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SI PUÓ RIDERE DELL’APOCALISSE?

Terry Pratchet, Neil Gaiman - Buon Apocalisse a tutti!

Terry Pratchet, Neil Gaiman – Buon Apocalisse a tutti!

Buon Apocalisse a tutti!”, il romanzo di Terry Pratchett e Neil Gaiman, affronta un tema non certo nuovo per la letteratura e il cinema, per non parlare della filosofia o della religione: la fine del mondo.

In Italia ha la sfortuna di essere presentato con un titolo che fa presagire un approccio assai più umoristico di quanto non sia realmente. Il titolo originale “Good Omens” (“Buoni Presagi”), se non altro crea meno false aspettative di grasse risate, che in effetti, il romanzo, seppur con una vena umoristica, non suscita davvero e non credo voglia neppure suscitare.

Wikipedia lo definisce una “commedia metafisica sull’avvento dell’Apocalisse” e la definizione mi pare abbastanza corretta.

Non si tratta solo di una presa in giro di alcuni film come “The Omen”, ma contiene numerosi riferimenti ad altri film popolari, da “ET”, a “Il Signore degli Anelli”, a “Guerre Stellari”, ma anche riferimenti al libro dell’Apocalisse e i nomi dei personaggi sono spesso citazioni.

Insomma, si ha l’impressione di un libro scritto per fa sorridere, ma anche con l’intento di essere qualcosa di più di una qualunque storia comica.

Ci sono alcuni momenti interessanti. Trovo simpatica l’amicizia tra l’angelo Azraphel e il diavolo Crowley (stesso nome del famoso occultista), che convivono sulla Terra per seimila anni e alla fine si sentono più legati tra di loro che con Paradiso e Inferno.

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Terry Pratchett e Neil Gaiman

Non è male l’incedere finale verso l’Armageddon dei Quattro Cavalieri dell’Apocalisse in motocicletta (con i quattro emuli dai nomi improbabili che li imitano e seguono), dell’Anticristo bambino con i suoi tre amichetti, della strega occultista Anatema e del finto ingegnere smonta catastrofi.

Ci sono però delle parti piuttosto inutili e alcune addirittura noiose, come i giochi banali dell’Anticristo bambino.

Direi che è un libro un po’ discontinuo come tono, un po’ troppo pieno di personaggi e di storie minori che si intrecciano e che creano confusione, con alcune trovate interessanti e alcuni riferimenti non banali come i personaggi che si interrogano su dove sia Armageddon (perché, è proprio così: è un luogo, non un evento, come si crede spesso) o l’angelo che colleziona libri antichi o le versioni errate della Bibbia, che forse esistono davvero.

A volte viene voglia di abbandonarlo, si resiste un po’, si va avanti, si trova un altro brano interessante e si procede attraverso un altro po’ di noia, fino alla nuova luce (sperando che non sia quella di un treno che arriva dal fondo del tunnel).

Firenze, 27/10/12

I quattro cavalieri dell'Apocalisse

I quattro cavalieri dell’Apocalisse

RIFLETTERE SENZA STUDIARE È PERICOLOSO

Massime - Maestro Kong

Confucio – Massime

Mentre in Grecia l’occidente poneva le basi della propria cultura, tra il 451 e il 479 a.c., in Cina, Maestro Kong, da noi noto come Confucio (da Kong fuzi, dove “fuzi” vuol dire appunto “maestro”), sviluppava il proprio pensiero, che sarebbe stato fondamentale per la filosofia orientale.

Il volumetto intitolato “Massime” e curato da Paolo Santangelo per la Newton riunisce una selezione di pensieri tratti da “I Dialoghi” (“Lunyu”).

Sono brevissimi brani, caratterizzati da un linguaggio semplice e diretto, spesso con riferimenti concreti.

Santangelo li ha riuniti per argomento in capitoli:

  • Il progresso morale;
  • Studio ed educazione;
  • Pietà filiale e famiglia;
  • La religiosità laica;
  • Riti e norme tradizionali di condotta;
  • L’impegno politico;
  • Consigli pratici e valutazioni varie.

Confucio non sviluppa una propria teoria organica e articolata, ma fa spesso riferimento al pensiero precedente e sostiene i valori della tradizione (“Gli antichi erano molto cauti nel parlare, perché si sarebbero vergognati se le loro azioni non fossero state all’altezza dei discorsi”), sostiene una vita saggia e morale (“L’uomo superiore è calmo senza essere arrogante; l’uomo dappoco è arrogante senza essere calmo”; “Di uno che non dubita mai sul da farsi, io non so che farmene”), rifiutando gli eccessi (“Eccedere equivale a difettare”), riconoscendo i propri difetti (“non vergognarsi di correggersi dei propri errori”) e impegnandosi per eccellere (“Ma se un uomo a quaranta o cinquanta anni non è riuscito a farsi notare, non merita alcun rispetto”).

Maestro Kong

Confucio (Maestro Kong)

Disprezza le ricchezze (“Se fosse degno correre dietro alle ricchezze, le perseguirei, anche a costo di fare il carrettiere. Ma poiché non ne vale la pena, faccio ciò che mi aggrada”) e sostiene lo studio (“non si vergognava di domandare agli inferiori e ai più giovani”; “Studiare senza riflettere è inutile. Riflettere senza studiare è pericoloso”; “Non è facile trovare uno che studi per tre anni senza pensare di guadagnare uno stipendio”) e la vera saggezza (“Chi non cambia è solo il saggio più elevato o lo sciocco più ignorante”).

Avendo ricoperto cariche politiche, talora si occupa anche di politica (“Quando il paese è ben governato, si può ricevere lo stipendio; quando invece è in disordine badare allo stipendio è vergogna”; “Bisogna agire quando si è in servizio, e sapersi ritirare quando si è messi in disparte”).

A volte si possono cogliere analogie con il pensiero cristiano (“Ripaga l’odio con la rettitudine, e con la benevolenza ricambia la benevolenza”) o con quello greco (“Riconosci di sapere quel che sai e di non sapere quello che non sai. Questa è la sapienza”), ma le differenze rimangono importanti.

Firenze, 24/08/12

NON SI UCCIDE COSÌ ANCHE IL SECONDO CAVALLO?

Erri De Luca - Tre Cavalli

Erri De Luca – Tre Cavalli

A riempire una stanza basta una caffettiera sul fuoco”. “A barattare la precisione dell’ago con lo schianto della pressa sulla lamiera”. “Strette dentro quattro mosse di fatica”.  “Una parola appesa all’attaccapanni del secolo passato”. “Un naso saldo come una prua”.

Io credo che il successo di Erri De Luca risieda in grandissima parte nel suo stile di scrittura e nella capacità di scrivere frasi come le precedenti.

Credo anche, però, che questo sia il suo grande limite.

Le frasi citate, infatti, non le ho selezionate tra tutti i suoi libri o nell’intero romanzo, ma sono tutte concentrate nelle pagine 14 e 15 di “Tre cavalli”. E non ci vivono da sole!

Ciascuna in sé da un tocco speciale alla pagina. Come si suol dire, però, il troppo, alla fine, stroppia.

Erri De Luca

Erri De Luca

Tre cavalli” è una bella lettura, con un bel protagonista, una trama esile, ma che scorre bene. Chi ama questo suo modo di scrivere potrà gridare al capolavoro. Posso capire, però, che ci sia anche chi esce da queste pagine con una certa irritazione. Il manierismo non a tutti piace. Io mi pongo nel mezzo. Magari leggerò ancora di questo autore (qualcosa ho già in libreria), ma non mi precipiterò su un altro suo libro. Ci vuole tempo per digerire frasi così.

Una delle cose che mi è piaciuta di più è la motivazione del titolo: ogni uomo vive come tre cavalli. Il protagonista, che vive il suo amore leggero da cinquantenne, dichiara di aver appena ucciso il suo secondo cavallo. Forse il romanzo si sarebbe dovuto chiamare così: “Il secondo cavallo”.

De Luca il suo deve averlo ucciso a forza di metafore.

Firenze, 21/07/2012

COME LIBERARSI DAI BAMBOCCIONI

Paolo Crepet - I Figli non crescono più

Paolo Crepet – I Figli non crescono più

Alcuni mesi fa un personaggio politico definì (suscitando una certa polemica) i giovani italiani dei bamboccioni, in quanto stentano a liberarsi della dipendenza dalla famiglia.

Nel saggio “I figli non crescono più” il sociologo Paolo Crepet affronta il tema del distacco degli adolescenti dalla tutela/ oppressione della famiglia.

Nel suo libro si rivolge sia ai figli, che ai genitori. Più che un saggio organico e strutturato, il testo è una raccolta di pensieri, riflessioni e resoconti di esperienze professionali, ma nonostante ciò, è una lettura interessante e assai abbordabile per ogni tipo di lettore.

Mi ha stupito veder esaltato il modello di scuola a tempo pieno che ha scelto per il liceo mia figlia (scuola quanto mai rara, poco conosciuta e poco apprezzata dalla maggior parte degli italiani).

Tra le motivazioni cito “La scuola attuale, nella maggioranza dei casi, non dispone di tempo sufficiente e quindi tende a delegarne la necessaria estensione ad altre agenzie: famiglia, associazioni per attività sportive e creative ecc (…) Educare significa aiutare a crescere. Dunque, occorre che chiunque ricopra questo ruolo (…) pensi al tempo come a una dimensione obbligata per capire la complessità di chi sta crescendo”, “Chi potrebbe negare che pranzare assieme ai propri amici e compagni sia incomparabilmente più utile per la crescita di un adolescente che riscaldare a casa la cotoletta lasciata dalla mamma prima di andare a lavorare? La mensa scolastica è un laboratorio fondamentale per imparare a vivere” e “Naturalmente un tempo pieno scolastico corrisponde a una nuova responsabilità anche per le famiglie: chiudere le scuole il sabato implica la possibilità (ma anche la disponibilità) a esserci per un lungo week-end.

 

Paolo Crepet

Paolo Crepet

Centrale nel volume è il tema del lasciare il bambino/ adolescente libero di crescere in autonomia. Crepet mostra, come esempio, un bambino che impara a camminare e cerca di prendere un bicchiere. Il piccolo “si alza, cade e si rialza, per cadere di nuovo”. Ci dice poi Crepet: “Cosa fa infatti il cattivo educatore? Prende quel bicchiere e glielo porge”. Quale genitore non ha mai preso il bicchiere a suo figlio? Quanti di noi sanno resistere come la madre, citata nel libro, di Ray Charles, che osserva muta e sofferente, il bambino cieco sbattere contro le pareti disorientato, ma non fa nulla per aiutarlo? Quanti genitori di bamboccioni trentenni, quarantenni o magari cinquantenni, continuano a porgere loro un bicchiere che il figlio potrebbe prendere assai meglio di loro, solo per ribadire il proprio potere e il proprio controllo su degli adulti che avrebbero voluto eternamente fanciulli, in una sorta di sindrome di Peter Pan rovesciata? Quanti di noi continuano a ingerire in vite che non sono nostre, ma che continuiamo a sentire come parte di noi, di cui ci sentiamo responsabili?

A volte un genitore che cerca di essere troppo presente, che impone le sue idee, la sua presenza, la sua volontà è la causa di danni gravissimi nella mente e nel comportamento del figlio, che potrà liberarsi dello spettro della figura materna o paterna solo a costo di lunghe sessioni psicoanalitiche.

 

Singolare anche l’attenzione dedicata dall’autore alla creatività (“il creativo è mentalmente flessibile, dunque psicologicamente labile”). La gente comune associa alla creatività e al genio una mente forte e ben sviluppata. Troppo spesso è invece esattamente l’opposto. Il genio, spesso, è qualcuno molto debole su qualche altro versante, spesso psicologico o emotivo.

 

Firenze, 17/06/2012

LA MANOMISSIONE DELLA MORALE

Gianrico Carofiglio - La Manomissione delle Parole

Gianrico Carofiglio – La Manomissione delle Parole

Gianrico Carofiglio, l’autore de “La Manomissione delle Parole”, oltre che uno scrittore è un magistrato e un politico (del Partito Democratico) e che sia queste tre cose, oltre che un amante della scrittura, della corretta espressione, dell’onestà intellettuale, emerge chiaramente dalle poche pagine del suo piccolo saggio.

Non amando personalmente i gialli, non ho mai letto i suoi romanzi sull’Avvocato Guerrieri, ma questo saggio mi ha incuriosito.

In esso, Carofiglio riflette su cinque parole (Vergogna, Giustizia, Ribellione, Bellezza e Scelta), mostrandoci come il loro significato originario sia stato stravolto e confuso. Sono tutte parole con una profonda accezione morale e il magistrato ci mostra come la loro “manomissione” sia forma, mezzo e sintomo di un imbarbarimento civile della nostra società.

Il politico Carofiglio non ha dubbi su chi sia il maggior colpevole di questo crollo morale e, tra i numerosi esempi storici e letterari, emerge con netta e preoccupante evidenza l’uso manipolatorio e disonesto che è stato fatto di queste e altre parole dall’attuale Centrodestra e dal suo leader Berlusconi.

Pur condividendo in pieno l’analisi dell’attività mistificatoria posta in piedi da questa persona, mi ha un po’ sorpreso e forse persino infastidito vedere un buon numero delle pagine concentrate sul linguaggio usato da costui, sarà forse perché in questi giorni cerchiamo tutti di credere che un simile fenomeno non sia mai esistito, come se a sorreggere il Governo Monti non ci fosse dietro sempre lui. Sentirne rinominare ed elencare con tanta precisione le malefatte, suscita un senso di repulsione, che si riflette, ingiustamente sullo stesso autore. Dovranno ancora passare degli anni perché si possa fare un’analisi serena della tirannide mediatica e linguistica in corso, così come ora si possono analizzare finalmente i discorsi del Fuhrer o del Duce.

Tolto ciò, la lettura rimane illuminante e culturalmente formativa, ricca di riferimenti e citazioni, a partire da quella iniziale “Le fiabe non dicono ai bambini che esistono i draghi: i bambini già sanno che esistono. Le fiabe dicono ai bambini che i draghi possono essere sconfitti” (G. K. Chesterston).

Molto bella anche quella del poeta greco Ghiannis Ritsos secondo cui le parole sono come “vecchie prostitute che tutti usano spesso male” e al poeta tocca restituire loro la verginità.

Quello che cerca di fare Carofiglio è ridare il loro senso originario alle parole, svuotate di significato da politici, avvocati e altri professionisti che si celano dietro un gergoPapi Pio Sex-tus inutile, per affermare la propria superiorità e per rendere il proprio mestiere più misterioso, se non misterico.

Il dominio del linguaggio è potere. La sua incapacità di comprenderlo o utilizzarlo, schiavitù. L’incapacità di comunicare diventa violenza. La violenza del bullo, ma anche la violenza della società.

Sulla forza creatrice e sulla capacità di mutare il mondo proprio delle parole, del resto, si basa la stessa Bibbia, con il suo “In principio era il Verbo”. Dalla Parola di Dio, tutto nasce. Compito di Adamo è dare un nome agli animali e alle piante, divenendone così padrone.

Saltando poi a un libro assai meno religioso il giudice ci mostra Alice discutere con Humpty Dumpty (in italiano direi sia noto come Pinco Panco): “Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante “questa significa esattamente quello che decido io… né più né meno.” 

“Bisogna vedere” disse Alice “se lei può dare tanti significati diversi alle parole.” “Bisogna vedere” disse Humpy Dumpty “chi è che comanda. È tutto qua.

Insomma, Carofiglio ci ricorda di dare il giusto senso e peso alle parole, perché a non farlo si rischia che siano altri a decidere per noi cosa significano e come funziona il mondo.

 

Firenze, 7/02/2012

Voldermort 3

 

L’UOMO CHE SCRIVEVA RACCONTI REALISTICI

Raymond Carver - Il Mestiere di Scrivere

Raymond Carver – Il Mestiere di Scrivere

Non avevo mai letto nulla di Raymond Carver, né racconti, né poesie, prima di leggere “Il mestiere di scrivere”.

Non si tratta di un libro scritto da lui ma di una raccolta di scritti curata da Stull e Duranti sul tema della scrittura, che comprende alcuni suoi testi (articoli, prefazioni, postfazioni…), un paio di testimonianze di persone che l’hanno avuto come professore di Scrittura Creativa all’Università, la sbobinatura di una sua lezione e una serie di esercizi di scrittura ispirati al suo modo di scrivere.

Questi brani mi hanno incuriosito e invogliato a leggere qualche suo racconto, nonostante sia un autore piuttosto lontano dal mio modo di concepire lettura e scrittura. Personalmente, infatti, mi ritrovo, sia come autore, che come lettore, molto di più nella dimensione del romanzo che non in quella del racconto e credo che la componente “immaginifica” debba essere importante in ogni scritto. Amo inoltre la narrazione di grandi eventi epocali o di fatti straordinari, se non surreali. Carver, invece, è uno scrittore di racconti realistici, che parlano del quotidiano (o così appare da questo testo).

Ho però potuto apprezzare la sua attenzione al dettaglio, al particolare, alla costruzione della frase e con essa del racconto (“in un racconto ogni cosa è importante, ogni parola, ogni segno di punteggiatura”- pag. 159).

Sono poi perfettamente d’accordo con lui su vari punti, come quando parla dell’importanza delle continue revisioni dell’opera (pag. 35) o quando scrive “Secondo me, la trama, una linea narrativa, è molto importante. Sia che scriva poesie oppure prosa, cerco sempre di raccontare una storia (pag. 152).

Più controverse mi appaiono invece affermazioni come “la miglior narrativa dovrebbe avere un certo peso” (pag. 86), intendendo con “peso” quella che i romani chiamavano “gravitas” ovvero una “grande importanza emotiva e intellettuale”.

Raymond Carver

Raymond Carver

Orbene vogliamo con ciò negare che possa esserci buona narrativa tra la letteratura “leggera”? E quale sarebbe? La spesso vituperata letteratura di genere (fantascienza, thriller, giallo…)? Dovremmo con ciò negare qualità alla letteratura di puro intrattenimento? È questo che intende?

Scrive anche che nella grande narrativa “si prova sempre lo <<choc del riconoscimento>> quando si manifesta il significato umano dell’opera” (pag. 87). Vuol dire che il lettore si deve riconoscere nel testo quando lo legge? Perché mai? Non posso ammirare un’opera proprio perché mi mostra una visione del mondo che mi è totalmente aliena, donandomi la meraviglia della più totale sorpresa? Perché questo apprezzamento narcisistico per ciò che ci somiglia? Ma forse lo interpreto male.

Un suggerimento importane, ma difficile da seguire, è la citazione che fa di Geoffrey Wolff: “Niente trucchi da quattro soldi”(pag. 7), che, forse esagerando, corregge in un “niente trucchi”, tout court.

Mi riprometto di fare qualcuno dei 50 esercizi che chiudono il volume, che, nella loro semplicità, mi paiono stimolanti e che penso potrebbero portarmi a realizzare qualche testo interessante.

 

Firenze, 24/08/2011

I RICCI ALIENI VENUTI DAL PASSATO

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery è un libro stimolante ed emozionante. Credo che questo gli vada riconosciuto e vada detto subito, prima di addentrarsi in maggiori precisazioni.

La prima di queste è che per apprezzarlo bisogna accettare un presupposto: si tratta di un romanzo fantasociologico. Il genere letterario non credo esista, ma mi spiego meglio. La storia è vista da due diversi punti di vista, quello delle due protagoniste, una portinaia colta e una dodicenne iperintelligente.

Ebbene, questi due personaggi sono assolutamente poco realistici, pensano e si esprimono come dubito che nessuna portinaia (“La fenomenologia mi sfugge, e questo mi è insopportabile”, è una delle preoccupazioni di Madame Michel) e nessuna dodicenne abbiano mai pensato. Questo, però, l’autrice lo sa, lo capisce e ce lo dice subito.

La tentazione di alcuni però immagino sia quella di dire: queste caratterizzazioni sono inverosimili, dunque il libro non si regge. Penso però che sbaglierebbero a pensare così, come uno che, prendendo in mano un libro di fantascienza, esclami “perbacco, ma qui si immagina che gli alieni esistano e siano scesi sulla terra! Questo è assurdo!” e quindi chiuda il libro, accantonandolo.

Alla fantascienza ormai siamo abituati e giudicheremmo oltremodo sciocco che qualcuno ne rifiuti la lettura perché parla di mondi che non esistono. Se un libro parla di alieni non vuol dire che non parli anche di  uomini e donne e che non abbia più “profondità” (sempre che questa sia un pregio!) di altri libri che non lo fanno. Occorre accettare la premessa fantastica.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Allo stesso modo dobbiamo accettare che Muriel Barbery ci parli di una portinaia che legge Tolstoj, ascolta Mozart, ama la pittura olandese e degusta il sashimi e di una dodicenne che riflette sui Movimenti delle cose e delle persone e fa riflessioni da laureata in filosofia (come è l’autrice).

Accettiamo queste due extraterrestri e caliamoci nel loro mondo. Sarà ovviamente un mondo alieno, pieno di cultura e di riflessioni. Calandoci, scopriremo che è anche un mondo umano, ricco di sentimenti e emozioni . Del resto anche Muriel Barbery ammette, per bocca della piccola Pandora, che “molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima.

Riccio

Se ci lasceremo trasportare, allora tutte le citazioni e riferimenti colti che ci offre la Barbery non ci indisporranno come un gioco saccente, ma ci culleranno e ci stimoleranno, ci spingeranno a voler leggere Anna Karenina (se per caso non l’abbiamo ancora fatto), a imparare il Go, a scoprire i manga, a conoscere qualcosa di più della pittura olandese, a guardare Tokyo-Ga di Wenders o i film giapponesi di Otzu, a leggere gli haiku (l’autrice parla di “hokku”, i tre versi iniziali di una poesia giapponese, quelli che ne contengono il senso,  e da cui poi nascerà l’haiku).

Per questo è un libro stimolante.

Se poi sapremo apprezzare l’amore per la vita delle protagoniste (sebbene una sia un’aspirante suicida!), la loro ricerca di un senso nelle cose, il loro desiderio di Bellezza, la loro difficoltà di rapportarsi con un mondo che credono non possa capirle, per il loro essere così diverse dai canoni cui dovrebbero appartenere (la portinaia zotica e ignorante e la bambina allegra e superficiale che non sono), staremo entrando nello spirito del libro.

Nel leggerlo mi sono poi posto un quesito: sto leggendo un libro moderno?

Direi che ha una sua originalità, che deriva proprio dalla anomala caratterizzazione dei personaggi, ma se penso a quanti riferimenti ci sono alla cultura antica e a quanto ha scritto Baricco sui Barbari, sulla fine della “profondità” e sulla cultura che trova la propria ricchezza in “superficie”, allora mi viene fortemente da dubitare che lo sia. È soprattutto questo insistere della dodicenne sulla “profondità” (in decisa controtendenza rispetto alle sue coetanee) che mi fa dubitare. La nostra è un’epoca di relazioni (non il tempo del “riccio” che si chiude in se stesso). La cultura non è più ricerca del senso, ma ricerca delle relazioni, dei rapporti tra le cose. Questo la Barbery sembra ignorarlo. La portinaia iperistruita che non comunica le proprie conoscenze (se non alla fine) e la ragazzina iperintelligente che reprime le proprie capacità per non sembrare “strana” sono davvero antimoderne.

Poco male. Vorrà dire che questo sarà uno degli ultimi buoni libri del XX secolo, anche se è stato scritto in questo terzo millennio.

Muriel Barbery

Del resto ha il merito di fare interessanti osservazioni come:

La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno”. Sembra un concetto banale, ma, come scopre la protagonista più giovane, ci si può anche muovere a prescindere. C’è allora un’arte del movimento. Qualcosa che l’arte figurativa da sempre cerca di cogliere. È un’importante sottolineatura. Il suo corollario è espresso poco più avanti: “La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso.

E che dire di riflessioni sull’importanza dei nomi buttate lì con frasi come “la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome” o sulla prevalenza delle capacità relazionali e oratorie che portano alla considerazione che “gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare”. E qui si esprime la paura baricchiana dell’Antico per il Nuovo Barbaro! Siamo entrati in un’epoca in cui la forza fisica non basta più per dominare. È più importante la capacità di creare consensi, di trasmettere messaggi, di fare rete.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Anche la nostra portinaia, però ha sprazzi di filosofica modernità quando si interroga pensando “la contaminazione tra le mie aspirazioni alla cultura legittima e la propensione alla cultura illegittima non è un marchio imputabile alla mia bassa estrazione e al mio accesso solitario ai lumi della mente, bensì una caratteristica delle odierne classi intellettuali dominanti”: il cinema, la musica leggera, i murales, il web fanno cultura come (e ormai di più) delle Università e delle Accademie (“Mi domando perché l’università si ostini a insegnare i princìpi narrativi a colpi di Propp, Greimas o altre torture simili invece di investire in una sala di proiezione”).

Eppure Madame Michel continua ad essere legata fortemente alla vecchia cultura. Adora persino la grammatica, cui l’autrice dedica persino uno dei suoi haiku:

La grammatica

lo stadio di coscienza

che porta al bello”.

Questo perché “Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase”, come pensa la portinaia.

Parole sante, che sottoscrivo, ma non certo moderne.

Questi due “ricci” sono esseri antichi che cercano il contatto umano e che lo troveranno grazie a un altro alieno (in senso geografico, questa volta), un giapponese comparso nel loro condominio di ricchi francesi (“per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre”), quasi a testimoniare l’incapacità dell’Occidente di creare rapporti umani del vecchio tipo (del resto i rapporti virtuali qui non compaiono: nessuna delle due naviga nel web, chatta o fa parte di community).

Riccio

Sono due “ricci” che alla totalità, all’universalità delle cose preferiscono la delicata finezza delle piccole cose (“una camelia può cambiare il destino”), il senso dell’haiku: un particolare ha in sé l’universo.

Forse proprio per questo ci suscitano simpatia: sono due aliene venute da un passato ormai morto ma cui siamo ancora fortemente e romanticamente legati. In fondo questa loro grande cultura e intelligenza, ci fanno piacere, ci rincuorano, ci parlano di un mondo migliore che forse non esiste più, che forse non è mai esistito. Come una bella favola pre-moderna.

P.S. E’ il primo libro che ho letto in e-book (sul PC, perchè ancora non avevo un e-reader).

Firenze, 27/08/2010

Tre piccoli grandi autori

L’ANNO PALINDROMO DI PINOCCHIO
  
Pinocchio 2112 - Silvio DonàComincia come la più cupa delle distopie il romanzo di Silvio Donà Pinocchio 2112”. L’ho letto quasi in contemporanea con “La strada”, il capolavoro di McCarthy e all’inizio mi pareva quasi di leggere la stessa storia. Anche qui siamo in un futuro in cui la Terra non sembra aver fatto una gran bella fine. È il 21.12.2112, data palindroma come poche. La superficie del nostro pianeta è divenuta inabitabile e gli uomini, come novelli Morlock alla Wells, vivono, anzi sopravvivono nelle viscere oscure della Terra. La vita è una continua battaglia. Il protagonista è un uomo stanco e disilluso, senza più speranze che per campare fa il “cercatore di libri”. Questi sono divenuti ormai rari, come dopo un devastante “Fahrenheit 451” e anche se a saper leggere sono rimasti in pochi, c’è sempre qualcuno disposto a pagare per averli. Il Cercatore prima di liberarsene li legge. Dichiara:Silvio Donà 
Quando ho quei libri tra le mani io sono fuori.
Sono libero.

Sono vivo.” (pag. 33).
Ancora un atto d’amore d’un autore verso i libri e mi viene da pensare a Zafòn, a Kristof, a Lowry, solo per citare quelli che mi è capitato di leggere più di recente.
Il titolo mi pare un po’ fuorviante. Ci si aspetta una versione futuristica di Pinocchio (e questo non ispira) alla “L’uomo bicentenario” o “A.I. Intelligenza Artificiale”.
Cosa c’entra il burattino in questa storia? Poco a dir il vero, se non che ogni cosa si rivelerà essere una grande bugia e  che trai libri trovati dal nostro Cercatore c’è anche la favola di Collodi e sarà grazie a questa che farà amicizia con il boss degli abissi.
Prima però incontrerà un bambino, solo e bisognoso d’aiuto e d’affetto. Sarà lui a ridargli la voglia di vivere, prima di innamorarsi proprio della donna del ferocissimo boss. Ma non vorrei dir altro.
 A.I. Intelligenza artificiale Segnalo solo che quando arriva l’amore, che sia quello verso un bambino o verso una donna, tutto cambia e la vita si colora, la speranza rinasce. Come l’uomo e il bambino di McCarthy vivono l’uno per l’altro e l’uno grazie all’altro, così il Cercatore di Donà e il bambino soprannominato Lucignolo (in omaggio al personaggio collodiano) trovano la gioia di vivere l’uno nell’altro e un cuore arido riuscirà a far fiorire in sé la più piena generosità.
Se questa distopia non raggiunge i livelli inarrivabili della prosa asciutta di McCarthy (che descrive e nulla racconta), con cui ingiustamente mi viene da paragonarla, rimane comunque un ottimo romanzo, ben scritto, scorrevole e coinvolgente, in cui non mancano passaggi da segnarsi a margine come l’iniziale:
Non so se quello in cui lei era ancora viva fosse un tempo migliore o se fossi io a esserlo o se  sono i ricordi a essere meglio di qualsiasi presente; quello che so è che ho estinto la voglia di sognare.” (pag. 11).
Insomma un altro autore poco noto ma degno di ben maggior fama.
  La strada - McCarthy 
Firenze, 19/05/2011

IL LABIRINTO DEL CUORE
  
Il labirinto d'acqua - Annalisa FracassoDi
Annalisa Fracasso avevo già letto e commentato “Bucce d’acino” e “Cuor di Briossshhh.
Ho letto ora anche “
Il labirinto d’acqua”, edito nel 2009 da Cinquemarzo. In prefazione si dice che è la rielaborazione di uno dei racconti di “Tre di me”, opera prima della Fracasso, che non ho letto e con cui non posso far paragoni per capire quanto il testo sia stato rimaneggiato.
Devo dire che di quelli suoi che ho letto questo mi è parso il romanzo più maturo e articolato.
Anche qui non manca un certo pessimismo di fondo che porta verso finali non lieti alcune delle storie che qui si susseguono, ma la conclusione drammatica è forse il suggello ideale di un amore appassionato e straordinario.
Interessante è l’idea (ma cosa mi ricorda?) della vita di una coppia di sfortunati amanti che si ripete a distanza di secoli in quella di altre due coppie.
Complice dunque la magia di una collana e il gorgo misterioso e labirintico di una fontana, l’incanto dell’amore travolge letteralmente le coppie moderne, che ripetendo inconsciamente i gesti dei loro precursori, scivolano inesorabilmente  verso il dramma.
La bella villa che fa da sfondo alle vicende arricchisce la scena, dando spessore all’ambientazione.
Sebbene alcuni quesiti rimangano aperti, credo volutamente (il sub è il marito di Alison? E come è finito nella fontana? È un caso  o no che Dessié stia per urtare Kamila con la moto? Perché Luca scopre che Dessié è morto – o morirà -, se non è vero?), la storia, pur surreale, trova una sua logica e i personaggi prendono forma e rilievo, imprimendosi nella mente del lettore come solo delle storie un po’ speciali riescono a fare.
  Annalisa Fracasso con una copia di Jacopo Flammer e il Popolo delle Amigdale di Carlo Menzinger
Firenze, 7/6/2011

BASTASI COLPISCE ANCORA
  
La gabbia criminale - Alessandro BastasiDi
Alessandro Bastasi avevo già apprezzato molto il romanzo “La fossa comune” (ne ho scritto qui). Con “La gabbia criminale” questo autore migliora ulteriormente. Sarà forse che, sganciandoci un po’ di più dalla politica internazionale che nel precedente romanzo aveva un ruolo centrale, e calandosi in una realtà più ristretta, riesce a trovare maggiormente la misura umana del ricordo, della costruzione dei personaggi, della ricerca interiore, realizzando un prodotto più facilmente apprezzabile.
 
Qualcuno consigliava agli autori di scrivere di ciò che conoscono e hanno vissuto. Non sono totalmente d’accordo con quest’affermazione. A volte, soprattutto nella letteratura fantastica, è possibile svincolarsi da questa regola, a patto però di aver studiato bene il mondo, reale o immaginario, che si va a descrivere. L’expertise si compone di conoscenza e esperienza. Per scrivere non sempre occorrono entrambe. Basti pensare alle ricostruzioni salgariane di mondi esotici da lui mai visitati o alla Terra di Mezzo di Tolkien.
Credo però che scrivere di Treviso a un autore come Bastasi che in questa città c’è nato e vissuto, possa averlo aiutato a ritrovare una vena più sentita e sincera, facendo emergere ancor più l’ottima stoffa che già avevamo apprezzato ne “La fossa comune”, ambientato in Russia ai tempi di Eltsin.Alesandro Bastasi 
Quello che si snoda è un giallo il cui disvelamento è soprattutto riscoperta di memorie perdute, di vite passate di questa provincia italiana così per bene ma anche così carica di veleni e falsità.
E come da noi spesso accade è la famiglia, con i suoi vincoli e obblighi, a costruire intorno a ciascuno gabbie sempre più strette, al punto da divenire “criminali”.
È il familismo amorale che vi divora, che fa scomparire solidarietà, legami sociali, senso comune, questa gabbia criminale dalla quale sono scappato appena ho potuto. Questo intreccio di falsità contrabbandate per decoro, buon nome, reputazione, questo cazzo di legame del sangue in nome del quale si possono compiere le azioni più vigliacche” dice saggiamente il protagonista  verso la fine del romanzo (pag. 229), e a noi verrebbe da aggiungere che è da Il padrinoquesto familismo che sono nate mafia, camorra e ndrangheta, è di questo familismo che si è nutrita la Chiesa e con essa certa politica per decenni, è da questo familismo che nasce la diffusione epidemica della raccomandazione, del favore e del favoritismo, è da tutto ciò che nasce la debolezza del nostro Paese, incapace di concepire un sistema sociale in cui il merito, la capacità, l’impegno, l’onestà prevalgano sui legami di sangue, di amicizia, di cordata, di schieramento, di partito.
Se dunque qui Bastasi rinuncia a parlare della politica fatta dai politici, ci parla però, tra le righe, della politica vera, della vita della città, in particolare di quella della sua Treviso (ma certi comportamenti sono comuni da nord a sud).
Se apprezziamo però questa lettura è soprattutto per il calore sincero dei suoi personaggi, che sembrano davvero prender vita e muoversi davanti ai nostri occhi.
Altro pregio di questo volume è un editore, Eclissi, che sembra in grado di confezionare un prodotto di qualità quanto meno migliore di quello delle 0111 Edizioni della precedente pubblicazione.
Auguro dunque ad Alessandro Bastasi tutto il successo che si merita e consiglio sicuramente la lettura.

 
Firenze, 12/07/2011

Esseri perduti

 Trilogia della città - Agota Kristof“Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.”

Agota Kristof – Triolgia della città (pag. 210) 

E tu, quanti esseri perduti conosci?
 Agota Kristof

IL PRIMO VAMPIRO ITALIANO

Il Vampiro - Franco Mistrali - Antonio Daniele Grazie al mio incontro con Antonio Daniele sulle pagine del numero di IF dedicato ai Vampiri, cui abbiamo collaborato entrambi, ho avuto modo, dialogando nel web, di scoprire il raro libello curato dal medesimo Daniele e scritto da Franco Mistrali Il Vampiro – Storia vera”.
Come si legge in quarta di copertina, questo volume, edito ora da Keres, anticipa di un trentennio il Dracula di Bram Stoker e di tre anni La Carmilla di Le Fanu, essendo stato pubblicato per la prima volta nel 1869. Rappresenta dunque uno dei primissimi romanzi di vampiri della letteratura italiana ed è uno trai primi in assoluto, seguendo solo di pochi decenni “Il vampiro” di John Polidori e quello di Lord Byron, entrambi del 1816.

Il Barone Franco Mistrali (1833-1880) fu un personaggio eclettico e interessante. Scrittore,  garibaldino, anticlericale, pubblicò vari romanzi – spesso storici – diresse e fondò riviste, fu oggetto di scandali e incarcerato.
Il Vampiro” è opera romantica ma che ancora fortemente risente degli influssi neo-classici, come si può notare dalle abbondantissime citazioni letterarie presenti. L’autore Franco Mistrali stesso (pag. 67) arriva così a scusarsi dal “nuovo stile”:
I narratori classici grideranno al barocchismo, ma li lasceremo gridare: le grammatiche sono una gran bella cosa, ma vi è qualche cosa che sta sopra tutti i codici  a tutte le regole: la musica di Rossini quando comparve fu dichiarato che violava i regolamenti: non ci è che dire: i pedanti trovavano le violazioni sulla partitura e le segnavano con tanto di croce: il pubblico applaudiva: Shakespeare anche cotesto è un gran violatore di regole: Voltaire che pure avea talento, lo chiamavano barbaro saltimbanco: ma i drammi del barbaro seppelliranno tutte le tragedie del classico: a me basta che nelle evoluzioni che andrò facendo in questa curiosa storia, non mi manchi l’indulgenza del lettore: chi mi ama mi segua.
Da buon autore di romanzi storici Mistrali ci offre un’ambientazione precisa e alcuni personaggi storici compaiono da protagonisti, in primis il Principe di Monaco, che con il narratore e l’ispettore Ledru al suo servizio, indaga sulle misteriose vicende narrate, ma anche lo Zar di Russia, causa di tutte le vicende narrate.
Si tratta, infatti, di un indagine su strani fatti, che al narratore fanno subito pensare a vicende di vampiri, e che coinvolgono la nascita di figli illegittimi del medesimo Zar.  vampiroDietro al mistero ci sono storie di vendette e su tutto il racconto si muove un misterioso personaggio, dall’aspetto vampiresco, che muta più volte nome e identità.
Compare, infine, una setta di vampiri. Ci sono esperimenti di alchimia e l’esperimento sul sangue (pag. 224) porta a conclusioni che ricordano, seppur romanticamente, quelle della moderna clonazione.
La vita vive nel sangue ed ogni gocciola del fluido rubicondo trae seco un atomo vitale. Se noi potessimo avere conservato del sangue di Sesostri o di Faraone, noi avremmo in esso un atomo vivo della loro vita, una fibra dell’anima loro, un’eco degli affetti e delle passioni che li dominavano”.
Più che alle teorie sul vampirismo, il romanzo sembra far riferimento a quelle pitagoriche sulla reincarnazione e di vampiri, in realtà, in queste pagine non se ne incontrano mai, salvo quelli della Setta, che tali non sembrano veramente. Di loro però si parla. Una particolarità delle creature della notte immaginate da Mistrali è che non mordono le loro vittime sul collo, ma sul petto, vicino al cuore.
Si tratta, però, più che altro di un giallo con tinte gotiche, con un mistero da risolvere e  svelare, e in cui non mancano riferimenti alla vita del tempo e piccole osservazioni o critiche sociali come la seguente (pag. 25): “la civiltà invece dovrebbe realizzare l’ideale della libertà anche nelle tasse, e pertanto gli inglesi sostengono che in fatto d’imposte l’ideale è la generalizzazione del tributo indiretto: fuma chi vuole, beve chi vuole, consuma chi vuole oggetti di lusso: ma non mangia chi vuole.
Lo stile narrativo è decisamente ottocentesco e così pure la grammatica dove, ad esempio, le prime persone dell’imperfetto finiscono sempre in “a” (“io aveva paura”) e si eccede nell’uso dei doppi punti, sebbene il curatore abbia parzialmente provveduto a modernizzare la punteggiatura originaria.
Romanzo dunque imperdibile per chi voglia conoscere e approfondire la storia del romanzo gotico, piacevole souvenir per chi ami esplorare la letteratura del XIX secolo, curioso libello per chi cerchi una testimonianza della storia europea e, cosa quanto mai rara, leggere una storia che sia ambientata nel ristretto Principato di Monaco.
Completano il volume la pregevole  introduzione del curatore Antonio Daniele e le interessanti note sull’autore. 
 vampiro

Leggi anche:

- Il vampiro di John W. Polidori
- Tutti i post su Il Settimo Plenilunio
- Karpat Infinite Love di Karinee Price
- Vampiri – N. 5 di IF – Insolito & Fantastico
- Oltretomba – N. 2 di IF – Insolito & Fantastico
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