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L’EVOLUZIONE DEL VAMPIRO OTTOCENTESCO

Vorrei esaminare, da semplice lettore, il nascere e l’evolversi della figura del vampiro, limitandomi qui al solo XIX secolo e ad alcune mie letture più recenti, dalle quali ho notato il progressivo emergere delle caratteristiche fondamentali del vampiro.

Comincerei questo e veloce e parziale excursus dal volumetto intitolato “Il Vampiro” (pubblicato da Edizioni Studio Tesi) e che rappresenta l’inizio della storia letteraria del vampiro nelle sue fattezze ottocentesche, che saranno poi, fondamentalmente, anche quelle dell’intero secolo successivo. L’autore che figura sulla copertina del volume è John W. Polidori.

Il libro, in realtà, riunisce più scritti, dei quali solo quello che reca il titolo in copertina è del su menzionato autore. Il testo comprende anche un “Frammento” di Lord Byron e un racconto di Anonimo proveniente dalla tradizione popolare. Vi sono inoltre vari brani di commento, tra cui l’interessante Antefatto di Giovanna Franci e Rosella Marangoni, in cui si spiega come in questo testo siano racchiuse le origini romanzate di questa figura leggendaria.

A quanto si legge, in una sera del giugno 1816, nel salotto di Villa Diodati, vicino Ginevra, alcuni personaggi illustri della letteratura si riunirono e, per gioco, inventarono il romanzo gotico.
Si trattava di Lord Byron, Mary Wollstonecraft, il futuro marito di lei Percy Shelley e la di lei sorellastra (nonché amante di Byron) Claire Clairmont, nonché il medico di Byron, Polidori.

George Gordon Byron

Lord George Gordon Byron

Byron e Shelley si  erano già cimentati con i temi della paura, rispettivamente con “Giaour” (1813) e il racconto “Incubo” (1810), che Shelley aveva scritto con il cugino Thomas Medwin. Mary Shelley, dopo quella sera, avrebbe realizzato il suo celeberrimo “Frankestein”.

Fu Byron, in tale occasione, a proporre che ognuno scrivesse un racconto che parlasse di vampiri e scrisse appositamente il “Frammento” presente nel volume di cui scrivo. Lì per lì Polidori non scrisse nulla. Più avanti, però, utilizzando il “Frammento” di Byron, una storia incompiuta, ne riprese vari elementi, sviluppandola.

In entrambi i brani, così come in quello di Anonimo intitolato “La Sposa delle Isole”, il vampiro compare con molte delle caratteristiche moderne: è un nobile signore dai modi misteriosi, ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, necessita del sangue di una giovane donna (vergine per l’Anonimo), inganna un altro gentiluomo che si illude di poter essere suo amico, risorge misteriosamente.

Mancano ancora i famosi canini acuminati e non si dice che soffra il contatto con la luce. È però pallido, in quanto, tornato innaturalmente in vita, il sangue non scorre più regolarmente nelle sue vene. Inoltre, si ciba normalmente (per l’Anonimo non usa il sale) e dorme come tutti, non certo in una bara. Per l’Anonimo, nel momento in cui non riesce a portare a compimento la propria missione di sposare la vergine e nutrirsi del suo sangue finché dura la luna di Halloween, il vampiro scompare dissolvendosi nel nulla. Non vive ancora nei Carpazi ma in Inghilterra. Il cimitero appare come scenario già nel “Frammento”.

Il mito del vampiro trae le sue origini dalle leggende popolari di gran parte dell’Europa e si collega a figure di esseri non-morti presenti in numerose culture umane. Tra i non-morti, il vampiro si caratterizza per l’abitudine di succhiare il sangue. Il termine ha origine slava. Come figura nasce dall’antica paura che un morto possa tornare in vita e tormentare i viventi. L’usanza di seppellire i morti può avere motivazioni igieniche, ma il deporre sulla tomba pesanti lapidi, sembra riconducibile alla medesima paura: non sia mai che il defunto lasci la tomba!

John W. Polidori

John W. Polidori

Pare che il più antico testo che parli di esseri simili a vampiri sia una tavoletta babilonese su cui è incisa una formula magica per proteggersi dagli etimmé, i demoni succhia-sangue.

Di simili esseri parlano anche gli antichi romani (Filostrato e Flegone Tralliano) e il mito trova sviluppi in epoche successive.

Dunque, se né PolidoriByron sono certo gli inventori della figura del vampiro, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, sono peraltro gli iniziatori della tradizione letteraria moderna che ancora oggi, a due secoli di distanza ha tanto successo e seguito, fino ai recenti romanzi della Meyer.
Non mi è chiaro se “La Sposa delle Isole” sia antecedente o successivo al Frammento di Byron e come mai il vampiro si chiami Lord Ruthven anche nel brano dell’Anonimo, se Polidori abbia scelto quel nome copiandolo dal romanzo “Glenarvon” con cui Lady Caroline Lamb si prendeva gioco del suo ex-amante Lord Byron, chiamandolo proprio Lord Ruthven.
Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali “Il Vampiro – Storia vera”.

Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora in una nuova edizione da Keres, anticipa di un trentennio il “Dracula” di Bram Stoker e di tre anni la “Carmilla” di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il Vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Bram Stoker

Bram Stoker

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore, garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.

“Il Vampiro” è opera romantica, ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:

I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici, Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi reali compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un’indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  Dietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.

Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.

La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.

Franco Mistrali

Franco Mistrali

Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.

Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.

Un nuovo progresso alla figura del vampiro, mi pare sia favorito dall’opera di Le Fanu.

Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu

Joseph Sheridan Le Fanu è nato a Dublino (Irlanda) nel 1814 e morto nel 1873. A lui dobbiamo un interessante rivisitazione della figura del vampiro in un racconto del 1872 intitolato “Carmilla”, scritto dunque venticinque anni prima della pubblicazione di “Dracula” di Bram Stoker e cinquantasei anni dopo “Il Vampiro” di Polidori.

Si tratta probabilmente della prima versione femminile di questo non-morto apparsa in un’opera di narrativa moderna. Il racconto si presenta più articolato e psicologicamente evoluto del racconto di Polidori ma, non essendo un romanzo, ha una struttura più semplice di “Dracula”, e sviluppa la natura particolarmente sensuale della (apparentemente) giovane donna-vampiro.

Bisogna dire che gli elementi fondamentali di questa figura sono gli stessi che avevamo notato in Polidori, solo che volti al femminile: è di aspetto e origini nobili, ha modi misteriosi (nasconde il proprio passato), ha un grande fascino e un incredibile potere di seduzione, cerca il sangue di una giovane donna, inganna un’altra fanciulla (in Polidori un gentiluomo) che si illude di poter essere sua amica.
In Polidori è meno evidente, mentre qui la donna-vampiro ha chiaramente la capacità di rimanere giovane e immutata per vari decenni e, infatti, viene ritrovato un ritratto antico la cui somiglianza con Carmilla stupisce la protagonista (ma non suo padre).

Compaiono alcuni elementi nuovi, che ritroveremo in seguito, per esempio in Dracula: i denti aguzzi, il fatto di dormire in una tomba, di assentarsi per lunghe ore, una dieta che comincia a essere sospetta.
Carmilla non sembra avere un particolare bisogno di sangue umano, nel senso che Le Fanu non dice che le sia impossibile vivere senza, ma se ne nutre, a volte colpendo velocemente la sua preda, altre volte seducendo lentamente la propria vittima.

L’ambientazione, questa volta, è la Stiria (in Austria) e ci avviciniamo dunque un po’ ai Carpazi di Stoker, rispetto all’Inghilterra di Polidori.

Quello che rende particolare questo racconto è una certa natura lesbica del rapporto di Carmilla con le propria vittime. Si tratta di un racconto ottocentesco, percui non aspettatevi scene di sesso né passioni travolgenti, però Carmilla bacia teneramente la sua vittima, s’infila nel suo letto e questa è affascinata da lei, anche se il padre della protagonista non vede in questo rapporto nulla di più di un’intensa amicizia femminile.

Il romanzo “Dracula” di Bram Stoker, fece la sua comparsa nelle librerie il 26 maggio 1897, ottantuno anni dopo la scrittura de “Il Vampiro” di Polidori e centotto anni prima di “Twilight”.

Cronologicamente si pone dunque a metà della storia del romanzo gotico con protagonisti i vampiri, ma è sicuramente l’opera più nota di questo genere e quella cui maggiormente gli autori successivi si sono rifatti in seguito.

Dracula” (che significa in realtà “piccolo drago”) è diventato sinonimo di vampiro. Se Polidori aveva delineato molti dei caratteri fondamentali del personaggio, Stoker completa l’opera, dotando il Conte Dracula di poteri sovrannaturali, quali la capacità di mutare forma (assumendo, in particolare, quella di pipistrello e di nebbia), la forza sovrumana e l’agilità estrema (è capace di arrampicarsi a testa in giù per i muri del castello).  Come per Polidori, anche per Stoker il vampiro necessita del sangue umano per sopravvivere. Le sue vittime sono attratte da lui e, alla fine, si mutano in vampiri.

Stoker ci mostra anche molte delle debolezze di questa creatura: la sua mente è tornata infantile e impiega secoli per tornare a capacità intellettuali da adulto. I suoi poteri di trasformazione di giorno non esistono e dopo l’alba è costretto a tornare a dormire su terra sconsacrata. Vive, da non-morto, in eterno, ma si consuma per la mancanza di sangue e può essere ucciso mediante il taglio della testa e un paletto piantato nel cuore. L’ostia e le croci lo tengono lontano e gli impediscono persino di tornare nella sua terra sconsacrata.

Emilio Salgari

Emilio Salgari

Il romanzo di Stoker non è però solo interessante, come quello di Polidori, per la sua rilevanza nella storia di questo genere di romanzi, ma anche perché è una bella narrazione, che si legge con piacere ancora oggi, a oltre un secolo di distanza da quando fu scritta.

Certo ha molte delle caratteristiche del romanzo razionalista ottocentesco, ma si caratterizza anche per una struttura narrativa di un certo interesse, per l’alternarsi delle voci narranti e delle forme narrative. Si passa, infatti, dalle pagine del diario di Johnatan Harker, alle lettere di Mina e Lucy, ai diari degli altri personaggi. Non mancano poi alcuni brani che assumono addirittura la forma del telegramma o della nota. I poteri, poi, del Conte anticipano una visione novecentesca del vampiro visto come superuomo malvagio e antieroe.

Di discreto spessore, poi, sono i vari personaggi e memorabile rimane la figura del Dottor Van Helsing, al punto che ci si domanda chi sia veramente il protagonista di questa storia: il Conte Dracula o il suoi avversario.

Colpisce la forte razionalità di Stoker nel descrivere una vicenda così innaturale. Mi chiedo come avrebbe potuta descriverla un autore di poco successivo ma più visionario, come Lovecraft. La componente religiosa è importante e contribuisce a chiarire senza troppi dubbi dove sia il male e dove il bene, cosa che con vampiri a noi temporalmente più vicini si è un po’ persa: per Stoker il vampiro (e con lui le sue vittime) è un dannato, un essere per il quale la morte non può che essere un sollievo. Il maggior spessore umano di Dracula, rispetto alle precedenti opere ottocentesche, rende però il vampiro meno mostro e quindi meno marcata ed evidente la dicotomia, pur forte, tra bene e Male.

Gli autori più recenti ci hanno abituato a convivere con vampiri che frequentano i licei, dall’aria affascinante, a volte persino di animo buono (e non parlo solo della saga di “Twilight). Fu, del resto, forse “Dracula” di Stoker, il primo vampiro a presentarsi con aspetto da gentiluomo, pur essendo un essere la cui malvagità prevaleva su ogni caratteristica positiva.

Ci dimentichiamo, allora, le origini di questa figura letteraria e leggendaria assieme. Ci dimentichiamo l’orrore che suscitava nei lettori ottocenteschi. Ci dimentichiamo le sue origini animalesche, la sua parentela con il pipistrello e, in particolare, con quella razza detta, appunto, vampiro.

Ben venga allora l’opera meritevole di Antonio Daniele, che ha riunito nel volume “Vampiriana”, edito da Keres, otto racconti di altrettanti autori italiani, scritti tra il 1885 e il 1917, tutti antecedenti “Dracula”, che è del 1922, ma successivi all’opera di Mistrali, del 1869.

Tra gli autori ritroviamo persino Emilio Salgari, che si associa comunemente a storie di pirati e corsari, ma che aveva invece allargato la sua opera anche ad altri generi, come la fantascienza (vedi “Le Meraviglie del Duemila) e il romanzo gotico.

A dir il vero anche il suo “Il Vampiro della Foresta” ha un sapore molto salgariano, a partire dall’ambientazione, che non è un castello dei Carpazi, ma una foresta pluviale dell’Uruguay. I protagonisti non sono dei gentiluomini inglesi, ma due avventurieri siciliani in cerca di fortuna e il vampiro è proprio un pipistrello succhia-sangue, ammaestrato da un indigeno, che per opera dell’animale cerca di scacciare gli invasori del suo territorio. Per estensione, nel racconto anche l’indigeno verrà definito vampiro.

In “Vampiriana” troviamo poi due esempi di storie narrate da un pazzo, quella di Francesco Ernesto Morando, “Vampiro Innocente”, e quella di Giuseppe Tonsi, “Il Vampiro”. Nel primo il narratore vendica la morte di una fanciulla uccisa dal fratello, un bambino-vampiro. Nel secondo il protagonista finisce in manicomio per l’omicidio del direttore di una scuola, che sospetta di aver ucciso, vampirescamente, la figlia.

Chi parla di vampiri, insomma, non può essere capito o creduto e la sua sorte è il manicomio. Il vampirismo è, ancora, un fenomeno misterioso, non accettato e non accettabile. Le vittime sono bambini, ad accentuare l’orrore.

No, non ridere!” sono le prime parole di “Un Vampiro” di Luigi Capuana. Chi parla di vampiri, se non è preso per pazzo, nel XIX secolo, viene infatti quantomeno deriso. Poi il personaggio aggiunge “vengo da te appunto per avere la spiegazione di fatti che possono distruggere la mia felicità, e che già turbano straordinariamente la mia ragione”. Il vampirismo, anche qui, è visto come follia di chi lo descrive, come orrore che devasta la vita. Quello che segue è un dialogo tra un uomo di scienza e un poeta, con i diversi punti di vista che ci si può ben immaginare dalle due figure. Il vampiro descritto ha i tratti del fantasma, se non dello zombie. Si tratta di un marito morto che torna a perseguitare la moglie e il figlio.

Daniele Oberto Marrama, con il suo “Il Dottor Nero”, ci offre una storia che fa quasi pensare a “Il Ritratto di Dorian Gray”, con un vampiro che sembra riprender vita attraverso un ritratto antico per tornare a vendicarsi dell’amata, colpevole di non averlo atteso dopo che egli è morto, sposandosi con un altro.

In queste due storie, appare dunque già la figura del vampiro-amante, anche se, rispetto ai racconti moderni, nel momento in cui l’uomo cessa di essere amante o marito diviene vampiro e non c’è mescolanza dei due momenti. L’orrore nasce dal fatto che chi prima amavamo ora è causa di paura, dolore e morte.

Un’altra trasformazione la troviamo nel sacerdote che si muta in vampiro descritto da Vittorio Martella nel suo “Il Vampiro”. Qui non è l’amato che diviene mostro, ma una figura rispettata e ritenuta buona, per sua natura e per ruolo, che si muta in malefica. L’ambientazione, come per Salgari, è nuovamente nelle foreste del Sudamerica.

Ne “Il Vampiro” di Giuseppe De Feo siamo quasi dalle parti degli esseri notturni che riemergono dalle tombe. Il vampiro comincia a confondersi con lo zombie.

L’ambientazione, sebbene si svolga in Tripolitania, è egizia, come egizio è il vampiro, che, di notte, sembra prendere vita da un’antica statua sepolcrale. L’esotismo aggiunge fascino al mistero e alla paura.

Con “Vampiro”, Enrico Boni, ci offre, infine, un bell’esempio di una delle prime caccie a questi morti-viventi. Un gruppo di uomini si unisce e con i consigli di uno di loro, si reca a piantare un chiodo nel cuore di uno stregone che, dopo tempo, giace integro nella sua bara. Chiodi, paletti di frassino, croci, aglio… l’armamentario del cacciatore di vampiri pare ormai essersi consolidato nell’immaginario del genere.

Se le vittime sono talora donne, mai lo sono, in questa antologia, i vampiri. Carmilla (racconto del 1872) di Le Fanu, la donna-vampiro, non vi trova imitatori.

Che queste creature della notte in quegli anni fossero ancora una novità per i lettori, lo si desume, io credo, anche dalla frequenza con cui il termine “vampiro” compare nei titoli di questi racconti. Gli autori, evidentemente, non sentivano l’esigenza di differenziare particolarmente i loro personaggi da quelli esistenti. D’altra parte, però, il termine doveva essere già ben noto ai lettori e sufficiente a far capir loro di cosa si parlasse. Passerà ancora qualche decennio prima di arrivare a dare per scontate, come facciamo oggi, tutte le principali caratteristiche del vampiro.

Sarà il XXI secolo a innovare questa figura o, divenuta ormai scontata, si estinguerà dopo gli ultimi successi di questi anni? Difficile credere che, dopo secoli di storia letteraria e leggendaria, il vampiro possa davvero sparire.

CHI HA TROPPO POTERE SIA ELIMINATO

Shakespeare - Giulio Cesare

Shakespeare – Giulio Cesare

La lettura attuale di un classico come il “Giulio Cesare” di William Shakespeare riesce a risultare più moderna e contemporanea di certi testi ottocenteschi, nonostante sia scritto da cinque secoli e narri di fatti di ben due millenni fa.

Giulio Cesare rimane una figura di primo piano nella storia nazionale e mondiale. I suoi pregi continuano a sopraffare i difetti nella memoria della gente, per cui può stupire, chi non conosca già l’opera, vedere come Shakespeare la inizi mostrando le vicende connesse all’omicidio del condottiero romano dal punto di vista dei congiurati, facendo di Bruto un eroe, pronto a sacrificare il suo affetto per l’amato Cesare pur di salvare la Repubblica e la Libertà.

Fa, infatti, dire a Bruto:

 

Se è cosa che riguarda il bene pubblico,

innanzi a un occhio mettimi l’onore,

innanzi all’altro mettimi la morte;

li guardo con la stessa indifferenza;

perché così m’aiutino gli dèi,

com’è vero ch’io amo più l’onore

Giulio Cesare di Shakespeare

Giulio Cesare di Shakespeare

E ancora, parlando di Cesare:

Per mia parte, non ho nessun motivo

per doverlo coprire di disprezzo;

ma si tratta del bene generale.

Vorrebbe farsi incoronare re.

Quanto ciò può cambiar la sua natura?

Ecco il mio dubbio… È la bella giornata

che fa uscire la vipera all’aperto.

E allora occorre agire con cautela.

Incoronarlo re!…

Già, ma così gli diamo in mano un pungolo

con cui potrà far danno quando vuole…

Del potere si abusa facilmente,

quando non sia congiunto alla pietà;

Julius Caesar

Giulio Cesare

E poi:

si deve pensare allora a Cesare

come a un uovo di serpe che, covato,

diverrebbe fatale per natura;

ed allora uccidiamolo nel guscio!

Shakespeare

Shakespeare

Insomma, quando un uomo acquista troppo potere (o sembra che ne possa acquistarne), ogni mezzo sembrerebbe lecito per toglierlo di torno. Poco conta, per Bruto, quanto Cesare si sia comportato bene sino ad allora e quanto egli stesso l’abbia amato. Se con il suo comportamento attenta alla libertà e al bene pubblici, ogni uomo diventa un pericolo e come tale va eliminato dalla vita sociale.

Viene da chiedersi se un così forte senso civico, un po’ anglosassone, sia mai esistito davvero in questa Italia, dove gli interessi personali e familiari continuano a prevalere su quelli nazionali o se non sia un altro dei tanti anacronismi shakespeariani come i corsetti, le vesti da camera, le alchimie e il rintoccar degli orologi che compaiono in questa stessa opera. Il Bardo è sempre il Bardo e questo e altro gli si perdona, sebbene, leggendo simili anacronismi in altri autori, saremmo inorriditi.

Fiumalbo 22/08/2012 

LA TV UCCIDE LA CULTURA

Ray Bradbury - Fahreheit 451

Ray Bradbury – Fahreheit 451

Una delle distopie forse più spesso citata di questi tempi è “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury e questo non ci stupisce, perché forse ancor più di “1984”, è riuscita a prevedere e descrivere tanta parte del nostro tempo attuale.

Quello che ci mostra è il fagocitamento della cultura, rappresentata soprattutto dai libri, da parte della televisione, divenuta ormai tridimensionale e interattiva, con una sorta di finta chat monodirezionale.

Per inciso, la soluzione tecnica che porta alla TV 3D e all’equivalente dei nostri attuali grandi schermi sono, nel romanzo, delle stanze intere in cui ogni parete è uno schermo. Dal punto di vista tecnico Bradbury immagina anche la miniaturizzazione delle auricolari e cani robotizzati.

Se questo libro però, è tanto famoso non è per le invenzioni e le ambientazioni tecnologiche, ma per i roghi dei libri, di cui si sono purtroppo visti esempi reali durante il nazismo e ridicole imitazioni nostrane con falò di “leggi inutili”.

L’aspetto più inquietante e realistico di questo romanzo fantascientifico è il modo in cui, secondo Bradbury, il mondo sarebbe arrivato ad abolire e bandire i libri.

Il ricordo che avevo, da una precedente lettura giovanile, era di un potere centrale autoritario che applicava verso i libri la propria violenta censura, ma nel libro non è così. O meglio questo è solo ciò che succede dopo, nei tempi descritti dal testo. A portare a ciò, similmente a oggi, è il disinteresse per la cultura, surclassata dal fascino vacuo della televisione. A questo si unisce la paura di pensare, perché pensare significa capire e interrogarsi sul senso della vita e delle cose e questo può essere doloroso. La gente guarda la TV e ignora i bombardieri che passano sopra le loro teste per andare a combattere e devastare i Paesi vicini. A uccidere i libri è stato il disinteresse delle persone più che la censura del potere politico. Terribile!

Ray Bradbury - Fahrenheit 451

Ray Bradbury – Fahrenheit 451

È forse vero, come pensano i personaggi del libro, che la cultura porta dolore, perché ci aiuta a capire quanta ingiustizia, violenza, mancanza di senso, tristezza possa esserci nel mondo.

I personaggi di “Fahrenheit 451” vogliono essere felici, non vogliono soffrire. Vogliono essere distratti e intrattenuti dalle loro stanze della televisione, in cui i presentatori li chiamano per nome e i cui attori vengono chiamati La Famiglia, come se davvero lo fossero per gli spettatori.

I libri dunque vengono ora bruciati dai pompieri (in una sorta di contrappasso) e chi li nasconde viene punito, anche con la morte, ma a decretarne la fine sono state proprio le persone, quelle stesse che denunciano senza pietà i possessori di testi. Persino la moglie del protagonista, il pompiere pentito che nasconde in casa alcuni libri salvati dai suoi stessi roghi, denuncerà il marito, che sarà costretto a bruciare la loro stessa casa con tutto ciò che contiene.

Eppure il romanzo lascia uno spazio alla speranza. C’è sempre, ci sarà sempre, chi è pronto a combattere per salvare la cultura, la nostra storia. Il protagonista incontra, dunque, infine un gruppo di persone che impara a memoria i libri per poi poterli riscrivere un giorno, in tempi migliori. Ci vorrà però la deflagrazione esplosiva della guerra per annientare quel mondo e consentire la rinascita di uno nuovo e l’avvio di tempi migliori.

Ancora non siamo a tanto, ma queste letture dovrebbero istruirci e farci capire quanto male possa farci un’informazione passiva.

Ray Bradbury

Ray Bradbury

A mitigare la distopia immaginata da Bradbury, abbiamo oggi internet che è molto di più di una TV interattiva: un sistema di comunicazione diffuso e difficilmente controllabile in modo centralizzato, ma non per questo dobbiamo e possiamo accettare l’appiattimento culturale che deriva dalla perdita del mondo rappresentato dalla letteratura. Oltre a internet, questo nostro XXI secolo ci ha, per fortuna, dato anche il print-on-demand, le auto pubblicazioni e gli ebook. Tutti strumenti, specie l’ultimo, che consentono il diffondersi dei libri, quelli antichi ma anche quelli nuovi. Se la tendenza alla loro scomparsa è forte, questi strumenti attivano e consentono lo sviluppo di forze contrarie che ci lasciano lo spazio – spero – per un ottimismo maggiore di quello con cui poteva guardare allora il recentemente scomparso Ray Bradbury.

 

Firenze, 20/08/2012

 

 

libri che bruciano

GLI ADOLESCENTI E LA PRE-RIVOLUZIONE RUSSA

Puskin - La Figlia del Capitano

Puskin – La Figlia del Capitano

La Figlia del Capitano” è un breve romanzo di Aleksandr Puskin (pubblicato nel 1836) nel quale, con semplicità, l’autore ci mostra al contempo la vita di un giovane nobile russo nel XVIII secolo, i suoi tormenti amorosi e la sua morale (che all’inizio un po’ vacilla, ma si mostra di fatto salda), nonché uno squarcio della rivolta portata avanti da Emel’jan Ivanovič Pugačëv, da noi meglio noto come Pugaciov, dalla cui descrizione emerge come già nel 1700 in Russia ci fosse il potenziale della grande rivoluzione bolscevica del 1917.

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, (1740/1742 – Mosca, 10 gennaio 1775), fu un pretendente al trono dell’Impero russo, e guidò una grande insurrezione cosacca durante il regno di Caterina II, coinvolgendo contadini, servi e soldati, che lo seguirono, deponendo e uccidendo i propri padroni.

Il sedicenne Pëtr Andréevič Grinëv è l’unico figlio maschio di un nobile ufficiale a riposo, il quale pensa che per farlo diventare un vero uomo sia ora che il giovane vada a servizio come ufficiale nell’esercito. Lo manda non nella vivace Pietroburgo, come spera il ragazzo, ma in un paese sperduto, dove come sola amicizia trova un altro ufficiale e come amore la figlia del Capitano, che i due si contenderanno, trasformando l’amicizia in vero odio.

Il caso porta Pëtr Andréevič a fare due incontri che saranno poi determinanti nella sua vita: quello con un Maggiore, che lo salverà poi prima dalla prigione e dopo dalla morte, ma, soprattutto, con un vagabondo che lo guida quando si perde in una bufera. Il giovane lo ricompenserà lautamente con un pellicciotto di lepre, di cui l’uomo aveva particolare bisogno. Più avanti si scoprirà che il vagabondo altri non era che Pugaciov, il capo della rivolta e aspirante nuovo zar. Quando il ribelle fa strage di nobili e ufficiali, riconosce il giovane e lo grazia. Potenza del destino!

Vanessa Hessler in La Figlia del Capitano

Vanessa Hessler in La Figlia del Capitano

Il ragazzo rifiuta di passare dalla parte del ribelle, ma questo non se la prende e lo lascia andare. Di nuovo Pugaciov avrà modo di aiutarlo, sebbene il ragazzo rimanga saldamente fedele alla sua Imperatrice. I ribelli uccidono il capitano e sua moglie. La figlia del capitano finisce nelle grinfie dell’ufficiale ex-amico di Pëtr Andréevič, che pretende di farsi sposare, ma lei non vuole. Pëtr Andréevič corre in suo soccorso.

Alla fine l’Imperatrice sconfigge Pugaciov e il cattivo amico del ragazzo lo denuncia come seguace di Pugaciov, facendolo esiliare in Siberia, dove il giovane si appresta ad andare pur di non fare il nome dell’amata figlia del Capitano. Sarà lei a recarsi dall’Imperatrice a implorare la grazia per lui, narrandole la parte della storia che il giovane si rifiutava di rivelare per non coinvolgerla.

La sovrana capisce che il ragazzo non è un traditore e che le sue reticenze non sono quelle di una spia ma di un innamorato e lo grazia.

Aleksandr Puskin

Aleksandr Puskin

Se si pensa ai nostri ragazzi del XXI secolo, pare strano vedere questo ragazzino di soli sedici anni muoversi con tanta disinvoltura tra eserciti e ribelli, difendere la sua donna, duellare.

Se il mondo è davvero cambiato, non è per la nuova tecnologia di cui disponiamo, ma per la diversa percezione dell’età delle persone e per il diverso senso della morale.

Oggi diciamo di un quarantenne che è un ragazzo. Puskin descrive Pugaciov, che è morto intorno ai trentatre anni, come un uomo maturo, se non anziano. Dostojevki scriveva di un suo personaggio che era un vecchietto di quasi cinquant’anni.

La percezione è che si stia giocando con il tempo. Se un giovane come Pëtr Andréevič era, sì, considerato uno sbarbatello, quando suggeriva mosse militari, peraltro, si muove con autonomia da adulto, mentre oggi abbiamo trentenni o quarantenni che ancora dipendono dai genitori.

Si capisce, però, quanta importanza avesse nella letteratura antica l’amore, se protagonisti erano spesso quelli che oggi ci paiono ragazzini. Le storie d’amore sono assai più appassionate e drammatiche se vissute da adolescenti. I moderni cinquantenni che mostrano pene d’amore, sono ridicoli, eppure in questo mondo di eterni fanciulli, ci stiamo abituando anche a loro.

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, Emel'jan Ivanovič Pugačëv, Pugaciov

Емелья́н Ива́нович Пугачёв, Emel’jan Ivanovič Pugačëv

Leggere gli autori del passato (e questo romanzo ancora non ha compiuto due secoli!), tra le altre cose, può aiutarci a riflettere e a renderci conto di come sia cambiata la nostra visione del mondo. E non è detto lo sia in meglio. Penso anche alla forza morale di questo giovane, che, pur davanti alla morte, non rinuncia a sostenere la sua fedeltà all’Imperatrice, il suo amore per l’amata Mar’ja Ivanovna, il suo senso dell’onore. Con quanta facilità, oggi i nostri politici cambiano invece bandiera e idea! Con quanta facilità si abbandonano amici, amori, coniugi e figli. Chi crede poi ancora a un concetto come l’onore? Ci lasciamo guidare da gente che l’onore lo tiene sotto le suole delle scarpe, che ruba, corrompe, sperpera, inganna senza ritegno e quando viene scoperta va ancora in giro a testa alta accusando chi li accusa. E nessuno si meraviglia. Che cosa avrebbero pensato di noi gli uomini del XIX secolo?

 

Firenze, 22/04/2012

LA SOCIETÀ DEI CIECHI

José Saramago - Cecità

José Saramago – Cecità

Di José Saramago, Premio Nobel portoghese per la letteratura nel 1998, avevo già molto apprezzato i romanzi “La Zattera di Pietra” e “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” e gradito “L’anno della morte di Riccardo Reis”;

Cecità”, romanzo dalla struttura articolata e dal modo originale di presentare la storia, anche grazie ad alcuni accorgimenti stilistici, mostra gran parte del suo fascino nel trattare la capacità dell’uomo di affrontare le più grandi difficoltà, genere letterario trasversale che si ritrova spesso nelle vicende post-apocalittiche come “Io sono leggenda” di Matheson o “La Strada” di McCarthy, tanto per citare due ottimi esempi tra quelli che ho letto più di recente o nelle storie di naufraghi o persone disperse come “Robinson Crusoe” di Defoe, “Darwinia” di Wilson, “La bambina che amava Tom Gordon” di King o il telefilm “Lost”.

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è stato l’approccio al tema. Saramago non si limita a descrivere la situazione dal punto di vista di un solo protagonista, ma ci mostra, uno dopo l’altro, alcuni personaggi e ci fa vedere, presentandoceli, il loro diverso modo di reagire all’improvvisa cecità. Incipit interessante ma proprio nel momento in cui mi sono trovato a pensare “il meccanismo funziona bene ma non può andare avanti”, ecco che Saramago, da ottimo autore quale è, cambia struttura e fa riunire dalle autorità spaventate tutti i suoi ciechi in un ex-manicomio, in cui vengono letteralmente rinchiusi.

Di nuovo, proprio quando la vicenda nel ex-manicomio pareva diventare collaudata e senza sbocchi, Saramago si libera di questo palcoscenico e fa uscire i suoi ciechi in un mondo devastato in cui ormai non esiste più una sola persona che ci veda, a parte la moglie del medico, che abbiamo conosciuto nell’ex-manicomio in cui si era fatta rinchiudere per seguire il marito, fingendosi cieca. Il finale ottimista è la quarta svolta. Una simile struttura tiene sempre alta l’attenzione e l’interesse del lettore.

Stilisticamente la cecità viene rappresentata con l’assenza di nomi propri, non solo dei personaggi ma anche dei luoghi, come a dire che per un cieco un uomo equivale a un altro, un posto a un altro. Questo non toglie spessore ai protagonisti, che appaiono ben delineati anche se si parla di loro come del primo cieco, del medico, del ladro, della donna con gli occhiali neri, del bambino strabico, del vecchio con la benda nera, della moglie del medico e così via.

Nella prima parte del romanzo, quando la cecità si manifesta, Saramago ci mostra come questa possa essere accolta: sventura, evento inevitabile, destino, punizione quasi divina. Nel dipingere i suoi personaggi ce ne mostra così le sfumature psicologiche e sociali.

Nella seconda parte ci fa vedere tutto l’abbrutimento di cui può essere capace l’essere umano privato di una struttura organizzativa. I ciechi, la cui malattia si è rivelata contagiosissima, vengono rinchiusi nell’ex-manicomio, quasi a simboleggiare la somiglianza tra cecità e follia, metafora dei nostri tempi in cui la vera pazzia sta nel non voler vedere le atrocità del mondo. Qui non hanno altro rapporto con l’esterno che attraverso le guardie spaventate che portano loro da mangiare e che si tengono sempre alla massima distanza possibile. L’assenza di un’organizzazione sociale porta la piccola comunità alla barbarie se non all’imbestialimento e ben presto prevale la legge del più forte, con tutte le violenze possibili, mentre la paura semina morte.

L’ottimismo di Saramago lo porta, però, a immaginare forme di solidarietà spontanea e di aggregazione, come a voler confermare che anche nelle situazioni più confuse la nostra natura di animali sociali deve emergere. La presenza dell’unica vedente dell’intero manicomio consentirà al gruppetto dei protagonisti di ribellarsi ai soprusi dei violenti, pur senza confermare il detto “nel paese dei ciechi l’orbo è re” ma mostrando che la vista è, quanto meno, un vantaggio evolutivo non indifferente.

L’autore portoghese fa un gran ricorso a proverbi, forse per mostrare che il mondo da cui nascono, quello popolare e popolaresco, istintivo e spontaneo ma organizzato in nuclei di natura familiare, è il mondo naturale cui l’essere umano tende.

José Saramago

José Saramago

Quando tutto fuori crolla, i primi ciechi fuggono dalla quarantena e si aggirano in un mondo post-apocalittico, con bande di orridi ciechi che brancolano alla ricerca di cibo in una città devastata e spogliata di ogni ricchezza fisica e morale. Eppure anche lì sta sorgendo un nuovo ordine sociale. La proprietà non esiste più. I ciechi non riescono quasi mai a ritrovare la casa da cui provenivano, percui appena ne trovano una vuota la occupano per poi abbandonarla partendo di nuovo alla ricerca di cibo. Il cibo è di chi lo trova per primo. I gruppi si aggregano e disgregano continuamente. I ciechi si muovono reggendosi l’uno all’altro ma talora uno si stacca, per un po’ brancola da solo e poi, come trova un nuovo gruppo, vi si attacca e viene accolto come se ci fosse sempre stato, in un movimento che fa pensare a quello delle processionarie, quegli insetti velenosi che si muovono in fila indiana.

Cecità” insomma non è solo una distopia fantascientifica, ma è soprattutto una riflessione sulla natura sociale dell’uomo (certe digressioni in tal senso appesantiscono forse un po’ il testo, il cui senso era evidente anche senza le osservazioni morali dell’autore) e un grande romanzo sull’amicizia e la solidarietà come forza aggregante.

Firenze, 01/10/2011

VITA DEI MORTI DI PROVINCIA

Edgard Lee Masters - L'Antologia di Spoon River

Edgard Lee Masters – L’Antologia di Spoon River

Più che una silloge di poesie, la”Antologia di Spoon Riverdell’americano Edgard Lee Masters è una raccolta di 245 ritratti. Ogni ritratto è un piccolo racconto. Tutti i racconti, intersecandosi l’uno con l’altro, descrivono la vita di un’immaginaria cittadina di provincia americana, Spoon River. Nella storia di ogni abitante ritroviamo parti delle vicende di altri personaggi. Ne nasce quasi un romanzo corale.

Ognuno parla di se stesso, raccontando qualche evento rilevante della propria vita. Tutti i personaggi sono morti e i racconti sono come degli epitaffi sulle loro tombe.

La forte umanità che traspare da ogni racconto tocca, per la forte sensibilità espressa, toni poetici.

Edgar Lee Masters

Edgar Lee Masters

L’umanità che viene messa a nudo è il più delle volte tristemente fragile. Ogni uomo o donna compaiono con i loro difetti, in una sorta di confessione pubblica in cui rivelano le proprie debolezze, le debolezze della vita della provincia americana. Una provincia che si nasconde dietro una falsa morale, nascondendo al contempo la propria umanità di piccoli peccatori. Una provincia, nonostante tutto e tutto sommato, più sana di questa lontana e malata provincia americana chiamata Italia.

Firenze, 27/04/2012

Contadini alieni

IL FASCINO DEL LUOGO COMUNE

Kahlil Gibran - Il Profeta

Kahlil Gibran – Il Profeta

Di Gibran mi era capitato di leggere alcune massime e alcuni commenti entusiastici. Reduce così dalle letture di altri libri come “Il Piccolo Principe”, “Il Gabbiano Jonathan Livingstone”, “Candido”, “L’Alchimista” o “Il Donatore”, mi aspettavo di trovare nelle pagine de “Il Profeta” di Kahlil Gibran qualcosa di simile: un libro che nella sua semplicità sapesse essere grande e denso di contenuti, all’apparenza magari un po’ scontati, ma nella sostanza con una propria profondità.

L’esito della lettura è stato quindi deludente, innanzitutto perché siamo a mille miglia dalla letteratura. “Il Profeta” non è, infatti, un romanzo, ma neppure un’opera teatrale e anche se viene definito una raccolta di saggi poetici, di poesia non ne contiene molta e anche la saggezza dispensata mi pare spesso a buon mercato.

Il Profeta” è un monologo in cui si succedono numerosi aforismi, alcuni apprezzabili, molti interessanti, altri banali.

Si dice che con quest’opera Gibran si sia posto aldilà della religione, in particolare delle due fedi monoteiste delle nazioni in cui è vissuto, Libano e Stati Uniti d’America, toccando le radici comuni a ogni credo.

Kahlil Gibran

Kahlil Gibran

Diciamo che ha toccato temi del comune sentire e che quindi facilmente sono accolti in diverse confessioni, dalla cristiano-maronita (da cui proviene), all’islamica, fino al cattolicesimo e al buddismo.

Alcuni pensieri hanno, infatti, un certo fascino e una valenza che supera i confini delle culture locali, si pensi alle affermazioni:

Voi siete gli archi dai quali i figli vostri, viventi frecce, sono scoccati innanzi” (pag. 29).

Più profondamente scava il dolore nel vostro essere, e più è la gioia che potete contenere” (pag. 49).

In verità la brama di comodità uccide la passione dell’anima, e poi ridendo va al suo funerale” (pag. 55).

Come vorrei vedervi accogliere e sole e vento con la pelle del corpo e non con i troppi indumenti” (pag. 57).

È nello scambiarvi i doni della terra che troverete l’abbondanza e sarete appagati. Ma se lo scambio non avverrà nell’amore e nella giustizia generosa, condurrà alcuni all’ingordigia e altri alla fame” (pag. 61).

Quale pena infliggete a colui che uccide nella carne me è lui stesso ucciso nello spirito? (pag. 69).

Che dire dello zoppo che ha in odio i danzatori?” (pag. 71).

Voi parlate quando cessate di essere in pace con i vostri pensieri” (pag.95).

La vostra bontà sta tutta nella nostalgia che avete per il gigante che è in voi: ed è una nostalgia che tutti avete” (pag. 105).

Come avrei potuto vedervi se non da molto in alto  e da lontano?” (pag. 135).

Solo ieri ci incontrammo dentro un sogno” (pag. 139).

Se dopo aver letto le citazioni che ho riportato pensate che questo libro possa contenere molto di più, leggetelo, ma per quanto mi riguarda, credo che quel che “il Profeta” mi ha lasciato sia tutto contenuto in queste poche righe.

Firenze, 13/07/2011

I LIMITI DELLA CATALOGAZIONE

IF - Insolito & Fantastico n. 11 - Mainstream

IF – Insolito & Fantastico n. 11 – Mainstream

Attribuire delle etichette ai libri è una tentazione forte per chi se ne occupa. Può essere utile a far capire, con una parola o poco più, con che tipo di romanzo il lettore avrà a che fare. Il problema è che, spesso, i romanzi non sono catalogabili o, quasi sempre, una loro etichettatura comporta gravi perdite informative.

Come autore, sono spesso tormentato da questa dicotomia.

Ho trovato comodo definire alcune mie opere ucronie, altre thriller, altre surreali o fantascientifiche, ma sono categorie a cui sento che nessuno dei miei scritti appartiene in toto, sia perché difficilmente ne rispetta i canoni, sia perché sempre dense di altri contenuti, che poco hanno a che fare con il genere.

Leggendo il numero 11 della forse ancora troppo poco nota rivista monografica “IF – Insolito & Fantastico”, edita da Tabula Fati e curata da Carlo Bordoni, che porta, nell’ottobre 2012, il titolo “Mainstream” e il sottotitolo “Quando la letteratura italiana incontra la fantascienza”, questo problema mi si è riaffacciato dolorosamente alla mente.

Forse il sottotitolo sarebbe dovuto essere più correttamente “Quando la letteratura italiana incontra il fantastico”, dato che di quest’ultimo vengono trattati oltre alla science-fiction, anche l’horror, il noir, la fantapolitica, la distopia, l’utopia, l’ucronia e… insomma, come vedete, anche qui le etichette si moltiplicano, proprio perché, soprattutto quando si parla di letteratura ufficiale, di mainstream, i confini sono assai difficilmente tracciabili.

Questo è un numero che trascina per le continue affascinanti scoperte che ogni articolo porta con sé, soprattutto chi, come il sottoscritto, fa della scrittura solo un hobby e quindi ha una conoscenza dilettantistica della letteratura.

Credo comunque che persino non pochi professori di letteratura di liceo (spero non gli accademici, ma non lo escluderei) magari possono sapere che Primo Levi, che era anche un chimico, è stato autore fantascientifico, che Italo Calvino con “Le Cosmicomiche” e “Ti con Zero” si muoveva nei pressi della fantascienza, che Anna Maria Ortese era autrice fantastica, che Paolo Volponi era autore apocalittico e certo non catalogherebbero Guido Morselli altro che come autore fantascientifico (sarebbe invece più corretto dirlo ucronico) e saprebbero della scrittura fantastica di Giorgio Manganelli. Magari però ignorano l’importanza di Curzio Malaparte come autore ucronico e fantapolitico o l’attività fantascientifica di Riccardo Bacchelli, non pensano a Giorgio Bassani come autore noir, a Mario Soldati o, addirittura, a Corrado Alvaro, come a scrittori utopico-fantascientifici o – udite udite – a Beppe Fenoglio come maestro dell’horror, che si ispira a Edgar Allan Poe.

Italo Calvino

Italo Calvino

Del resto, come è ben raccontato nell’articolo di Arielle Saiber “I Dischi volanti non sbarcano a Lucca” (a pag. 100), trovare il nome anche di un solo autore italiano importante che sia definito fantascientifico è quanto mai difficile.

Sul tema, mi viene, in mente la recente antologia “Vampiriana” curata da Antonio Daniele (anche lui ha scritto su IF), che cita tra gli autori di romanzi gotici persino l’avventuroso Emilio Salgari (di cui non va dimenticato il romanzo fantascientifico “Le Meraviglie del 2000”).

Se la commistione tra letteratura “ufficiale” e fantastico è senz’altro vera per la letteratura italiana del secolo scorso (di cui si occupa la rivista), quanto è più vero per la letteratura contemporanea internazionale, dato che oggi i confini tra i generi sembrano essersi persi. Mi basta pensare ad alcune mie letture recenti come “Il Supplizio del Legno di Sandalo” del Premio Nobel per la Letteratura nel 2012 Mo Yan, dove non mancano gli elementi soprannaturali e fantastici inseriti in un affresco storico, ai forti elementi fantastici delle opere di Haruki Murakami (che non credo sia di norma considerato autore fantasy o fantascientifico), anch’esso prossimo a prendere il Nobel l’anno scorso,  alla magia della narrazione di José Saramago (altro Nobel), alla rilevanza della scrittura di un autore apocalittico come il geniale Cormac McCarthy, agli angeli di Anatole France, ai mondi onirici o futuristici di Ian McEwan, al recente successo planetario di autrici fantastiche come J.K. Rowling o fantascientifiche come  Suzanne Collins (quanti dei loro lettori pensano a queste etichette?), alle distopie di Kazuo Ishiguro, al paranormale in Jorge Amado, ai viaggi psico-cronici della Niffenegger.

Beppe Fenoglio

Beppe Fenoglio

Insomma, una lettura che porta con sé riflessioni interessanti. Tra l’altro, da questo numero la rivista ha abolito la parte narrativa, che conteneva alcuni racconti, diventando solo una raccolta di brevi saggi e articoli, quasi tutti incentrati sul tema principale. Dunque, sempre più i volumetti di questa rivista (in formato libro tascabile) sono una sorta di piccola enciclopedia del fantastico, da conservare in libreria per future consultazioni.

 

Firenze, 19/12/2013

LA PIÙ GRIGIA DELLE DISTOPIE

La Strada - Cormac McCarthy

La Strada – Cormac McCarthy

La Strada” di Cormac McCarthy è grigia di cenere. “La Strada” di Cormac McCarthy è deserta e priva di vita. “La Strada” di Cormac McCarthy è pericolosa e cupa. “La Strada” di Cormac McCarthy non arriva da nessuna parte. “La Strada” di Cormac McCarthy ti colpisce al cuore come una lama che poi non voglia più uscire. Lungo “La Strada” di Cormac McCarthy ci sono solo un uomo e un bambino, senza nome, senza volto e senza età. L’uomo e il bambino percorrono da soli la loro via verso sud, attraverso luoghi senza nome, in un’epoca futura ma senza date. Loro stessi non hanno bisogno di un nome, dato che non ci sono altri con cui confonderli. Certo ci sono anche i “cattivi”, ma i “cattivi” non sono più umani, non “portano più il fuoco”, sono esseri spenti e malvagi, che mangiano i bambini ma anche gli adulti. Sono pochi ma pericolosi. Il bambino è figlio dell’uomo e l’uomo è il padre del bambino. L’uno è il mondo dell’altro. Se uno dei due dovesse mancare, l’altro non potrebbe andare avanti o così crede.

Il mondo che attraversano è il più grigio dei mondi distopici che si possa immaginare. C’è stata un’apocalisse ma non sono morti tutti subito. Cosa l’abbia causata non lo sappiamo. L’autore non ce lo dice e non importa. Potrebbe essere stata una catastrofe nucleare, ma non si parla di radiazioni, solo di alberi bruciati, cenere, asfalto che si è sciolto. Più probabilmente è stato l’effetto di un enorme meteorite o magari di una colossale eruzione, che ha rilasciato le sue ceneri ovunque, nascondendo il sole. Ma non importa. Fa sempre freddo. Troppo freddo. Un freddo fisico ma anche morale. L’uomo e il bambino viaggiano verso sud, alla ricerca del calore, ma continuano a gelare.

L’apocalisse si è verificata tempo fa. I sopravvissuti hanno fatto il resto. Hanno devastato, depredato, distrutto. Il cibo è finito e sono divenuti cannibali e cattivi. Anche se la rovina forse è stata opera della natura, il vero pericolo è l’uomo. L’uomo senza umanità. Un uomo troppo moderno nella sua mancanza di ideali e morale.

L’uomo e il bambino vanno avanti, anche se non c’è nulla in grado di alimentare la speranza, il piccolo fuoco che si portano dentro. Eppure continuano a cercare. Non sappiamo cosa. Forse il calore del sud, forse i “buoni”, forse un’oasi. In realtà sopravvivono e basta. Malamente. A fatica. A volte sembra che non ce la facciano.

La Strada - Il Film

La Strada – Il Film

La loro è una storia essenziale e primitiva e per questo la più vera e forte e amara e penetrante che si possa immaginare. Una storia così basilare da poter diventare eterna. Un piccolo capolavoro del genere più intenso che la letteratura conosca: un romanzo sulla sopravvivenza, come “Robinson Crusoe” di Defoe, come “La bambina che amava Tom Gordon” di King, come “Io sono Leggenda” di Matheson, come il ciclo di Ayla della Auel. Qui però c’è in più l’aggiunta di un mondo distopico agghiacciante, più cupo di quello di “Blade Runner” o di “Matrix”, descritto con un linguaggio scarno, con dialoghi in cui le virgolette non compaiono, quasi forse un inutile vezzo in una storia di privazioni come questa, in cui i luoghi sono così privi di umanità che dar loro un nome sarebbe inutile: gli scivolerebbe via come pioggia sulla cenere. E non ci sono neppure i capitoli, ma non ci si fa caso, perché non vorremmo mai smettere di leggere, non vorremmo mai fermarci, per paura di gelare anche noi. “La Strada” di Cormac McCarthy va percorsa fino in fondo. Non importa che non conduca a nessun lieto fine o a nessun evento risolutivo. Ugualmente bisogna andare avanti. Chi si ferma è perduto. Chi apre il libro non può chiuderlo fino a quando l’avrà finito e dopo… dopo gli resterà per sempre dentro. L’uomo e il bambino non potranno morire, perché saranno nel cuore di chiunque abbia letto la loro storia fredda e tagliente e aspra.

Cormac McCarthy

Cormac McCarthy

Una storia in cui il passato è sconosciuto, il futuro misterioso, il presente ridotto al piccolo mondo di due corpi in movimento lungo una strada. Due corpi mossi da una piccola fiammella. Una fiammella quasi invisibile, ma sufficiente a sciogliere il gelo che li circonda. Una storia in cui il lettore può immaginare quasi tutto se vuole, le ragioni e le forme dell’apocalisse, lo stato del mondo, il suo futuro, la vita dell’uomo (di cui sappiamo pochissimo), il nome dei protagonisti, i loro pensieri. Cormac McCarthy non ci dice quasi nulla. Anche per questo ha scritto un capolavoro: un romanzo che si lascia sognare da chi lo legge.

Firenze, 18/05/2011

 

Questo articolo è comparso anche sul n. 10 (“Apocalisse”) della rivista IF – Insolito & Fantastico.

 

Tra tutti i libri che ho letto nel 2011 e 2012, credo che questo sia il migliore.

SOGNARE LA LUNA

Logo Apollo 11

Logo Apollo 11

La notte del 21 luglio 1969 ero con la mia famiglia al mare a Lavinio, vicino Roma, a casa di una zia di mio padre. Avevo cinque anni ma ricordo ancora quel momento, che forse non ha condizionato la mia vita, ma i miei pensieri sì. Alle 4,57 il primo uomo avrebbe messo piede sulla Luna!

Ricordo che eravamo tantissimi in quella stanza, oltre ai miei genitori c’erano tanti parenti e guardavamo tutti quella piccola scatola rossa che trasmetteva la telecronaca del primo allunaggio. Un oggetto assai diverso dai moderni megaschermi ultrapiatti!

Non ricordo se mi fu permesso di resistere fino all’ultimo, ma ricordo che quelle immagini le rividi nei giorni successivi in tante forme diverse.

Credo che fu allora che nacque la mia passione infantile per l’astronomia e fu allora, penso, che posi le basi per il mio amore giovanile per la fantascienza.

Dieci anni dopo, per festeggiare la ricorrenza, Mondadori pubblicava nella collana Oscar un volume intitolato “Mille e una Luna”, sottotitolo “Storie fantastiche e fantascientifiche di tutti i tempi”. Allora non lo lessi. L’ho scoperto solo ora.

Mille e una Luna” è una preziosa raccolta di alcuni dei più significativi racconti o estratti di opere maggiori che parlano del sogno dell’uomo di posare i piedi sull’astro notturno.

Alcuni di questi brani li avevo già letti in altri contesti, ma ritrovarli tutti assieme è stata una bella sorpresa.

Il secondo brano è un’altra pietra miliare della mia infanzia, un estratto dal secondo romanzo da me letto: “Le Avventure del Barone di Münchhausen”, una storia che all’età di sei anni mi aveva molto affascinato.

Questo volume, che riporta solo la parte del viaggio sulla luna, mi ha fatto scoprire come questo romanzo, o almeno la parte riportata sia un grande plagio.

Barone Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen

Barone Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen

Il volume procede cronologicamente, dal testo più antico al più moderno. Si comincia così con il fantasioso viaggio descritto dal greco Luciano di Samosata ben 1789 anni prima dell’allunaggio vero. Si passa poi all’Astolfo ariostesco, che sulla Luna cerca il senno dell’Orlando furioso, al racconto tecnico di Keplero, ai due viaggi di Cyrano de Bergerac (altro mito della mia infanzia), per arrivare quindi al Barone di Münchhausen, scritto “solo” 184 anni prima dell’allunaggio.

Quanto somiglia questo racconto alla Storia Vera di Luciano!

Luciano scrive:

Verso il mezzodì, disparita l’isola, un improvviso turbine roteò la nave, e la sollevò quasi tremila stadii in alto, né più la depose sul mare: ma così sospesa in aria un vento, che gonfiava tutte le vele, ne la portava. Sette giorni ed altrettante notti corremmo per l’aria: nell’ottavo vedemmo una gran terra nell’aere, a guisa d’un’isola, lucente, sferica e di grande splendore.” (pag.40)

Parafrasa Raspe:

un ciclone sollevò la nostra nave di almeno mille miglia dalla superficie dell’acqua e la tenne parecchio tempo a quell’altezza. Un vento gagliardo gonfiò finalmente le vele e ci fece procedere con incredibile velocità. Avevamo viaggiato sei settimane sopra le nuvole quando scoprimmo un grande paese rotondo e luminoso come un’isola lucente” (pag. 101).

A proposito degli animali lunari scrive il greco:

Questi Ippogrifi son uomini che vanno sovra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto sono grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e massicce d’un albero di un galeoneQ” (pag. 40).

Riprende l’immagine l’autore del Barone:

vedemmo grandi figure a cavallo di avvoltoi con tre teste. Perché possiate farvi un’idea della grandezza di questi uccelli, vi dirò che l’apertura delle ali misurava sei volta la lunghezza della gomena più lunga che avessimo a bordo” (pag. 101).

Scrive l’autore di Samosata:

Quando l’uomo invecchia non muore, ma come fumo svanisce nell’aere” (pag. 45).

Evidentemente entrambi sono stati “davvero” nello stesso luogo, poiché anche per il Barone:

Quando gli abitanti della luna invecchiano, non muoiono, ma si dissolvono nell’aria come fumo” (pag. 102)!

Se Luciano scrive:

ed io pensomi che quando qualche vento scuote quelle viti, si spiccano quegli acini e cade fra noi la grandine” (pag. 46)

L’autore che riporta le avventure del Barone di Münchhausen, si dimostra il vero inventore del “taglia e incolla” scrivendo:

Nella luna i vinaccioli sono esattamente come la nostra grandine e io sono fermamente convinto che quando lassù un temporale stacca i grappoli dalla pianta, gli acini cadono sulla terra e formano la grandine” (pag. 103).

Cyrano de Bergerac

Cyrano de Bergerac

E gli esempi non sono finiti qui! Non sarebbe però giusto parlare di plagio, perché le avventure del Barone nascono in modo particolare. Il vero Barone Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen (vissuto tra il 1720 e il 1797) era solito raccontare storie incredibili sulla propria vita, ma lo faceva tanto per divertire, non certo per creare un’opera letteraria. Potrebbe quindi aver attinto alle proprie letture per alimentare le panzane che amava raccontare. Le sue “invenzioni” furono poi riprese in inglese da un autore anonimo (che si scoprì poi essere l’erudito Rudolf Erich Raspe) su una rivista umoristica berlinese. Le vicende furono quindi tradotte in tedesco e adattate da Gottfried August Bürger che fu a lungo considerato l’autore, anche perché Raspe non ne rivendicò (giustamente!) la paternità, forse conscio che il libro fosse tutto un gran plagio! Insomma una storia senza un vero autore, come le antiche leggende.

Dopo la nave di Raspe, eccoci finalmente con Edgar Allan Poe a un viaggio un po’ più “tecnico” anche se la tecnologia di riferimento è quella del tempo: una mongolfiera. Poe con questo racconto si rivela non solo, come noto, un precursore del giallo e dell’horror, ma anche della fantascienza. Il suo animo razionale lo porta a preoccuparsi anche di problematiche reali di una simile ascensione, quale la rarefazione dell’aria.

Grande assente in questa rassegna è Jules Verne con i suoi due romanzi Dalla Terra alla Luna” e “Intorno alla Luna”.

Da Poe si salta subito al geniale e ancora futuribile Heinlein che nel racconto “L’uomo che vendette la Luna” mostra moltissime delle opportunità economiche di sfruttamento della Luna. Se alcune, come i diamanti lunari, sembrano di pura fantasie, altre sono ancora attuali e attuabili, quale lo sfruttamento come spazio pubblicitario, come luogo di vacanza, come riserva di minerali, come opportunità di speculazione immobiliare.

Peccato che la conquista della Luna si sia fermata a quei pochi passi e che dopo la passeggiata di Eugene Cernan che scese dall’Apollo 17 nel lontano dicembre del 1972, l’anno prossimo saranno 40 anni che l’uomo non c’è più tornato. Un sogno spezzato! Eppure la conquista dello spazio potrebbe essere molto importante per l’umanità. Ci si dimentica della fragilità del nostro pianeta. Abitare la Luna, anche solo con un migliaio di persone, potrebbe voler dire avere una modesta scialuppa di salvataggio per la nostra civiltà contro sciagure apocalittiche, ma anche la base per cercare di andare più lontano. Sarebbe una grave mancanza per la nostra specie rinunciarci.

L’Agenzia Spaziale Europea e la Repubblica Popolare Cinese hanno entrambe piani per esplorare la Luna, la prima mediante sonde e la seconda, secondo notizie recenti, con un programma di esplorazione umana.

La Cina, oltre all’esplorazione umana, sta considerando la possibilità di sfruttare minerariamente la Luna, in particolare per l’isotopo Elio-3, da usare come fonte d’energia sulla Terra

La raccolta prosegue con un racconto di Paul Anderson, che, quasi ucronicamente, immagina un Leonardo Da Vinci che riesce a raggiungere il nostro satellite, il racconto di un’astronave fatta “in casa” di Clyde Brown, e una corsa, inventata da Arthur C. Clarke, per raggiungere Selene fatta in contemporanea da americani, russi e inglesi, che arriveranno in contemporanea quasi a voler simboleggiare ciò che 11 anni dopo sarà scritto sulla targa depositata nel Mare della Tranquillità dall’Apollo 11:

Qui uomini del pianeta Terra per primi misero piede sulla Luna – Luglio 1969 – Siamo venuti in pace per tutta l’umanità” (pag. 335).

Targa Apollo 11

Targa Apollo 11: Qui uomini del pianeta Terra per primi misero piede sulla Luna – Luglio 1969 – Siamo venuti in pace per tutta l’umanità

Firenze, 23/04/2011

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