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GIOVEDÌ 30 MAGGIO DUE AUTORI A CONFRONTO ALLA LIBRERIA IBS DI FIRENZE

Il 30 Maggio alle 18,00 sarò alla Libreria IBS di Firenze (quello che prima era il Melbookstore di via dei Cerretani 16/R) per presentare due libri:

-          “Sangue gratis e altri favolosi racconti – di Sergio Calamandrei

-          “Arrivederci, mondo” – di Graziano Braschi.

Entrambi i volumi sono autoprodotti dagli autori con Youcanprint.

Con l’occasione vorrei fare alcune domande agli autori, che anticipo qui. Giovedì, però, lo prometto, sarò molto meno prolisso e cercherò di sintetizzare le domande, lasciando spazio agli autori per dire la loro.

 

DOMANDA 1

La prima domanda che vorrei fare a entrambi riguarda proprio questa scelta.

Il mondo dell’editoria è cambiato moltissimo in questi ultimi anni grazie all’avvento degli e-book, del print-on-demand, dei siti di auto-pubblicazione, dei siti di scrittura e lettura virtuale.

In che misura questi nuovi strumenti hanno cambiato il vostro rapporto con la lettura e la scrittura? Quali opportunità e rischi offrono questi nuovi sistemi?

 

DOMANDA 2

Graziano Braschi

Graziano Braschi

C’è un altro aspetto che accomuna questi due libri: la satira della società. Il romanzo di Braschi, sebbene pubblicato oggi, fu scritto nella seconda metà degli anni ’70, in quelli che chiamavamo gli anni di piombo. Si tratta di un mordace libello, che narra proprio di quegli anni di fanfaniana-leonesca memoria, all’apparenza diversi dai nostri tempi berlusconiani, ma in realtà non meno corrotti e malati, solo più ingenui e ignari.

Nel romanzo si dipana, anzi, no si aggroviglia una gran matassa di eventi, idee e situazioni, un gran bailamme, un guazzabuglio letterario che mescola umoristicamente considerazioni sull’inquinamento, l’omosessualità e la cattiva alimentazione, con colpi di Stato e gruppi di pattuglianti democratici che si scontrano tra loro dandosi reciprocamente del fascista, con personaggi emersi da spazi letterari più vari, come il Gatto e la Volpe collodiani e l’Alfonso Menegatti, garzone di macelleria, che kafkianamente si muta in insetto, ma viene accolto con gioia dai familiari (sarà vero quel che si dice a Napoli che “ogni scarrafone è bello a mamma soia”).

È, insomma, questa di cui si prende mestamente gioco Braschi, un’Italia di quarant’anni fa così malconcia e malata e così tristemente simile a quella in crisi di oggi, da farci domandare come diavolo si sia riusciti ad attraversarli davvero questi quarant’anni e come si faccia a non essere in un baratro ancor più profondo di quello in cui purtroppo siamo, con politici per i quali  la sostanza della propria attività era nell’affermazione che qui compare in un bollettino della Democrazia Cristiana: “È soprattutto urgente strappare ai comunisti l’egemonia del ballo liscio!” La politica era spettacolo già prima che ci inventassimo il Presidente Telegenico. 

Sorprende ritrovare in queste pagine “antiche”, appena riemerse in questo millennio, un’attenzione verso la sofisticazione alimentare, verso le diete iper-proteiche, qui ironicamente criticate con immagini come quella del dottore che sostiene il crollo delle qualità morali della classe operaia in connessione con il maggior consumo di carne o dei due tizi che, penetrati nottetempo in un supermercato si sfidano alla “roulette alimentare”, aprendo a turno un barattolo dopo l’altro, fino a trovare quello avvelenato da qualche suo componente.

Che dire poi della descrizione delle concerie di Pontedera, direi ben poco mutate, “antri bui e spettrali in cui si muovono e annaspano, tuffando gli stivali su uno strato di fanghiglia nera e pestilenziale, pochi uomini col volto contratto e gli occhi gonfi per il gas”!

Insomma il soldato Italo attraversa, nel suo folle on-the-road da redivivo “buon soldato Švejk” di Hašekiana memoria, un’Italia surreale e grottesca ma allo stesso tristemente reale, come può esserlo una vignetta di Altan, uno di quelle piene di merda.

Graziano Braschi viene da un’esperienza nella rivista satirica “Ca Balà”. Gli vorrei quindi chiedere quale sia il suo rapporto con la satira letteraria e, soprattutto, come pensi che questa sia cambiata dagli anni ’70 a oggi.

 

DOMANDA 3

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Sangue gratis- Sergio Calamandrei

Anche il libro di Sergio Calamandrei presenta aspetti di satira sociale. “Sangue gratis” è, infatti, una raccolta di tre racconti, il primo dei quali “Sangue gratis e altre favolose offerte”, che dà il titolo al volume, narrando degli incontri-scontri di un vampiro con alcuni personaggi, è l’occasione per mostrarci le storture di un sistema consumistico sempre più esasperato.

Vi incontriamo una società telefonica che fa offerte mirabolanti che non è in grado di mantenere, una banca i cui contratti articolatissimi nascondono commissioni e balzelli fantascientifici, “spam-man” che si aggirano come zombie offrendo prodotti mirabolanti.

Vorrei chiedere anche a Sergio Calamandrei del suo rapporto con la satira e che ci parli della sua scelta di affrontarla inserendola in un racconto di vampiri.

 

DOMANDA 4

In ”Arrivederci, Mondo”, in un caleidoscopio di personaggi, compresi alcuni emersi dalle nostre memorie letterarie come il Gatto e la Volpe di Collodi e un insetto kafkiano, troviamo il soldato Italo, che ricorda il “buon soldato Švejk” di Hašek. Vorrei chiedere a Braschi quale sia il rapporto di questo romanzo con i suoi precedenti letterari.

 

DOMANDA 5

Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger

Gli autori de “Il Settimo Plenilunio”: Sergio Calamandrei, Simonetta Bumbi e Carlo Menzinger “Sangue Gratis e Altri Racconti” scritto da Sergio Calamandrei è una storia che nasce dalla costola del romanzo “Il Settimo Plenilunio” da me scritto assieme a Simonetta Bumbi e, come ha voluto lui si dicesse “con la collaborazione determinante di Sergio Calamandrei”.

Avevo definito “Il Settimo Plenilunio”, edito da Liberodiscrivere nel 2007, una gallery novel, per dire che è un’opera collettiva, scritta da tre autori e reintepretata da ben 17 artisti tra illustratori, pittori e fotografi.

Ebbene “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte” si potrebbe forse considerare come una nuova reinterpretazione del romanzo, questa volta non in forma grafica, ma narrativa. Non è né un sequel, né un prequel, né una storia parallela. Forse è uno spin-off. Vi ritroviamo, infatti, lo stesso “Piero De Mastris” de “Il Settimo Plenilunio” e altri personaggi, già presenti nel romanzo, dalla commerciale con i capelli rossi, al tecnico, allo spam-man, al bancario, anche se con altri nomi.

Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei, come pensa che potremmo definire “Sangue Gratis e altre Favolose Offerte”, il primo dei tre racconti lunghi che compongono il volume, e, soprattutto, come è nata in lui l’idea di riscrivere questa storia.

 

DOMANDA 6

Arrivederci, mondo - Graziano Braschi

Arrivederci, mondo – Graziano Braschi

Un aspetto di “Arrivederci, mondo” mi ha colpito particolarmente: lo stile.

L’argomento del libro è umoristico-satirico, il linguaggio è arguto e raffinato al punto da perdersi in giochi di parole, nell’uso di termini volutamente pomposi in alternanza con altri volgarmente popolareschi se non coprologici e altri dal sapore di neologismo. Basti leggere, per questo, l’incipit:

La notte, il maresciallo Ciavantesta scende nient’affatto bel bello gli orti di Portici. Striscia,

lavorando sodo di gomiti e di ginocchia, tra file di cavoli. Quei cavoli non sono normali. Formano

un’ipertrofica vegetazione con riflessi elettrici e lumacosi, di un verde vomichevole.

- Com’è che dice il poeta? C’è a chi ci piacciono i vruoccoli, i crauti. Ma perché, diosanto? A me danno l’acido in pancia e rutti nel gorgozzule – sagra arrancando.

Le scoregge al cavolo sono le sue spiacevoli madeleines. Gli risvegliano angosce infantili: puzzo di povero, zaffate di lavori pericolosi, il grisou, i minatori, la diossina.

- Ma insomma che è questa puzza!?

Scivola come un lombrico in quella minigiungla. All’improvviso una frenata di gomiti. Davanti a lui un piccolo ostacolo cumuliforme. Rimane di princisbecco. Una merda fresca con pochi minuti di vita, massimo un quarto d’ora. Una neonata. Bestemmiando, cambia filare. Lì ce n’è un’altra ancora più fresca! All’improvviso intravede qualcosa davanti a sé. Una montagnola bianca! Un escremento alieno che si drizza davanti ai suoi occhi esterrefatti.

Che importanza ha l’uso di un termine piuttosto di un altro, l’espressione oscena o quella ostentatamente pomposa?

 

DOMANDA 7

Con il secondo racconto, “Tsunami”, Calamandrei ci porta negli orrori delle isole di Sumatra, dello Sri Lanka e dell’Indonesia, devastate non solo dallo tsunami del 2004, ma anche dalla presenza di un vampiro che si rifà non alla tradizione europea e “transilvana”, ma a quella locale, sebbene non si differenzi molto da quelli che conosciamo. Lo chiama Vagharen.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese, su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Sarà però il XIX secolo a delineare questa figura nelle sue caratteristiche attuali.

Pare che, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

Byron e Shelley si erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il c.d. “Frammento”. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

Prima di leggere “Tsunami” non avevo mai sentito parlare di vampiri con il termine di “vagharen”. Vorrei chiedere a Sergio Calamandrei se si tratta di una sua invenzione o se ha scoperto che anche nella cultura di Sumatra e dello Sri Lanka erano presenti figure assimilabili ai non-morti occidentali.

 

DOMANDA 8

il “buon soldato Švejk” di Hašek

il “buon soldato Švejk” di Hašek

Ancora una domanda a Graziano Braschi. Nel suo romanzo c’è una strana caccia al tesoro, una mappa che porta al Campo dei Miracoli (forse più collodiano che pisano), una Macchina-Fine-del- Mondo da attivare e che il “buon soldato Italo”, si ripromette di utilizzare. Si cela qui la morale di questa storia? È questa la sorte che attende, non dico l’umanità, ma almeno “l’italianità” raccontata in queste pagine?

 

 

DOMANDA 9

In “Alba a Chinde”, l’ultimo dei racconti di Calamandrei, troviamo un demone malinconico e viveur, un ricco Conte, che per sfuggire alla maledizione della luce del giorno, vive in un’eterna notte volando di città in città, di continente in continente, cercando sempre di precedere l’alba, ma questa, lo sanno tutti, prima o poi arriva. Mi ha spiegato Sergio Calamandrei che questo personaggio non è un vero vampiro, ma un demone, eppure ha in comune con i vampiri l’orrore per la luce solare. Questo racconto non è in fondo una metafora delle nostre vite? Non corriamo sempre in avanti, cercando di essere più veloci di una morte che comunque sappiamo che prima o poi arriverà? È questo il senso del racconto o l’autore intendeva parlarci d’altro?

 

DOMANDA 10

Graziano Braschi è stato redattore della rivista satirica “Ca Balà”, suoi disegni e scritti umoristici sono apparsi su importanti riviste italiane ed estere e ha curato numerose antologie, tra cui la recente “Riso Nero”. Vorrei chiedergli di parlarci di queste sue esperienze passate?

 

DOMANDA 11

Sergio Calamandrei ha pubblicato un interessante romanzo giallo ambientato tra scrittori emergenti nella Biblioteca Nazionale di Firenze “L’Unico Peccato” e ha partecipato a varie altre pubblicazioni, compreso “Il Settimo Plenilunio” di cui abbiamo parlato. Chiederei anche a lui di parlarci delle sue esperienze precedenti di scrittura e pubblicazione.

 

Per conoscere le risposte, non avete che da venire a Firenze, alla Libreria IBS di Firenze di via dei Cerretani 16/R, il 30 Maggio alle 18,00.

 

OTTOCENTO FANTASTICO: IN ARRIVO IL N. 13 DI IF – INSOLITO E FANTASTICO

IF - Ottocento fantastico

E’ in preparazione il n. 13 di IF (Giugno 2013), dedicato all’OTTOCENTO FANTASTICO. 
La rivista ha 128 pagine, costa solo € 8 ed è acquistabile presso l’editore Solfanelli (Chieti) o in abbonamento postale 
(€ 30 per quattro numeri).
Anche in questo numero ci sarà un mio articolo: “L’evoluzione del vampiro ottocentesco“.

In questo numero un omaggio a E.T.A. Hoffmann e i seguenti interventi:

Maria Teresa ChialantIl ritratto e la cornice
Riccardo Valla, Il viaggio spaziale nella prima fantascienza
Marco Lauri“Io avrò fatto l’uomo”: Nievo tra i precursori della SF
Giuseppe PanellaMaupassant. La fascinazione dell’altrove
Romolo RunciniL’irrazionalismo fantastico nel dottor Jekyll di Stevenson
Michele MartinelliFantastico e avventuroso in Emilio Salgari
Gianfranco de TurrisTradizione o tentazione fantastica italiana?
Morena CorradiIl fantastico nelle riviste milanesi dell’Italia post-unitaria
Errico PassaroTre collane storiche specializzate nell’Ottocento fantastico
Walter Catalano“Bitter” Bierce. Da solo in cattiva compagnia
Max MilnerIl vampiro di Nodier dal romazo al melodramma
Carlo Menzinger, L’evoluzione del vampiro ottocentesco
Carlo BordoniDonne vampiro. Le sorelline di Carmilla

Le rassegne:   
Claudio AsciutiPikadon. Emergenze nucleari in Giappone
Arielle SaiberI dischi volanti non sbarcano a Lucca. Storia della SF italiana
Valerio EvangelistiSinistre presenze. Nuove mappe dell’orrore
e le consuete recensioni…

COME COMBATTEVANO I GRECI

Victor Davis Hanson - Una guerra diversa da tutte le altre

Victor Davis Hanson – Una guerra diversa da tutte le altre

Una guerra diversa da tutte le altre”, sottotitolo “Come Atene e Sparta combattevano nel Peloponneso” di Victor Davis Hanson, edito da Garzanti, è un volume dall’aspetto “impegnativo” con le sue quasi cinquecento pagine fitte di testo, ma che in realtà si legge assai piacevolmente, sia per il linguaggio scorrevole dell’autore sia per l’enorme interesse delle materie trattate. Interesse che supera quello apparente dell’argomento.

Trai libri su Sparta che mi ripromettevo di leggero, questo, in effetti, era rimasto un po’ in fondo e gli avevo preferito altri testi più generici o più snelli, non ritenendo, erroneamente, che le tecniche belliche potessero interessarmi particolarmente. È però un libro che fa riflettere. Innanzitutto sull’influenza che le guerre, quella del Peloponneso in particolare, hanno avuto sulla cultura greca. Giustamente Hanson si chiede se avremmo avuto Sofocle, Euripide e Aristofane se questa guerra non fosse stata tanto lunga e violenta. La guerra fu catalizzatrice di civiltà e di cultura o contribuì a dissipare energie che si sarebbero potuto dedicare alle arti? Certo senza questo conflitto fratricida, la Grecia sarebbe stata assai diversa.

Più si legge questo libro, più si scopre che il titolo è quanto mai azzeccato: fu una guerra davvero particolare. Eppure, come fa notare lo stesso Hanson, fu anche una guerra emblematica e anticipatrice di tante guerre successive.

Hanson nella sua narrazione usa come fonte antica principale Tucidide, il grande narratore della Guerra del Peloponneso, mostrandoci come già allora questo storico, che era stato anche un generale, avesse saputo cogliere ed evidenziare tante peculiarità di questo conflitto.

Una fra tutte il fatto che si scontrassero una potenza di terra oligarchica (Sparta), contro una potenza di mare democratica (Atene) che, proprio per il diverso tipo supremazia militare e di organizzazione politica evitavano di scontrarsi sul “terreno” del nemico. Questo ha portato a un protrarsi trentennale del conflitto, fino a quando Sparta, grazie alla pesante sconfitta di Atene contro Siracusa, che ne decimò la flotta, riuscì a uguagliarla anche sul mare e quindi a sconfiggerla.

Un’altra caratteristica erano gli aspetti economici del conflitto. Atene era ricca e Sparta povera. Solo quando i persiani presero a finanziare Sparta, questa riuscì a crearsi la flotta di cui necessitava per affrontare Atene.

Victor Davis Hanson

Victor Davis Hanson

I conflitti in cui gli avversari si muovono su piani diversi sono ancora i più lunghi e dolorosi, basti pensare allo scontro trai terroristi e le superpotenze come gli USA o la Russia, ai conflitti del Vietnam o dell’Afghanistan: non si possono vincere finché uno dei due contendenti non si muove sullo stesso piano dell’altro, cosa non sempre possibile.

Numerose sono le riflessioni che portano a raffrontare la situazione greca con epoche successive, a esempio Atene aveva la stessa illusione degli Stati Uniti di essere un’esportatrice di civiltà e democrazia e così facendo si scontrava con il risentimento dei popoli che tentava di convertire o, altro esempio, l’atenizzazione come anticipazione della globalizzazione.

Interessante è anche vedere come la Grecia abbandonò le antiche regole belliche per sprofondare in una vera e propria guerra fratricida, senza esclusione di colpi, in cui intere città furono rase al suolo, la popolazione civile sterminata o schiavizzata, spesso con atti di autentica barbarie, come non ci si aspetterebbe dai civilizzati greci. Rilevante il peso delle malattie, come la peste, che misero in ginocchio Atene e non solo. Sorprendente la quantità di uomini necessari per tenere in piedi una flotta come quella ateniese, capace ogni volta di rigenerarsi anche se in varie battaglie venne quasi azzerata.

Tucidide

Tucidide

Fu la guerra di Atene per affermare la democrazia in Grecia o fu la guerra di Sparta per liberare la Grecia dall’impero ateniese?

Peccato per le numerose ripetizioni, dovute forse al fatto che il libro è diviso in argomenti generali (Paura, Fuoco, Malattia, Terrore, Armatura, Mura, Cavalli, Navi, Il momento culminante e Rovina?) e questo comporta la necessità di tornare su aspetti o dati già trattati. O forse l’autore temeva che nella gran mole del libro il lettore potesse dimenticarsi di alcuni concetti espressi in parti precedenti del volume. Comunque sono tollerabili e aiutano a memorizzare meglio certi eventi e certe considerazioni che l’autore evidentemente ritiene rilevanti.

Firenze, 30/09/2010

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SI PUÓ RIDERE DELL’APOCALISSE?

Terry Pratchet, Neil Gaiman - Buon Apocalisse a tutti!

Terry Pratchet, Neil Gaiman – Buon Apocalisse a tutti!

Buon Apocalisse a tutti!”, il romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman, affronta un tema non certo nuovo per la letteratura e il cinema, per non parlare della filosofia o della religione: la fine del mondo.

In Italia ha la sfortuna di essere presentato con un titolo che fa presagire un approccio assai più umoristico di quanto non sia realmente. Il titolo originale “Good Omens” (“Buoni Presagi”), se non altro crea meno false aspettative di grasse risate, che in effetti, il romanzo, seppur con una vena umoristica, non suscita davvero e non credo voglia neppure suscitare.

Wikipedia lo definisce una “commedia metafisica sull’avvento dell’Apocalisse” e la definizione mi pare abbastanza corretta.

Non si tratta solo di una presa in giro di alcuni film come “The Omen”, ma contiene numerosi riferimenti ad altri film popolari, da “ET”, a “Il Signore degli Anelli”, a “Guerre Stellari”, ma anche riferimenti al libro dell’Apocalisse e i nomi dei personaggi sono spesso citazioni.

Insomma, si ha l’impressione di un libro scritto per fa sorridere, ma anche con l’intento di essere qualcosa di più di una qualunque storia comica.

Ci sono alcuni momenti interessanti. Trovo simpatica l’amicizia tra l’angelo Azraphel e il diavolo Crowley (stesso nome del famoso occultista), che convivono sulla Terra per seimila anni e alla fine si sentono più legati tra di loro che con Paradiso e Inferno.

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Non è male l’incedere finale verso l’Armageddon dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse in motocicletta (con i quattro emuli dai nomi improbabili che li imitano e seguono), dell’Anticristo bambino con i suoi tre amichetti, della strega occultista Anatema e del finto ingegnere smonta catastrofi.

Ci sono però delle parti piuttosto inutili e alcune addirittura noiose, come i giochi banali dell’Anticristo bambino.

Direi che è un libro un po’ discontinuo come tono, un po’ troppo pieno di personaggi e di storie minori che si intrecciano e che creano confusione, con alcune trovate interessanti e alcuni riferimenti non banali come i personaggi che si interrogano su dove sia Armageddon (perché, è proprio così: è un luogo, non un evento, come si crede spesso) o l’angelo che colleziona libri antichi o le versioni errate della Bibbia, che forse esistono davvero.

A volte viene voglia di abbandonarlo, si resiste un po’, si va avanti, si trova un altro brano interessante e si procede attraverso un altro po’ di noia, fino alla nuova luce (sperando che non sia quella di un treno che arriva dal fondo del tunnel).

Firenze, 27/10/12

I quattro cavalieri dell'Apocalisse

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

AAA – AVVENTURE DI UN AVVOCATO AVVILITO

Gianrico Carofiglio - Testimone Inconsapevole

Gianrico Carofiglio – Testimone Inconsapevole

Giunto alla lettura del secondo libro di Gianrico Carofiglio, il romanzo “Testimone Inconsapevole” dopo aver letto il saggio “La Manomissione delle Parole”, mi viene da dire che il principale difetto di questo autore (semmai due opere ci possano dare un’idea di un autore e di questo non sono convinto) è la mancanza di equilibrio.

Squilibrato era il pur interessante e ben scritto saggio, che esamina l’uso distorto del linguaggio, in quanto vi sono alcune parti che pesano decisamente troppo per la buona economia della narrazione.

Squilibrato è “Testimone Inconsapevole” che vede come protagonista l’Avvocato Guerrieri, che credo compaia anche in altre opere di questo autore, in quanto, appunto, si parla molto, troppo, di questo signore e poco, troppo poco, del suo cliente Abdou, la cui vicenda è sicuramente più interessante della depressione dell’avvocato, delle sue notti insonni, delle sue donne passeggere, delle sue riflessioni su se stesso.

Ho appena detto che “La Manomissione delle Parole” è ben scritto e in un certo senso la stessa cosa si potrebbe dire di “Testimone Inconsapevole”. La scrittura è chiara, precisa, circostanziata, corretta (come può essere quella di un avvocato, in effetti), ma questo è sufficiente per dire del tema di un ragazzo che è ben scritto. Si può dire lo stesso di un saggio o di un romanzo? Io credo che per queste opere occorra qualcosa di più. L’equilibrio tra le parti, spesso non è neppure percepibile in un testo, non ci fa caso. Se manca, però, si nota.

Quando nel saggio, Carofiglio cita troppo spesso Berlusconi (pur in modo condivisibile), il suo lavoro perde di obiettività e arriva persino ad annoiare.

Quando nel romanzo, l’autore parla troppo di un protagonista poco interessante, lasciando in secondo piano il delitto di cui si occupa e chi si sospetta l’abbia compiuto, tradisce il lettore.

E Carofiglio tradisce il lettore già con il titolo. Fin dall’inizio restiamo in attesa dell’arrivo di questo testimone e quando ne scopriamo l’identità, non è un colpo di scena, ma un gioco di parole e questo delude, anche se risolve il caso.

Tradisce ancor più il lettore, però, quando Carofiglio ci mostra il senegalese arrestato e di cui lui e noi sospettiamo l’innocenza, la cui prova appare quasi impossibile (all’avvocato, più che ai lettori, direi, dato  che, almeno io, non avrei visto tutta questa impalcatura di prove contro il povero Abdou che Guerrieri paventa).

Lo tradisce, perché come lettori vorremmo sapere di più di questo insegnante diventato venditore ambulante per fame, vorremmo stare di più con lui e ogni volta che Guerrieri ci porta via con sé, per giri che spesso hanno poco a che fare con quel ragazzo, francamente lo seguiamo un po’ irritati.

Con tutto questo non voglio dire che sia un brutto romanzo. Si legge volentieri e velocemente. Bisogna però fare uno sforzo e farci stare simpatico l’avvocato e dimenticarci dello sventurato imprigionato ormai da un anno per un atto che sospettiamo non abbia compiuto. Bisogna considerare quell’uomo solo come un lavoro, un caso da risolvere.

Non è però uno sforzo che mi va di fare.

 

Firenze, 12/10/2012

africano su spiaggia

NON FERMARTI, É PERICOLOSO!

Everlost - Neal Shusterman

Everlost – Neal Shusterman

Everlost, il romanzo di Neal Shusterman, è una storia di fantasmi, anche se i protagonisti dichiarano di non esserlo e di chiamarsi “ultraluce”. Come chiamereste, infatti, delle anime bloccate sulla terra, che attraversano cose e persone del mondo vivo, non possono essere visti dai viventi, anche se a volte li infestano o muovono o rubano le cose di chi non è morto?

Anche se è una storia di fantasmi, ha comunque una certa originalità, un po’ come i primi western visti dalla parte degli indiani o le prime invasioni aliene descritte dal punto di vista degli extraterrestri, dato che qui il punto di vista è quello di due “ultraluce”: due ragazzi di 15 anni morti assieme in un incidente d’auto e risvegliatisi dopo nove mesi in una strana foresta abitata da un bambino morto da almeno un secolo, che non ricorda più il suo nome.

Everlost è il nome di questa sorta di limbo, dove si fermano alcuni bambini morti (non se ne è mai visto uno con più di 17 anni e del perché di questo il romanzo non dà una spiegazione convincente). Già il nome del posto fa pensare ai Bambini Perduti dell’Isola che Non C’è. Anche qui l’infanzia è eterna. Nulla muta. I bambini restano con l’abito e le macchie che avevano quando sono morti. Ricorda un po’ anche il Paese dei Balocchi, all’apparenza un mondo felice, ma non privo dei suoi mostri.

 Neal Shusterman

Neal Shusterman

Everlost” è una bella fiaba e, come ogni favola, ha una sua morale, in fondo piuttosto importante: attento alla routine, non ti fermare!

I veri pericoli di Everlost nascono, infatti, dall’abitudine, che porta a ripetere in eterno lo stesso gesto, se la volontà non prevale e dallo stare fermi, perché se lo si fa in zone che non siano “morte” (che non esistono più nel mondo vivo), si sprofonda, come nelle sabbie mobili, fino al centro della terra.

È una morale importante, perché sono due rischi concreti e reali anche nel nostro mondo (anche se non in senso così materiale!).

Everlost ha le sue oasi tranquille e felici, ma anche i suoi mostri e, come ulteriore morale, ci insegna a non fidarci neppure di chi sembra troppo buono: potrebbe essere la Strega del Cielo!

Come in ogni Limbo, anche qui c’è redenzione e i mostri possono perdersi per sempre, ma anche diventare buoni, come i buoni possono rivelarsi cattivi. Non siamo (ancora) né in paradiso, né all’inferno.

Che dire di questa lettura? Piacevole. Molto godibile. Scorrevole. Non priva di trovate originali, pur inserite in un genere ben sfruttato. Una storia di ragazzi per ragazzi, ma non solo. Degna di diventare un classico della letteratura giovanile, se non altro per la sua freschezza. Nulla di troppo profondo o articolato, ma dà promuovere a pieni voti. Anche se nel Paese dei Balocchi di Evelost, ovviamente, non ci sono scuole.

 

Firenze, 07/10/2012

 

ghost

LE BRACI DI UN’AMICIZIA BRUCIATA

Le Braci - Sàndor Màrai

Le Braci – Sàndor Màrai

Cosa ne è dell’amicizia tra due uomini dopo quarant’anni di lontananza? Cosa ne è dell’amicizia dopo che uno dei due ha tentato di uccidere l’altro? Cosa ne è dell’amicizia dopo che uno dei due ha tradito l’altro? Perché incontrarsi ancora, decenni dopo che la donna che entrambi amavano e che li ha divisi, è morta?

Quali domande possono trovare una risposta che il tempo non abbia già dato?

<<Cosa si può domandare con le parole? E quanto vale la risposta che una persona affida alle parole, invece di esprimerla con la realtà della sua vita?… Vale ben poco>>.

Che cosa era successo dopo la loro separazione?

Tu hai vissuto in giro per il mondo, e Krisztina è morta. Io ho vissuto in solitudine, chiuso nel mio risentimento, e Krisztina è morta. Ha risposto a ciascuno di noi come meglio poteva; perché i morti, vedi rispondono sempre nel modo giusto, anzi suppongo che siano i soli a darci delle risposte chiare e complete.

I morti non mentono.

Sàndor Màrai

Sàndor Màrai

E forse i due vecchi aspettavano solo questo momento, il loro incontro dopo tanto tempo, né riconciliazione, né chiarificazione e neppure vendetta, forse solo un capolinea, perché anche la verità stenta a venir fuori tra loro.

Sàndor Màrai è uno scrittore mitteleuropeo. Come definire diversamente un uomo nato in Slovacchia da famiglia sassone, vissuto in Ungheria, Germania, Francia e Italia?

Con “Le Braci”, Sàndor Màrai ci lascia un intenso messaggio sulla complicata profondità dell’amicizia, in un romanzo dalla calma intensa, come quella delle braci che covano a lungo sotto le ceneri, un romanzo che attraversa la Storia del continente, mostrandocene squarci di vita.

Firenze, 02/10/2012

old friends

IL TERZULTIMO PIANETA: E-BOOK GRATUITO

Carlo Menzinger - Il Terzultimo Pianeta

Carlo Menzinger – Il Terzultimo Pianeta

Ho voluto raccogliere in volumetti alcune delle poesie scritte negli ultimi trent’anni (dalla fine del Liceo a oggi), tra il 1983 e il 2013. Dopo averne pubblicate alcune nel 1989 nella silloge “Viaggio intorno allo Specchio”, pensavo che non ne avrei date alle stampe altre. Si tratta, però, comunque di qualcosa che ho scritto e cui sono in qualche modo affezionato. Così come raccolgo in album le fotografie, senza alcuna pretesa artistica, ho pensato di fare lo stesso con questi versi, approfittando della possibilità di avvalermi dei nuovi sistemi di auto-pubblicazione, potendo così evitare di “disturbare” un editore, che ha certo di meglio da fare. Avrei potuto, come per le foto, tenermi questi “album di versi” per me, ma ho sempre pensato che scrivere non possa essere un gesto solitario. Credo nella collaborazione tra più autori, tra scrittori e illustratori, tra scrittori e revisori e, soprattutto, tra autori e lettori. Un autore non è tale se non ha almeno un lettore. Per questi libricini, mi accontenterò di uno solo, ma questo lettore dovrà pur esserci. Renderò quindi pubblici i testi, rendendoli disponibili in rete.
Ho deciso di dividere il più possibile i versi in base all’argomento, sebbene questo sia un criterio impreciso e molte “poesie” (non amo e non oso chiamare i miei lavori così) avrebbero potuto collocarsi in raccolte diverse da quelle in cui le ho inserite.
Il Terzultimo Pianeta” è la prima di queste antologie.

Il Terzultimo Pianeta” mostra un pianeta morente, l’uomo come un virus, dalla Genesi all’Apocalisse, in versi ora rabbiosi ora ironici che parlano di vita, morte e illusione di Dio.
L’idea sarebbe di pubblicare presto anche gli altri versi, riuniti in volumi che potrebbero essere i seguenti:
La Valle dei Poeti Pallidi“L”: la scrittura, i libri e chi li scrive. Il Poeta Pallido spara gocce d’inchiostro.

• “Schiavi Part-Time”: il nostro tempo, con le sue storture e prevaricazioni. Viviamo tutti come schiavi part-time, con gran parte del nostro tempo che non ci appartiene.
“Una Pompa nel Petto”: La Pompa nel Petto è il cuore, l’organo più abusato in poesia. Si parla dell’amore, dei suoi limiti e dei suoi asteroidedolori. La Bambina Senza Blues ne è una dei protagonisti.
• “Ombre Blues”: tutti quei sentimenti che non sono l’amore. La malinconia blues, l’amicizia…
• “Ridendo Rimo” (titolo provvisorio- suggeritemene uno!): dovrebbe riunire limerick e altri versi scherzosi o satirici.
• “Rossi di sangue sono dell’uomo l’alba e il tramonto”: devo ancora riordinare questa raccolta di componimenti brevi, in stile giapponese e immaginare un titolo.
Per il mio romanzo “La Bambina dei Sogni”, pubblicato nel 2012 con Lulu e IlMioLibro de La Repubblica, ho scelto la formula del copyleft:: un volume cartaceo da vendere a chi lo volesse, ma accompagnato da un ebook gratuito che sarà possibile scaricare senza spesa alcuna dal mio sito http://www.menzinger.too.it.
Intendo fare lo stesso anche con questo volume, affinché chi voglia leggere senza spendere possa farlo.

POTETE SCARICARLO GRATIS QUI: http://sites.google.com/site/menzingerbooks/home/download-il-terzultimo-pianeta

La scheda su anobii è qui:

http://www.anobii.com/books/Il_Terzultimo_Pianeta/9781291363838/01261462d0fc7a9573/

La scheda sul mio sito è qui:

http://sites.google.com/site/carlomenzinger/home-1/home/il-terzultimo-pianeta

Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie

LO SCRITTORE CORRENTE E LO SCRITTORE CAMMINANTE

Murakami Haruki - L'Arte di correre

Murakami Haruki – L’Arte di correre

L’Arte di Correre” di Haruki Murakami non parla solo di corsa. Parla anche di scrittura e, secondariamente, di vita. Non ho un interesse particolare verso la corsa, dunque l’ho letto per due motivi: perché Murakami è un autore stimolante, che sto cercando di scoprire, e perché mi interessava comprendere la relazione che questo ritiene esserci tra scrittura e corsa.

Io non corro, ma di recente ho preso a camminare con regolarità. Murakami si definisce, più volte, nel volume “scrittore professionista”, mentre io sono solo un bancario che ama scrivere nel tempo libero. Mi è parso però che qualche similitudine tra le nostre pur diverse situazioni potesse esistere e quindi mi ha incuriosito approfondire le differenze.

Le più importanti le ho appena citate, ma non sono le sole. Murakami, essendo un professionista della scrittura, può permettersi di dedicare un numero di ore preciso e regolare alla scrittura (che io esercito nei ritagli di tempo) e altro tempo ricorrente e costante alla corsa. Per lui queste due attività sono prioritarie e legate tra loro, al punto che le ha iniziate entrambe a trent’anni. Io, invece, pur avendo sempre scritto, lo faccio in modo più regolare solo dalla metà degli anni ’90 (dunque quasi da vent’anni!), mentre ho scelto di camminare con frequenza solo da un anno. Per me scrivere viene dopo famiglia e lavoro. Camminare ancora dopo.

Per Murakami la corsa serve a compensare l’attività “malsana” della scrittura. Per me, camminare serve a tenere bassa la pressione. Lui ritiene che senza la corsa non sarebbe diventato uno scrittore e che molte cose che ha imparato facendo le maratone, le ha poi tradotte in metodo per la scrittura. Per me scrivere è un’attività benefica, che, se proprio vogliamo, compensa quella “malsana” del lavoro.  O, quantomeno, non riesco a considerarla “malsana”.

Murakami Haruki

Murakami Haruki

La maratona è un tipo particolare di corsa che richiede costante allenamento, perseveranza e, dice Murakami, talento. Lo stesso, ritiene, serva per scrivere romanzi. Non essendo un maratoneta, prendo per buona questa affermazione nel campo della corsa, ma la confermo per esperienza come scrittore, con qualche distinguo.

Murakami ritiene che il talento, di un maratoneta come di un autore, raggiunga a un certo punto un apice e poi declini, dovendo essere compensato da costanza, perseveranza e tecnica. Ritiene però che ci siano autori in cui il talento è solo una fiammata e altri in cui non cessa mai.

Esiste davvero un talento? Io credo che la scrittura come quasi ogni attività, richieda teoria, tecnica, esperienza e che con il solo talento si possa far poco. Se esiste, dovrebbe essere una sorta di capacità innata di fare le cose bene e con facilità. Un autore di talento non dovrebbe avere la crisi della pagina bianca. Mi viene dunque da chiedermi: sono un tecnico (dilettante) della scrittura oppure ho del talento? Credo che non dovrei esser io a rispondere, però non so se possano farlo neppure i lettori. Quali lettori sono in grado di riconoscere il talento dalla buona tecnica? Se il talento è una capacità di fare, non si può giudicare dal suo risultato, ma da come a questo siamo arrivati.

Haruki Murakami

Haruki Murakami

Mi consolo allora pensando che non ho mai difficoltà a scrivere. Il mio problema semmai è che sono troppe le cose che vorrei scrivere e troppo poco è il mio tempo. La mia è una capacità innata? Non credo. È vero che già alle elementari la scrittura mi divertiva, ma non ero certo in grado di affrontarla bene. Non ho scritto nulla di organico finché ero a scuola. Presumibilmente neppure ora domino adeguatamente la scrittura, alla soglia dei cinquant’anni, altrimenti sarei famoso, perché un vero talento dovrebbe superare tutte le difficoltà (gli editori che non leggono e non sostengono i piccoli autori, il mercato asfittico e tutte le altre scuse di noi autori sfigati).

Inoltre, Murakami dice di riuscire a concentrarsi su un solo progetto per volta. Ci riesco anche io (è stato decidendo di farlo che sono arrivato a ultimare il mio primo romanzo), ma solo impegnando gli scampoli di tempo che mi residuano, non certo dedicandoci varie ore ogni giorno. La regola è comunque buona e valida.

Insomma, credo che la grossa differenza tra me e lui, sia proprio in quanto dicevamo all’inizio: io scrivo per hobby, lui per mestiere e questo genera tutte le altre differenze.

Perché, allora, Murakami è un professionista del romanzo? Forse perché ha un talento sufficiente a consentirgli di diventarlo.

Peccato che qui in Italia gli scrittori di professione siano solo una decina. Evidentemente siamo un Paese senza talento! O forse no. Forse c’è anche qualcos’altro che non quadra. Ditemi voi.

Firenze, 26/09/2012

IL GIARDINIERE DISSOCIATO CHE VOLEVA SPARIRE E ATTRAVERSÒ DUE VOLTE IL MARE

Che ne è stato di te, Buzz Aldrin? - Johan Harstad

Johan Harstad- Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?

Nell’epoca del protagonismo narcisistico, nel mondo in cui molti si venderebbero l’anima, se l’avessero, per un minuto in televisione ci sono alcune persone che non vogliono apparire, che non vogliono esser notate, che non vogliono essere al centro dell’attenzione.

Buzz Aldrin

Buzz Aldrin

Mattias, il protagonista di Che ne è stato di te, Buzz Aldrin?, il primo romanzo di Johan Harstad, (pubblicato in Norvegia nel 2005 e in Italia nel 2008) è uno di questi. Mattias è fuori di testa. Mattias ha grossi problemi di socializzazione. Mattias è nato il 20 luglio 1969, mentre il primo uomo, Neil Armstrong, scendendo dalla navetta dell’Apollo 11 metteva il piede sulla Luna. Mattias è fissato con Buzz Aldrin, il secondo uomo ad aver camminato sul nostro satellite. Mattias crede che i secondi abbiano una vita migliore dei primi. Mattias non vuole essere primo in nulla. Mattias ha dei talenti, sa cantare benissimo, è un bravo giardiniere, ha un buon cuore, ma non vuole mostrarli. Non vuole cantare nella band del suo amico, non vuole essere intervistato, non riesce a darsi alla sua donna. Mattias accompagna il suo amico nelle Isole Fær Øer per un concerto e ci rimane. Cerca di far perdere le tracce di sé tra queste isole a nord della Scozia, disperse nell’Oceano tra Norvegia e Islanda.

Viene accolto da una piccola comunità, una via di mezzo tra una casa-famiglia e un micro centro psichiatrico. Ci si trova bene. Gli piace avere qualcuno che si cura di lui. La sua vita si è spezzata, ha perso la ragazza e il lavoro. In quelle isole ritrova se stesso, ma non riesce a sparire: si crea degli amici, gente un po’ strana ma cui vuol bene, che gli vuol bene. Diventa importante per loro. Questo lo preoccupa, ma pian piano si abitua. Quando decide di poter restare per sempre lì, il centro di accoglienza viene  chiuso. Guida allora gli altri “matti” a costruire una barca con cui evacuare e fuggire verso i Caraibi.

Johan Harstad

Johan Harstad

Romanzo, questo, che ci parla di uomini spezzati, romanzo che ci parla della Storia del nostro tempo (gli orrori della guerra in Bosnia e non solo, l’allunaggio e la vita di Buzz Aldrin), romanzo che mi messo una gran voglia di visitare le Isole Fær Øer, sebbene non ne dica quasi nulla di buono, così desolate che il tentativo di piantare alberi apparirebbe un’altra follia di Mattias, se non fosse che è proprio quello il lavoro che gli affida il Comune. Romanzo che mi ha fatto scoprire The Cardigans, anche se li presenta come un’ossessione di Sofia, l’amica ricoverata di Mattias, la donna senza nome, che si fa chiamare NN. Romanzo che ci mostra il debole filo che separa la normalità dalla pazzia, perché questi “ricoverati” non sono poi così diversi da tante persone che troviamo in giro nelle nostre città, perché non è chiaro se sia più pazzo chi cerca di essere al centro  dell’attenzione o chi vuol sparire.

Isole Fær Øe

Isole Fær Øe

Firenze, 19/09/2012

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