascuno).

Alcuni autori importanti, però, come Hosai e Hekigodo, non ritengono la regola fondamentale.
Oltre a ciò sarebbe bene riuscire ad includere il kigo, cioè il riferimento a una delle quattro stagioni dell’anno.
I due principali approcci mi pare siano:

  • presentare il tema della composizione in un verso, sviluppandolo negli altri due;
  • presentare due temi che possono essere in armonia o in contrasto.

Credo si possa anche usarne un terzo: presentare il tema nei primi due versi e ribaltarlo o farlo “esplodere” nel terzo (di fatto è un sottocaso del secondo).
 
La terza regola dovrebbe essere quella di inserire i quattro elementi (ma ci accontentiamo anche di un paio, no?) chiamati sabi, wabi, mono no aware, yugen.
Cosa sono?
L'haiku è un kata, cioè una via, con propri percorsi e specifiche caratteristiche.
Dentro il kata dell'haiku c'è il naturalismo lirico dell'animo giapponese, ma anche il furyu, ovvero"il gusto proprio dello zen nella sua percezione dei momenti senza calcolo della vita", nel quale sono ravvisabili, come elementi strutturali,"quattro stati d'animo fondamentali": sabi, wabi, mono no aware, yugen, tra loro strettamente legati, separati solo da sfumature sottili.
 
Sabi = quieta, intensa solitudine (ma non c'è tristezza in essa, bensì un non attaccamento, una non sovrapposizione del proprio ego agli eventi).
Wabi= il rivelarsi dell'inatteso e profondo senso dell'essere dei gesti più modesti, di ogni piccolo evento.
Aware  = il momento del rimpianto e della nostalgia, il senso della transitorietà del tempo e del dileguarsi del mondo però, non è sofferenza cieca, e non va confusa con un senso irreparabile di perdita.
Yugen= il mistero, l'ineffabile, l'inafferrabile.
 
Il pregio di “
Haiku” (Pillole BUR- RCS Libri), il volume curato con sobrietà orientale da Leonardo Vittorio Arena, è di mostrarci una carrellata dei principali autori (giapponesi) di haiku, dalla nascita di questo genere nel XVII secolo con Onitsura e, soprattutto, con Basho, fino alla metà del XX secolo con Kakyo e Bosha. Di ciascuno si possono leggere alcune poesie in giapponese con testo a fronte in italiano e una brevissima biografia.
  
  pittura giapponese Nella breve introduzione non si fa riferimento a sabi, wabi e mono no aware ma solo allo yugen, che ci viene spiegato essere un termine composto da due caratteri yu egen, il primo significa “vago”, “confiuso”, “nebbioso”, il secondo “occulto”, “misterioso”, “oscuro” e yugen potrebbe quindi essere tradotto come “profondità misteriosa”.
Il termine si riferisce  al carattere stesso della realtà, a una semplicità naturale che non sarà mai colta, finché la si cercherà attraverso la razionalità occidentale. Chi si riferisce allo yugen, scrive Suzuki, non perde di vista la concretezza della vita quotidiana.
Dalla prefazione apprendiamo poi anche che la struttura di 17 sillabe deriva da quella di altre due forme poetiche giapponesi, il waka e il renga. Il primo ha un a struttura di 5 versi, l’altro una sequenza reiterata di 5, 7, 5, 7, 7 sillabe per verso. Il renga era una correlazione di waka, con la differenza che due sequenze consecutive non potevano essere composte dalla stessa persona.
I primi tre versi del renga portarono all’haiku.
L’espressività dell’haiku, scrive Arena, è lapidaria. L’haiku non sintetizza una marea di espressioni, ma traduce quel momento e quella impressione nell’immediatezza dell’attimo.
Il più grave errore che possa fare un lettore leggendo queste poesie è quello di credere che siano banali: ogni haiku nasce (o dovrebbe nascere) da una profonda percezione della vita.
 
E ora qualche esempio preso da quest’antologia: 
 

Nella rugiada del mattino
Si rinfresca, sporcandosi,
un melone tra il fango.

(Basho)
 Haiku - a cura di Arena 

Ammalandosi, in viaggio,
i sogni vagano, sospesi
in una landa desolata

(Basho)
 

Ancora vivo,
e il viaggio è finito!
Sera d’autunno.

(Basho)
 

I fiori sono stupendi
E ignorano
Che sono vecchia

(Chigetsu)
 

Farfalle –
Sul cammino di una fanciulla,
davanti e dietro di lei.

(Chiyo Jo)
 

Che splendida luna!
La guardo da solo
E vado a letto

(Hosai)
 

Il serpente che muore:
lì vicino
i bimbi che parlano.

(Hosha)
 
Firenze, 09/07/09 

 

TRE NUOVI AUTORI

 

 
 SENZA… ESITAZIONE
 
Senza ritorno - Stefano CafaggiÈ sempre un piacere scoprire un nuovo autore di talento nel grande mare di nuovi scrittori che popola il web.
Quando la lettura procede spedita e gradevole è già un bel risultato e se si riesce a chiudere il libro senza il rimpianto per averlo cominciato è sempre un bel risultato, segno che l’autore in qualche modo con le parole ci sa fare e che è capace di raccontare una storia che ci trascina e ci porta con sé.
Questo è senza dubbio il caso di “Senza ritorno”, il primo romanzo pubblicato da Stefano Cafaggi (Robin Edizioni), genovese classe 1970, trapiantato a Milano.
Il volume è stato inserito nella collana “I luoghi del delitto”, a testimoniare il genere cui dovrebbe appartenere: un giallo d’ambientazione. Pur essendo una lettura piacevole, per fortuna (dato che non amo molto il genere), mi pare che questa storia appartenga poco alla categoria.
Il luogo del delitto è Milano e ogni tanto la città compare

Milano 7 Aprile 2010 Castello Sforzesco - Foto Carlo Menzinger

come sfondo alle vicende, ma credo che se l’ambientazione fosse stata in un’altra città, poco sarebbe cambiato. Quanto ad essere un giallo, anche qui ho qualche dubbio, dato che il delitto c’è ma l’omicida è, per il lettore, quasi certo fin dall’inizio, e, semplicemente, non si trova. A svolgere le indagini è il principale sospettato, che non somiglia certo a Sherlock Holmes e neppure al Tenente Colombo, ma è piuttosto un uomo allo sbando che in quest’indagine un po’ casuale ritrova il senso della propria vita, l’amicizia e, forse, persino l’amore, che gli era stato strappato tempo prima.
Più che di un giallo si tratta della storia di un uomo che sta ricostruendo la propria vita, grazie al forte stimolo del delitto in cui si è trovato incautamente e involontariamente invischiato.
A fargli compagnia ci sono un corpulento negro filosofo, un dongiovanni soprannominato Il Vampiro e un cane dalla lingua inquieta. Un simpatico gruppetto cui si contrappongo antagonisti altrettanto ben delineati. E la simpatia in queste pagine non manca, è questa a piegarci più volte al sorriso, a rendere più leggere queste 212 pagine.
Insomma, un libro da leggere, senza… esitazione.

STRANE ASSOCIAZIONI
 
Strane idee - Francesco Brunetti  e Guido De MarchiLeggere il libro di poesie di Francesco Brunetti Strane idee” (Edizioni Liberodiscrivere) subito dopo i racconti di Lovecraft (“Il Guardiano dei Sogni”), come è capitato a me, fa uno strano effetto. Sebbene siano scritture assai diverse l’una dall’altra, per un attimo mi è quasi parso di continuare a leggere lo stesso libro, non per nulla il sottotitolo di “Strane idee” è “sull’inizio e sulle cose del mondo”. Le prime pagine ci parlano infatti addirittura della creazione del mondo. Se Lovecraft ci descrive mondi antichissimi, fantasiosi e oscuri, quando Brunetti esordisce con le parole “Al principio era il buio e il buio non conosceva la luce e quando esplose la luce solo triliardi di fotoni ne furono testimoni” mi è parso davvero di essere ancora sospeso tra i Ghoul, i Ghast e gli Shantak degli universi di  lovecraftiana invenzione.
Appare però subito evidente che il mondo di sogno creato da Brunetti sia cosa assai diversa, in cui la luce ha un suo ruolo anche se “Il buio e la luce non si conobbero fino a quando non nacque la prima ombra, figlia di un pensiero così denso da separare il buio dalla luce”.
Se la Bibbia c’insegna un certo ordine nella Creazione, Brunetti un poco l’ignora ed ecco che dal caos primevo Francesco Brunettiemerge non un uomo, ma una donna, anzi una donna-bambina che “cantava, rideva e profumava facendo una strana mossa col fianco, la camicetta sbottonata sul davanti come per gioco”. È nato dunque un mondo in cui domina lo spirito femminino e Guido De MarchiFrancesco Brunetti ci trascina non trai cupi mostri infernali di Lovecraft ma in un arioso vorticare di versi e frasi, di luci e immagini, immagini che nascono dai versi ma anche immagini che nascono dall’esperta mano di Guido De Marchi (che è anche uno degli ottimi illustratori della galery novelIl Settimo Plenilunio”, edita da Liberodiscrivere) i cui disegni accompagnano con maestria lo sviluppo del volume, descrivendo il nascere di questo universo, il femminile e il maschile che si avvicinano e scoprono assieme il mondo, un mondo in cui l’amore è importante e si esprime anche in “due occhi che non ci appartengono o che non ci appartengono più perché abbiamo dimenticato di nutrirli d’amore”.
Ma ecco che nel procedere con la lettura ritrovo passaggi che, inevitabilmente, mi riportano alla precedente lettura, anche se parlano di luoghi reali: 
Al porto fantastico di Valparaiso
scarichiamo una stiva
con datteri e sabbia dorata del Nilo,
piramidi e sfingi
e Zahi Hauass.
Vendiamo la storia su metri di stoffa
pregiata,
i conquistadores e il grande Atahualpa
…”.
La poesia che ho amato di più è stato il bel ritratto di Lola “ballerina di flamenco, scuola di danza mai iniziata, cominciò prima la vita” con quella sua rabbiosa vitalità tradita.
Accoppiata efficace, dunque, questa di Brunetti e De Marchi, che già avevo gustato nel loro “L’ombra del verso”, sempre edita da Liberodiscrivere, una delle più vivaci case editrici italiane).

 IL DIO DEI RACCONTI DI LITTERIO
 
Il Dio del Jazz è nato in Alabama - Natalfrancesco LitterioNel leggere la snella raccolta di racconti intitolata “Il Dio del jazz è nato in Alabama”, innanzitutto mi coglie un dubbio: l’autore si chiama Natalfrancesco Litterio, ma qual è il nome e quale il cognome? Si accettano ipotesi.
Dopo aver rinunciato a chiarire il quesito, mi sono lasciato trascinare dai nove racconti che compongono questo volumetto di 54 pagine edito da Runde Taarn, susseguendosi con allegra e fresca leggerezza, quasi al ritmo di qualche canzone, come suggerirebbe il titolo di uno di questi, ripreso come titolo del volume.
Parlare di ciascun racconto comporterebbe di scrivere un commento forse più lungo del libro stesso, ma vorrei lasciare qualche veloce pennellata per rendere l’idea di ciascuno, perché parlare di una silloge nel suo complesso rischia di farci rimanere sul generico.
Eccoli qua:

  1. Diario di un aspirante suicida: la storia e le riflessioni di un pazzo intelligente in manicomio.Jazzista
  2. Eclissi: un racconto pungente sulla potenza dell’amore, che sfida anche la morte.
  3. Il Dio del Jazz è nato in Alabama: una storia densa e forte che ricorda la letteratura americana di un secolo fa, mostrandoci una delle facce del dolore. In effetti, il racconto migliore, per me.
  4. La lunga notte della maratona elettorale: le contraddizioni di questa nostra Italia “divisa a metà”.
  5. Le anime perse di Villa Borghese: un occhio attento (e particolare) su un piccolo spaccato di umanità.
  6. Per una lacrima: una strana, esile, favola sulle emozioni.
  7. Racconto d’inverno: un quadretto circolare, in cui tutto sembra cristallizzato.
  8. Storiella amorale: disquisizioni un po’ strambe e un po’ filosofiche di tre folletti dai nomi allusivi. Quello che mi ha convinto meno.
  9. La cattiva strada: la bella storia di un amore mancato.

Insomma, un’oretta di piacevole lettura. Aspettiamo ora l’autore alla prova con un romanzo, dove mi sembra che potrebbe dar buona prova di sé.

Tre libri letti quest'estate

L’AMORE SECONDO GIOVANNI FRENDA
 
Ho visto l’amore vicino da poterlo toccare” (Edizioni Simple) di Giovanni Frenda non è certo un metaromanzo ma, un po’ come un metaromanzo, è costruito come una matrjoska: una storia dentro un’altra storia.
Il titolo non inganna e il vero protagonista di questo snello libricino di 107 pagine è proprio l’amore.
Il personaggio principale è un certo Luca che durante un volo in aereo conosce una ragazza e ritrova con lei la scintilla dell’amore che aveva perso e di cui, a lei, parla ragazza e aereoraccontandole la sua strana vicenda di un amore nato da un equivoco sul destinatario di alcuni SMS e morto per un altro equivoco.
Storia dunque tutta moderna, in cui l’amore si avvale dei moderni sistemi di comunicazione, con tutti i loro pro e i loro contro. Storia di emozioni e di sentimenti. Storia di un forte bisogno di affetto (questa mi pare, infatti, la natura dell’amore qui descritto).
Storia scorrevole, piacevole e che si legge tutta d’un fiato, scritta da una penna (o forse dalla tastiera di un cellulare!) assai felice e sensibile.
Dello stesso autore l’editore Sovera Multimediale ha pubblicato anche la raccolta “Racconti del cuore”.
Sono curioso di poterlo vedere presto all’opera su un romanzo più articolato.
 
UNA POETESSA LIGURE
 
Ho conosciuto la poetessa genovese Gianna Maria Campanella nel Laboratorio di Scrittura di Liberodiscrivere, interessante fucina creativa, e ho poi avuto il piacere di averla tra gli autori dell’antologia da me curata “Ucronie per il terzo millennio” cui ha partecipato con un interpretazione allostorica del mito di Atlantide. In occasione delle presentazioni del libro ho anche avuto modo di incontrarla.
Era tempo che mi ripromettevo di leggere qualcosa di organico prodotto da quest’autrice di cui avevo letto già spesso alcuni versi nel citato Laboratorio. Ho così finalmente potuto leggere la silloge “Errante tra Amore, Eros e Thanatos” (Studio 64 Edizioni, casa connessa a Liberodiscrivere).
La raccolta è un succedersi di quadri in cui la luce pervade ogni cosa e esalta Eros e Thanatosuna grande abbondanza di colori (“vele nella luce bianca”, “in magico tappeto dai vividi colori”, “abbagliata da luce psichedelica di ipnotico sguardo in azzurrità liquefacente”, “al tenue chiarore della sera”, “calici iridescenti di fiori”, “e cerco tra gli stracci una reliquia di lume”, “azzurro di cielo ad aprire portali di luce” e così via).
L’atmosfera ha spesso il fascino dei sapori, dei luoghi e dei suoni antichi (“scosto il velo della portantina dorata e sorrido”, “al tavolo intarsiato”) o esotici (“sotto una tenda di foggia turca lo sguardo senza veli di una donna straniera”, “in questo tempo seminato in disperse carovane di cammelli gravidi”). Leggendo penso ai dipinti di Turner, con le sue luci permeanti, di Morris o dei pre-raffaelliti.
Trai versi che più mi hanno colpito quelli de “Il canto del ritorno”: “a raccogliermi pasta/ di pane in briciole/ nei palmi delle tue mani/ sfogliata su un letto/ raffazzonato di baci/ e di tocchi di orologi”; o quelli dell’intensissima “In resa di sfinimento estremo*”: La lezione che non ho mai voluto/ imparare dalla vita l’apprendo/ padre dalla tua resa infinta/ a un’agonia feroce”.
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Da thriller a storia d’amore, andata e ritorno
 
Devo innanzitutto complimentarmi per la scelta del titolo di questo romanzo di Lorenzo FusoniL’ombra del lupo”: lo trovo infatti assai attrattivo. Si aggiunga a ciò una copertina semplice ma bella, con questo ritratto di bambino in bianco e nero che evoca pensieri infantili e paure recondite e una quarta di copertina che incuriosisce con frasi come “L’OMBRA DEL LUPO, così si chiamava l’insieme di idee, pensieri e inquietudini che creavano in lui quell’estenuante stato d’angoscia: eraCappuccetto rosso e il lupo questa un’immagine legata alla sua primissima infanzia…” o “Supponiamo che tutte le paure, le insicurezze e le angosce di una persona si incarnino in un’unica immagine. Certo sarebbe una visione terrificante.”
La voglia di leggere, a questo punto è tanta e siamo già pronti a calarci in un thriller psicologico angosciante e spaventoso.
L’incipit ci porta in questa direzione e qualcosa di questo c’è anche nel finale, in cui il soprannaturale ritrova il suo spazio. Dopo poche pagine il romanzo assume invece la fisionomia di  una storia d’amore, una storia finita, in cui a farne le spese, come spesso accade, è una bambina. Una storia che un evento drammatico fa trasformare in un giallo, con tanto di investigatore e interrogatori, in cui le ragioni della morte di uno dei personaggi sono il vero mistero. E il giallo si tinge poi di nero, coperto dall’angosciante ombra del lupo, che, annunciata all’inizio del romanzo, torna a fare la sua parte nel finale.
Il libro è edito da “Edizioni Creativa”, che come altri piccoli editori sembra non essere tra quelli disposti o in grado di investire nell’editing, che infatti lascia piuttosto a desiderare, con refusi e ripetizioni di parole che si sarebbero facilmente potute evitare.

Tre romanzi da non perdere

LA MANCATA UCRONIA DI BASTASI
 
La fossa comune  di Alessandro BastasiTra gli autori più segnalati in rete, su aNobii, ho trovato Alessandro Bastasi. Incuriosito da tanto apprezzamento, ho voluto conoscerlo, leggendo qualcosa di suo e ho avuto piena conferma del suo talento.
La fossa comune è un bel romanzo scritto da Alessandro Bastasi ed edito da 0111 Edizioni.
Si tratta di una storia intensa e ricca, che descrive le vicissitudini di un italiano nella Russia di Eltsin. Attenta è la ricostruzione storico, politica, culturale dell’ex URSS, uscita dalla Perestroika gorbachoviana.
Il protagonista nutre un odio profondo verso il nuovo leader russo e giunge al punto di programmarne l’uccisione. Se Bastasi l’avesse lasciato fare, saremmo entrati in un’interessante ucronia, che certo meriterebbe d’esser scritta. L’autore invece, all’ultimo, ferma la mano del protagonista e ne nasce un altro genere di racconto. A Bastasi non intereAlessandro Bastasissa descrivere i “se della Storia”. A quest’autore interessa di più mostrarci che due dei personaggi, Gorbachov ed Eltsin, che spesso in Occidente, sono visti come i salvatori della Russia, invece, hanno contribuito ad affossare quel Paese. Visione che forse non tutti potranno condividere, ma leggendo queste pagine, difficilmente si potrebbe non porsi il dubbio se quegli anni siano davvero stati un bene per la grande nazione euroasiatica o piuttosto solo un tentativo, non brillante, di reagire alla perdita della Guerra Fredda.
Il romanzo di Bastasi è dunque una storia che si muove, con disinvoltura e precisione, dentro la Storia (quella con la “S” maiuscola”) ma è anche la vicenda di un uomo, il protagonista, Vittorio Ronca, disegnato con profondità e intensità. Vittorio è un uomo che vorrebbe poter fare qualcosa di grande, di importante, e che mal si adatta ai lavori che di volta in intraprende, seppur all’inBoris Eltsinizio con successo. Questo suo desiderio lo porta persino a bruciare le proprie relazioni sentimentali, a lasciar andare in malora la propria carriera. Sarà soprattutto per questo desiderio che accetterà di uccidere Eltsin, pur essendo consapevole che un simile omicidio avrebbe cambiato ben poco e che altri simili a Eltisn ne avrebbero preso il posto. Pur vedendo la Storia come un processo immodificabile, sente il forte desiderio di prendervi parte.
E sarà questo desiderio, in un impulso poco ragionato, a portarlo alla “fossa comune”.
Questo è, dunque, un romanzo importante, interessante, ragionato, ben costruito e ben scritto.
Un appunto lo farei solo alla casa editrice: la sovracopertina è ingestibile (si stacca dal libro) e sotto abbiamo solo una copertina completamente bianca. Anche l’attaccatura dei fogli non è delle migliori. Bastasi meriterebbe un’edizione migliore!
 
 
 
  
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IL CANTO DI DUE POETI
 

Beatrice di Paolo CiampiLeggere “Beatrice” di Paolo Ciampi (Edizioni Polistampa) è scoprire in un colpo solo due poeti: la poetessa estemporanea Beatrice Bugelli di Pian degli Ontani e l’autore Paolo Ciampi, che di lei ci parla.

In questo libro Paolo Ciampi fa narrare alla stessa Beatrice la propria vita, ed è storia vera, non inventata, come reale fu Beatrice, questa poetessa analfabeta la cui vita ha attraversato tutto il XIX secolo e i cui versi, creati all’impronta, hanno raggiunto una fama che ha varcato i confini nazionali.

È grazie a poeti come lei che la Poesia è nata, nei tempi antichi, quando non era ancora materia da letterati ma semplice “canto”, quando la poesia serviva a liberare l’animo dai suoi pesi, a dare voce alla meraviglia per le bellezze del creato, a narrare gesta di Dei e eroi. La poesia di Beatrice è quella dei cantastorie che, sino ai tempi di Omero, erano i soli portatori di quest’arte, i cui versi ripetevano generazione dopo generazione, sempre mutandoli, ora di più, ora di meno.

Beatrice era una di quei poeti che mettevano nell’arte una maggior dose di sé che non altri, era una poetessa che metteva la vita e la gioia nei suoi canti.

Paolo è un poeta che, esprimendosi in una narrativa appassionata, ci restituisce quella poesia Paolo Ciampischietta e sincera, onesta e vera, come la bocca da cui sgorgava.

Quella che ci narra è una bella storia di vita di montagna, che si snoda su monti che anch’io ho imparato ad amare, il bell’appennino pistoiese, Pian di Novello, Pian degli Ontani, il Libro Aperto. Il Libro La doganaccia vista da Pian degli OntaniAperto (nome che in realtà pare essere una deformazione popolare di “Libero et Patri”, ovvero il Monte di Bacco e Giove) sulle cui pagine di pietra solamente sono scritte, con lettere d’aria, le poesie dei “poeti-pastori” dell’Appennino. Un Libro Aperto che tutti i versi accoglie e nessuno trattiene.

Ma Beatrice fu scoperta da alcuni studiosi di poesia popolare e alcuni dei suoi versi non si sono persi e sono giunti fino a noi, mentre lei stessa ha avuto l’onore di scendere in città e di rivolgere la parola persino al re. Ultimo in ordine di tempo, ma non certo in abilità e passione, a parlarci di lei è Paolo Ciampi, giornalista e scrittore fiorentino, che in questo libro, che non è una biografia ma un romanzo, meglio che con qualsiasi trattato, ha saputo renderci, io credo, lo spirito vivace di questa poetessa montana.

Un libro delicato e pieno, da leggere e conservare.

Un autore, anzi due, da scoprire.

 

 

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IL ROMANCE DI BARBARA RISOLI
 
Il veleno del cuore di Barbara RisoliConfesso che i romanzi sentimentali, seppur d’ambientazione storica, non rientrano abitualmente tra le mie letture, per cui mi trovo un po’ in difficoltà nel valutare il bel romanzo di Barbara RisoliIl veleno del cuore” (0111 Edizioni). Il volume è collocato in una collana che si chiama “Gli inediti – Sentimentale” e questo già lo identifica in qualche modo. Mi era già capitato di sentir parlare di romance e mi sono dunque, innanzitutto, chiesto se la definizione potesse corrispondere a questa storia. Leggo su Wikipedia che “se in italiano, il termine romanzo si riferisce a qualunque narrazione lunga in prosa, in inglese romance sta ad indicare le forme narrative di carattere eroico-mitiche tendenti all'allegoria e in cui si presentano elementi di fantastico, mentre le narrazioni in cui la rappresentazione della vita e la cornice sociale sono realistiche vengono indicate con il termine novel.” Dunque dovrei dire che questo libro è una “novel” e non un “romance”, almeno secondo il modo di definirlo inglese. In italiano però mi pare sia più comune dire che “il romance ha per definizione una storia d’amore in primo piano”, che “si sviluppa in un contesto storico, un'ambientazione precisa, ricchissima di particolari sulla vita nei secoli che ci hanno preceduti”.
In tal senso allora “Il veleno del cuore” sarebbe proprio un romance. Devo dire però di non esser riuscito a trovare una definizione “ufficiale” del genere letterario (suggeritemene una).
La trama, piuttosto ben costruita, narra la difficoltà di un amore che stenta a nascere, tra due personaggi apparentemente distanti e diversi ma intimamente vicini e simili: la figlia di un Conte e un ladro che diverrà anche un assassino.
La maggior difficoltà di questo amore deriva, nella prima parte, dall’incomprensione reciproca e dall’orgoglio dei due, che stentano a avvicinarsi e, nella seconda parte, da eventi esterni ma non del tutto esogeni, in quanto generati proprio dal comportamento passionale e piuttosto irresponsabile dei protagonisti.
Accanto a loro si muovono soprattutto altri due personaggi, che ne fanno da contraltare: una serva e il padre di lei, che della serva si innamorerà.
Una struttura, dunque, precisa e lineare, delineata in un mondo che vede sullo sfondo l’imminente inizio della Rivoluzione Francese.
Direi che questo però è assai più romanzo sentimentale che non storico, perché gli eventi storici sono solo una cornice sottile che potrebbe essere mutata agevolmente, senza danneggiare il quadro all’interno. Lo stesso si potrebbe dire dell’ambientazione geografica, dato che della Bretagna l’autrice nulla ci dice oltre i nomi di due o tre località (Saint- Malò, in particolare). Eppure sia il periodo storico che gli splendidi paesaggi non vengono approfonditi, perché in realtà tutto quello che sembrerebbe interessare all’autrice sembra sia più che altro avere a disposizione un’epoca di forti differenze sociali, un po’ violenta e, soprattutto, un periodo che abbia in sé un certo romanticismo.
In questo romanzo quello che conta è il sottile gioco delle parti tra la gelida Eufrasia e il Barbara RIsolifurfantesco Venanzio, i loro trucchi, le loro trasformazioni e camuffamenti, il loro diventare e fingersi rispettivamente La Vedova Zoraide e il Duca Rues, le loro emozioni e tentennamenti, il loro difficile cammino verso l’amore e, infine, verso un impossibile matrimonio.
Chi ama le storie sentimentali può certo leggere “Il veleno del cuore” ed appassionarsi alla vitalità dei suoi protagonisti, alle pulsazioni dei loro cuori. Il libro è, infatti, piacevole e ben scritto.
Per quanto riguarda l’editore, 0111 Edizioni è lo stesso editore di Bastasi, di cui ho parlato poco sopra, per il quale già avevo notato la poco pratica copertina mobile e l’impaginazione con incollatura troppo stretta che rende difficile l’apertura del volume, caratteristiche che ritrovo anche qui. Noto, inoltre, che questo, come la maggior parte dei piccoli editori, non dedica risorse all’editing dei libri e il risultato è la presenza di una buona quantità di refusi, che avrebbero potuto essere facilmente evitati.

 

Ho compiuto vent'anni

Viaggio intorno allo specchio - Carlo MenzingerIn questo blog parlo spesso oltre che dei libri che ho letto anche di quelli che ho scritto, ma in genere mi soffermo su quelli più recenti.

Oggi però vorrei parlarvi di un anniversario.

In questi giorni ho compiuto vent’anni.

Sì, per gamba, direte voi, e in effetti avreste ragione, ma non mi riferisco all’età anagrafica bensì a quella come autore "edito".

Nel febbraio del 1989, infatti Gabrieli Editore pubblicava il mio primo libro e nei primi giorni di marzo, direi, lo avevo tra le mie mani. Vent’anni fa! 

Non è un volume di cui sia mai andato orgoglioso, innanzitutto per come fu maltrattato dall’editore che lo illustrò a modo suo, taglio metà delle poesie (senza un criterio alcuno, eliminando quelle della seconda parte, trasformando quello che voleva essere un "percorso" in un’accozzaglia di versi), modificò il titolo (riportandoci persino un errore d’ortografia) e, soprattutto, non mantenne le promesse in termini di promozione e distribuzione.

L’esperienza fu sufficiente a tenermi lontano dagli editori ancora per un bel pezzo, fino a scoprire un editore decisamente migliore in Antonello Cassan e in Liberodiscrivere, che mi hanno ridato la voglia di pubblicare.

Questo mio primo libro è una raccolta di poesie e si intitola "Viaggio intorno allo specchio".

Contiene alcune poesie "giovanili" scritte dal 1982 al 1987 (ma sono state scritte soprattutto nel 1983 e nel 1984).

Il volume si apre con questi versi:

NARCISO SI SPECCHIA
 

Sono una stella che uccide la notte

e tu no, non puoi salvarla.
Sono Narciso che si specchia nel lago
e tu no, non puoi impedirlo.
Sono un alto biondissimo mago
che cammina sulla punta delle stelle
silente
e non prova dolore.
Sono la pioggia che casca e t’inonda il viso
e tu no, non puoi rialzarla.

Narciso - Caravaggio

Sono una danza che ti prende
e ti porta lontano
e tu no, non puoi dirle di no

e volteggi sul prato di fresco rasato
che ne senti l’odore nel naso,
che ne senti la frescura nei piedi.
Sono la notte da me stesso assassinata
e tu no, non puoi darmi la mano
mentre muoio e mi dolgo piano.
Sono il lago che la

mia immagine riflette

e tu no, non puoi fermare il mio sguardo
che nel mio occhio infinitamente si getta.
Sono il tuo viso
e t’amo perché sono Narciso
e sono la vita e sono la morte
e sono me stesso,
ognora e per sempre,
sebbene diviso, sebbene confuso.
Sono io e sono la vita.
 
(Roma 20.3.86)
 

Ci sono, tra gli altri, anche dei versi che avrei voluto veder pubblicati accanto al dipinto di Chagall che li aveva ispirati. Nel volume però non fu possibile.
Vorrei farlo ora, ma l’immagine che ho trovato, sebbene simile a quella che ricordavo, è ambientata a Parigi e non a Venezia. Chi mi aiuta a ritrovarla? Era qualcosa a metà tra le due che ho riportato sotto.
 

GLI INNAMORATI NEL CIELO
 
Gli innamorati nel cielo di Venezia

Marc Chagall

sono un’anima lunga
uno spirito solo non solitario
librato da antico reliquario
in un’aura che d’azzurro si tinga
e tutto nel sogno confonda
tra luci sottili
quali pensieri scomposti
nati dal corpo e dal cuore
o da qualche tempio segreto
celato nel profondo dell’uomo.
Ragione e moto,
pulsione
emozione,
trazione…
Nel cielo lunare librati
come un mazzo di fiori dissolto Marc Chagall
ondeggiante nel vento
variopinto di notte
esotica e astrale
inumana e quasi divina
baciata da piccola luna
per un amore rituale.
 
(Roma, 11.9.84)
 

Alcune letture recenti

Mi sono reso conto di essere rimasto terribilmente indietro nel riportare sul blog i commenti agli ultimi libri letti. Cerco di porre rimedio con questo post "collettivo", in cui parlo di vari lavori interessanti.
* * * *
GIOVANNA E LA TEMPESTA VERTICALE
 
Giovanna e la tempesta verticale di Giulia GhiniGiovanna e la tempesta verticale” è l’intrigante e fantasioso romanzo di Giulia Ghini, edito da Lulu.
È una storia non priva di momenti di poesia, sebbene si tratti di opera di narrativa. Un racconto strano, che si avventura nel paranormale, che si muta in investigazione, quasi fosse un giallo, che scava nel profondo della psiche dei personaggi.
È un romanzo molto originale, per la sua capacità di descrivere una sorta di allucinazione, di schizofrenia della protagonista Giovanna, che in seguito ad un trauma (la cui natura è ciò che il lettore e la protagonista debbono scoprire) perde la memoria di alcuni momenti importanti della propria vita. Giovanna si muove allora alla ricerca dei propri ricordi perduti ed in questo è aiutata da un altro personaggio, Francesco, la cui identità rimane a lungo misteriosa (imbroglione, veggente, illusione, fantasma, bravo ragazzo?) e che l’aiuta e accompagna in questa sua ricerca, introspettiva sì ma rivolta verso l’esterno, verso il mondo in cui vive e che sembra volerle nascondere la verità, negarle il diritto di recuperare la memoria perduta. Un mondo che si rivela assai meno amichevole di quanto pareva alla sfortunata Giovanna, la cui fantasia comincia a dipingere (non senza motivo) ritratti mostruosi di chi le sta intorno.
E mentre cerca di capire cosa le sia successo, perché non riesca a ricordare neanche come sia nato suo figlio Simone, qualcosa succede nella sua testa. Una tempesta verticale e immobile minaccia la sua salute, la sua esistenza e quella di Francesco.
Un libro che, se letto con la dovuta attenzione, può dare al lettore il giusto piacere intellettuale della scoperta dell’inventiva di questa promettente autrice che ha il coraggio di affrontare nuovi orizzonti narrativi, pur senza perdersi in inutili sperimentalismi.

* * * *
LISA VERDI E IL CIONDOLO ELFICO
 
Lisa Verdi e il ciondolo elfico di M.P. BlackNonostante mi sia ormai da tempo chiaro che in rete si possano trovare numerosi autori validi seppur sconosciuti al grande pubblico, è per me sempre fonte di grande sorpresa e piacere ogni qualvolta ne individuo uno.
L’ultima mia scoperta è un’autrice italiana che si cela dietro uno pseudonimo (o dovrei dire nickname?) inglese: M.P. Black.
Ha scritto una serie di romanzi fantasy di cui ho letto piacevolmente il primo volume “Lisa Verdi e il ciondolo elfico”.
Si tratta di un romanzo lieve e fantasioso, ben adatto ad un pubblico di qualsiasi età e penso che potrebbe leggerlo volentieri anche mia figlia di undici anni.
Si tratta una storia tipicamente fantasy, popolata però solo da elfi, senza gnomi, nani, troll, orchi o altre figure più oscure. I ruolo dei cattivi è riservato ad alcuni degli stessi elfi e a qualche umano.
Questo contribuisce a rendere il romanzo meno cupo di altri del genere, essendo gli elfi, comunque, creature solari. Si aggiunga, poi, che le ambientazioni sono in parte in Italia e in parte in un mondo immaginario ma, tutto sommato felice, contribuendo alla lievità della storia. Ben diverso sarebbe stato se si fosse svolta in boschi intricati, grotte o montagne impervie.
Se poi pensiamo che il tutto è condito con alcuni amori adolescenziali (che non vanno oltre il bacio, come loro manifestazione esteriore), sarà dunque chiaro quale possa essere il target ideale di questo romanzo.
Se amate il fantasy e emozioni adolescenziali, non potete dunque sicuramente perdervi la lettura di questa storia, ben scritta, vivace, scorrevole e fluida, nonostante qualche piccola debolezza di editing.
Una sola cosa mi ha lasciato perplesso: gli elfi hanno tutti nomi italiani! Suona davvero strano pensare ad una Regina degli Elfi di nome Marta, a sua figlia Lisa Verdi o sua sorella Anna. Per non parlare di Bartolomeo e Guglielmo! Ma, del resto, perché no?
* * * *
LA NONNA DAGLI OCCHI VIOLA
 
Blue e rosso. Viola di IannottaBlu e rosso. Viola”, di Cristiana Iannotta, Aletti Editore, è un piccolo volume di appena 52 pagine che racchiude un lungo, intimo, appassionato racconto. Una storia vera (o almeno descritta come tale, perché di questo in letteratura non c’è mai certezza). La storia di una donna.
O meglio la storia del rapporto dell’autrice con la propria nonna, da quando lei, l’autrice-voce narrante, era bambina a quando la protagonista, la nonna dagli occhi viola, non se ne andata del tutto dopo che il morbo di Alzheimer aveva già cominciato a portarsela via un poco per volta.
Questo libro è una piccola storia d’amore di una nipote che, cresciuta sotto l’ala protettiva di una nonna buona e forte, la vede, novantenne, come tornata bambina, senza più memoria e incapace di affrontare le cose più semplici del mondo.
Una storia triste ma raccontata con così tanto amore da renderla lieve, mai strappalacrime. La figura di “nonna” continua ad aleggiare serena su di noi per tutta la lettura e anche dopo. La serenità e la forza di questa donna dagli occhi viola è tale da rendere impossibile immaginare che il morbo possa averla devastata nella mente. Continuiamo ance noi, come l’autrice, a ricordarla nel pieno delle sue capacità.
Una storia che ci fa riflettere sull’imprevedibilità della malattia e del destino, sul potere riparatore dell’amore e sulla forza della memoria.
 
Un saluto a nonna Cecilia e uno alla nipote Cristiana che le ha donato questo libro, che, almeno in parte, sostituirà la sua memoria perduta.
* * * *
IL PORTO DI CALAIS
 
Il porto di Calais di ContilliIl porto di Calais: amori, cospirazioni e duelli nella Francia del 1804”, Carta e Penna Editore, è un romanzo storico scritto dalla prolifica Cristina Contilli, autrice di numerose altre storie.
Questo veloce libricino è, come recita il sottotitolo, “una ricostruzione romanzata del fallito colpo di stato contro Napoleone del 1804”.
In realtà Napoleone, però, non compare mai in queste pagine, che descrivono la vicenda dal punto di vista dei cospiratori. Anzi, a dir il vero, dal punto di vista del Conte Alain De Soissons, un personaggio storico che non fu mai accusato di aver partecipato alla congiura, ma imparentato con l’organizzatore presunto, il Duca D’Enghien. L’autrice immagina che il Duca D’Enghien fosse realmente innocente, come proclamò fino alla fine, ma che fosse stato arrestato per errore al posto del Conte De Soissons, protagonista principale di questo breve romanzo.
Si respira dunque qui, soprattutto un grande amore per la Storia e il desiderio di scrutarne e approfondirne le possibili alternative, con un piglio quasi ucronico nell’approccio, anche se non nel risultato, giacché Contilli interpreta la Storia a modo suo, approfittando dei vuoti informativi che questa sempre offre, ma non cerca di ridisegnarne gli sviluppi come fanno, invece, gli autori di allostorie.
Bisogna dire comunque che la cospirazione anti-napoleaonica pare quasi un pretesto per parlare d’altro (“amori, cospirazioni e duelli”, appunto), per descrivere personaggi e farli recitare davanti ai nostri occhi. Incontriamo allora figure come la conturbante figlia del Marchese De Sade, giovanissima prostituta, o come una certa Christine Leyrdet, una donna giunta incredibilmente ai più altri gradi dell’esercito, cosa che credevo inventata dall’autrice ma che, a quanto pare, è realmente avvenuta.
Certo meno di cinquanta pagine per raccontare un simile spaccato di vicende francesi, in un momento tanto delicato per l’intera Europa, paiono un po’ poche e a volte si sarebbe desiderato che l’autrice si fosse soffermata maggiormente a descriverci duelli e battaglie o amori, che invece scivolano via veloci.
Importante e apprezzabile il lavoro di documentazione storica.
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IL DUELLO TRA VITA E STORIA
 
Il duello di ContilliDopo aver letto “Il Porto di Calais” di Cristina Contilli, ho ora finito di leggere anche il suo “Il duello: Costanza Arconati tra Giovanni Berchet e Pietro Borsieri”, un altro veloce romanzo di poche pagine, molte delle quali dedicate a note introduttive e conclusive, con le quali l’autrice meglio spiega la propria analisi storica dei rapporti tra Silvio Pellico e i tre personaggi del titolo.
L’impressione generale è che a quest’autrice quello che sta veramente a cuore sia la ricostruzione della Storia, il cercare di scoprirne i tasselli mancanti, forse di più che cercare di stupire o affascinare il lettore con trame fantasiose o espedianti emotivi.Il racconto si snoda infatti con dialoghi costanti,che ci svelano i rapporti di questi personaggi tra loro e ci aiutano a comprendere le loro biografie.
Potrebbe magari apparire un po’ forzato il continuo alternarsi ai dialoghi con scene di intimità e di sesso, spesso assai rapidamente tracciate, sebbene con colori forti e ben marcati, con cui l’autrice vivacizza la vita di questi uomini realmente esistiti e da lei ridisegnati.

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L’OMBRA DEL VERSO
 
L'ombra del verso di De Marchi e BrunettiL’ombra del verso”, da non confondersi con “L’ombra del vento” di Zafon, è uno dei libri nati dalle fucine inesauribili di Liberodiscrivere, la casa editrice che ha pubblicato la maggior parte dei miei scritti e che da Laboratorio di scrittura on line si trasformò in casa editrice proprio iniziando le sue pubblicazioni con il mio romanzo “Il Colombo divergente”.
Guido De Marchi e Francesco Brunetti sono, infatti, due storici frequentatori non solo del Laboratorio di scrittura on line di Liberodiscrivere ma membri attivi e “fisicamente” sempre presenti del Circolo Banchina, il gruppo di lavoro genovese della casa editrice, da cui sono nati molti lavori interessanti, e, in particolare, il romanzo “Tr@mare”, scritto da ben 13 autori assieme, superando le “prodezze” di Luther Blisset, ora Wu Ming.
E trai 13 autori di “Tr@mare” c’erano proprio loro, Brunetti e De Marchi.
“L’ombra del verso” è una singolare prova di collaborazione: Brunetti ha scritto alcuni versi, li ha sottoposti a De Marchi, che, oltre che di letteratura, si occupa di pittura e fotografia. De Marchi, a sua volta, ha “commentato” le poesie sia con delle foto da lui stesso rielaborate graficamente, sia con una rilettura in prosa (ma con forte contenuto poetico). Il processo però non finisce qui. A questo punto Brunetti, riprendendo tra le mani il volume, ha risposto commentando a sua volta le immagini di De Marchi con altri versi.
Capite, dunque, l’originalità e l’estrosità di questo processo, che potrebbe, in realtà proseguire pressoché all’infinito, dando sempre nuovo sfogo alla creatività.
Il volumetto è poi completato da uno scambio di considerazioni tra Francesco e Guido e da una conclusione realizzata congiuntamente proprio sull’importanza e il senso della scrittura a quattro mani e sull’interattività di diverse forme espressive (qui prosa, poesia, fotografia e ritocco grafico).
Mi sento dunque particolarmente vicino a questo lavoro, non solo per aver anch’io partecipato a vari lavori a “più mani”, ma anche perché, proprio in questi mesi, sono impegnato nella realizzazione di quella che chiamo una “gallery novel”: un romanzo scritto da tre autori e reinterpretato da numerosi illustratori. Qualcosa che nasce dunque da un analogo spirito di interattività.
Quanto al contenuto di queste pagine, si nota un profondo amore per la natura, uno sguardo attento ed osservatore rivolto alle cose della vita quotidiana, ai sentimenti e al respiro pulsante del mondo, dove il sentimento si muta in immagine e ogni immagine diventa sensazione e emozione. Gli autori si dimostrano ancora una volta abili giocolieri delle parole e raffinati scrittori, dal tocco lieve ma preciso.
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E ovviamente….buon anno a tutti!

VENTO ROSSO

Ho scoperto Giuliana Argenio tra i frequentatori dei blog di Splinder. Incuriosito dal suo romanzo Vento Rosso, me lo sono fatto mandare e l’ho letto con crescente piacere.
 

Vento Rosso di Giuliana Argenio

Si tratta di un’opera prima e questo mette sempre in sospetto, persino il sottoscritto, sebbene mi consideri anch’io un “esordiente”. Il rischio è quello di trovarsi tra le mani libri mal scritti o, soprattutto, che parlino di poco o di nulla, nel vano tentativo di mostrare una qualche “arte”.
Ho capito fin dalle primissime pagine che questo non era il caso. Mi è stato subito chiaro di avere a che fare con un’autrice che sa come si scrive e che sa muovere i suoi personaggi con tecnica e stile maturi e misurati.
Una cosa che ho notato, ad esempio, nelle primissime pagine, è stato l’intercalare della vita dei personaggi tra un’e-mail e la sua risposta, che mi ha dato l’impressione di un’autrice che sa creare l’attesa, che non deve essere necessariamente suspance ma capacità di gestire l’attenzione del lettore.
Il romanzo si presenta subito assai denso di piccoli eventi, che ci tengono impegnati nella lettura e ci spronano ad andare avanti. I personaggi sono un numero ragionevole e questo non crea confusione nel lettore ma gli consente di seguire bene la trama. Sì, la trama! Sembra banale, ma a volte capitano libri privi o quasi di trama. Qui, invece, c’è. Non così complessa da creare problemi nella lettura, ma adeguata a giustificare il nostro desiderio di arrivare sino all’ultima pagina.
Dunque, un libro scritto bene.
Ma dire questo sarebbe riduttivo. Questo è solo lo sguardo di uno scrittore sul lavoro di un altro scrittore.
Il libro, però, ha altri pregi, che sono certo quelli che un lettore “non scrittore”, coglierà per primi.
Sono interessanti i personaggi descritti. Mi paiono, infatti, rappresentativi di una generazione in cui mi riconosco, quella dei quarantenni di oggi, che sono cresciuti nell’Italia degli Anni di Piombo. La ricordate? Per alcuni di noi il terrorismo, quello vero, quello che nasceva nella casa accanto alla tua, non quello distante, importato dall’estero, è stato lo scenario in cui siamo cresciuti.
Ed è questo che trovo strabiliante in questo libro: la capacità di descrivere la naturalezza con cui una generazione ha convissuto con il terrorismo. La semplicità con cui la protagonista Emma scopre le attività terroristiche di Mauro, dando loro solo un peso relativo, pur essendo lei piuttosto lontana da quel mondo, da quel modo di affrontare i problemi del Paese. L’Argenio ha la capacità di farci vivere queste situazioni con la normalità con cui alcuni della nostra generazione le hanno vissute: come qualcosa che è nato con noi e che non ci può stupire più che tanto. Ferire, forse.
Altrettanto interessante è come questi personaggi, figli di un’epoca già lontana, vivano il nostro presente con la sua tecnologia e le sue schizofrenie.
La schizofrenia è, infatti, un’altra linea che attraversa il romanzo. Compare prima come la moderna schizofrenia dei nickname, quella per la quale ci sediamo davanti ad un computer, ci perdiamo in una chat e la nostra identità ne è subito stravolta, diventiamo nel computer altri, virtuali, diversi dai noi stessi seduti lì davanti. E la protagonista è consapevole dell’inganno che ne deriva, ma ugualmente si lascia trascinare, ugualmente accetta l’amore insperato che prende forma dallo schermo.
La schizofrenia continua il suo gioco di nomi quando Mauro fugge dall’Italia e si crea una nuova identità (con un nuovo nome) alla quale non riesce, però, ad adattarsi, al punto da decidere di tentare una seconda fuga, all’inverso, verso la responsabilità e l’amore, rischiando la galera e trovando di peggio.
La schizofrenia di Mauro, è quadruplice, non solo questo personaggio è Mauro in Italia, un altro Mauro su internet, Francisco in Sud America, ma anche Vento Rosso quando combatte, con questo strano, poetico nome da partigiano. Uno, nessuno e centomila, verrebbe quasi da dire, prafrasando Pirandello. Ed ecco che vediamo ora Mauro e Francisco prendere l’aereo uno accanto all’altro, ora Mauro e Vento Rosso lottare assieme. Ma è sempre la stessa persona, schizzofrenicamente divisa.
L’abilità dell’Argenio è quella di offrirci anche questa schizofrenia come normalità: non ci stupiamo di vedere Mauro accanto al suo doppio.
E tutto questo ci viene regalato con un tocco descrittivo che trova la sua poesia nel delineare l’anima dei personaggi, nel mostrare la loro debolezza, la loro insicurezza.
 
Ogni tanto compaiono nel testo alcuni veloci versi. Si scopre dai ringraziamenti finali dell’autrice che non sono versi suoi ma del poeta Tiberio Crivellaro e che ad essi l’Argenio si è ispirata per scrivere l’intera storia. Chiude il volume una snella appendice di versi di Barbara Marin, in cui pure si parla di un “vento rosso”, quasi a voler commentare poeticamente un romanzo che ha comunque già in sé tutta la sua pienezza.
 
Vento Rosso di Giuliana Argento è edito da Il Filo Edizioni di Roma ed è inserito nella collana Vertigo.

 Se volete l’opinione di un altro lettore su questo libro leggete qui.

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