E tre! Riecco il professor Langdon, l’investigatore del simbolo, che torna a colpire nella terra ai confini della realtà in cui si muovono il simbolismo e i movimenti religiosi. Dopo essersi occupato con precisione e realismo del mondo dell’Opus Dei (Il Codice da Vinci) e in quello degli Illuminati (Angeli e Demoni), affronta ora con “Il simbolo perduto” un’altra associazione di potere d’ispirazione religiosa, la Massoneria, aiutandoci a conoscerla meglio.
Dopo averci portato a Parigi (Il Codice da Vinci) e Roma (Angeli e Demoni), siamo ora nientemeno che a Washigton, descritta come se fosse la città più bella del mondo, con la cupola della Casa Bianca che pare meglio della Cappella Sistina! Dopo aver affrontato il potere della Chiesa, del Priorato di Sion e del CERN, ora abbiamo addirittura a che fare con quello di un segretissimo e potentissimo ufficio della CIA.
Accanto a Robert Langdon non manca mai una bella ragazza, dopo Sophie Neveu e Vittoria Vetra è ora la volta di Catherine Salomon.
Anche questa volta abbiamo enigmi che celano altri enigmi in una caccia al tesoro che ci
trasforma in turisti di una bella città, con una guida d’eccezione qul’è Dan Brown, pronta a svelarcene i misteri più arcani.
Anche questa volta le rocambolesche avventure del professore servono a cercare di evitare una crisi internazionale.
Dan Brown ha scritto altri due romanzi senza Robert Langdon come protagonista e con una diversa struttura, che sono due ottimi libri (Crypto e La verità del ghiaccio) ma certo la ricchezza di riferimenti storici di questo ciclo, che negli altri due libri manca, è tale da renderlo sempre più interessante e appassionante, anche
se la struttura narrativa appare ormai un po’ abusata dall’autore. Di questo, però, forse me ne accorgo di più io, da autore, che non altri lettori. Del resto ci sono lettori che si leggono decine di romanzi gialli con la medesima strutura ripeturta all’infinito. Personalmente preferisco un autore che si rinnovi. A quando un Dan Brown fantascientifico o fantasy?
“Il simbolo perduto” rimane comunque un romanzo affascinanante e coinvolgente, i riferimenti culturali rimangono piacevoli e interessanti, anche se, a quanto pare, non sempre molto precisi, dato che, ad esempio, a quanto pare nell’edizione inglese di “Angeli e demoni” le frasi in italiano sono quanto mai maccheroniche, se non grottesche e anche la geografia di Roma appare approssimativa. Nella traduzione italiana si nota meno.
mancando numerosi riferimenti a filosofi, letterati e pensatori del passato, da Eraclito e Platone, a Tristan l’Hermite e Spinoza, a Novalis e Husserl, a Jasper e Freud, a Ibsen e Shakespeare.
Ci sono materie e argomenti che sono stati rappresentati per secoli e per i quali sembrerebbe che non possano esistere più variazioni. Se poi l’argomento in questione ha natura sacra o è comunque connessa alla religione, i limiti e i confini per queste variazioni appaiono ancor più angusti, a meno che non si voglia essere o apparire del tutto sacrileghi. Una di queste materie è la vita di Gesù di Nazareth, detto Il Cristo.
natura del libro: descrivere la difficoltà di vivere con Dio, di essere suo figlio.
Altra novità della trama è la figura di Giuseppe, che vivrà con la colpa di non aver fatto nulla per salvare i bambini innocenti trucidati da Erode, essendosi solo preoccupato di salvare il proprio figlio. La colpa lo tormenterà per tutta la vita e il desiderio di espiazione lo porterà ad essere giustiziato, in croce, per una colpa non commessa. Il senso di colpa si trasmetterà come una sorta di peccato originale sul figlio, un po’ come pensavano gli antichi greci, e lo stesso Gesù ne sarà tormentato a lungo.





