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ILTEXAS NON È UN PAESE PER VECCHI

Joe R. Lansdale - La Notte del Drive-In

Joe R. Lansdale – La Notte del Drive-In

La notte del Drive-in” riunisce i due romanzi brevi di Joe R. LandsdaleDrive-in” (1988) e “Drive-in 2” (1989), due storie allucinate in cui la provincia americana riesce a mostrare il peggio di sé, in una situazione surreale e assurda.

Dopo aver letto un altro autore texano come Cormac McCarthy (“La Strada” e “Non è un Paese per Vecchi”) verrebbe proprio da pensare che il Texas non sia un posto da frequentare!

Sarà che il vecchio istinto selvaggio del cow-boy da quelle parti non deve essere ancora morto, ma Lansdale, come McCarthy, ci mostra un’umanità davvero spietata e poco conta che questa violenza emerga in situazioni irreali ed estreme. La sensazione che rimane è quella di una violenza latente ed esplosiva.

Lansdale ci mostra un enorme Drive-in improvvisamente isolato dal resto del mondo, con gli spettatori costretti a sopravvivere a forza di pop-corn e coca-cola e che passa presto al cannibalismo.

Le allucinazioni prendono corpo e alcuni uomini si trasformano in autentici mostri, in un ambiente sempre più irreale.

Nel secondo volume, il pubblico riesce finalmente a uscire dal Drive-in ma fuori tutto è cambiato e li attende un mondo non meno assurdo di quello in cui erano sopravvissuti, dove i dinosauri carnivori sono forse meno pericolosi degli stessi sopravvissuti.

Un mondo senza speranze e senza lieto fine. Anche qui come in McCarthy c’è una strada da percorrere alla ricerca di un mondo migliore, ma anche qui la speranza muore subito, perché la strada, sempre più disastrata non fa altro che riportare i protagonisti sempre indietro, nel solito posto, al folle Drive-in, ormai trasformato in un mondo di perversione e violenza totali.

Joe R. Lansdale

Joe R. Lansdale

Il profondo pessimismo che emerge è solo in parte mitigato dall’umorismo ironico e cattivo che scaturisce dall’assurdità delle situazioni, prese in parte in prestito da fantascienza, horror e pulp, ma riviste con uno sguardo del tutto particolare, che fanno di questa coppia di romanzi un testo unico nel suo genere, che strizza l’occhio al cinema di serie B, prendendolo e prendendosi crudelmente in giro.

Il secondo volume perde di unitarietà, raccontando tre diverse vicende, e porta agli estremi il surrealismo violento e fantascientifico del primo romanzo.

Firenze, 20/08/2012

UN’ORGANICA ACCOZZAGLIA DI GENIALI STUPIDAGGINI

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Douglas Adams- Guida Galattica per gli Autostoppisti

Che strano libro è la “Guida Galattica per gli Autostoppisti” di Douglas Adams! Apparentemente è un romanzo di fantascienza con i classici personaggi e situazioni da cliché, come alieni, robot, mega computer, viaggi interstellari e distruzioni di mondi. Se però andiamo a leggere, capiamo, sin dal titolo che non si tratta affatto di una cosa seria. Certo alcuni non considerano la fantascienza, di per sé, un genere letterario serio, ma in questo si ingannano, perché quando questa parte da solide ipotesi immaginarie e sviluppa la teoria creando storie e persino mondi di fantasia, è in grado di essere stimolante per la riflessione scientifica o sociale. Quando descrive utopie o distopie, aiuta a ragionare sulle debolezze della nostra civiltà. Quando mostra l’uomo davanti all’infinito, al mistero, all’ineffabile, diventa strumento di approfondimento filosofico e psicologico.

La “Guida” non è però nulla di tutto ciò, anche se c’è un super-mega-computer che prima cerca la Grande Risposta e poi, per altri cinque milioni di anni, cerca la Domanda Fondamentale a quella Risposta.

Douglas Adams

Douglas Adams

La “Guida” non è neanche una presa in giro della fantascienza, perché, a modo suo, è fantascienza essa stessa, anche se fatta da chi non crede più a un universo capace di stupirci o offrirci nuovi orizzonti o nuove speranze. È ben lontano il felice ottimismo della fantascienza degli anni ’50 o della pre-fantascienza ottocentesca. Siamo distanti anche dal pessimismo della science-fiction più cupa. La Terra viene distrutta in poche pagine, senza troppi rimpianti, per far posto a un’autostrada interstellare. Del resto era stata creata da due topolini bianchi, che ora la stanno facendo ricostruire da un’altra parte.

Siamo più dalle parti di “Men in Black”, che da quelle di “Solaris” o “2001 Odissea nello Spazio”.Scritta nel 1979, la “Guida” è la prima parte della “omonima trilogia in cinque parti” di fantascienza umoristica (come ci spiega wikipedia), adattamento di una serie radiofonica in quattro puntate.

Nelle sue pagine si succedono una serie di eventi il cui umorismo è legato al loro grado di improbabilità (del resto anche le astronavi usano un motore a “improbabilità”) e al comportamento grottescamente umano dei protagonisti alieni o robotici.

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Anna Chancellor in una scena di Guida galattica per autostoppisti

Scrivere idiozie può sembrare facile, ma, in realtà farlo in modo intelligente è cosa di grande difficoltà. Il merito di Adams è quello di aver saputo mettere assieme una storia che è un’accozzaglia di stupidaggini disparate e illogiche, ma di averlo saputo fare così bene da rendere il suo libro quasi geniale.

Firenze, 17/04/2012

IO SONO UN MOSTRO

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Richard Matheson – Io sono Leggenda

Io sono leggenda” di Richard Matheson è un romanzo del 1954 che ha già ispirato tre film, “L’ultimo uomo della Terra (1964) dei registi Sidney Salkow e Ubaldo Ragona, “1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra (The Omega Man) di Boris Sagal e, di recente, da “Io sono leggenda” diretto nel 2007 da Francis Lawrence.

Si tratta di una storia di fantascienza distopica e nel contempo di un romanzo gotico popolato da vampiri (che somigliano quasi più a degli zombie, che al vecchio Dracula).

L’ambientazione è futurista, essendo la vicenda collocata una ventina d’anni dopo la data della pubblicazione, negli anni settanta e descrive uno scenario post-apocalittico.

Insomma, si tratta di un’affascinante sintesi di varie forme di letteratura fantastica, cosa che rende il romanzo particolarmente ricco e suggestivo.

Come storia di vampiri, si pone sul filone “scientifico” del genere, come già lo stesso “Dracula” di Stoker, dato che l’autore cerca di fornire una spiegazione medica all’esistenza dei vampiri, che si sarebbero propagati per una sorta di epidemia. Sarebbe un batterio a farli tornare in vita. Il batterio è però” aerofobo”, percui quando si “fora” un vampiro (a esempio con il classico paletto di frassino), l’aria fa “morire” di nuovo il corpo ospitante. Le croci sono un problema solo per i non-morti cristiani, che conservano reminiscenze religiose della vita passata. L’aglio ha strane proprietà bio-chimiche che influiscono sul batterio.

L’altra peculiarità è il fatto che si descrive un mondo in cui sono tutti diventati vampiri tranne il protagonista Neville, che si ostina a sopravvivere, nascondendosi in casa la notte, quando i vampiri si svegliano, e andando a cacciarli di giorno, quando dormono.

È dunque una di quelle storie alla Robinson Crusoe, in cui si descrive l’angoscia e le difficoltà di un uomo che vive da solo in un ambiente ostile, genere sempre stimolante e qui reso in modo nuovo e affascinante. Anche lui troverà il suo venerdì in una donna, Ruth, però l’incontro non sarà duraturo.

Richard Matheson

Richard Matheson

Il messaggio forte del libro è nel finale: quando i mostri popolano il mondo, chi era normale diventa a sua volta un mostro. Se un tempo (nel nostro) i vampiri erano solo una leggenda, nel mondo di Neville sono gli umani a essere ormai solo un ricordo, una leggenda appunto. Siamo in pieno relativismo.

Storia, insomma, affascinante e modernissima, anche se scritta oltre mezzo secolo fa.

Singolare ritrovare il biondo ariano Neville nel film di Lawrence interpretato dal piuttosto “abbronzato” Will Smith.

Will Smith in "Io sono Leggenda"

Will Smith in “Io sono Leggenda”

GLI ALIENI DI IF

ALIENI - IF - Insolito e Fantastico n. 9

ALIENI – IF – Insolito e Fantastico n. 9

Da quando la gente si è fatta più scettica in tema di apparizioni di Dei, Angeli e Santi, il cielo ha cominciato a mandarci nuove visioni, sotto forma di U.F.O. ed extra-terrestri.

La comparsa più significativa di oggetti volanti non identificati credo coincida con la metà del secolo scorso, nel momento in cui i cieli hanno cominciato a farsi più affollati di oggetti volanti identificati, dai dirigibili, agli aerei, alle sonde, ai satelliti, ai missili.

Confondere uno di questi oggetti o un gioco di luci per qualcosa di alieno, sotto la suggestione della fantascienza, che di queste fantasie si alimentava e a sua volta nutriva, non era difficile.

L’idea che potessero esserci esseri “altri”, però non dipende solo dall’avvistamento di forme volanti. Da quando l’uomo ha capito che la terra è solo uno dei tanti corpi celesti, ha cominciato a immaginare che anche gli altri potessero essere abitati, a partire dai più vicini, la Luna e Marte.

Basti pensare al fantasioso viaggio descritto dal greco Luciano di Samosata ben 1789 anni prima dell’allunaggio vero, all’Astolfo ariostesco, che sulla Luna cerca il senno dell’Orlando furioso, al racconto tecnico di Keplero, ai due viaggi di Cyrano de Bergerac, per arrivare quindi al Barone di Münchhausen, scritto “solo” 184 anni prima del 1969.

Scrive il greco degli abitanti della luna: “Questi Ippogrifi son uomini che vanno sovra grandi grifi, come su cavalli alati: i grifi sono grandi e la più parte a tre teste: e se volete sapere quanto sono grandi immaginate che hanno le penne più lunghe e massicce d’un albero di un galeone.

Non erano poi, in fondo, alieni, anche gli immaginari abitanti degli antipodi o di terre esotiche, sciapodi, leviatani, giganti, elfi, ciclopi, gorgoni, centauri, ninfe, basilischi e moltissimi altri esseri di forma semi-umana o animalesca?

Insomma, la storia letteraria degli alieni, sebbene legata in gran parte al secondo dopoguerra, sua epoca d’oro, ha radici antiche (gli Dei stessi, non erano in fondo una forma di alieni?) e la sua fortuna non si è ancora estinta, basti pensare al recente successo cinematografico di “Avatar”.

Una rivista intitolata “IF – Insolito & Fantastico” non poteva quindi non dedicare uno dei suoi numeri al tema degli “Alieni”.

Come sempre il volume, in formato libro, è diviso in una parte saggistica e una di racconti, seguite poi da alcune sezioni a volte fuori dal tema principale, con interviste, recensioni e altro.

L’occasione per trattare l’argomento è data dal convegno veneziano “Fuera dal mundo” sulla letteratura d’anticipazione e la proto-fantascienza, dell’aprile 2012, i cui atti sono stati pubblicati da IF.

Avatar

Avatar

Quando l’uomo parla di alieni, parla spesso del proprio rapporto con loro. Come nota Bordoni nel suo articolo su “Alien”, “le tre fasi della vita biologica di Alien – uovo, feto e adulto – corrispondono ad altrettanti ‘segni’ all’interno di una terribile contaminazione tra umano e mostruoso.

Nel secondo dopoguerra la fantascienza diventa anche strumento per canalizzare ed esorcizzare la paura della guerra nucleare, la minaccia cino-sovietica, la paura di un mondo che l’America (e in parte l’Europa) sentiva come diverso da sé. L’extra-terrestre accentua questa diversità. Ne “L’invasione degli Ultracorpi” di Finney si può leggere la paura delle spie russe, degli infiltrati. Il McCartismo non è lontano. “Alieni, spie e infiltrati” è il titolo dell’articolo di Domenico Gallo.

E.T.

E.T.

De “L’invasione degli Ultracorpi” ci parla anche “Giuseppe Panella, che ne descrive tre delle versioni cinematografiche, saltando però il più recente remake (2007) “Invasion” di Oliver Hirschbiegel, con Nicole Kidman. Ci parla anche di “The Thing from Another Worl” di Hawks e Nyby.

Annamario Fassio ci ricorda che alieno è “ colui che ti inquieta perché è diverso. Alieno: colui che ti terrorizza perché in sé racchiude quello che non vorresti mai vedere, sapere, immaginare. Alieno come metafora dei mali della società. Alieno come presenza fortemente destabilizzante. Ma anche alieno come speranza di vita oltre i confini angusti della terra e come antidoto contro la solitudine cosmica.

La fantascienza impiegherà anni per arrivare all’autoidentificazione con l’alieno. Bisognerà aspettare E.T., come accenna la Fassio, per entrare in empatia con gli alieni, “Star Wars” per auto-identificarsi con gli abitanti di galassie lontane. Nel frattempo, gli alieni assumeranno forme altre così diverse da quelle antropomorfiche quali quelle dei Trifidi di Whyndham di cui ci parla sempre Fassio, o il pianeta pensante Solaris di Lem.

Cosa c’è poi di più inquietante di riconoscere degli alieni nei propri figli? Eppure questo è ciò che spesso avviene con il passaggio all’adolescenza. I veri alieni, da sempre accanto a noi, sono loro: i figli.

De “I Figli dell’Invasione” di Whyndham ci parlano, oltre ad Annamaria Fassio, anche Riccardo Gramantieri.

Gian Filippo Pizzo dedica un articolo al ricordo dell’autrice Luce D’Eramo, scomparsa dieci anni fa.

Non poteva mancare un articolo su Avatar.  Ce ne parla Gianfranco De Turris.

Lunga è la carrellata di opere fantascientifiche offertaci da Piero Giorgi.

Nel XIX secolo si credeva esistesse un pianeta nell’orbita intramercuriana. Lo chiamavano Vulcano. Jean-Pierre Laigle ci racconta delle opere che ne hanno parlato, descrivendone gli abitanti. Tra questi non c’era però lo Spock di Star Trek, proveniente da un altro Vulcano.

Sempre di Laigle è il primo racconto della sezione narrativa. Dedicato proprio a Vulcano.

Affascinante il racconto di Dabrowski “Nascita dalla morte”, sull’ipotesi di nascere vecchi e morire bambini, che, con approccio diverso, ricorda un po’ “Il curioso caso di Benjamin Button” (1922) di Francis Scott Fitzgerrald, da cui è stato tratto il recente (2008) film di Fincher.

Memorie di guerra e fantasmi popolano “Il Parco dei Morti” di Domenico Gallo.

Spok - Star Trek

Spok – Star Trek

Ci sono collegamenti tra filosofia e fantascienza? Ne parla Giuseppe Panella.

Claudio Asciuto ci parla dell’utopia al cinema, da Frank Capra a Robert Ruskin, a Arthur Penn, a Sean Penn, a Michael Wadleigh, a Vincente Minnelli, a Conrad Rooks, per finire con Tim Burton, John Boorman e Akira Kurosawa.

Del nuovo romanzo di Stephen King “22/11/’63” ci parla Carlo Bordoni.

Vito Tripi ci descrive tre antologie ucroniche sulla storia alternativa dell’Italia curate da Gianfranco De Turris. In particolare, mi incuriosisce “Se l’Italia – Manuale di storia alternativa da Romolo a Berlusconi”, Vallechi 2005, la cui struttura mi parrebbe ricordare abbastanza quella del volume “Ucronie per il terzo millennio –Allostoria dell’umanità da Adamo a Berlusconi” da me stesso curata (Edizioni Liberodiscrivere).

Chiude il volume un mio articolo su “Stella Meravigliosa” di Yukio Mishima: “Gli alieni sono tra noi” e vorrebbero salvarci dalla guerra atomica, ma ai nostri occhi sono solo una famiglia di pazzoidi esaltati.

Firenze, 27/05/2012

Alterazioni temporali e ucronie al cinema

Ritorno al futuro

Ritorno al futuro

Se in letteratura gli esempi sono numerosissimi, anche nel cinema non mancano esempi di alterazione del flusso temporale, quali la celeberrima trilogia di “Ritorno al futuro” che descrive le possibili vite del protagonista al verificarsi di dati eventi nel suo passato. Non si tratta, però di ucronia, perché le alterazioni degli eventi storici non sono rilevanti, l’impatto è soprattutto sulla vita del protagonista e dei suoi familiari, personaggi oltretutto immaginari e non storici.

Questi film sono generalmente considerati “fantascienza” e tra la fantascienza, in effetti, si possono trovare esempi nascosti di ucronie, come certi episodi di Star Trek.

Un’altra storia in cui, pur senza fare riferimento a fatti da libro di Storia, si ha un’alterazione divergente del flusso temporale è il film “Ricomincio da capo“, in cui il protagonista Bill Murray impara ad amare Andie McDowell, vivendo all’infinito lo stesso giorno, con piccole modifiche che lo portano a comprendere lei e sé stesso. Con questo film siamo dunque dalle parti dell’ucronia anche se la mancanza di un’ambientazione nel passato o in tempi diversi dal presente lo rende, a mio avviso, meno degno di comparire nel genere. Lo stesso potrebbe dirsi dell’imperdibile “Sliding Doors”. Siamo però sempre nell’ambito delle alterazioni “private” del Tempo.

Sliding Doors

Sliding Doors

Una visione del tempo ucronica si ritrova in varie pellicole, tra cui l’ultimo episodio di Shrek e la Sesta Stagione di Lost. Manca però sempre l’alterazione della Storia.

 

Più correttamente ucronico potrebbero essere considerati il film “I vestiti nuovi dell’Imperatore” nel  quale Napoleone fugge da Sant’Elena e torna in Francia (regia di Alan Taylor, GB 2001) o “L’ultima tentazione di Cristo”, tratto dall’omonimo romanzo, in cui Gesù rifiuta la Croce. Ai limiti della fantascienza “I ragazzi venuti dal Brasile”, con Gregory Peck, in cui si scoprono dei cloni di Hitler o, ancora “Bastardi senza gloria” di Tarantino, in cui Hitler viene ucciso.

Le vicende di “Watchmen” sono ambientate in una realtà alternativa molto simile a quella del mondo reale, in un 1985 in cui Stati Uniti e Unione Sovietica sono in piena Guerra Fredda e sull’orlo di una guerra nucleare. La principale differenza con la realtà è la presenza di supereroi nella società comune, cosa che allontana il film dai canoni dell’ucronia classica.

I vestiti nuovi dell'imperatore

I vestiti nuovi dell’imperatore

 

 

“It Happened Here” è un film del 1965, scritto, diretto e prodotto da Kevin Brownlow e Andrew Mollo. È una storia fantapolitica ucronica, in cui, con uno stile semi-documentaristico, viene mostrato quello che sarebbe potuto accadere se la Germania nazista avesse occupato l’Inghilterra durante la seconda guerra mondiale.

Iron Sky” è una commedia basata sull’idea che un gruppo di nazisti sia riuscito a nascondersi per anni sulla luna, preparando la loro rivincita per la caduta del terzo Reich.

 

Il cinema, insomma, sembrerebbe ancora povero di ucronie, ma certo potete aiutarmi a scoprirne altre.

Sono comunque convinto che, se la letteratura si è tanto sviluppata nell’ultimo periodo, certo il cinema finirà per accorgersene.

Pare, a esempio, che sia in lavorazione un film tratto da “La svastica sul sole” e il regista sarebbe Riddley Scott!

A quando un film su “Il Colombo divergente”?     ;)

 

Leggi anche:

-          Ucronia, la Storia sognata

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-          Quali sono i principali romanzi ucronici (vecchio elenco)

-          Cos’è un ucronia? (precedente versione)

FINALMENTE UN REALITY DOVE I PARTECIPANTI VENGONO ELIMINATI DAVVERO!!

IL REALITY DEI GLADIATORI

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Hunger Games – Suzanne Collins

Hunger Games” di Suzanne Collins racconta di un futuro distopico in cui il mondo abitato, a seguito di guerre devastanti, è ridotto a una capitale (banalmente definita Capitol City) e 12 Distretti, più un tredicesimo che fu distrutto anni prima.

Capitol City, dopo le ribellioni di circa 75 anni prima domina i Distretti con pugno di ferro e, come un futuribile Minotauro, richiede il sacrificio mediatico, rituale e ricorrente, di alcuni giovani. Ogni Distretto deve fornire ogni anno un ragazzo e una ragazza, che vengono sorteggiati il Giorno della Mietitura. I 24 tributi così scelti si affronteranno in arene ogni anno diverse e solo uno di loro potrà uscirne vivo. Insomma, nulla di nuovo, sembrerebbe: i soliti giochi gladiatori.

La differenza rispetto al Panem (nome, guarda caso, della nazione che riunisce i Distretti) et Circenses di romana memoria è che lo spettacolo si guarda da casa in TV, comodamente seduti in poltrona, e somiglia tragicamente a un reality, con le sue interviste, con i tributi/ candidati che vengono eliminati uno a uno, con le recite dei partecipanti. A differenza de “L’Isola dei Famosi” qui la gente, anziché fare una dieta forzata, muore davvero di fame, quando non ci pensano le insidie dell’arena e i gli altri tributi / gladiatori a eliminarli.

Suzanne Collins

Suzanne Collins

Il romanzo può essere letto dunque anche come una critica del sistema mediatico, dei reality e della TV Spazzatura.

Non è per questo però che mi piaciuto. Innanzitutto è una storia emozionante. La protagonista Katniss riesce più volte a colpire la sensibilità del lettore. Nel terzo volume della serie che inizia con questo romanzo, quando i ribelli si interrogano su cosa abbia fatto Katniss per farsi amare dal pubblico, Suzanne Collins fa persino un elenco dei trucchi mediatici utilizzati dalla sua eroina (e da lei stessa! – facendoci capire quanto l’autrice stessa sia ben consapevole che certe scene sono costruite ad arte per emozionare i lettori). Se non si fa caso a questo, in effetti, il trucco funziona!

Personalmente quello che ho amato di più è l’ambientazione. L’arena non somiglia affatto a un circo romano: è uno spazio selvaggio, con lago e boschi. I tributi lottano tra loro, ma anche per sopravvivere nella natura, con la natura e, persino, contro la natura. È il grande scontro tra l’uomo e questa. Il ritorno alle origini. Quello che fa grandi romanzi come il ciclo di “Ayla, Figlia della Terra” della Auel, cui ho pensato spesso leggendo queste pagine, vista la somiglianza tra le protagoniste, o mie letture più recenti come “La Bambina che amava Tom Gordon” di King (qui la protagonista è persino più giovane), “Darwinia” di Wilson o gli infiniti episodi delle sei stagioni di Lost, per non parlare di classici per ragazzi come “Robinson Crusoe” di Defoe, “L’Isola Misteriosa” di Verne e di tutti i naufragi possibili o tutti i sopravvissuti immaginabili, come il padre e figlio de “La Strada” di McCarty o il protagonista di “Io sono leggenda” di Matheson.

VENTO DI RIVOLTA NELL’ARENA

Hunger Games - the movie

Hunger Games – il film

Nel secondo volume della serie ideata da Suzanne Collins, “La Ragazza di Fuoco”, gli organizzatori dei Giochi della Fame (Hunger Games), poiché si sono trovati incastrati, da un trucco della tenace Katniss, a proclamare, per la prima volta in 74 anni, due vincitori (e quindi due sopravvissuti) anziché uno, decidono di vendicarsi di lei, proclamando, in occasione del settantacinquesimo anniversario dei giochi, l’Edizione della Memoria, una competizione non più tra ventiquattro ragazzi “qualunque”, ma tra ventiquattro tributi/ gladiatori, un maschio e una femmina per ogni Distretto, selezionati tra i vincitori delle precedenti edizioni. Poiché Katniss è la sola ragazza in vita ad aver mai vinto per il Dodicesimo Distretto, il suo sorteggio è automatico. Assieme a lei scenderà a combattere per lo stesso Distretto anche l’amato Peeta. Questa volta non ci dovranno essere eccezioni: uno solo ne uscirà vivo. I due innamorati (ma Katniss è combattuta tra il nuovo amore Peeta e il vecchio amico Gale) dovranno accettare che uno dei due muoia. Ciascuno di loro cerca di tenere in vita l’altro.

Suzanne Collins - La Ragazza di Fuoco

Suzanne Collins – La Ragazza di Fuoco

Anche questa volta c’è un trucco finale, sempre a opera di Katniss, che fa saltare l’intera arena. Come un deus-ex-machina arrivano i ribelli a salvare i tributi sopravvissuti e si portano via Katniss. Anche Peeta è vivo.

In questo secondo volume, dunque, alla trovata del reality gladiatorio e alla lotta dell’uomo (o della ragazza) contro la Natura, si aggiunge l’insurrezione dei Distretti contro la tirannia decadente di Capitol City.

In questi tempi in cui in Italia e buona parte d’Europa si respira un’aria pesante e la protesta monta, non stupisce che anche questo episodio abbia saputo emozionare il pubblico, sempre più desideroso di svolte rivoluzionarie che tolgano di torno una classe politica ladra e corrotta, non molto dissimile dai molli ma crudeli abitanti di Capitol City. Ci si stupisce dunque quasi che Suzanne Collins viva nel Connecticut e non in qualche provincia italiana.

La Ragazza di Fuoco”, essendo un sequel, presenta alcune parti un po’ ripetitive, che servono a ricordare a chi avesse letto troppo tempo prima o non abbia letto affatto “Hunger Games”, cosa sia accaduto nel primo romanzo. I protagonisti, poi, non sono tutti giovani e questo si sente. Inoltre, la divisione in tre parti/ ambienti (il tour dei Distretti, la gara nell’arena e la ribellione), rende l’opera meno omogenea, unitaria e scorrevole del primo romanzo. Il finale sospeso, rende infine (purtroppo) indispensabile procedere con la lettura del volume successivo “Mockinjai” o “Il Canto della Rivolta”.

 

Firenze, 17/06/2012

L’ALTRA FACCIA DELLA MEDAGLIA

 

Katniss - Hunger Games

Katniss – Hunger Games

Mockinjai” o “Il Canto della Rivolta” è il terzo volume della serie “Hunger Games” ideata da da Suzanne Collins e ci fa scoprire la potenza e la debolezza del perduto Tredicesimo Distretto, che nel primo volume credevamo distrutto per sempre. Qui veniamo a sapere che per 75 anni i suoi abitanti sono sopravvissuti nascondendosi sotto terra e creando armi sempre più potenti e ora sono in grado di fronteggiare la supremazia tirannica di Capitol City. Sono loro a guidare i ribelli che hanno salvato Katniss e gli ultimi Tributi sopravvissuti durante l’Edizione della Memoria degli Hunger Games. Katniss scoprirà però che la loro organizzazione non è meno rigida e severa di quella di Capitol City e mostrerà ancora una volta il suo spirito ribelle.

Suzanne Collins - Mockinjai

Suzanne Collins – Il Canto della rivolta

Anche questo terzo volume riesce a essere coinvolgente, ma l’idea di trasformare la vittima sacrificale/ gladiatrice Katniss in un simbolo mediatico della rivolta (un Mockingjai) e farla di nuovo affiancare da uno staff di costumisti e truccatori come durante lo spettacolo degli Hunger Games appare assai meno credibile e comunque come una variante di un’idea ormai già pienamente sfruttata.

Anche il suo conflitto interiore tra l’amore/amicizia verso Gale e l’amore/rivalità verso Peeta cerca nuove strade, ma convince assai meno che nei precedenti episodi.

Da una lettura complessiva della serie si ricava l’impressione che un volume solo, il primo, con una ventina di pagine conclusive in più sarebbe in fondo bastato.

Firenze, 8/7/2012

GLI INCUBI INVISIBILI DI KOONTZ

Incubi - Dean Koontz

Incubi - Dean Koontz

Leggo sulla copertina di “Incubi”, il thriller scritto da Dean Koontz (ma come si pronuncerà?), nell’edizione Sperling Paperback che questo libro ha venduto 180 milioni di copie.

Non ne ho trovato conferma altrove, ma anche se ne avesse vendute “solo” 18 milioni, sarebbe un numero comunque enorme. In Italia ci sono autori che si considerano “popolari” con 7.000 copie!

Questo solo per preavvertire che si tratta, senza dubbio, di un bestseller. Scritto per giunta da un autore quanto mai prolifico, se si considera che scrive avvalendosi di numerosi pseudonimi (ma perché uno dovrebbe farlo? Se vendi con un nome e sei conosciuto, che senso ha cercarsi un nuovo nome? Sarà una sorta di sfida con se stesso?).

Dei bestseller ha alcune caratteristiche: trama chiara, personaggi ben delineati, storia trascinante, un po’ di paura, mistero, horror, la morte, un pizzico di sentimento, qualche conflitto minore trai personaggi con la presenza di “cattivi secondari”, una certa magia, nella forma del soprannaturale, la presenza di un mondo parallelo, quello psichico della Stanza Grigia (sebbene se ne sappia poco, non siamo certo al livello di dettaglio di un Lovecraft), un bambino isolato dal mondo (in modo assai diverso da Harry Potter, per dire, ma il concetto generale è lo stesso) che si scopre speciale, la lotta tra il Bene e il Male, una certa spettacolarità (corpi dilaniati, oggetti che volano, trombe d’aria, tempeste di pietra…), rapporti parentali irrisolti, crescita (qui uscita dall’autismo). Certo mancano altri aspetti, che avevo individuato in besteseller “maggiori” come i romanzi della Rowlings: una struttura articolata, un’ambientazione particolare e ricorrente, un linguaggio speciale (a parte alcuni termini come “La porta d’inverno”, “La stanza Grigia” e “Quello”), l’amicizia appare più che altro nella sua assenza, però continuo a trovare conferma nel fatto che gli “ingredienti magici” di un bestseller siano proprio quelli di cui parlavo qui.Ho letto questo libro perché ne avevo visto delle ottime recensioni su aNobii e, soprattutto, perché, da queste presumevo potesse avere varie cose in comune con LA BAMBINA DEI SOGNI, (il romanzo che, stavo scrivendo, e che ora ho pubblicato – Nota successiva).

Dean Koontz

Dean Koontz

In comune, però, per fortuna, hanno solo l’idea di una bambina con forti poteri psichici. Questo mi ha tranquillizzato, perché mi sarebbe dispiaciuto scoprire che qualcuno m’abbia preceduto. Ora poi (8/10/2010) è uscito “Inception” e anche lì ci sono alcune cose che ricordano il mio romanzo, soprattutto la visione onirica e la possibilità di agire dentro i sogni.

La storia di “Incubi” è senz’altro ben scritta e scorre bene incuriosendo, ma quello che continuavo a chiedermi leggendo era: quando compare un incubo? Quando ci entriamo dentro? Con un titolo così era il minimo che mi sarei aspettato. La bambina ne ha continuamente, ma non sappiamo cosa sogna (fino alla fine) e non entriamo mai nei suoi sogni. Sono questi però a uscire da lei (come nel mio libro) e a materializzarsi. Più che “in-cubi” sono degli “extra-cubi” (o più modernamente degli “out-cubi”), se mi si permette il gioco di parole.

La bambina dei sogni - Carlo Menzinger di Preussenthal

La Bambina dei Sogni - Carlo Menzinger

I personaggi sono, come scrivevo sopra, ben delineati e le loro emozioni abbastanza marcate. Forse con l’ispettore Dan Haldane, il signor Koontz (pronuncia cuntz o coontz?) si è un po’ lasciato andare: orfano, con due fratelli morti dopo le rispettive adozioni e un bel po’ di rimorsi poco giustificati! Anche i suoi sentimenti per Laura restano un po’ sospesi sul piano platonico, senza alcun incentivo da parte di lei.

Ora (8/10/2010) sto leggendo “Amabili resti” (sempre a proposito di thriller con bambine con strani poteri)  e qui il coinvolgimento emotivo è sicuramente più elevato. L’emozione per il lettore è continua. L’immedesimazione con i personaggi totale. Non altrettanto in “Incubi”.

Personalmente, forse per la pregressa esperienza di scrittura, ho capito subito da dove venisse “Quello”, ma devo dire che un po’ lo sapevo già, avendo letto prima altri commenti. L’impressione però è stata che il mistero non fosse poi tale.

Nonostante ciò è stata una lettura che mi è piaciuta e che consiglio senz’altro a un pubblico adulto e non impressionabile, sempre che ci sia ancora qualcuno che si impressiona per un po’ di cadaveri maciullati, descritti su carta. Al cinema non so se andrei a vederlo, sarebbe un’altra cosa, in effetti, poco gradevole, se fatto da un regista che ha voglia di spaventare davvero.

Firenze, 08/10/2010

I RICCI ALIENI VENUTI DAL PASSATO

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery

L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery è un libro stimolante ed emozionante. Credo che questo gli vada riconosciuto e vada detto subito, prima di addentrarsi in maggiori precisazioni.

La prima di queste è che per apprezzarlo bisogna accettare un presupposto: si tratta di un romanzo fantasociologico. Il genere letterario non credo esista, ma mi spiego meglio. La storia è vista da due diversi punti di vista, quello delle due protagoniste, una portinaia colta e una dodicenne iperintelligente.

Ebbene, questi due personaggi sono assolutamente poco realistici, pensano e si esprimono come dubito che nessuna portinaia (“La fenomenologia mi sfugge, e questo mi è insopportabile”, è una delle preoccupazioni di Madame Michel) e nessuna dodicenne abbiano mai pensato. Questo, però, l’autrice lo sa, lo capisce e ce lo dice subito.

La tentazione di alcuni però immagino sia quella di dire: queste caratterizzazioni sono inverosimili, dunque il libro non si regge. Penso però che sbaglierebbero a pensare così, come uno che, prendendo in mano un libro di fantascienza, esclami “perbacco, ma qui si immagina che gli alieni esistano e siano scesi sulla terra! Questo è assurdo!” e quindi chiuda il libro, accantonandolo.

Alla fantascienza ormai siamo abituati e giudicheremmo oltremodo sciocco che qualcuno ne rifiuti la lettura perché parla di mondi che non esistono. Se un libro parla di alieni non vuol dire che non parli anche di  uomini e donne e che non abbia più “profondità” (sempre che questa sia un pregio!) di altri libri che non lo fanno. Occorre accettare la premessa fantastica.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Allo stesso modo dobbiamo accettare che Muriel Barbery ci parli di una portinaia che legge Tolstoj, ascolta Mozart, ama la pittura olandese e degusta il sashimi e di una dodicenne che riflette sui Movimenti delle cose e delle persone e fa riflessioni da laureata in filosofia (come è l’autrice).

Accettiamo queste due extraterrestri e caliamoci nel loro mondo. Sarà ovviamente un mondo alieno, pieno di cultura e di riflessioni. Calandoci, scopriremo che è anche un mondo umano, ricco di sentimenti e emozioni . Del resto anche Muriel Barbery ammette, per bocca della piccola Pandora, che “molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima.

Riccio

Se ci lasceremo trasportare, allora tutte le citazioni e riferimenti colti che ci offre la Barbery non ci indisporranno come un gioco saccente, ma ci culleranno e ci stimoleranno, ci spingeranno a voler leggere Anna Karenina (se per caso non l’abbiamo ancora fatto), a imparare il Go, a scoprire i manga, a conoscere qualcosa di più della pittura olandese, a guardare Tokyo-Ga di Wenders o i film giapponesi di Otzu, a leggere gli haiku (l’autrice parla di “hokku”, i tre versi iniziali di una poesia giapponese, quelli che ne contengono il senso,  e da cui poi nascerà l’haiku).

Per questo è un libro stimolante.

Se poi sapremo apprezzare l’amore per la vita delle protagoniste (sebbene una sia un’aspirante suicida!), la loro ricerca di un senso nelle cose, il loro desiderio di Bellezza, la loro difficoltà di rapportarsi con un mondo che credono non possa capirle, per il loro essere così diverse dai canoni cui dovrebbero appartenere (la portinaia zotica e ignorante e la bambina allegra e superficiale che non sono), staremo entrando nello spirito del libro.

Nel leggerlo mi sono poi posto un quesito: sto leggendo un libro moderno?

Direi che ha una sua originalità, che deriva proprio dalla anomala caratterizzazione dei personaggi, ma se penso a quanti riferimenti ci sono alla cultura antica e a quanto ha scritto Baricco sui Barbari, sulla fine della “profondità” e sulla cultura che trova la propria ricchezza in “superficie”, allora mi viene fortemente da dubitare che lo sia. È soprattutto questo insistere della dodicenne sulla “profondità” (in decisa controtendenza rispetto alle sue coetanee) che mi fa dubitare. La nostra è un’epoca di relazioni (non il tempo del “riccio” che si chiude in se stesso). La cultura non è più ricerca del senso, ma ricerca delle relazioni, dei rapporti tra le cose. Questo la Barbery sembra ignorarlo. La portinaia iperistruita che non comunica le proprie conoscenze (se non alla fine) e la ragazzina iperintelligente che reprime le proprie capacità per non sembrare “strana” sono davvero antimoderne.

Poco male. Vorrà dire che questo sarà uno degli ultimi buoni libri del XX secolo, anche se è stato scritto in questo terzo millennio.

Muriel Barbery

Del resto ha il merito di fare interessanti osservazioni come:

La maggior parte della gente, quando si muove, beh, si muove in funzione di ciò che ha intorno”. Sembra un concetto banale, ma, come scopre la protagonista più giovane, ci si può anche muovere a prescindere. C’è allora un’arte del movimento. Qualcosa che l’arte figurativa da sempre cerca di cogliere. È un’importante sottolineatura. Il suo corollario è espresso poco più avanti: “La forza di un soldato non sta nell’energia che impiega per intimidire l’avversario inviando un mucchio di segnali, ma nella capacità di concentrare in sé la forza focalizzandosi su sé stesso.

E che dire di riflessioni sull’importanza dei nomi buttate lì con frasi come “la coscienza per manifestarsi ha bisogno di un nome” o sulla prevalenza delle capacità relazionali e oratorie che portano alla considerazione che “gli uomini vivono in un mondo in cui sono i deboli a dominare”. E qui si esprime la paura baricchiana dell’Antico per il Nuovo Barbaro! Siamo entrati in un’epoca in cui la forza fisica non basta più per dominare. È più importante la capacità di creare consensi, di trasmettere messaggi, di fare rete.

L'eleganza del riccio - Muriel Barbery - il film

Anche la nostra portinaia, però ha sprazzi di filosofica modernità quando si interroga pensando “la contaminazione tra le mie aspirazioni alla cultura legittima e la propensione alla cultura illegittima non è un marchio imputabile alla mia bassa estrazione e al mio accesso solitario ai lumi della mente, bensì una caratteristica delle odierne classi intellettuali dominanti”: il cinema, la musica leggera, i murales, il web fanno cultura come (e ormai di più) delle Università e delle Accademie (“Mi domando perché l’università si ostini a insegnare i princìpi narrativi a colpi di Propp, Greimas o altre torture simili invece di investire in una sala di proiezione”).

Eppure Madame Michel continua ad essere legata fortemente alla vecchia cultura. Adora persino la grammatica, cui l’autrice dedica persino uno dei suoi haiku:

La grammatica

lo stadio di coscienza

che porta al bello”.

Questo perché “Io credo che la grammatica sia una via d’accesso alla bellezza. Quando parliamo, quando leggiamo o quando scriviamo, ci rendiamo conto se abbiamo scritto o stiamo leggendo una bella frase”, come pensa la portinaia.

Parole sante, che sottoscrivo, ma non certo moderne.

Questi due “ricci” sono esseri antichi che cercano il contatto umano e che lo troveranno grazie a un altro alieno (in senso geografico, questa volta), un giapponese comparso nel loro condominio di ricchi francesi (“per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre”), quasi a testimoniare l’incapacità dell’Occidente di creare rapporti umani del vecchio tipo (del resto i rapporti virtuali qui non compaiono: nessuna delle due naviga nel web, chatta o fa parte di community).

Riccio

Sono due “ricci” che alla totalità, all’universalità delle cose preferiscono la delicata finezza delle piccole cose (“una camelia può cambiare il destino”), il senso dell’haiku: un particolare ha in sé l’universo.

Forse proprio per questo ci suscitano simpatia: sono due aliene venute da un passato ormai morto ma cui siamo ancora fortemente e romanticamente legati. In fondo questa loro grande cultura e intelligenza, ci fanno piacere, ci rincuorano, ci parlano di un mondo migliore che forse non esiste più, che forse non è mai esistito. Come una bella favola pre-moderna.

P.S. E’ il primo libro che ho letto in e-book (sul PC, perchè ancora non avevo un e-reader).

Firenze, 27/08/2010

LA STELLA LUCENTE DI KEATS

il poeta John Keats

John Keats

Già da un po’ avevo voglia di leggere questa raccolta di poesie (“Keats – Poesie – con un saggio di Jorge Luis Borges – Oscar Mondadori) di John Keats, il poeta romantico inglese prematuramente scomparso (Londra, 31 ottobre 1795 – Roma, 23 febbraio 1821).

Mi è capitato poi di vedere il piacevole film di Jane Campion “Bright Star”, la storia romanzata del difficile amore dell’autore per Fanny Brawne e ho quindi finalmente deciso di prendere in mano la silloge.

 

Bright Star

Sebbene la lettura sia gradevole, non mi ha però entusiasmato e le aspettative, suscitate da precedenti letture e dal recente film sono rimaste un po’ deluse, forse per certi toni un po’ giovanilistici e per un senso dell’amore e della vita troppo legati alla visione di un giovane uomo, stroncato dalla malattia a soli 25 anni d’età e per una sorta di voluta sudditanza culturale verso i vari autori da lui spesso citati (“a loving-kindness for the great man’s fame”), da cui si libererà solo nelle liriche dell’ultimo periodo. Chissà cosa mai avrebbe potuto produrre in maturità quest’uomo, comunque considerato uno dei maestri del romanticismo inglese e tanto apprezzato persino da Oscar Wilde (forse per l’uso di paradossi e ossimori di cui proprio quest’ultimo è stato un campione).

Quello che traspare dal film – credo giustamente – è un uomo ossessionato dalla Poesia, cui si dedica anima e corpo (“Sono convinto che… lo scrivere bene sia, dopo l’agire bene, la cosa più nobile del mondo”; “O for ten years, that I may overwhelm Myself in poesy”) e per il quale l’umanità in fondo pare poco portata (“Is there so small a range / In the present strenght of manhood, that the high / Imagination cannot freely fly / As she was wont of old?”).

Per quanto a volte i riferimenti ai classici del passato e ai grandi modelli pesino un po’, altre volte, comunque, i versi si dispiegano in veri e propri piccoli racconti o in delicati quadretti.

Poesie - John Keats

 

 

Ma lasciamo parlare i suoi versi almeno per un poco:

 

WOMAN! when I   behold thee flippant, vain,
  Inconstant,   childish, proud, and full of fancies;
  Without that modest   softening that enhances
The downcast eye, repentant of   the pain
That its mild light creates to   heal again:

        5

  E’en then, elate,   my spirit leaps, and prances,
  E’en then my soul   with exultation dances
For that to love, so long, I’ve   dormant lain:
But when I see thee meek, and   kind, and tender,
  Heavens! how   desperately do I adore

        10

Thy winning graces;—to be thy   defender
  I hotly burn—to be   a Calidore—
A very Red Cross Knight—a stout   Leander—
  Might I be loved by   thee like these of yore.
 
Light feet, dark violet eyes,   and parted hair;

        15

  Soft dimpled hands,   white neck, and creamy breast,
  Are things on which   the dazzled senses rest
Till the fond, fixed eyes,   forget they stare.
From such fine pictures,   heavens! I cannot dare
  To turn my   admiration, though unpossess’d

        20

  They be of what is worthy,—though   not drest
In lovely modesty, and virtues   rare.
Yet these I leave as   thoughtless as a lark;
  These lures I   straight forget—e’en ere I dine,
Or thrice my palate moisten:   but when I mark

        25

  Such charms with   mild intelligences shine,
My ear is open like a greedy   shark,
  To catch the   tunings of a voice divine.
 
Ah! who can e’er forget so fair   a being?
  Who can forget her   half retiring sweets?

        30

  God! she is like a   milk-white lamb that bleats
For man’s protection. Surely   the All-seeing,
Who joys to see us with his   gifts agreeing,
  Will never give him   pinions, who intreats
  Such innocence to   ruin,—who vilely cheats

        35

A dove-like bosom. In truth   there is no freeing
One’s thoughts from such a   beauty; when I hear
  A lay that once I   saw her hand awake,
Her form seems floating   palpable, and near;
  Had I e’er seen her   from an arbour take

        40

A dewy flower, oft would that   hand appear,
  And o’er my eyes   the trembling moisture shake.

 

Firenze, 02/08/2010

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