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LA SOCIETÀ DEI CIECHI

José Saramago - Cecità

José Saramago – Cecità

Di José Saramago, Premio Nobel portoghese per la letteratura nel 1998, avevo già molto apprezzato i romanzi “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” e gradito “L’anno della morte di Riccardo Reis”;

Cecità”, romanzo dalla struttura articolata e dal modo originale di presentare la storia, anche grazie ad alcuni accorgimenti stilistici, mostra gran parte del suo fascino nel trattare la capacità dell’uomo di affrontare le più grandi difficoltà, genere letterario trasversale che si ritrova spesso nelle vicende post-apocalittiche come “Io sono leggenda” di Matheson o “La Strada” di McCarthy, tanto per citare due ottimi esempi tra quelli che ho letto più di recente o nelle storie di naufraghi o persone disperse come “Robinson Crusoe” di Defoe, “Darwinia” di Wilson, “La bambina che amava Tom Gordon” di King o il telefilm “Lost”.

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è stato l’approccio al tema. Saramago non si limita a descrivere la situazione dal punto di vista di un solo protagonista, ma ci mostra, uno dopo l’altro, alcuni personaggi e ci fa vedere, presentandoceli, il loro diverso modo di reagire all’improvvisa cecità. Incipit interessante ma proprio nel momento in cui mi sono trovato a pensare “il meccanismo funziona bene ma non può andare avanti”, ecco che Saramago, da ottimo autore quale è, cambia struttura e fa riunire dalle autorità spaventate tutti i suoi ciechi in un ex-manicomio, in cui vengono letteralmente rinchiusi.

Di nuovo, proprio quando la vicenda nel ex-manicomio pareva diventare collaudata e senza sbocchi, Saramago si libera di questo palcoscenico e fa uscire i suoi ciechi in un mondo devastato in cui ormai non esiste più una sola persona che ci veda, a parte la moglie del medico, che abbiamo conosciuto nell’ex-manicomio in cui si era fatta rinchiudere per seguire il marito, fingendosi cieca. Il finale ottimista è la quarta svolta. Una simile struttura tiene sempre alta l’attenzione e l’interesse del lettore.

Stilisticamente la cecità viene rappresentata con l’assenza di nomi propri, non solo dei personaggi ma anche dei luoghi, come a dire che per un cieco un uomo equivale a un altro, un posto a un altro. Questo non toglie spessore ai protagonisti, che appaiono ben delineati anche se si parla di loro come del primo cieco, del medico, del ladro, della donna con gli occhiali neri, del bambino strabico, del vecchio con la benda nera, della moglie del medico e così via.

Nella prima parte del romanzo, quando la cecità si manifesta, Saramago ci mostra come questa possa essere accolta: sventura, evento inevitabile, destino, punizione quasi divina. Nel dipingere i suoi personaggi ce ne mostra così le sfumature psicologiche e sociali.

Nella seconda parte ci fa vedere tutto l’abbrutimento di cui può essere capace l’essere umano privato di una struttura organizzativa. I ciechi, la cui malattia si è rivelata contagiosissima, vengono rinchiusi nell’ex-manicomio, quasi a simboleggiare la somiglianza tra cecità e follia, metafora dei nostri tempi in cui la vera pazzia sta nel non voler vedere le atrocità del mondo. Qui non hanno altro rapporto con l’esterno che attraverso le guardie spaventate che portano loro da mangiare e che si tengono sempre alla massima distanza possibile. L’assenza di un’organizzazione sociale porta la piccola comunità alla barbarie se non all’imbestialimento e ben presto prevale la legge del più forte, con tutte le violenze possibili, mentre la paura semina morte.

L’ottimismo di Saramago lo porta, però, a immaginare forme di solidarietà spontanea e di aggregazione, come a voler confermare che anche nelle situazioni più confuse la nostra natura di animali sociali deve emergere. La presenza dell’unica vedente dell’intero manicomio consentirà al gruppetto dei protagonisti di ribellarsi ai soprusi dei violenti, pur senza confermare il detto “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ma mostrando che la vista è, quanto meno, un vantaggio evolutivo non indifferente.

L’autore portoghese fa un gran ricorso a proverbi, forse per mostrare che il mondo da cui nascono, quello popolare e popolaresco, istintivo e spontaneo ma organizzato in nuclei di natura familiare, è il mondo naturale cui l’essere umano tende.

José Saramago

José Saramago

Quando tutto fuori crolla, i primi ciechi fuggono dalla quarantena e si aggirano in un mondo post-apocalittico, con bande di orridi ciechi che brancolano alla ricerca di cibo in una città devastata e spogliata di ogni ricchezza fisica e morale. Eppure anche lì sta sorgendo un nuovo ordine sociale. La proprietà non esiste più. I ciechi non riescono quasi mai a ritrovare la casa da cui provenivano, percui appena ne trovano una vuota la occupano per poi abbandonarla partendo di nuovo alla ricerca di cibo. Il cibo è di chi lo trova per primo. I gruppi si aggregano e disgregano continuamente. I ciechi si muovono reggendosi l’uno all’altro ma talora uno si stacca, per un po’ brancola da solo e poi, come trova un nuovo gruppo, vi si attacca e viene accolto come se ci fosse sempre stato, in un movimento che fa pensare a quello delle processionarie, quegli insetti velenosi che si muovono in fila indiana.

Cecità” insomma non è solo una distopia fantascientifica, ma è soprattutto una riflessione sulla natura sociale dell’uomo (certe digressioni in tal senso appesantiscono forse un po’ il testo, il cui senso era evidente anche senza le osservazioni morali dell’autore) e un grande romanzo sull’amicizia e la solidarietà come forza aggregante.

Firenze, 01/10/2011

Alterazioni temporali e ucronie al cinema

Ritorno al futuro

Ritorno al futuro

Se in letteratura gli esempi sono numerosissimi, anche nel cinema non mancano esempi di alterazione del flusso temporale, quali la celeberrima trilogia di “Ritorno al futuro” che descrive le possibili vite del protagonista al verificarsi di dati eventi nel suo passato. Non si tratta, però di ucronia, perché le alterazioni degli eventi storici non sono rilevanti, l’impatto è soprattutto sulla vita del protagonista e dei suoi familiari, personaggi oltretutto immaginari e non storici.

Questi film sono generalmente considerati “fantascienza” e tra la fantascienza, in effetti, si possono trovare esempi nascosti di ucronie, come certi episodi di Star Trek.

Un’altra storia in cui, pur senza fare riferimento a fatti da libro di Storia, si ha un’alterazione divergente del flusso temporale è il film “Ricomincio da capo“, in cui il protagonista Bill Murray impara ad amare Andie McDowell, vivendo all’infinito lo stesso giorno, con piccole modifiche che lo portano a comprendere lei e sé stesso. Con questo film siamo dunque dalle parti dell’ucronia anche se la mancanza di un’ambientazione nel passato o in tempi diversi dal presente lo rende, a mio avviso, meno degno di comparire nel genere. Lo stesso potrebbe dirsi dell’imperdibile “Sliding Doors”. Siamo però sempre nell’ambito delle alterazioni “private” del Tempo.

Sliding Doors

Sliding Doors

Una visione del tempo ucronica si ritrova in varie pellicole, tra cui l’ultimo episodio di Shrek e la Sesta Stagione di Lost. Manca però sempre l’alterazione della Storia.

 

Più correttamente ucronico potrebbero essere considerati il film “I vestiti nuovi dell’Imperatore” nel  quale Napoleone fugge da Sant’Elena e torna in Francia (regia di Alan Taylor, GB 2001) o “L’ultima tentazione di Cristo”, tratto dall’omonimo romanzo, in cui Gesù rifiuta la Croce. Ai limiti della fantascienza “I ragazzi venuti dal Brasile”, con Gregory Peck, in cui si scoprono dei cloni di Hitler o, ancora “Bastardi senza gloria” di Tarantino, in cui Hitler viene ucciso.

Le vicende di “Watchmen” sono ambientate in una realtà alternativa molto simile a quella del mondo reale, in un 1985 in cui Stati Uniti e Unione Sovietica sono in piena Guerra Fredda e sull’orlo di una guerra nucleare. La principale differenza con la realtà è la presenza di supereroi nella società comune, cosa che allontana il film dai canoni dell’ucronia classica.

I vestiti nuovi dell'imperatore

I vestiti nuovi dell’imperatore

 

 

“It Happened Here” è un film del 1965, scritto, diretto e prodotto da Kevin Brownlow e Andrew Mollo. È una storia fantapolitica ucronica, in cui, con uno stile semi-documentaristico, viene mostrato quello che sarebbe potuto accadere se la Germania nazista avesse occupato l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale.

Iron Sky” è una commedia basata sull’idea che un gruppo di nazisti sia riuscito a nascondersi per anni sulla luna, preparando la loro rivincita per la caduta del terzo Reich.

 

Il cinema, insomma, sembrerebbe ancora povero di ucronie, ma certo potete aiutarmi a scoprirne altre.

Sono comunque convinto che, se la letteratura si è tanto sviluppata nell’ultimo periodo, certo il cinema finirà per accorgersene.

Pare, a esempio, che sia in lavorazione un film tratto da “La svastica sul sole” e il regista sarebbe Riddley Scott!

A quando un film su “Il Colombo divergente”?     ;)

 

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Oltre il Giordano – La solitudine dei matematici

La solitudine dei numeri primi - Paolo Giordano

Finalmente ci sono riuscito. Ho letto “La solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano. Un libro di cui avevo sentito parlare molto bene alla sua uscita e di cui mi era capitato di leggere commenti contrastanti anche se in prevalenza positivi in seguito. Si tratta del primo romanzo di un esordiente italiano piuttosto giovane, almeno rispetto a me, essendo nato nel 1982, quando io già stavo finendo il liceo.

È un romanzo il cui primo capitolo mi ha fatto subito pensare a quel piccolo capolavoro di Stephen King intitolato “La bambina che amava Tom Gordon”, con la piccola Alice persa tra le nevi montane. Solo che qualcosa da cui King ha tirato fuori un intero, emozionante romanzo, qui si esaurisce in sole nove pagine. Del resto sapevo già che il libro parlava d’altro e non del rapporto di una bambina con la montagna e la natura (peccato!).

Anche il secondo episodio potrebbe essere un buon incipit per una storia horror, con il bambino che “elimina” la sorella gemella deficiente. Ma Giordano decisamente non è King! Quella che ci regala è la storia di una “remotissima vicinanza” (come definivo il rapporto trai protagonisti di “Giovanna e l’angelo”, il cui tema, in fondo, è lo stesso), la storia di due “numeri primi gemelli” (come spiega Giordano sono due numeri primi separati tra loro solo da un altro numero, come il 17 e il 19, per intendersi), la storia di due persone che sembrano fatte per stare l’una con l’altro, ma che non riescono mai a colmare questa distanza che li separa.

Numeri primi

Numeri primi

È anche una storia sulla malattia dello spirito e della mente. Alice è decisamente anoressica  e Mattia, con la sua passione per i numeri sfiora l’autismo, ma il suo personaggio non raggiunge certo gli estremi – e il fascino – dei protagonisti di storie come “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, di “Rain man” o magari di “Oltre il giardino”.

Eppure qui la malattia non sembra raggiungere gli estremi, Mattia, tutto sommato, anche nonostante il suo masochismo (che lo porta a infliggersi tagli sulla pelle), riesce a confondersi e a sembrare normale, riesce a muoversi nell’ambiente circostante con una certa impacciata sicurezza (ma non fatelo guidare!). Alice non mangia e per non farsi scoprire fa strani acrobatismi con il tovagliolo (l’episodio del bagno che trabocca è un po’ scontato e ricorda troppi episodi simili, compreso un altro Peter Seller, come quello di “Holliwood Party”), eppure la sua malattia, a parte uno svenimento, non la porta agli estremi del danno e del dolore fisico estremo, la sua somatizzazione si limita all’estrema magrezza (non poi così eccessiva dato che più d’uno la trova “carina” o, all’inglese, “cute”). Messaggio forse non proprio politically correct, perché nasconde il vero orrore del suo stato.

La storia è trascinante e l’ho letta molto più in fretta di quanto pensassi o volessi, perché ti spinge ad andare avanti. La mancanza di lieto fine è un’innegabile pregio, che dimostra in questo autore un certo coraggio anticonformista che fa ben sperare per lui, soprattutto vista la sua giovane età. Fa ben  sperare, perché forse il maggior difetto di questo libro è proprio l’opposto, quello cioè di narrare una storia tutto sommato abbastanza comune: la difficoltà di dichiarare i propri sentimenti, il proprio amore, caratteristica centrale di tutti i romanzi adolescenziali alla Meyer o alla Moccia, tanto per citare due autori di moda.

Oltre il Giardino - Peter Sellers

Oltre il Giardino – Peter Sellers

Il rischio che rimane è quello di un sequel in cui i due si ritrovano e si sposano! Speriamo che Giordano non si lasci tentare. Forse questo accrescerebbe la sua fama, ma lo spingerebbe verso un gruppo di autori assai poco interessanti.

Se avessi avuto la fortuna di leggere “La solitudine dei numeri primi” appena uscito, se non fosse stato edito da Mondadori e non fosse stato già un bestseller, l’avrei magari osannato come il libro di un autore di grande potenziale e tutto da scoprire.

A farmelo piacere c’è poi un altro dei miei tarli fissi: il concetto che basti un attimo per cambiare la vita o la Storia (come nell’ucronia). Qui le esistenze dei due protagonisti prendono la direzione di cui leggiamo per una piccola scelta della loro infanzia, all’apparenza inconsistente. Ma ogni decisione porta delle conseguenze.

Di solito da un bestseller mi aspetto di più (spesso vengo deluso; è più facile avere grandi sorprese da autori sconosciuti, come mi è capitato con Laura Costantini, Loredana Falcone, Alessandra Libutti, Paolo Ciampi, Alessandro Bastasi e non pochi altri), ma in fondo il successo non è una colpa, dunque non mi porrò nelle fila dei detrattori di questo libro. Aspetto solo di leggere ancora qualcosa di Giordano, per capire in che direzione vada.

Firenze, 30/01/2011

Paolo Giordano

Paolo Giordano

GLI INCUBI INVISIBILI DI KOONTZ

Incubi - Dean Koontz

Incubi - Dean Koontz

Leggo sulla copertina di “Incubi”, il thriller scritto da Dean Koontz (ma come si pronuncerà?), nell’edizione Sperling Paperback che questo libro ha venduto 180 milioni di copie.

Non ne ho trovato conferma altrove, ma anche se ne avesse vendute “solo” 18 milioni, sarebbe un numero comunque enorme. In Italia ci sono autori che si considerano “popolari” con 7.000 copie!

Questo solo per preavvertire che si tratta, senza dubbio, di un bestseller. Scritto per giunta da un autore quanto mai prolifico, se si considera che scrive avvalendosi di numerosi pseudonimi (ma perché uno dovrebbe farlo? Se vendi con un nome e sei conosciuto, che senso ha cercarsi un nuovo nome? Sarà una sorta di sfida con se stesso?).

Dei bestseller ha alcune caratteristiche: trama chiara, personaggi ben delineati, storia trascinante, un po’ di paura, mistero, horror, la morte, un pizzico di sentimento, qualche conflitto minore trai personaggi con la presenza di “cattivi secondari”, una certa magia, nella forma del soprannaturale, la presenza di un mondo parallelo, quello psichico della Stanza Grigia (sebbene se ne sappia poco, non siamo certo al livello di dettaglio di un Lovecraft), un bambino isolato dal mondo (in modo assai diverso da Harry Potter, per dire, ma il concetto generale è lo stesso) che si scopre speciale, la lotta tra il Bene e il Male, una certa spettacolarità (corpi dilaniati, oggetti che volano, trombe d’aria, tempeste di pietra…), rapporti parentali irrisolti, crescita (qui uscita dall’autismo). Certo mancano altri aspetti, che avevo individuato in besteseller “maggiori” come i romanzi della Rowlings: una struttura articolata, un’ambientazione particolare e ricorrente, un linguaggio speciale (a parte alcuni termini come “La porta d’inverno”, “La stanza Grigia” e “Quello”), l’amicizia appare più che altro nella sua assenza, però continuo a trovare conferma nel fatto che gli “ingredienti magici” di un bestseller siano proprio quelli di cui parlavo qui.Ho letto questo libro perché ne avevo visto delle ottime recensioni su aNobii e, soprattutto, perché, da queste presumevo potesse avere varie cose in comune con LA BAMBINA DEI SOGNI, (il romanzo che, stavo scrivendo, e che ora ho pubblicato – Nota successiva).

Dean Koontz

Dean Koontz

In comune, però, per fortuna, hanno solo l’idea di una bambina con forti poteri psichici. Questo mi ha tranquillizzato, perché mi sarebbe dispiaciuto scoprire che qualcuno m’abbia preceduto. Ora poi (8/10/2010) è uscito “Inception” e anche lì ci sono alcune cose che ricordano il mio romanzo, soprattutto la visione onirica e la possibilità di agire dentro i sogni.

La storia di “Incubi” è senz’altro ben scritta e scorre bene incuriosendo, ma quello che continuavo a chiedermi leggendo era: quando compare un incubo? Quando ci entriamo dentro? Con un titolo così era il minimo che mi sarei aspettato. La bambina ne ha continuamente, ma non sappiamo cosa sogna (fino alla fine) e non entriamo mai nei suoi sogni. Sono questi però a uscire da lei (come nel mio libro) e a materializzarsi. Più che “in-cubi” sono degli “extra-cubi” (o più modernamente degli “out-cubi”), se mi si permette il gioco di parole.

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

La Bambina dei Sogni - Carlo Menzinger

I personaggi sono, come scrivevo sopra, ben delineati e le loro emozioni abbastanza marcate. Forse con l’ispettore Dan Haldane, il signor Koontz (pronuncia cuntz o coontz?) si è un po’ lasciato andare: orfano, con due fratelli morti dopo le rispettive adozioni e un bel po’ di rimorsi poco giustificati! Anche i suoi sentimenti per Laura restano un po’ sospesi sul piano platonico, senza alcun incentivo da parte di lei.

Ora (8/10/2010) sto leggendo “Amabili resti” (sempre a proposito di thriller con bambine con strani poteri)  e qui il coinvolgimento emotivo è sicuramente più elevato. L’emozione per il lettore è continua. L’immedesimazione con i personaggi totale. Non altrettanto in “Incubi”.

Personalmente, forse per la pregressa esperienza di scrittura, ho capito subito da dove venisse “Quello”, ma devo dire che un po’ lo sapevo già, avendo letto prima altri commenti. L’impressione però è stata che il mistero non fosse poi tale.

Nonostante ciò è stata una lettura che mi è piaciuta e che consiglio senz’altro a un pubblico adulto e non impressionabile, sempre che ci sia ancora qualcuno che si impressiona per un po’ di cadaveri maciullati, descritti su carta. Al cinema non so se andrei a vederlo, sarebbe un’altra cosa, in effetti, poco gradevole, se fatto da un regista che ha voglia di spaventare davvero.

Firenze, 08/10/2010

I RICCI ALIENI VENUTI DAL PASSATO

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery è un libro stimolante ed emozionante. Credo che questo gli vada riconosciuto e vada detto subito, prima di addentrarsi in maggiori precisazioni.

La prima di queste è che per apprezzarlo bisogna accettare un presupposto: si tratta di un romanzo fantasociologico. Il genere letterario non credo esista, ma mi spiego meglio. La storia è vista da due diversi punti di vista, quello delle due protagoniste, una portinaia colta e una dodicenne iperintelligente.

Ebbene, questi due personaggi sono assolutamente poco realistici, pensano e si esprimono come dubito che nessuna portinaia (“La fenomenologia mi sfugge, e questo mi è insopportabile”, è una delle preoccupazioni di Madame Michel) e nessuna dodicenne abbiano mai pensato. Questo, però, l’autrice lo sa, lo capisce e ce lo dice subito.

La tentazione di alcuni però immagino sia quella di dire: queste caratterizzazioni sono inverosimili, dunque il libro non si regge. Penso però che sbaglierebbero a pensare così, come uno che, prendendo in mano un libro di fantascienza, esclami “perbacco, ma qui si immagina che gli alieni esistano e siano scesi sulla terra! Questo è assurdo!” e quindi chiuda il libro, accantonandolo.

Alla fantascienza ormai siamo abituati e giudicheremmo oltremodo sciocco che qualcuno ne rifiuti la lettura perché parla di mondi che non esistono. Se un libro parla di alieni non vuol dire che non parli anche di  uomini e donne e che non abbia più “profondità” (sempre che questa sia un pregio!) di altri libri che non lo fanno. Occorre accettare la premessa fantastica.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Allo stesso modo dobbiamo accettare che Muriel Barbery ci parli di una portinaia che legge Tolstoj, ascolta Mozart, ama la pittura olandese e degusta il sashimi e di una dodicenne che riflette sui Movimenti delle cose e delle persone e fa riflessioni da laureata in filosofia (come è l’autrice).

Accettiamo queste due extraterrestri e caliamoci nel loro mondo. Sarà ovviamente un mondo alieno, pieno di cultura e di riflessioni. Calandoci, scopriremo che è anche un mondo umano, ricco di sentimenti e emozioni . Del resto anche Muriel Barbery ammette, per bocca della piccola Pandora, che “molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima.

Riccio

Se ci lasceremo trasportare, allora tutte le citazioni e riferimenti colti che ci offre la Barbery non ci indisporranno come un gioco saccente, ma ci culleranno e ci stimoleranno, ci spingeranno a voler leggere Anna Karenina (se per caso non l’abbiamo ancora fatto), a imparare il Go, a scoprire i manga, a conoscere qualcosa di più della pittura olandese, a guardare Tokyo-Ga di Wenders o i film giapponesi di Otzu, a leggere gli haiku (l’autrice parla di “hokku”, i tre versi iniziali di una poesia giapponese, quelli che ne contengono il senso,  e da cui poi nascerà l’haiku).

Per questo è un libro stimolante.

Se poi sapremo apprezzare l’amore per la vita delle protagoniste (sebbene una sia un’aspirante suicida!), la loro ricerca di un senso nelle cose, il loro desiderio di Bellezza, la loro difficoltà di rapportarsi con un mondo che credono non possa capirle, per il loro essere così diverse dai canoni cui dovrebbero appartenere (la portinaia zotica e ignorante e la bambina allegra e superficiale che non sono), staremo entrando nello spirito del libro.

Nel leggerlo mi sono poi posto un quesito: sto leggendo un libro moderno?

Direi che ha una sua originalità, che deriva proprio dalla anomala caratterizzazione dei personaggi, ma se penso a quanti riferimenti ci sono alla cultura antica e a quanto ha scritto Baricco sui Barbari, sulla fine della “profondità” e sulla cultura che trova la propria ricchezza in “superficie”, allora mi viene fortemente da dubitare che lo sia. È soprattutto questo insistere della dodicenne sulla “profondità” (in decisa controtendenza rispetto alle sue coetanee) che mi fa dubitare. La nostra è un’epoca di relazioni (non il tempo del “riccio” che si chiude in se stesso). La cultura non è più ricerca del senso, ma ricerca delle relazioni, dei rapporti tra le cose. Questo la Barbery sembra ignorarlo. La portinaia iperistruita che non comunica le proprie conoscenze (se non alla fine) e la ragazzina iperintelligente che reprime le proprie capacità per non sembrare “strana” sono davvero antimoderne.

Poco male. Vorrà dire che questo sarà uno degli ultimi buoni libri del XX secolo, anche se è stato scritto in questo terzo millennio.

Muriel Barbery

Del resto ha il merito di fare interessanti osservazioni come:

La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno”. Sembra un concetto banale, ma, come scopre la protagonista più giovane, ci si può anche muovere a prescindere. C’è allora un’arte del movimento. Qualcosa che l’arte figurativa da sempre cerca di cogliere. È un’importante sottolineatura. Il suo corollario è espresso poco più avanti: “La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso.

E che dire di riflessioni sull’importanza dei nomi buttate lì con frasi come “la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome” o sulla prevalenza delle capacità relazionali e oratorie che portano alla considerazione che “gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare”. E qui si esprime la paura baricchiana dell’Antico per il Nuovo Barbaro! Siamo entrati in un’epoca in cui la forza fisica non basta più per dominare. È più importante la capacità di creare consensi, di trasmettere messaggi, di fare rete.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Anche la nostra portinaia, però ha sprazzi di filosofica modernità quando si interroga pensando “la contaminazione tra le mie aspirazioni alla cultura legittima e la propensione alla cultura illegittima non è un marchio imputabile alla mia bassa estrazione e al mio accesso solitario ai lumi della mente, bensì una caratteristica delle odierne classi intellettuali dominanti”: il cinema, la musica leggera, i murales, il web fanno cultura come (e ormai di più) delle Università e delle Accademie (“Mi domando perché l’università si ostini a insegnare i princìpi narrativi a colpi di Propp, Greimas o altre torture simili invece di investire in una sala di proiezione”).

Eppure Madame Michel continua ad essere legata fortemente alla vecchia cultura. Adora persino la grammatica, cui l’autrice dedica persino uno dei suoi haiku:

La grammatica

lo stadio di coscienza

che porta al bello”.

Questo perché “Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase”, come pensa la portinaia.

Parole sante, che sottoscrivo, ma non certo moderne.

Questi due “ricci” sono esseri antichi che cercano il contatto umano e che lo troveranno grazie a un altro alieno (in senso geografico, questa volta), un giapponese comparso nel loro condominio di ricchi francesi (“per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre”), quasi a testimoniare l’incapacità dell’Occidente di creare rapporti umani del vecchio tipo (del resto i rapporti virtuali qui non compaiono: nessuna delle due naviga nel web, chatta o fa parte di community).

Riccio

Sono due “ricci” che alla totalità, all’universalità delle cose preferiscono la delicata finezza delle piccole cose (“una camelia può cambiare il destino”), il senso dell’haiku: un particolare ha in sé l’universo.

Forse proprio per questo ci suscitano simpatia: sono due aliene venute da un passato ormai morto ma cui siamo ancora fortemente e romanticamente legati. In fondo questa loro grande cultura e intelligenza, ci fanno piacere, ci rincuorano, ci parlano di un mondo migliore che forse non esiste più, che forse non è mai esistito. Come una bella favola pre-moderna.

P.S. E’ il primo libro che ho letto in e-book (sul PC, perchè ancora non avevo un e-reader).

Firenze, 27/08/2010

I BASTARDI UCRONICI DI TARANTINO

Non so se Quentin Tarantino sia consapevole di aver girato, con “Bastardi senza gloria”, un film ucronico. Certo il suo intento principale deve essere stato piuttosto quello di descrivere, come solo lui sa fare, la malvagità umana e il desiderio di vendetta.
Tarantino, infatti, ha l’incredibile capacità di trattare con ironica leggerenza la violenza più estrema, un po’ come fa Almodovar con il sesso. I loro eccessi sono tali che diventano ironia pura.
Il titolo di questo film è quanto mai azzeccato, perché, in effetti, i protagonisti sono davvero dei bastardi della peggior specie. È un lurido bastardo il Colonello nazista Hans Landa, interpretato da Christoph Waltz), soprannominato “il cacciatore di ebrei”, ma sono dei veri bastardi anche il tenentino americano Aldo Raine (indossato con leggerezza da Brad Pitt) e persino la vittima vendicatrice Shosanna Dreyfus.Brad Pitt in Bastardi senza gloria
Sono invece delle macchiette ridicole (che Tarantino si poteva evitare) Hitler e Goebels. Assolutamente esagerato (e inutile) è, infatti, il Fuhrer che sghignazza al cinema guardando il cecchino tedesco che uccide i nemici.
Quello che è interessante per me, in questo film, però è proprio la sua natura ucronica.
La divergenza allostorica si pone nella scena iniziale (nel Primo Capitolo, dato che anche qui Tarantino usa questa suddivisione “letteraria”), quando il Colonnello nazista punta la pistola nella schiena della fuggitiva ebrea Shosanna e poi decide di non sparare.
Se l’avesse fatto, il film non ci sarebbe stato e non c’avrebbe portato irrimediabilmente verso il finale, con il quale la Storia, quella vera, della Seconda Guerra Mondiale, prende un diverso corso, con (scusatemi lo spoiler) la morte prematura di Adolf Hitler e delle più alte gerarchie naziste.
In questo film troviamo dunque, in un certo senso, due divergenze. La prima, quella vera, è la scelta di non sparare del Colonnello e la seconda, sua conseguenza, è la Divergenza che pesa davvero nella Storia e la trasforma a livello mondiale: la morte dei gerarchi nazisti.
È questo, infatti, il vero spirito dell’ucronia: ogni piccolo gesto, apparentemente insignificante, muta per sempre la Storia. A volte di poco, a volte crescendo, come in questo caso, a valanga. 
Quentin Tarantino - Unglorious bastardsÈ lo stesso meccanismo che ho utilizzato scrivendo il romanzo “Il Colombo divergente”. Quando Cristoforo Colombo arriva in America interpella gli indigeni e dai loro gesti deduce che la sua meta sia verso nord, mutando la propria rotta e dirigendosi verso l’impero azteco. Il semplice gesto di un indigeno porterà al fallimento della spedizione e alla mancata scoperta dell’America, con tutto quello che ne consegue.
Tarantino non ci racconta come sarà il mondo grazie a queste morti impreviste. Il Colonnello Landa suggerisce che in questo modo la Seconda Guerra Mondiale si interromperà. Se fosse stato questo lo sviluppo, molte persone non sarebbero, forse, morte, la bomba atomica non sarebbe, magari, stata sperimentata su Hiroshima e Nagasaki. Sarebbe stato un mondo migliore? Non è detto. Una Germania che fosse uscita prima dalla Guerra avrebbe rinunciato a tutte le conquiste fatte sino a quel momento? Un’umanità che non avesse sperimentato gli orrori nucleari, sarebbe stata pronta a lanciare altrove bombe anche più potenti?
L’ucronia apre nuovi scenari e apre la mente a infinite possibilità. Anche per queste riflessioni ringraziamo Tarantino, oltre che per la sua innegabile capacità di ritrarre la perfidia umana.
 
Firenze, 07/03/2010

Leggi anche:

§ Una rivista sull’Ucronia

§ Giovanna e l'angelo

§ Ucronie per il terzo millennio

§ Ucronie sul fascismo

§ Ucronie sul nazismo – Fatherland

§ Ucronie sul nazismo – La svastica sul sole

§ Roma eterna

§ L’ucronia sul Vangelo di Saramago

§ L’ucronia sul Vangelo di Kazanzakis

§ L’ucronia di Borges

§ Ucronie preistoriche
 

LA FILOSOFIA DI LOST

Simone Regazzoni - La filosofia di Lost"Lost” è un film per la televisione (definizione riduttiva, ma come definirlo altrimenti? Non certo solo “telefilm”)  davvero affascinante. Essendo però un film con una sua epica unitarietà non si dovrebbe assolutamente vederne solo qualche episodio qua e là, come a qualcuno certo sarà capitato.

Per poter capire che dietro “Lost” c’è una filosofia, come ci spiega il Prof. Simone Regazzoni (docente dell’Università Cattolica di Milano e filosofo dei media) nel suo saggio “La filosofia di Lost” edito da Ponte alle Grazie, occorre fare come lui e vederne almeno quattro stagioni (io quando ho letto il saggio avevoe scritto questo articolo avevo visto le prime cinque).
Ci si potrà allora rendere conto che “Lost” non solo è un prodotto che avrà il suo peso sulla letteratura in senso lato (e il buon cinema è letteratura) per il suo uso dei punti di vista, dei salti temporali (flashback, flashforward e non solo), delle ambientazioni e della trama in continua coerente reinvenzione, ma anche un raro esempio di fiction televisiva che, senza parlare espresssamente di filosofi o di filosofia, in reltà offre al telespettatore ampi spaccati di diverse filosofie e approcci culturali all’essere.

A renderlo un’opera filosofica non è certo il fatto (ne è semmai un indizio) che ci siano personaggi che si chiamano Rousseau, Hume, Locke, Bentham (come gli omonimi filosofi) o Faraday e Hawking (come i fisici), ma che ponga continui interrogativi su cosa sia l’Isola, sul perché i naufraghi e gli Altri si trovino lì, su cosa debbano fare e perché, su quale organizzazione debbano darsi. E sempre presente è la contrapposizione tra Fede e Ragione, tra Sogno e Realtà, tra Fisica e Religione.

All’inizio si pensa di avere solo a che fare con un gruppo di Robinson Crusoe, quali tanti ce ne hanno regalati letteratura e cinema, ma poi si capisce che la forza della storia è nell’offrirci, con i flashback, una ricostruzione dei personaggi e siamo già dalle parti di Dante Alighieri e della legge del contrappasso. Come dei dannati infernali alla rovescia, i Sopravvissuti vivono la negazione della propria vita (nel bene e nel male): l’invalido che torna a camminare, il fortuanto sfortunato, la ragazza che voleva abortire che riscopre la maternità, lo spacciatore che diventa prete… A ciascuno sembra sia stata data una nuova chance, una nuova possibilità per ricominciare, per rifarsi una vita.”Siamo tutti morti tre giorni fa. Dobbiamo rocominciare da capo” dice Jack a Kate nell’episodio 3 della Stagione I (come ricordato a pag. 42 del libro).
Protagonisti di Lost
E allora ci si chiede se quando l’aereo è precipitato i passeggeri non siano tutti morti e vivano ora in una sorta di Limbo, in cui i misteriosi Altri sono angeli o demoni. Poi vediamo il loro aereo in TV e scopriamo che nessuno si è salvato. Ma non finisce lì: si è trattato tutto di un trucco. Davvero?
Insomma dove comincia la realtà e dove la finzione? Non è questo un interrogativo filosofico? Cos’è la realtà? È vero ciò che percepisco con i miei sensi o i miei sensi sono illusori?
Cos’è dunque l’Isola? È inferno, limbo, paradiso o, addirittura, Dio stesso? Perché l’Isola ha una propria volontà. O no?
E il mondo? L’Isola è il Mondo? C’è un Altro Mondo oltre l’Isola o è solo illusione dei Sopravvissuti?
E la Morte? L’Isola sconfigge la Malattia (non sempre) ma porta la Morte e a volte l’allontana. Nascita e Morte sono particolarmente vicine: le donne incinta non sopravvivono, i bambini non possono nascere.
E i naufraghi si interrogano sul senso della Morte e della Vita.
Di cosa ci parla Regazzoni nel suo libro? Penso che un elenco dei capitoli possa dare una traccia:

  • Tutti gli uomini sono filosofi.Lost
  • Che cos’è un’isola?
  • Il deserto e il sacro.
  • Sopravvivere.
  • Lutto e gravidanza.
  • L’Illusione del mondo esterno.
  • Punti di vista sul mondo perduto.
  • Tutto è relativo.
  • L’enigma della verità.
  • La società invisibile
  • La tortura della verità.
  • La verità della tortura.
  • Real life.
  • Superstites.
  • Il sentimento oceanico.
  • Comunità
  • La costante.

Firenze, 4/1/2010

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- Il tempo ucronico di Lost

L’UCRONIA FANTASCIENTIFICA DI ARTHUR CONAN DOYLE

Il mondo perduto - Conan DoyleChi non conosce Arthur Conan Doyle, l’autore di Sherlock Holmes, uno dei personaggi meglio delineati di tutta la letteratura, una figura indelebile nell’immaginario di ogni lettore, anche di quelli come me che poco amano il giallo?
Quello che affascinava delle storie del celebre investigatore era proprio lui, l’arguto detective. La grande capacità di Conan Doyle è stata quella di regalarci un personaggio dalle tinte forti e dai contorni netti, che una volta passato nella nostra fantasia non può che lasciare il segno.
Confesso che ignoravo però che questo autore avesse scritto anche poesie e romanzi storici e, soprattutto, ignoravo avesse scritto un’ucronia fantascientifica, anzi una pre-ucronia (volendo usare il termine che ho già usato per descrivere l’ucronia preistorica de “Il Libro degli Yilané”) “Il mondo perduto”.
Questo romanzo, oltretutto, essendo stato scritto nel 1912 si porrebbe come una delle prime ucronie mai scritte, precedendo di vari anni quelle di Dick, Turthelodove, Harris e altri.Arthur Conan Doyle
Dico che si tratta di un’ucronia, in quanto si basa su due “se”: cosa sarebbe successo “se” i dinosauri, in una parte della terra non si fossero estinti?  E cosa sarebbe successo “se” dai nostri antenati “scimmieschi” si fosse evoluta un’altra razza intelligente in grado di competere con la nostra?
Diciamo che un’ucronia classica, forse, avrebbe immaginato un dominio totale sulla Terra dei dinosauri (come ne “Il Libro degli Yilané”) o da parte degli uomini-scimmia. La scelta di Conan Doyle è invece di immaginare che queste razze siano rimaste confinate su un acrocoro del Sud America, isolato da un profondo burrone. Questo rende la storia assai più simile ad un racconto fantascientifico, dato che la divergenza, fino al momento della narrazione non ha prodotto effetti (li produrrà però sicuramente, una volta che la scoperta sarà stata dichiarata al mondo).
Bisogna dire, infatti che “Il mondo perduto” sembra quasi un romanzo uscito dalla penna di Jules Verne, e nulla ha da invidiare al suo “Viaggio al centro della terra” (che in effetti si basa su l’analoga ipotesi che i dinosauri siano sopravvissuti nelle cavità del nostro pianeta).
Quello che lo rende decisamente un “Conan Doyle” è la maestria con cui l’autore delinea i personaggi, anche in questo caso con tratti e linee marcati, che li rendono ben riconoscibili e facilmente memorizzabili, dimostrando una notevole potenza descrittiva!
Il mondo perduto” è un libro di cui sono certo debitrici molte altre storie, dal ciclo di Jurassic Park (i film di Steven Spielberg) di cui uno porta lo stesso titolo, pur avendo diversa trama, a “Il Pianeta delle Scimmie” di Pierre Boulle, romanzo che ha ispirato gli omonimi film di Franklin J. Schaffner e Tim Burton e che immagina diversi percorsi evolutivi.

 

Segnalo a chi interessa il genere, che tra poche settimane Liberodiscrivere pubblicherà il romanzo "Jacopo Flammer e il popolo delle Amigdale" in cui si immagina che, in un universo divergente, i velociraptor non si siano estinti e che abbiano imparato a costruire macchine del tempo con cui spostarsi da un universo ucronico a un altro.
 
 
Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale - illustrazione di Niccolò Pizzorno
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Uno Shrek quasi ucronico

Shrek 4Chi ancora non conosce la trama dei primi tre film di Shrek, in cui una bella principessa dai capelli rossi è tenuta prigioniera in una torre custodita da un drago (pardon, draghessa) e che, travolgendo, le regole delle favole viene salvata da un orco e dal suo amico, un ciuco parlante, di cui la suddetta draghessa si innamorerà?
Come noto, la bella principessa è vittima di un incantesimo per il quale ogni notte si trasforma in orrida orchessa. Solo il vero amore potrà riportarla alla sua vera forma. Scoprirà in Shrek, l’orco, il suo amato e spezzerà l’incantesimo trasformandosi per sempre in una grassa orchessa. Farai poi conoscere il fidanzato ai genitori, il re e la regina di Molto Molto Lontano (Far Far Away) e ai loro sudditi inorriditi. Nasceranno persino tre deliziosi orrendi orchetti.
 La famiglia di Shrek
Se gli stereotipi delle favole erano già stati sufficientemente sconvolti e rovesciati dai primi tre episodi, il quarto “Shrek Forever After” (in italiano “E vissero felici e contenti”) riesce a rovesciare se stesso con un tipico meccanismo di “What if”, quello dell’ucronia, anche se di ucronia qui non si può parlare, essendo gli eventi mutati del tutto immaginari e non reali.
Gli autori di Shrek 4, insomma, immaginano che un evento del passato muti la vita di Molto Molto Lontano. Quale evento? La nascita di Shrek: se lui non fosse mai nato la principessa non sarebbe stata salvata e il Re e la Regina, per aiutarla, avrebbero ceduto il loro Regno al perfido nano Tremotino (perché i nani sono sempre così desiderosi di compensare le proprie ridotte misure con una smodata brama di potere?).
Fiona - Shrek 4Shrek, novello Scrooge dickensiano, potrà così scoprire quanto la sua assenza abbia danneggiato tutti quelli che ama.
Questa però non è un’ucronia anche perché la divergenza avviene per magia e il malcapitato orco verrà proiettato nell’universo divergente in cui non dovrebbe esistere, non essendo mai nato. Nelle allostorie, invece, non dovrebbero esserci “artifizi” a mutare il corso della Storia e anche il comportamento di Shrek ricorda più quello di un Viaggiatore del Tempo, che cerca di rimediare ai paradossi causati sul Presente dal suo retrocedere nel Passato.
A parte ciò, però l’idea di fondo è sempre la stessa: immaginare come si sviluppa una storia se ne cambiamo le premesse.
L’ironia degli autori di Shrek colpisce ancora nel segno.

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§ Ucronie preistoriche
 

DUE FILM E UN ROMANZO PER UN PIANETA PENSANTE

Ci sono film che non ti lasciano nulla, o almeno così sembra, e altri che ti rimangonoSolaris di Tarkowski “addosso” per tutta la vita ed ogni tanto riemergono, facendosi ricordare.
Un film di quest’ultimo tipo è stato, per me “Solaris”, nella versione di Tarkowskij.
L’ho visto molti anni fa ma ancora ricordo la sensazione da incubo di quegli esseri partoriti dalla fantasia degli astronauti rinchiusi nella claustrofobica stazione orbitante attorno al pianeta vivente e pensante chiamato Solaris.

Un film del primo tipo è stato invece “Solaris”, nella più recente e americanizzata versione di Soderbergh, con George Clooney, di cui mi sono rimaste solo alcune tracce, che si appoggiano sulla più solida memoria del film del 1972 di cui è un pallido remake.

Nello scrivere un romanzo sulla materialità degli incubi, mi sono tornati alla mente questi due film e, pensando che ancora non avevo letto il romanzo omonimo del polacco Stanislaw Lem, ho voluto porre rimedio, anche con l’intento di capire quanto questo libro potesse avere davvero a Solaris - il flm di Sodebergche fare con quello che avevo quasi ultimato di scrivere.
Quello che ho fatto, nel leggerlo, è stato dunque un triplo raffronto. Poiché della versione di Soderbergh, come dicevo, ricordavo poco, l’ho rivista.

Ebbene, il romanzo è una storia filosofica e visionaria di grande respiro in cui si narra di una spedizione su questo lontanissimo pianeta, caso eccezionale nell’universo, caratterizzato dall’essere divenuto un unico immenso organismo, di forma fluttuante, simile ad uno sterminato oceano ma di diversa corposità. Un oceano mutante, che continuamente cambia forma e che, soprattutto, pare dotato di una propria intelligenza con la quale non solo stabilizza la propria orbita attorno ai due soli del sistema planetario cui appartiene, ma crea continuamente nuove forme colossali sulla propria superficie. Questo pianeta pensante è stato oggetto di studio per varie generazioni degli scienziati cosiddetti “solaristi”.
Ultimi trai quali i passeggeri della stazione orbitante in cui la storia si svolge. Passeggeri che sono uomini intelligenti e, appunto, scienziati, non certo il ragazzetto schizzato che fa la parte di Snaut nel film di Soderbergh, né il piacione incorporato da Clooney. Gente che riflette sulla propria esistenza ma soprattutto su quel mistero incredibile che sono venuti per studiare. Di tutto ciò il film americano non lascia traccia e per quanto ricordo, non credo sia approfondito più di tanto neppure nel film russo.

Quello che ricordo del film di Tarkovskij è soprattutto il difficile rapporto degli studiosi con i loroSolaris di Tarkowski incubi personificati, esseri che non li lasciano un solo istante e cui loro stessi si affezionano, in quanto proiezioni delle proprie menti realizzate dai poteri psichici del pianeta. Di questo forse è emerso qualcosa nel romanzo che sto scrivendo.

Anche il remake si concentra su questo aspetto, ma ignorando del tutto le motivazioni e le ragioni, pur misteriose, dell’esistenza di questi esseri, che sono solo una delle numerose espressioni dell’attività di Solaris, come è chiaro leggendo il romanzo.
Lem infatti sembra preoccuparsi soprattutto di raccontarci che la nostra visione antropomorfa della vita e dell’intelligenza è del tutto fallace, che nell’universo possono esistere forme viventi incomparabilmente diverse dall’uomo. Credo anzi che tra tutti gli alieni partoriti dalla fantascienza, Solaris sia il più alieno di tutti. Un essere così inconcepibile che, nonostante sia stato studiato per decine d’anni da numerosi scienziati, nonostante sia stato oggetto delle più disparate teorie e ipotesi, risulta sempre inconoscibile, come solo un Dio può essere, al punto che alla fine il protagonista si chiede se non sia proprio un “Dio bambino” o un “Dio imperfetto” ancora alla ricerca di un modo per esprimersi.

Si tratta dunque di un romanzo che, pur perdendosi in minute descrizioni dell’attività solariana o degli studi solaristici, tocca riflessioni sul senso della vita, sull’intelligenza, sulla morte, sull’amore e su Dio come solo i grandi e migliori romanzi di fantascienza riescono a fare.

George Clooney in SolarisÈ, infatti, solo grazie ad autori come Stanislaw Lem che la fantascienza può rivendicare il diritto di dirsi letteratura, anzi una delle forme più alte di letteratura, giacché prossima alla filosofia.
Purtroppo però il pubblico tende a confondere il genere con le storie d’avventura con astronavi sparatutto che combattono conto alieni insettiformi.

Ancora una parola sul finale, che nel romanzo è, fondamentalmente aperto, con una vaga speranza che “l’epoca dei miracoli crudeli non fosse ancora finita”, mentre nel film di Soderbergh si risolve in un’abbandonarsi al destino o meglio alla volontà di Solaris, da cui scaturisce poi un inutile lieto fine, piuttosto in contrasto con la perenne misteriosità del pianeta che impariamo a conoscere nel romanzo.

Finita la lettura mi ripromisi appena possibile di rivedere il film russo e di cancellare dalla memoria quello americano, in attesa che un nuovo remake renda giustizia a Lem. Cosa che ho fatto alcuni mesi fa.

Io credo che, se mai si volesse fare oggi un film da questo libro, oltre a riprenderne le riflessioni di cui sopra, Pianetisarebbe giusto sfruttare la potenza degli strumenti informatici, cercando di ricostruire almeno la magia dei simmetriadi, dei mimoidi, dei vertebroidi, degli agilanti e delle altre forme solariane, mentre il pur recente film di Soderbergh si limita a farci vedere solo una specie di magma colorato e delle nebbie oscillanti.

E per finire segnalerei un’analogia con un telefilm recente di grande successo “Lost”, in cui i protagonisti hanno a che fare non con un pianeta vivente, ma con un’isola misteriosa che sembra dotata di una propria volontà e che pare in grado di agire sulla psiche dei naufraghi, personificando le loro memorie. Qualcosa a che fare con Solaris, forse?

Leggi anche:

- L’indagine del Tenente Gregory: il mondo inspiegabile di Lem

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