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AAA – AVVENTURE DI UN AVVOCATO AVVILITO

Gianrico Carofiglio - Testimone Inconsapevole

Gianrico Carofiglio – Testimone Inconsapevole

Giunto alla lettura del secondo libro di Gianrico Carofiglio, il romanzo “Testimone Inconsapevole” dopo aver letto il saggio “La Manomissione delle Parole”, mi viene da dire che il principale difetto di questo autore (semmai due opere ci possano dare un’idea di un autore e di questo non sono convinto) è la mancanza di equilibrio.

Squilibrato era il pur interessante e ben scritto saggio, che esamina l’uso distorto del linguaggio, in quanto vi sono alcune parti che pesano decisamente troppo per la buona economia della narrazione.

Squilibrato è “Testimone Inconsapevole” che vede come protagonista l’Avvocato Guerrieri, che credo compaia anche in altre opere di questo autore, in quanto, appunto, si parla molto, troppo, di questo signore e poco, troppo poco, del suo cliente Abdou, la cui vicenda è sicuramente più interessante della depressione dell’avvocato, delle sue notti insonni, delle sue donne passeggere, delle sue riflessioni su se stesso.

Ho appena detto che “La Manomissione delle Parole” è ben scritto e in un certo senso la stessa cosa si potrebbe dire di “Testimone Inconsapevole”. La scrittura è chiara, precisa, circostanziata, corretta (come può essere quella di un avvocato, in effetti), ma questo è sufficiente per dire del tema di un ragazzo che è ben scritto. Si può dire lo stesso di un saggio o di un romanzo? Io credo che per queste opere occorra qualcosa di più. L’equilibrio tra le parti, spesso non è neppure percepibile in un testo, non ci fa caso. Se manca, però, si nota.

Quando nel saggio, Carofiglio cita troppo spesso Berlusconi (pur in modo condivisibile), il suo lavoro perde di obiettività e arriva persino ad annoiare.

Quando nel romanzo, l’autore parla troppo di un protagonista poco interessante, lasciando in secondo piano il delitto di cui si occupa e chi si sospetta l’abbia compiuto, tradisce il lettore.

E Carofiglio tradisce il lettore già con il titolo. Fin dall’inizio restiamo in attesa dell’arrivo di questo testimone e quando ne scopriamo l’identità, non è un colpo di scena, ma un gioco di parole e questo delude, anche se risolve il caso.

Tradisce ancor più il lettore, però, quando Carofiglio ci mostra il senegalese arrestato e di cui lui e noi sospettiamo l’innocenza, la cui prova appare quasi impossibile (all’avvocato, più che ai lettori, direi, dato  che, almeno io, non avrei visto tutta questa impalcatura di prove contro il povero Abdou che Guerrieri paventa).

Lo tradisce, perché come lettori vorremmo sapere di più di questo insegnante diventato venditore ambulante per fame, vorremmo stare di più con lui e ogni volta che Guerrieri ci porta via con sé, per giri che spesso hanno poco a che fare con quel ragazzo, francamente lo seguiamo un po’ irritati.

Con tutto questo non voglio dire che sia un brutto romanzo. Si legge volentieri e velocemente. Bisogna però fare uno sforzo e farci stare simpatico l’avvocato e dimenticarci dello sventurato imprigionato ormai da un anno per un atto che sospettiamo non abbia compiuto. Bisogna considerare quell’uomo solo come un lavoro, un caso da risolvere.

Non è però uno sforzo che mi va di fare.

 

Firenze, 12/10/2012

africano su spiaggia

LA DONNA CHE LEGGEVA LE OSSA

Corpi Freddi - Kathy Reichs

Corpi Freddi – Kathy Reichs

Corpi freddi” (“Déjà Dead”) di Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs) ha, in originale, un titolo anglo-francese che ricorda l’ambientazione canadese del romanzo. Se anziché nel 1997, fosse stato pubblicato una decina d’anni dopo, magari si sarebbe potuto chiamare “La donna che leggeva le ossa”!

Il libro ha innanzitutto un pregio che si nota raffrontando la trama con la biografia dell’autrice, nata a Chicago nel 1950: sia quest’ultima, che la protagonista Tempe (Temperance) Brennan sono antropologhe forensi, ovvero donne che di mestiere studiano le ossa (e quel che c’è attorno) dei cadaveri per scoprire l’identità delle vittime e la causa del decesso. Entrambe vivono in Canada. È un pregio, perché la Reichs sa di cosa scrive e questo si sente.

Entrambe, poi, Tempe e Kathy, a un certo punto hanno cominciato a occuparsi di altro. La Reichs, pur essendo una delle prime antropologhe forensi americane, si è messa a scrivere romanzi che, secondo la quarta di copertina, hanno milioni di fans (su anobii frequento un Gruppo popoloso che si chiama proprio “Corpi freddi”, la cui esistenza mi ha indotto a leggere il libro). La Brennan ha, invece, preso a investigare sul campo, fuori dal suo laboratorio.

Devo ammettere di non essere entrato subito in sintonia con il romanzo, ma superato un certo numero di pagine, man mano che la protagonista era sempre più coinvolta in una serie di omicidi all’apparenza riconducibili a un serial killer, anch’io mi sono sentito preso dalla trama.

Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs)

Kathy Reichs (Katheleen Joan Reichs)

Tempe Brennan è un personaggio che ha il suo spessore, pur senza avere caratteristiche troppo marcate e senza che l’autrice indulga troppo in descrizioni psicologiche: viene fuori con la storia, come sempre dovrebbe essere.

Anche il Quebec, che fa da sfondo, non è un’ambientazione indifferente, pur non gravando la narrazione con descrizioni geografiche o paesaggistiche.

Bones

Bones

Insomma, mi è parsa una storia ben equilibrata e costruita, che scorre piacevolmente per tutte le sue 466 pagine. Si tratta di un’opera prima e come tale ha vinto il Premio Arthur Ellis.

Temperance compare anche in altri romanzi successivi è ha ispirato la serie televisiva “Bones”, prodotta, tra gli altri, dalla stessa Reichs.

 

Firenze, 22/11/2011

L’ISOLA DEGLI INDUSTRIALI FAMOSI

Stieg Larsson - Uomini che odiano le Donne

Stieg Larsson – Uomini che odiano le Donne

Uomini che odiano le donne” è il primo volume della trilogia “Millennium” (dal nome della rivista per cui lavora il protagonista) opera dello svedese Stieg Larsson, scomparso sessantenne nel 2004.

Questi ponderosi volumi (676 pagine per il primo romanzo) che pare abbiano venduto oltre 30 milioni di copie (forse di più, dato che l’informazione l’ho presa dalla quarta di copertina dell’edizione Marsilio del 2010) sono stati uno dei maggiori successi letterari degli ultimi anni.

Nonostante la mole, il primo romanzo scorre veloce e le vicende della potente e un po’ strampalata famiglia Vanger incuriosiscono. I suoi membri e lo sfortunato giornalista improvvisato investigatore (Mikael Blomkvist) sono ben delineati e a volte simpatici.

Credo anzi sia proprio l’umana atipicità dei personaggi a rendere questo thriller particolarmente intrigante. Spicca, per esempio, la personalità malata dell’anoressica Lisbeth Salander, quasi autistica nei rapporti umani, abilissima con il computer e spietata quando occorre. Anomali (ma forse in Svezia le cose vanno così) anche i rapporti tra Mikael e la sua socia, che divide liberamente le sue notti tra lui e il marito e che non si preoccupa più di tanto se Mikael va a letto con quasi tutti i personaggi femminili che gli passano sotto il naso.

Il mistero da scoprire, dietro la scomparsa della nipote quattordicenne dell’industriale Henrik Vanger si rivela torbido per intrighi di sesso, potere e violenza.

Insomma, mi verrebbe quasi la tentazione di rispolverare l’elenco degli ingredienti fondamentali per un best-seller, che avevo tirato fuori anni fa leggendo Harry Potter.

Uomini che Odiano le Donne - Lisbeth Salander nel film

Uomini che Odiano le Donne – Lisbeth Salander nel film

Anche qui molti sono presenti in modo evidente: una buona trama, personaggi ben delineati, lotta tra Bene e Male, amore, violenza, paura, pluralità di nemici, un protagonista che si sente debole (Mikael è appena stato condannato in tribunale, Lisbeth è un’emarginata) ma si scopre forte, suspance, morte.

Per capire se ci siano anche l’unitarietà d’ambiente e una struttura unitaria dovrei leggere anche gli altri due volumi.

Ci sono poi altri elementi che ritenevo importanti nella saga della Rowling, sebbene meno evidenti: la ritualità emergerà nei comportamenti del serial killer, l’isola dove vive la famiglia Vanger funziona come una sorta di mondo parallelo. L’amicizia è quella tra Mikael ed Erika, ma anche quella tra Lisbeth e il suo primo tutore. L’iniziazione e la crescita verso l’età adulta riguarda Lisbeth.

Rispetto alle avventure del maghetto inglese mancano chiaramente la magia e l’avventura, ma in compenso c’è un pizzico di sesso in più.

Stieg Larsson

Stieg Larsson

Insomma, se odiate i bestseller per partito preso, lasciate stare, ma se come me pensate che forse non siano il massimo della letteratura, ma possono essere comunque una lettura piacevole e che dietro un grande successo deve pur esserci qualcosa, questo romanzo merita di esser letto, dato che il “dosaggio degli ingredienti magici” che fanno di un libro un successo commerciale ci sono quasi tutti.

Firenze, 23/08/2011

IL SERIAL KILLER DELLE ROSE

16 rose arancioni - Michele Ciardelli 16 rose arancioni”, il romanzo di Michele Ciardelli, letto nella nuova edizione GDS, si apre con un gioco di sguardi cinematografico, che lega con maestria persone e storie lontane in viaggio, preannunciando con stile legami che il seguito della storia rivelerà.
Ed ecco che ci troviamo sulla scena di un delitto agghiacciante, che ricorda subito certe scene alla Dan Brown, con riferimenti mistici e rituali: un uomo crocifisso a testa in giù, con dei versi impressi nel ventre e un camino acceso nonostante sia estate.
Da qui però lo sviluppo della narrazione non è quello tipico dell’autore de “Il Codice da Vinci”, anche se ritroveremo altri delitti e altri simili rituali. I riferimenti sono però più immediati e non necessitano indagini complesse per essere interpretati, basta conoscere un po’ la Bibbia. Difatti, l’autore non si perde nel cercare di spiegarceli ma sviluppa invece un racconto intorno ai vivi, più che ai morti, a quell’Antonio che, il giorno del suo diciottesimo compleanno, torna a casa trova il padre crocifisso e la madre impazzita, ad Altero l’amico di famiglia che svolge le indagini, alle loro donne e al piccolo Sergio, il figlio di otto anni di Altero. Il tutto con i toni familiari e spesso rilassati delle fiction televisive, come viene fatto notare all’interno del libro stesso.
La storia comincia in terza persona e verso la metà vira bruscamente assumendo la prima persona. Sarà l’assassino a continuare la narrazione, rivolgendosi direttamente e confidenzialmente al lettore, e questo ci farà capire come mai la sua conoscenza della famiglia sia molto approfondita ma non precisa. Come mai ad esempio quel ragazzino di otto anni si comporti con la saggezza di un adulto e stia sempre nel mezzo anche quando qualunque genitore assennato avrebbe cercato di tenerlo un po’ in disparte. Perché il padre lo coinvolge, dopo che ha da poco perso la mamma, in una storia d’amore appena iniziata e incerta? Anche la parte iniziale, infatti, scopriamo essere la sua versione, quella dell’assassino. Non dobbiamo allora stupirci che certe ricostruzioni psicologiche non siano perfette, del resto un serial killer non può che avere una visione un po’ “strana” della psicologia.
Poi il killer torna a scrivere in terza persona e infine a parlare è l’investigatore.
Gioco questo del cambio del punto di vista non facile, originale ma non nuovo (ne ho appena letto una prova magistrale nelle pagine de “La Trilogia della Città di K.”) ma che impreziosisce il volume, rendendolo un po’ più articolato.
La spettacolarità dei delitti descritti (e, come detto, l’incipit) ben si presterebbe a una resa cinematografica… ma solo per chi non è debole di stomaco, soprattutto per la violenza dell’ultimo.
 
Firenze, 26/04/2011

INTERVISTA A MICHELE CIARDELLI

Dopo aver letto il suo romanzo, ho avuto l'opportunità di fare qualche domanda a Michele Ciardelli, ecco cosa gli ho chiesto e cosa mi ha risposto.

D – Leggendo il tuo romanzo “16 rose arancioni” ho notato delle somiglianze con Dan uomo vitruviano- Leonardo Da VInciBrown, ad esempio nella scena del padre crocifisso a testa in giù, o con Agota Kristof o Kundera per i ripetuti cambi di punto di vista. Ti sei in qualche modo ispirato a loro? C’è qualche autore che ti ha influenzato maggiormente?
 
R- Devo dire che ho letto il libro di Dan Brown a cui fai riferimento (presumo intendessi Il codice da Vinci nella rappresentazione dell’uomo vitruviano!) alcuni anni dopo aver scritto il mio libro. Di Milan Kundera ho letto l’insostenibile leggerezza dell’essere e non ricordo dei passaggi fra la terza e la prima persona, mentre Agota Kristof confesso di non averla mai letta. Quindi, ti rispondo semplicemente dicendoti: no non mi ha influenzato nessuno. Non a caso non ho un genere preferito né di lettura, né di scrittura e nemmeno un autore preferito.
 
D- Alcune scene di “16 rose arancioni” mi sono parse molto cinematografiche. Quando scrivi pensi “per immagini”? Quanto ti influenza il cinema? Se il tuo romanzo fosse trasformato in un film a quale regista ti vorresti affidare? Quali interpreti preferiresti?
  
Micaela RamazzottiSì, hai centrato il punto. Penso per immagini. Ovvero chiudo gli occhi e descrivo ciò che “vedo”.
Come per i libri, anche il cinema non mi ha mai influenzato. Anche perché la vedo dura che un film animato come Il Grinch, oppure Jumanji, La fabbrica di cioccolato o Edward mani di forbice (i miei film in assoluto preferiti) possano influenzarmi tanto da creare delle scene così cruente.
Il regista può essere chiunque… non saprei scegliere. Come interpreti vedrei benissimo: nella parte del pazzo Marco, Raoul Bova (così dimostrerebbe d’essere bravo, oltre che bello!), di Altero, Tirabassi, di Monica , la mia donna preferita: Micaela Ramazzotti. Io vorrei partecipare attivamente alla stesura della scenografia, perché modificherei il libro in un certo modo, e devo dirti che saprei anche come!


D- Ho notato che cambi spesso editore. Persino  “16 rose arancioni” prima l’avevi pubblicato con SBC Communication  e ora con GDS Edizioni. “Due giorni in più” invece l’hai pubblicato con Demian. Come mai? Cosa cerchi in un editore? Che opinione hai del mercato editoriale attuale?
  
  Raul Bova Qui tocchiamo un tasto molto dolente. Ho cambiato tre case editrici, per motivi differenti. La SBC Communication, la mia prima casa editrice, l’ho cambiata perché mi ha chiesto e ottenuto soldi per pubblicare. L’ho fatto la prima volta perché non sapevo che esistessero anche quelle non a pagamento. La seconda, la Demian, pubblica gratuitamente, ma non fa, come quasi tutte le case editrici pubblicità. Quindi è inutile pubblicare se nessuno sa che è uscito. Le oltre 6000 case editrici che ci sono in Italia pubblicano i libri, facendo a tutti gli effetti dei tipografi, ma non si preoccupano di promuovere. Perché sanno che la richiesta, noi autori, è alta e non si preoccupano di far fare pubblicità, perché ci pensano gli autori stessi.
Cerco due cose: la pubblicazione gratuita e l’aiuto promozionale. Ovviamente non sono Dan Brown e non posso permettermi di dettare le regole; ma niente mi obbliga ad accettarle! Quindi o trovo tutto o smetto di pubblicare… non è un problema. Io scrivo per divertimento, passione, non per far guadagnare le case editrici. Probabilmente il prossimo libro te lo spedirò per mail… tanto il mio obiettivo non è diventare ricco, ma far leggere a quante persone possibili i miei scritti! Non a caso i proventi della vendita di 16 rose arancioni vanno all’Associazione ONLUS Domenico Marco Verdigi, che si occupa di dare un futuro migliore ai bambini che ne hanno bisogno. Se vendessi un milione di copie, quasi interamente la somma andrebbe a loro… ergo: mi interessa farmi conoscere, non guadagnarci.
 
D- Come è cambiata, se lo è, la tua scrittura tra “La Falena”, “16 rose arancioni” e “Due giorni in più”?
 
R – E’ cambiata moltissimo. Il libro La falena l’ho finito di scrivere nel 2002, Due giorni in più Michele Ciardellinel 2010. In questi otto anni di differenza ci sono stati molti mesi di vero e proprio studio sui libri di grammatica e di analisi logica per colmare le molte lacune, retaggi dei miei 4 scolastici. Oltre alle ore perse dal professore che mi ha dato un sacco di ripetizioni in Italiano… Perché volevo essere capito da tutti. E, come dico sempre, per rispettare il lettore.
Ho mantenuto, però, uno stesso modus scrivendi. Ovvero del cambio di prospettiva, che è la peculiarità del mio scrivere.
I generi sono totalmente differenti. La falena è un noir, 16 rose arancioni è un giallo, Due giorni in più un romanzo. Il quarto che, ovviamente non sai, La vita che vorrei per te, terminato a settembre del 2010, è una favola per adulti. Oltre ad aver scritto 3 racconti brevi: due fantasy storici (La stele di Aker e Il calice della bellezza) e una fiaba (La spiga di grano). E 5 racconti brevissimi, fra cui uno è stato edito nell’antologia 365 storie cattive, dove hanno pubblicato anche Buticchi e Roversi.
 
D- Ora parliamo un po’ di te. Che peso ha la scrittura nella tua vita? Ho letto che hai preso la maturità tecnico-nautica ma in “16 rose arancioni” non si parla di mare o di navi. C’è qualche connessione tra quello che scrivi e la tua vita di tutti i giorni?
 
R – Generalmente no. Io scrivo tutto ciò che la mia mente partorisce… e la mia fantasia mi permette di inventare tutto. Mi sento d’avere la stessa fantasia di un bambino che gioca con i soldatini e a cui fa fare tutto quello che vuole, anche morire. Io sono cresciuto e quei soldatini sono diventati i miei personaggi… a cui faccio fare di tutto! Poi tutto inizia con un nuovo gioco… e quindi con un nuovo libro.
 
D-“16 rose arancioni” è un noir con tinte quasi horror. Percepisci il mondo come un luogo in cui simili delitti siano possibili e frequenti o consideri i mondi che descrivi come fantastici?
 
La morte non è sempre la fine di qualcosa, ma spesso è l’inizio di altro. Ecco come ho concepito i delitti. Purtroppo la realtà che scopriamo dai telegiornali è di gran lunga più lugubre della fantasia più sfrenata. Il libro vuol essere un’accusa alla famiglia e alla società che spesso per fretta non si accorge di ciò che gli gira intorno fino a che non si trova davanti a fatti violenti…
 
D- E per il futuro? Che progetti hai? Quale Ciardelli incontreremo domani?
 
A livello di opere… vedo un domani sterminato. Ho talmente tante idee e storie da raccontare che dovrei diventare un moderno Asimov… Ma io preferisco anche e soprattutto vivere una vita “normale”, e scrivere quando ho voglia di giocare, non perché “devo”. Ogni storia dovrà aspettare… il suo turno.
Vuoi degli esempi? Ho in mente un on-the-road: una storia che si svolge durante un viaggio. La  sceneggiatura di un’opera teatrale: una sorta di 6 personaggi in cerca d’autore al contrario… classico di noi autori emergenti che ci sbattiamo tanto per trovare un nostro pubblico. Il continuo di 16 rose arancioni, che sarà intitolato “L’amore della morte”. Un fantasy che sto scrivendo “Tra le righe di un desiderio”, i cui lettori che prenderanno un libro dalla libreria appena aperta, si troveranno a leggere la storia che hanno sempre sognato di leggere, tanto da viverla realmente! Un fantasy intitolato “L’O.D.I.O”. (L’odio dona irrimediabilmente odio) dove i personaggi (Oliandro, Danilo, Ilaria e Olga… O.D.I.O. appunto) che sono figlio, padre, madre e figlia di una stessa famiglia, proveranno lo stesso tremendo sentimento: l’odio. Finché non finiranno nel castello della loro anima. Continuo?
A livello di pubblicazioni, come ti ho detto non lo so. Se trovo quello che cerco, bene, altrimenti li manderò in PDF agli amici.
 Gatta di MichelePersonalmente lo vedo perfetto. Con tutte le bellezze (mia moglie, la mia gatta) che spero percorrano come me il futuro e con tutte le bruttezze (morte di mio padre, di mio fratello e di mi zio) annesse. La vita non è sempre perfetta e da fiaba. Spesso ti mette di fronte agli orrori della vita: mio fratello è morto che pesava 26 kg.
Voglio farmi un auspicio da solo: spero di rimanere operaio a vita e scrittore per passione, che diventare scrittore per lavoro. Perché vorrebbe dire che ho ucciso tutti i miei soldatini… e che non mi divertirei più, dato che inizierei ad avere scadenze e quant’altro!
Caro Carlo ti ringrazio d’avermi dato modo di avermi fatto questa bella intervista. Ha  solo un difetto… è corta!
 
Lo so, si vorrebbe dire sempre di più! Lascio però qui un link alla tua scheda su Apostrofando, con cui collabori, nel caso qualcuno volesse sapere ancora qualcosa di te.
Ciao e grazie a te.

 

ALLA RICERCA DELL’ETERNITÀ

 

Fred Vargas - Nei boschi eterniAmo leggere un po’ di tutto ma i gialli non mi ispirano mai molto. “Nei boschi eternidi Fred Vargas, Edizioni Einaudi, però sebbene, innegabilmente, appartenga a questa categoria, mi è piaciuto.

Bisogna dire comunque che l’atmosfera non somiglia affatto a quella di genere (come me l’immagino io, almeno, nella mia ignoranza in materia). Fin dalle prime pagine si ha subito l’impressione di avere a che fare con un romanzo gotico, paranormale o magari horror.

Non per nulla si parla subito del fantasma di un’assassina. Il commissario Adamsberg percepisce poi la presenza di un’Ombra. Due delitti su cui indaga portano alla profanazione di altrettante tombe.

Sembrerebbe dunque di essere su un terreno assai poco razionale. Lo stesso protagonista, Adamsberg, poi segue ragionamenti tutti suoi, quasi un anti-Holmes per quanto appare guidato dalle emozioni piuttosto che dalla razionalità.

La trama però poi si sviluppa. Non direi che si appiana, perché l’autrice (si tratta di una donna,  Frédérique Audouin-Rouzeau, anche se scrive sotto lo pseudonimo di Fred Vargas) riesce a rendere la narrazione complessa e articolata, ma si dipana verso una soluzione meno irrazionale di quanto si potrebbe pensare, in un processo che mi è parso un po’ l’inverso di quello di “Ansia assassina.

Da brava giallista ci offre una sospettata, della cui colpevolezza restiamo convinti fino alle Fred Vargasultime pagine per poi scoprire che la verità è altrove, con un doppio cambio di prospettiva.

La trama si giova di un arricchimento continuo grazie alla comparsa di strane ricette per ottenere l’immortalità, “omicidi” di gatti e cervi, al riaffiorare di antichi conflitti infantili, che riportano al presente odii mai sopiti, e di amori dimenticati da vent’anni, che hanno però lasciato il segno.

I personaggi sono affascinanti e fantasiosi. Dal commissario un po’ lunatico, al “Nuovo” che parla in versi, alla poliziotta grassona e indistruttibile, all’esperta della scientifica specializzata in dissociazione, al coltissimo Danglard, braccio destro di Adamsberg, al commissario depresso, alla “congrega degli uomini”, al bambino Tom, al gatto Palla, lento e pigro, tutti contribuiscono a trasformare questo romanzo in qualcosa di più di un semplice giallo, in una vera opera di letteratura, che merita senz’altro molta attenzione. Finalmente un romanzo originale e fantasioso.

Il tutto poi pare sia arricchito ulteriormente dai vari giochi di parole che nella traduzione italiana  non ho potuto gustare (ad esempio, il titolo “Nei boschi eterni”, in francese significa anche “nei palchi eterni” e “nei legni eterni”, traduzioni valide e significative, come si potrà capire leggendo il libro).

Consigliatissimo.

Firenze, 16/02/10


 

IL MANCATO DAN BROWN SPAGNOLO

Jorge  Molist - L'anello de Tempio L’anello del Tempio” dello spagnolo Jorge Molist (Edizioni Sperling & Kupfer) mi è stato regalato qualche tempo fa ma, fino alla fine del 2009 ancora non l’avevo letto. Nel cercare trai libri in attesa di lettura qualcosa da portarmi nel mio viaggio di fine anno a Barcellona, ho notato che il libro è ambientato nel capoluogo catalano, percui l’ho messo in valigia e iniziato in albergo, non lontano dalle Ramblas che vi compaiono più volte. Ho poi scoperto che viene persiono citato un paio di volte un ristorante in cui sono stato durante questo viaggio: Els Quatre Gats. La trama del resto sembrava promettente.
 
Se nella trilogia di Dan Brown sul Professor Langdon gli elementi sono sempre gli stessi: una caccia al tesoro, un’associazione potente e misteriosa, l’attrazione tra un uomo e una donna, riferimenti storici, si potrebbe dire che “L’anello del Tempio” si potrebbe confondere con uno dei romanzi dell’autore de “Il Codice Da Vinci”.
Purtroppo Molist non mi pare all’altezza di ambire alla definizione di “Dan Brown iberico”.Jorge  Molist
In questo libro un’avvocatessa americana, abbandona la New York delle Perdute Torri Gemelle (già questo rifarsi a una tragedia mi è parso una forzatura) per tornare nella natia Barcellona, dove resterà intrigata nei rapporti con vecchi amici d’infanzia e un mistero a base di Templari, anelli e trittici medievali, con tanto di trafficanti d’arte cattivi a metterle i bastoni tra le ruote.
La storia sembrerebbe affascinante eppure non sono mai riuscito a entrare veramente in sintonia con il libro, pur essendo scritto bene e con una certa tecnica.
Probabilmente ciò che me l’ha reso poco gradevole sono state alcune ingenuità come il (troppo lungo) testo medievale scritto in modo troppo moderno (si scopre subito che non è autentico, ma allora perché mettercelo? Solo per raccontarci un po’ di Medioevo? Oltretutto non sembra essenziale alla trama) o altre (troppo banali) digressioni storiche (che non mi sono parse fondamentali per la storia).
Oppure a rendermelo poco gradevole saranno state frasi traballanti come “Si sentivano le note di una musica francese, provenienti da una di quelle vecchie radio di legno verniciato, prima dell’era del transistor” (non manca qualcosa?) o magari scene un po’ fuori posto come il bagno nudi in mare con una comunità di rasta-hippie, apparsa solo per l’occasione o forse la forzata presenza di personaggi omosessuali, che pur non risultando grottesca, sembra messa lì per fare “effetto”.
Sarà stato il rivolgersi ad un pubblico che, secondo l’autore, dovrebbe ignorare ogni principio di storia al punto da scrivere dialoghi come il seguente:
<<“Hai sentito parlare di Epaminonda?”
“Chi è, un abitante di Paperopoli?” scherzai, cercando di sdrammatizzare. Mi sembrava il nome di un eroe greco, ma non ne sapevo molto di più.
“Epaminonda, il principe tebano” rispose con un sorriso.>>
anelloOppure mi avrà convinto poco questa avvocatessa che dell’avvocato sembra non aver nulla e che si dibatte come in un romance o in un romanzo rosa, tra l’amore per il bel Mike, ricco personaggio di Wall Street e l’amico d’infanzia Oriol, presunto omosessuale, e che si sente persino attratta dal bel mafioso Artur (ma sono così i mafiosi?).
Insomma, è un libro con buoni elementi ma con varie, piccole, debolezze che mi hanno reso faticosa e lenta la lettura.
 
Firenze, 24/01/2010
 

IL PRIMO VAMPIRO ITALIANO

Il Vampiro - Franco Mistrali - Antonio Daniele Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo, dialogando nel web, di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali Il Vampiro – Storia vera”.
Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora da Keres, anticipa di un trentennio il Dracula di Bram Stoker e di tre anni La Carmilla di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore,  garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.
Il Vampiro” è opera romantica ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore Franco Mistrali stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:
I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici  a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi storici compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  vampiroDietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.
Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.
La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.
Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e  svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.
Lo stile narrativo è decisamente ottocentesco e così pure la grammatica dove, ad esempio, le prime persone dell’imperfetto finiscono sempre in “a” (“io aveva paura”) e si eccede nell’uso dei doppi punti, sebbene il curatore abbia parzialmente provveduto a modernizzare la punteggiatura originaria.
Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.
Completano il volume la pregevole  introduzione del curatore Antonio Daniele e le interessanti note sull’autore. 
 vampiro

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- Oltretomba – N. 2 di IF – Insolito & Fantastico
- Il Settimo Plenilunio

AUTORI IN CERCA DI FAMA

Continuo a leggere con piacere autori ancora privi di un ampio pubblico, a volte veri e propri esordienti, altre volte semplicemente  autori ancora ingiustamente poco noti, forse per la mancanza di un'adeguata casa editrice, forse per l'assenza di promozione o di distribuzione capillare.
Spesso queste letture riservano sorprese maggiori di quelle di autori affermati, proprio perché da noi "poco noti" ci si aspetta forse meno ma spesso valgono almeno quanto gli altri.
Sono rimasto un po' indietro nel recensire queste letture (con le altre lo sono ancora di più).
Provo dunque a rimettermi in pari, scusandomi per il ritardo.

IL DELITTO CINEMATOGRAFICO
 
Delitto perfetto - Valeria Marzoli ClementeDelitto perfetto” è il primo giallo scritto da Valeria Marzoli Clemente, autrice che già aveva pubblicato poesie e storie per bambini. Il volume è edito da Gruppo Albatros Il Filo.
Innegabilmente si tratta proprio di un giallo, anche se quella che andiamo passo passo scoprendo, ancora più della soluzione del mistero su chi abbia ucciso la Maestra Francesca, è proprio lei, la vittima.
A investigare è un Maresciallo che di cognome fa Brancaleone, ma che nonostante l’evidente riferimento cinematografico, non è certo pasticcione come il comandante del celebre film.
A dare un tocco di forte connotazione emotiva alla storia c’è il rapporto tra il Maresciallo e la maestra (poi divenuta professoressa), che si scopre essere stata la sua insegnante quando era bambino. Non una maestra qualunque, però, ma proprio una di quelle maestre speciali, tanto belle e buone, che fanno innamorare i bambini come Corradino Brancaleone.
La Maestra Francesca Venuto ci viene presentata quindi subito come una sorta di angelo. Sarà con suo grande sconforto che il Maresciallo scoprirà che le impressioni di quando era bambino non corrispondo alla realtà. Non voglio aggiungere di più per non rovinare la sorpresa.
Anche il mistero si dipana bene, facendo spostare i sospetti da un personaggio a un altro, più volte.
Simpatica è l’idea di intitolare ogni capitolo come un film (anche se poi la relazione trai due è spesso debole), ci spostiamo così da “Una giornata particolare”, a “Compagni di scuola”, a “Divorzio all’italiana”, per arrivare poi a titoli ancor più espliciti come “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”, “Il pranzo di Babette”, “Scoprendo Forrester” o “She, the devil” e non manca, ovviamente un capitolo dedicato a “L’armata Brancaleone”.
Certo ogni tanto c’è qualche debolezza stilistica, ma nel complesso la storia scorre bene, anche se, per i miei gusti, c’è un po’ troppo sentimento per un giallo, dove un tocco un po’ più cupo, forse non avrebbe guastato.
 
Firenze, 16/11/2010 

LA CONTESSA GIULIA E LE SUE SVELTINE
 
 The Countess Julia and her lovers - Crisitna ContilliThe Countess Julia and her lovers” è un nuovo romanzo storico (ma non l’ultimo) della prolifica Cristina Contilli, autoprodotto con Lulu. Di Cristina ho già letto “Dalla prigionia nello Spielberg al ritorno alla vita: la vita dentro e fuori dal carcere di Alexandre Andriane, Federico Confalonieri, Piero Maroncelli, Silvio Pellico”, “Il Porto di Calais: amori, cospirazioni e duelli nella Francia del 1804 e “Il duello: Costanza Arconati tra Giovanni Berchet e Pietro Borsieri”.
Sono tutti e quattro romanzi biografici piuttosto brevi, in cui l’autrice si concentra assai più sulla ricostruzione storica degli eventi e dei personaggi che sulla creazione di una storia di fantasia.
In tutti e tre ritroviamo il rapporto erotico/sessuale piuttosto presente e frequente, ad alternare lo sviluppo delle vicende storico-politiche.
Ho trovato però “The Countess Julia and her lovers” (il volume è stampato con testi italiano e inglese alternati) una storia più calibrata in queste sue componenti delle altre, anche perché maggiormente concentrata sui due personaggi principali, la Contessa Giulia Katarina  Muravyov e il suo amante e, poi, secondo marito, Ferdinand Eber. Anche la trama scorre bene e la vicenda di questa dama di origine russa nata a Torino incuriosisce e stimola. Lo stesso titolo, più sintetico dei precedenti, ne è piacevole avvisaglia.
 
Anche qui però mi ha lasciato perplesso sia la rapidità con cui Ferdinand si innamora, ma ancor più quella con cui si dichiara. In un dialogo (capitolo 10) in cui, nell’arco di una pagina e cinque minuti di scena, direi, si passa dalla frase “Dal giornale mi hanno fatto sapere che devo rientrare in Inghilterra, ma, prima di partire, avevo bisogno di dirti che mi sono innamorato di te…” e, saltando un passaggio che di solito dovrebbe comportare almeno qualche giorno di amore e passione, si arriva dopo poche righe alla frase “Sei tu che devi parlare con tuo marito e spiegargli quali sono i tuoi sentimenti e cosa desideri fare, non posso affrontarlo io al posto tuo…
Ma Giulia è ancora perplessa sull’amore appena dichiarato e già si pensa al divorzio dal marito? Forse prima di parlarci sarebbe bene che ci rifletta un po’ su e magari ne parli un po’ di più con  Cristina Contilliquesto innamorato sfuggente, con cui non si è ancora neanche scambiata un bacio.
Anche le scene di sesso mi sono parse un po’ troppo veloci (anche senza andare a disturbare Sting e le sue dichiarate abitudini in materia), con poca passione, corteggiamento e desiderio a preparare le scene. Il sesso mi pare anche forse un po’ disinvolto per la metà del diciannovesimo secolo e un troppo attento alla contraccezione, attenzione che forse si è sviluppata un secolo dopo. Anche l’uso del preservativo, qui appare un po’ troppo moderno. È vero che l’oggetto ha origini antiche e che pare lo usasse addirittura Minosse, il re di Creta (il suo era realizzato in vescica di pesce) e che nel 1839 Charles Goodyear comincia la produzione di quelli in gomma, ma dubito che il loro uso fosse così comune nel 1864 e, soprattutto, che si rinunciasse a un rapporto per aver “finito i preservativi”! In pochi lo facevano cent’anni dopo!
La lettura di questo romanzo mi ha poi portato a fare una riflessione sull’importanza dei finali, dato che qui la storia si interrompe con un’esperienza al giornale di Giulia, cui seguono delle “Conclusioni” in cui i due novelli sposi programmano un viaggio a Budapest. Sostanzialmente però la storia rimane in sospeso, con uno sviluppo ancora aperto e senza nessuna svolta fondamentale (il matrimonio alla fine è arrivato, ma non appare un evento narrativamente risolutivo).
La riflessione è che, troppo spesso, ci adagiamo su un concetto di romanzo che non necessariamente deve essere immutabile. Nella vita, difficilmente c’è una vera fine alle storie. Ogni evento ha i suoi strascichi. Perché allora dovremmo aspettare e desiderare che un romanzo di concluda con un “evento risolutore”. Personalmente, scrivendo, ho sperimentato finali diversi, da quello “sospseso”, che lascia aperte varie possibilità, a quello “circolare” che riporta la storia all’inizio, a quello “definitivo” (la morte del protagonista), a quello “catastrofico”, che tutto rivoluziona, a quello “esplicativo” che spiega (seppur stravolgendo le aspettative del lettore) e lega i capitoli precedenti. Molti altri sono, certo i possibili finali, tra questi anche, certamente, il “non-finale”.

Firenze, 16/11/2010 

I VAMPIRI NON ESISTONO, DISSE DRACULA
 
 Carpat Infinite Love - Karinee PriceCarpat Infinite Love” di Karinee Price, anagramma di Irene Pecikar, autopubblicato con Ilmiolibro, è un romanzo veloce che parla di una donna, di una corsa automobilistica, di un uomo, di una bambina e, beh sì, anche di un cane.
All’apparenza è una storia avventuroso-sentimentale, ma poi scopriamo  Irene Pecikar - Karinee Pricedi essere in Transilvania e il presente si mescola con il passato, mentre i personaggi cominciano a somigliare a dei vampiri. Non dei vampiri malvagi, ma di quelli tranquilli alla Edward di Twilight, però non sono vampiri ma solo gente malata – questo almeno pensano loro – secondo la quale i vampiri  non esistono.
La storia scorre piacevolmente e i personaggi appaiono leggeri e gradevoli.
La storia è anche un’occasione per denunciare l’abbandono di minori in Romania e il randagismo.
Il breve romanzo è corredato da due ancor più brevi racconti.
 
Firenze, 07/01/2011 

VENTI RACCONTI ETEROGENEI
 
 20 racconti - Massimo Bolognino20 Racconti”, l’antologia scritta da Massimo Bolognino e da lui pubblicata con Ilmiolibro, è, come si legge in quarta di copertina “una raccolta di racconti eterogenea e variegata, che spazia dalla fantascienza, al racconto a tema, alla trama appena abbozzata”.
Ed è anche vero, come si legge più avanti che “registri stilistici diversi e temi differenti caratterizzano questa raccolta…
Se la lettura scorre veloce e piacevole, rimane però questa eccessiva varietà di temi che privando la silloge di una sua unità, porta il lettore a saltare troppo frequentemente da un tema all’altro.
Pregevoli sono peraltro vari racconti e alcuni avrebbero meritato di figurare in qualche raccolta a tema di fantascienza, di gialli o altro.
Alcune sono storie di quotidiana piccola follia. Qua e là ci sono alcuni spunti che ci rimandano con la memoria a altre opere, come il ciclo dei robot di Asimov (esplicitamente citato in “Legge 0”), Fandango con la ricerca dell’amico perduto Dom Perignon (in “Un amico sincero”).
A volte i racconti sono giocati sul finale, che sorprende e tutto svela. Sono forse questi i momenti più felici di questo piccolo volume, tutto da scoprire, che, pur parlando, magari, di viaggi spaziali e di formiche ci offre comunque dei piccoli quadri che parlano del nostro tempo un po’ distorto.
 
Firenze, 11/01/2011 

L’ANIMO POETICO DI BOLOGNINO
 
 20 Poesie - Massimo BologninoScrive Massimo Bolognino nella Premessa del suo “20 Poesie”: “Io non sono un poeta. E non scrivo nemmeno poesie. Non sapendo come definire questi piccoli frammenti della mia anima ho deciso di chiamarli comunque ‘poesie’
Ed io invece, aggiungerei, non sono un lettore di poesie, sebbene talora, come in questo caso, ne legga e faccio sempre una certa fatica a valutare le liriche. Con Massimo, però, mi sento accomunato nella definizione di chi non si sente poeta pur producendo, talora, qualcosa che non si saprebbe come definire altrimenti. Certo io preferisco di gran lunga scrivere (e leggere) romanzi, ma qualche verso ogni tanto… ci scappa! La poesia è qualcosa da cui è difficile prescindere.
Questo libricino, come annuncia il titolo, di liriche ne contiene davvero solo una ventina e si legge velocemente, sì, ma anche con piacere, perché sono parole semplici e dirette che toccano il comune sentire.
Mi permetto, allora di riportare qui la prima della raccolta, per darne un’idea:

Goccia dopo goccia
Il mio torrente
Si prosciugherà
E, con la gola secca,
urlerò ancora e poi ancora
fino a quando, di colpo,
non mi risveglierò
ansimante,
da questa vita

Massimo Bolognino 
Quanto c’è in questi pochi versi! Il tempo che scorre, la vita che si consuma, l’energia che  si  esaurisce ma che prorompe ancora, la potenza del sogno che è la nostra esistenza e l’ineluttabilità della fine.
Sono così i versi di Massimo. Sono poesia? Difficile dire cosa sia davvero la poesia. Occorrono la metrica e le figure retoriche per avere poesia o basta che esprima pulsioni dell’anima, che leggendola ci si possa riconoscere in essa, come in uno specchio, magari un po’ distorto, magari un po’ strano, che riflette solo alcuni tratti e ne cancella altri?
Se poesia è parlare ai nostri sentimenti, allora Bolognino non ha sbagliato titolo alla sua raccolta, ma questo potranno dirlo altri più qualificati di me.
 
Firenze, 25/01/2011 

UNA NAVE, UNA GUERRA, UNA STORIA
 
 Montecuccoli - 1937-38 - Carla CasazzaCarla Casazza ha riunito nel bel volume intitolato “Montecuccoli 1937-38 – Viaggio in Estremo Oriente” (Bacchilega Editore) i ricordi di suo nonno Aroldo Sabbadin, Capo Elettricista sull’incrociatore leggero Raimondo Montecuccoli in missione in Estremo Oriente, un’ampia serie di belle foto d’epoca e le ricostruzioni degli eventi legati al viaggio di questa nave della Marina Italiana, realizzando un gradevole libro di ampio formato e dalla copertina rigida, che rappresenta non solo un’interessante lettura, ma anche uno di quei testi da conservare nella parte “elegante” della libreria di casa.
La descrizione del viaggio si accompagna a quella di alcuni luoghi  Carla Casazzavisitati, in particolare Shangai e la Concessione Italiana in Cina Tientsin, alla descrizione della guerra tra Cina e Giappone, cui le potenze europee davano il proprio contributo (sin dalla Guerra dei Boxer), anticipando l’apertura di uno dei fronti delle Seconda Guerra Mondiale e a quella della nave stessa.
Ho trovato particolarmente stimolante la parte sul conflitto, lettura che mi ha ricordato un mio progetto analogo, quello di descrivere la Guerra dei Boxer, attraverso gli occhi del mio bisnonno Guido Menzinger, che vi partecipò.
 
Firenze, 6/2/2011 

TRE LIBRI DI (quasi) FIABE

LA FIABA DEL RAGAZZO DAI CAPELLI VERDI

Marco MazzantiDi Marco Mazzanti avevo già letto “L’uomo che dipingeva con i coltelli”, la storia di un pittore albino che era stato cieco. Mazzanti ci offre ora in lettura il suo nuovo romanzo “Demetrio dai capelli verdi” e non si può non notare subito come la passione per la pittura e il cromatismo, che aveva già caratterizzato l’opera precedente, sia ben presente anche qui. I capelli che nell’altro romanzo erano bianchi, qui diventano addirittura verdi, la pelle del nuovo protagonista si fa azzurrina e splendente (mi viene da pensare a Edward Mc Cullen in “Twilight”!). Tutto ciò sempre per descrivere il disagio di un “diverso” nei confronti del mondo.
Eppure questo Demetrio, sebbene chi poco lo conosce lo aggredisca, sembra trovare facilmente l’amicizia, persino nella donna che più duramente l’aveva attaccato, quasi a dirci che, in fondo, le diversità non sono un vero ostacolo a vivere una vita normale in mezzo agli altri.
Per tutto il romanzo ci si chiede il perché di questo strano aspetto del protagonista e come mai Demetrio abbia simili colori. Lui stesso si interroga in merito e non riesce a trovare risposte. Solo nel finale arriva a scoprire chi fossero i suoi genitori, eppure questo non spiega nulla. Il romanzo finisce ma la vita di Demetrio continua, la sua fuga dal mondo pure e il mistero non si scioglie, quasi a preparaci a un inevitabile sequel.
Se “L’uomo che dipingeva con i coltelli” era ambientato nel medioevo, qui siamo nel XIX secolo, ma in questo romanzo come nel primo l’ambientazione storica e geografica non ci pare rilevante. Questa è una fiaba e potrebbe essere ambientata in qualunque tempo e luogo, anche in un classico “Paese Lontano Lontano” da favola. Peccato allora cercare di far parlare i personaggi in un finto linguaggio ottocentesco, che nulla aggiunge alla costruzione narrativa, ma anzi rende meno fluida la lettura.
Demetrio dai capelli verdi - Marco Mazzanti INVESTIGATORE PER CASO

quando la luna ride.jpegDi Natalfrancesco Litterio (alias Oblomov Il Pigro) avevo già letto la raccolta di racconti “Il Dio del Jazz è nato in Alabama” di cui avevo parlato qui.
Già leggendo quei racconti mi ero reso conto che questo autore aveva le carte in regola per scrivere qualcosa di più compleUomini e topi - Steinbecksso. “
Quando la luna ride”, edito da Silele edizioni, conferma questa sensazione, sebbene sia, anche questo un libricino di sole 86 pagine, in un formato ultra-tascabile. Sebbene brevissimo, si tratta però di un romanzo e, come sospettavo, qui l’autore riesce a dare miglior prova di sé.
È un libro che si legge tutto d’un fiato, con piacere. Il protagonista Nick La Bestia è un gigante buono ma brutale, che fa quasi pensare a Lennie di “Uomini e topi” di John Steinbeck. Un uomo che per attitudine avrebbe potuto fare il criminale, ma che finisce per fare qualcosa di simile a una guardia del corpo in un’agenzia di sicurezza e investigazioni. L’incontro con un vicino appiccicoso e i suoi amici studenti lo trascinerà per caso a trasformarsi in investigatore, dove mostrerà doti inattese che lo porteranno molto vicino alla soluzione di uno strano caso in cui sembrano essere immischiate strane sette religiose.
Ben delineati anche i personaggi secondari, dal vicino Giò alla sua amica Marla (che Nick si ostina a chiamare Carla) al capo Gino.
La simpatia del personaggio ci accompagna e ci spinge a parteggiare per lui, nonostante le sue abitudini manesche.
E ora? Ora Natalfrancesco dacci un romanzo vero che duri di più di una corsa in treno!

 I GIOCHI DI PAROLE DI DILILLO
 
Nuove leggende lucane - Costantino DililloCosa vi aspettereste da un libro intitolato “Nuove leggende lucane”? Difficile dirlo. Cominciandone la lettura non mi ero fatto un’idea precisa, ma ovviamente pensavo a qualcosa di legato alla tradizione popolare della Basilicata, magari un lavoro di ricerca sull’evoluzione delle tradizioni locali.
Questo volume scritto da
Costantino Dilillo e edito da BMG è invece una raccolta di racconti dal tono prevalentemente umoristico, aspetto, quest’ultimo che poco il titolo lascia presagire, sebbene, pensandoci bene, già in esso si colga una certa ironia.
Si comincia con un racconto leggero che mescola con grazia credenze antiche e mondo moderno per parlarci di Giacomino, un bambino che non impara a parlare e poi regalarci una fantasiosa (leggendaria?) etimologia del fiume Basento.
Nel secondo racconto c’è ancora una bambina e parlando di figure leggendarie come la Befana e i Cucibocche (figure della tradizione materana che trascinano, legata ai piedi, una catena spezzata, hanno una lunga barba giallastra di canapa, un mantello scuro e un largo cappello, il più delle volte fatto con un disco di canapa da frantoio. In mano stringono un lungo ago con cui minacciano di chiudere la bocca dei bambini) si sorride sul desiderio della piccola che da grande vuol fare la gallina!
Le fantasie di un vecchio nonno sulla sua partecipazione alla colossale battaglia di Lepanto che contrappose la cristianità agli ottomani sono poi l’occasione per un gioco di parole.
Più avanti si gioca ancora con le parole (ma il racconto è quello che mi è piaciuto meno) e sono queste stesse a parlare, componendosi e scomponendosi a piacimentLa battaglia di Lepantoo.
In un altro racconto vediamo un Ragioniere che, prigioniero della propria agenda, di cui dimentica di girar pagina, ogni giorno ripete le stesse azioni.
In “Zann” due ragazzini vanno alla scoperta del sesso.
“Zappatore” è una filastrocca surreale dove al gioco di parole s’unisce uno strano intervento divino.
Il racconto più spassoso di tutti per me è stato quello sul pastorello che va a scuola e fraintende le istruzioni dell’insegnante.
Simpatica anche l’esegesi finale della filastrocca “Topolino, topoletto” (forse un po’ lunga!).
Insomma un volume gradevole e assai più lieve di quanto il tiolo suggerisca, per un paio d’ore di lettura rilassata, per chi ama la nostra lingua non in modo freddo ma come un’amica con cui giocare.

IL QUARTO NUMERO DI IF DEDICATO A GIALLO E NOIR

IF - Insolito & Fantastico - Giallo & NoirChe bella scoperta questa rivista! “IF – Insolito & Fantastico” è una rivista con un taglio davvero speciale. Innanzitutto il formato è quello di un libro, cosa che ti mette subito in un diverso spirito di lettura: come un libro va letta tutta, dalla prima all’ultima pagina, cosa che ho sempre fatto con tutti i numeri che ho ricevuto sinora.
Se il numero precedente era per me di grande interesse, dato che trattava un genere cui sono molto legato, per via dei romanzi che ho pubblicato, l’Ucronia, e se quello prima era pure su un argomento vicino alla mia sensibilità, l’Oltretomba, questo quarto numero invece, essendo dedicato al “Giallo & Noir” avrebbe dovuto lasciarmi più indifferente, essendo questi dei generi che frequento solo occasionalmente, ma la gran qualità degli articoli riportati ha ugualmente calamitato la mia attenzione, fin dall’editoriale introduttivo “Il fascino discreto della contaminazione”: quando leggo qualcosa cerco sempre di catalogarla, di comprenderne le parentele sia come ascendenti e discendenti, sia in linea orizzontale, però è maledettamente vero che non ha senso cercare di imprigionare un libro nei confini di un genere. La contaminazione tra generi è una grande ricchezza. Anche se, come scrive, nell’articolo successivo, Roberto Barbolinile vie del giallo non sonoSherlock Holmes infinite”: ci sono modelli e antecedenti da cui non si può prescindere, dal whodunnit all’hard boiled.
Ogni detective ha il suo stile, nell’affrontare “la semplice arte dell’investigazione”, come ci racconta Giuseppe Panella, dallo Zadig di Voltaire, a Auguste Dupin di Poe per arrivare a Hercule Poirot di Agata Christie, passando per lo Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle (uno trai primi autori ad avere scritto qualcosa di ucronico).
Delle contaminazioni con la fantascienza ci parla diffusamente Gian Filippo Pizzo (“Il giallo fantascientifico”) e già mi sento più di casa, visto l’importante ruolo in questo di Isaac Asimov, uno degli autori che da ragazzo ho amato di più. Si cita persino l’ucronico Lord Darcy con il suo universo parallelo in cui la magia è realtà.
Monografico è l’articolo di Riccardo Gramantieriscienza mostruosa e teorie della cospirazione nella narrativa di Robin Cook”, l’autore di Coma Profondo e Chromosome 6.
Elena Romanelli ci parla dei gialli televisivi “Senza traccia”, “Cold case”, “Criminal Minds” e “Bones” in “Il thriller dal volto umano”.
Graziano Braschi in “Takeaway murders” ci fa conoscere autori stranieri che hanno ambientato gialli in Italia come Magdalen Nabb, TimothY Holme, Timoty Williams, Micheael Dibdin.
Mi sono ritrovato particolarmente nella descrizione di Firenze della Nabb, riportata nell’articolo: “è stata Firenze a ispirarmi: una città strana, che gira le spalle alla strada. Camminavo, camminavo e guardavo le facciate delle case, le persiane chiuse, i bandoni abbassati, la striscia di cielo che lasciava filtrare appena uno spiraglio di luce, quasi una cortina di sicurezza dietro la quale poteva succedere di tutto. Mi incuriosivo quando, di tanto in tanto, da qualche portone intravedevo un giardino, una corte, uno spazio impensabile e segreto agli occhi del passante.” Incredibile come una straniera abbia saputo cogliere bene lo spirito di questa città!"
Isaac AsimovGianfranco De Turris ci parla de “gli investigatori dell’ignoto” dall’indagatore dell’incubo Dylan Dog (un altro che è sconfinato nell’ucronia), al detective dell’impossibile Martin Mystère, a X-files, Ghostbuster e Men in Black, per arrivare a Buffy l’Ammazzavampiri, passando per Fringe (che venendo dagli autori di Lost, mi riprometto di vedere).
Dedicato a “Ruth Rendell – fra mistery e sociologia” l’articolo di Annamaria Fassio su un’altra interessante contaminazione.
Si arriva poi al dettagliato e preciso articolo di Sergio Calamandrei (autore del giallo “L’Unico Peccato”) “La struttura profonda del giallo e del noir”, in cui, riassumendo il saggio “Detective thriller e noir. Teoria e tecnica della narrazione” di Luigi Forlai e Augusto Bruni, ci offre una carrellata dei sottogeneri letterari, dei loro Eroi Archetipali, dei fattori base della narrazione, delle Stazioni Narrative Obbligatorie, dell’uso del Punto di Vista, del Colpo di Scena, del Cliffhanger, della Concatenazione, degli Hidden Tools e della Mousetrap.
Con Antonio Daniele entriamo in zona Vampiri, anticipando la materia del prossimo numero di IF (cui parteciperò anch’io con un articolo su perché si scrivono ancora storie di questo genere), per scoprire la “Viki Nelson Investigazioni” e la serie di romanzi relativi.
Articolata e approfondita l’analisi di Walter Catalano su “Tutti i colori del nero – il film noir classico”.
Roberto Santini ci parla poi de “Il cinema noir del perturbante” con “La fiamma del peccato”, “Il falcone maltese”, “Le diaboliques”, “Ascensore per il patibolo” e “Il cattivo tenente”.
Sarà Carlo Bordoni a parlarci dei telefilm con ambientazione ospedaliera con “Elementare Dottor House – quando l’assassino è un serial virus”.Dottor House
Dopo un ricordo dello scomparso Ernesto Vegetti, comincia la parte dei racconti: psicologico e coinvolgente “l’erba del vicino” di Giuseppe Magnarapa, sadico e spietato “non cercai e trovai” di Susanna Daniele, triste e inquietante “L’uomo che non sapeva leggere” di Michele Nigro, pulp e allucinato “Intervallo pubblicitario” di Andrea Coco.
Si arriva quindi alla parte degli articoli fuori tema, con l’interessante ricostruzione di Claudio Asciuti dell’esperienza politica letteraria del gruppo di autori di sinistra dell’UAU – Un’Ambigua Utopia, che volevano destrutturare la fantascienza. Seguono un’intervista di Susanna Daniele a Maurizio de Giovanni e il ricordo di James Ellroy nell’esperienza di Carlo Bordoni, cui si deve anche la riflessione su Avatar.
Trai libri segnalati a fine rivista: “Un dramma in Livonia”, un insolito Jules Verne, “Ultimi vampiri” di Gianfranco Manfredi, “La strega e il robivecchi” di Fiorella Borin e la raccolta di Urania “I miti di Lovecraft”.
 
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A questo punto non vedo l'ora di leggere il numero 5 di IF, dedicato ai Vampiri. Avete visto chi c'è tra gli autori?
 
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